Posts Tagged ‘silenzio’

Le parole che non so

E’ un periodo che Tizianeda si sente strana. Così strana che si piazza davanti allo schermo del suo pc per scrivere, ma le parole non arrivano. Chi la conosce e le vuole bene, le dice che passerà, che succede, di lasciar perdere, di vivere e non pensarci. Allora lascia che la vita scorra normale. Per esempio la mattina va davanti al mare e cammina. Quaranta minuti a passo veloce, per rafforzare il cuore, il respiro e il silenzio. Ogni mattina saluta il pescatore che vive sulla spiaggia con le sue barche. Il pescatore che le sorride sempre, le dice di essere felice, e di stare attenta a dove appoggia i piedi scalzi sulla battigia. Tizianeda gli è molto grata per questa attenzione di padre. Quando è con i piedi che spostano le onde, pensa che lì è tutto fermo e profumato. Anche se il mare non smette di muoversi mai. E Tizianeda chiede al mare dove siano finite le parole che devono essersi incastrate da qualche parte, che ancora non sa. E allora sbuffa e aspetta. Si siede davanti a lui e sta muta, che per ora il silenzio le viene bene ed è meglio quando le parole si perdono. Si siede e guarda lontano, fino a che gli occhi non inciampano sulle montagne dell’isola di fronte e chissà se lo sguardo le ritorna indietro come una eco. E forse a furia di rimbalzarle addosso, il meccanismo fermo delle parole, riprenderà a girare.
Nel frattempo cammina, respira, sta in silenzio e cerca di non ferirsi con i cocci di bottiglia, che però sulla superficie pulita della battigia, lei non ha mai visto.

Tizianeda

Lo zen e l’arte di affrontare i cambiamenti

– Che ha il dodicenne? La raucedine, l’invecchiamento delle corde vocali? E’ un mal funzionamento del mio udito? E’ la pubertà?
– E’ l’ultima che hai detto. Spensierati. La voce cambia, i peli sopraggiungono, presto le porte si chiuderanno.
– Sei brutale.
– E’ la vita.
– La vita è brutale.
– Ma no, Tizianeda, la vita è la vita.
– Del resto la pubertà l’hai già attraversata con tua figlia. Sei sopravvissuta mi pare.
– La quindicenne non ha mai avuto questa voce invasa dall’incertezza. Dici che continuerà ad abbracciarmi, ogni tanto, come ancora fa, senza preavviso?
– No.
– Come?
– Scherzo. Io dico di sì. Basta non nutrirlo dopo la mezzanotte.
– Finiscila di spaventarmi. Come la supero?
– Superandola.
– Ah, ora è tutto chiaro.
– Fra non molto ti abituerai. Gli umani si abituano a ogni cambiamento. Anche alla pubertà.
– Ma io sono una madre, non sono un umano.
– Senti Tizianeda, a quanti cambiamenti ti sei abituata, a quanti sei sopravvissuta? Le voci dell’infanzia vanno via, proprio come si perdono le cose e le persone, che vengono sostituite da altre cose e da altre persone. E poi sei una donna. Le donne sono abituate.
– A cosa saremmo abituate?
– Ai cambiamenti. Vi organizzate sempre voi donne, in qualche modo. Sai quella storia del tunnel? Quella che dice di arredarlo?
– Sì mi pare.
– Ecco voi donne arredate il cambiamento. Magari prima vi lagnate un po’. Ma poi vi passa, e vi organizzate. Ridipingete le pareti, appendete i quadri, mettete cuscini, organizzate la penombra, e comprate un grande tavolo.
– Un tavolo?
– Sì, un grande tavolo con i piedi grossi e solidi. Lo utilizzate per mangiare e nascondervi.
– Nasconderci?
– Sì. Anche questa è una roba da donne. Un tavolo non è solo un tavolo per voi.
– Non capisco.
– Mi spiego. Un tavolo può essere un luogo di convivio, condivisione, cura, accoglienza, ma quando arriva il vento e poi il vento si trasforma in tempesta, scacciate tutti, prendete piatti, bicchieri, posate e tutto quello che c’è sopra, e lo fate sparire.
– E poi?
– Quando il tavolo sopra è vuoto e gli invitati sono andati via, vi ci nascondete sotto e aspettate.
– Cosa?
– Di placarvi. Le donne sotto i tavoli si coltivano, stanno in silenzio, magari con la faccia torva, la fronte arricciata, le braccia conserte e dentro un silenzio che fa paura.
– Il silenzio delle donne fa paura?
– Puoi giurarci.
– Ascolta.
– Dimmi.
– Ma come abbiamo fatto ad arrivare dalla pubertà al tavolo?
– E che ne so. Questo è un dialogo inventato. Tutto è possibile.
– Ma ritornando alla pubertà. Che consiglio mi dai?
– Rassegnati e osserva con meraviglia al cambiamento. Ogni cambiamento porta in sé grandi sorprese.
– Altrimenti?
– Altrimenti ti nascondi sotto il tavolo e aspetti.

