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Ma tu sai cosa vuol dire “sesso”? E un post scriptum

Il sabato è il giorno della settimana in cui tutta la famigliola al completo pranza serena attorno alla tavola. Di solito serena…
“Mamma sai che mi ha detto un bambino a scuola oggi, solo perché mi vede spesso chiacchierare con C.?”
“No ottenne, dimmi”
“Che io e lei facciamo sesso”
Santo cielo benedetto!!
“Ma tu sai cosa vuol dire “fare sesso”?”
“No mamma”
Inspira espira, la voce non ti trema, sei una svedese progressista, ce la puoi fare… Sposo Errante dici qualcosa… ho capito parlo io…
“Vedi tesoro, e ascolta anche tu dodicenne…”
“Mmm”
“Ecco, il bambino sicuramente non sa cosa significhi la parola “sesso”. Perché il sesso è un modo di esprimere amore con tutto il corpo, ma riguarda gli adulti consenzienti…sapete che vuol dire consenzienti, vero? Bravi. Io e papà per esempio che ci vogliamo bene, per poter avere voi abbiamo fatto sesso, così papà ha piantato un semino nella mia pancia dove si trova l’ovulo che è come un nido caldo…Sposo Errante vuoi aggiungere qualcosa?”
“No, no, vai benissimo, continua tu…”
Sembra una lezione di giardinaggio. Ma è sicuro che si comprende il racconto del seme e dell’ovulo…sempre meglio dell’ape e del fiore…glielo dico anche che il sesso è una cosa molto divertente…naa, non sono abbastanza svedese progressista… avranno tempo per capirlo fra molti molti anni…che fatica…
“Insomma, i bambini per dirsi che si vogliono bene ed esprimerlo con il corpo, si danno i bacetti sulle guance o si abbracciano e questo non si chiama sesso, è affetto, ma non sesso. Gli adulti innamorati possono esprimere questo sentimento anche con il sesso che è più di un bacetto e un abbraccio”
Decisamente di più in realtà…anche questo lo capiranno un giorno…quante volte ho pronunciato la parola sesso? Santo cielo!
“Ok bambini, se non avete domande vi potete alzare da tavola…”
Abbiate pietà della vostra mamma…alzatevi…
“No mamma, non abbiamo domande da fare, grazie…vieni ottenne andiamo a giocare…”.

P.S.: Sabato, oltre a intavolare conversazioni amene con i due minori, Tizianeda e lo Sposo Errante, nella loro città sbilenca, hanno partecipato alla iniziativa che si teneva contemporaneamente in altre città Italiane, chiamata “Slotmob”. In sostanza sono andati in un bar, il Bar Strati, dopo avere accompagnato i bambini a scuola e hanno ordinato un caffè, attività che piace molto qui nel sud suddissimo. In questo caso il caffè sapeva ancora più di buono, perché nel bar scelto e indicato dalle associazioni aderenti, invece delle spaventose e orride e idrovore Slot-machine ci sono un rassicurante e paterno biliardino, un proprietario gentile con un mucchio di certificati in regola e le tazzine del caffè calde (anche se non è quest’ultimo il motivo per cui è stato scelto). Arrivati lì volti sorridenti e decisi, hanno parlato della dipendenza da gioco d’azzardo, delle responsabilità dello Stato, ma anche di cambiamento sociale, di etica, di responsabilità civica, della propria città. E tutto questo a Tizianeda è piaciuto molto, rendendola speranzosa.

Un saluto “peace and love” a tutti.

Tizianeda

Una faccenda complicata

Nel tempo in cui mia nonna era una ragazza, quando essere donne era una faccenda complicata, certe parole non si potevano pronunciare e di certe cose non si doveva parlare, perché non stava bene. Nel tempo in cui mia madre era una ragazza, quando essere donne era una faccenda complicata, è arrivata la concessione degli eufemismi o della fantasia verbale.
Molti anni sono passati da allora, i costumi si sono evoluti, la modernità ha preso il sopravvento, essere donne continua ad essere una faccenda complicata. Però, di coloro che non si dovevano nominare, oggi ne parlo con serenità alla ragazzina, in un raro momento di solitudine ed intimità.
“Voglio essere onesta con te, quando un giorno arriveranno saranno una gran rottura di scatole, però devi pensare che sono anche il racconto di una storia sorprendente. Noi donne siamo legate al ciclo dell’universo. Siamo come la luna che ogni ventotto giorni ci ricorda la sua perfetta natura sferica!”
E poi parlo parlo, mentre lei mi guarda muta e spiego non utilizzando più l’infida bugia dello sciroppo di mirtilli. Mi sento orgogliosa dell’uso sapiente delle mie parole, anche perché questa storia della perfezione sembra affascinarla. Ma proprio mentre mi stupisco di quanto sia stato facile affrontare l’argomento con mia figlia e assaporo la certezza di averla preparata per il futuro, ecco che arriva l’imprevisto.
“Chi è che si è fatto male?”
Il seienne! No, dove diavolo era!
“A me il sangue fa schifo. Quando ero piccolo e mi hanno infilato l’ago nel braccio per farmi le analisi stavo svenendo. Ti ricordi mamma?”
Intanto la ragazzina si allontana.
“Dove vai?”.
“Mamma, ho bisogno di bere un bicchiere d’acqua, mi viene da vomitare!”.
Il lento lavoro di emancipazione che ha attraversato generazioni di donne, distrutto in pochi secondi da un seienne.

Tizianeda