Tizianeda

Madre di se stessa

Succede che fra un po’ si va in vacanza, in quel posto montanaro che la famigliola ad agosto sosta ormai da qualche anno. Vanno in quel posto che ci sono una casa, il camino, il giardino, verde, compagnia, cibo, vino, passeggiate, trallallerotrallalà, ma anche silenzio.
Succede che questo silenzio Tizianeda lo cerca come un unguento, come un luogo dove rigenerarsi, ascoltarsi, trovare un punto di incontro, sentirsi solida, madre di se stessa, unitaria e unica. Un luogo dove sorridere placida e dirsi “tranquilla va tutto bene”, come si fa con i bambini quando sono spaventati per qualcosa. Per esempio quando devono disinfettare le ginocchia sbucciate da corse felici, o affrontare il buio di stanze prima di raggiungere l’interruttore della luce. Ecco un silenzio così, cerca, che sappia accoglierla, che sappia insegnarle ad accogliere con ancora più grazia la vita, senza avere la pretesa di comprenderla.

Tiziana madre (alta e soda come sarà nella prossima vita) con Tizianeda figlia è del bravo assai  Domneico Bafometto Loddo

Tiziana madre (alta e soda come sarà nella prossima vita) con Tizianeda figlia è del bravo assai Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda

La bambina tartaruga

C’era una volta una bambina che guardava i passaggi del cielo da una finestra piccina, da una stanzetta, da un letto, da una sedia sopra il pavimento freddo, e sul muro c’era un quadro che dentro il mare era arrabbiato e la notte sopra indifferente.
C’era una volta una bambina che era piccola, che gli occhi erano grandi e seguivano l’andare delle cose.
C’era una volta una bambina piccina, che gli occhi erano grandi, che il cielo passava e passava e lei lo guardava e lo interrogava. Chiedeva al sole di non bruciarla e alla luna di chiamarla e alle nuvole di stupirla e alla pioggia di farla sorridere e al vento di portarla via da lì.
C’era una volta una bambina che un giorno cominciò a camminare, che gli occhi erano un universo di pianeti e stelle, che il cielo non passava più dalla finestra, che il sole divenne cattivo, che la luna si fece piccola, che il quadro dalla parete franò, che la pioggia si fermò in nuvole lontane, che chiese al vento di portarla via.
C’era una volta una bambina, che gli occhi divennero fermi, che aprì la porta, che uscì senza scarpe, che il cuore batteva forte, che aveva paura, che era coraggiosa, che la porta si chiuse alle sue spalle, che iniziò a camminare, che i piedi si ferivano, che lei non lo sentiva, che nessuno la vedeva, che respirava senza fare rumore, che non si fermava, che arrivò davanti al mare, che un tronco forte passò, che sopra il tronco si sdraiò e gambe e braccia lo abbracciarono.
C’era una volta una bambina, gambe e braccia e guance sdraiate su un tronco che galleggiava sopra il mare. E la pancia respirava sopra il tronco, che navigava e navigava e lontano la portava.
E la bambina sopra il tronco, divenne tartaruga e sorrideva e galleggiava. E c’era il cielo e c’era il sole che non bruciava e la luna sbiadita e piena e la pioggia lontana e il vento sopra che azionava meccanismi di nuvole e passaggi.
C’era una volta una bambina tartaruga con la casa nel cuore e nel respiro e nella pancia e un tronco che all’improvviso lasciò andare, per altri bambini sulle rive dei mari.
Ora lei sola, nuota tartaruga dentro l’acqua, lei che è acqua, lei che scorre silenziosa, che sorride coraggiosa, che la stanza non c’è più, che la casa è dentro di lei e guarda i passaggi del cielo che la riconoscono, perché è ingranaggio del loro meccanismo misterioso.

Ai bambini di ogni altrove che guardano i passaggi del cielo.

Tizianeda