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May God save men

Sono andata, consigliata dallo sposo, più esperto di me in queste cose. Si trova dentro una piccola traversa che guarda la Villa Comunale e che non ci passano macchine.
E’ piccolo, illuminato quanto basta, forse un po’ meno di quanto basta, disordinato, come può essere la stanza di un adolescente che sì sistema, ma senza grandi slanci estetici.
Quando arrivo ci sono tre uomini concentrati su una rivista. Per il resto è un via vai di persone. Uomini. I tre continuano a guardare la rivista, la sfogliano, fanno fotografie. Sono molto attenti. Stanno scegliendo. Il proprietario del negozio spiega. I tre attenti, annuiscono. Con i completi da calcio non si scherza mica. Poi studiano i borsoni. Quelli che di solito ti porti in palestra. Scopro che esistono borsoni da cinque, otto, dieci pezzi. Che ci fanno gli uomini con dieci pezzi nei borsoni? In uno ci mettono una scarpa, in un altro l’altra, in un altro ancora il bagno schiuma, poi c’è il pezzo per il dopobarba, uno per mutande e canottiera e via facendo. Si accorgono della mia presenza. Perché li fisso da quando sono arrivata. Con stupore. Sono dispiaciuti per la mia attesa. Io invece sono contentissima. Quando mi ricapita di poter studiare i comportamenti maschili, senza sembrare troppo invadente. No, no continuate, siete proprio come noi donne nei negozi, gli dico. Mi guardano male. Continuano. Però è vero. Siamo uguali accidenti. Non lo avevo mai capito. Poi vanno via. Peccato. Tocca a me. Gli chiedo delle scarpe per le mie camminate veloci. Il proprietario del negozio di sport, mi invita a stare dritta con le gambe unite. Mi studia. Questo esame lo sposo non me lo aveva preannunciato. Sceglie le scarpe adatte. Le porta, mi fa sedere, le indosso, si siede di fronte. Poggia il piede sul ginocchio, mi dice sicuro. Ho la minigonna. Ora che faccio. Sono l’unica imbecille che va a comprarsi le scarpe da ginnastica con la minigonna. Ma questo è un esperto. Meticoloso, preciso, concentrato. Vabbè, è come andare dal medico in fondo. Manco mi vede. Eseguo. Prima una gamba poi un’altra. Sistema le scarpe appoggiate sulle sue ginocchia. Che figata però. Non mi allacciavano le scarpe da quando ero bambina. Usciamo, mi dice. In che senso? Vieni a camminare fuori sulla strada. Vado. Cammino, quasi corro. Su e giù, tipo sfilata. Te ne faccio provare un altro paio per scrupolo, mi dice. Ma no vanno benissimo. Insisto, dice. Lo seguo. Di nuovo gambe poggiate sulle ginocchia e lacci allacciati. Nuove scarpe. Non vanno bene. Buona la prima. Non ce ne sono altre da provare. Pago, saluto. Torna per farmi sapere la resa. Lo farò, rispondo. Vorrei dirgli che ci starei nel suo negozio. Per osservare. Ma non glielo dico. Domani vado a mare. Domani le indosso e cammino veloce per più di quaranta minuti. Che il mare così, mi manca. Andrò con le scarpe nuove che mi hanno allacciato come fossi una bambina, e mi hanno regalato buonumore, in questo tardo pomeriggio, di fine estate.

Tizianeda

Le attese delle madri

Aspetto sul viale che si chiama della Libertà, tre volte a settimana, per più di un’ora. Aspetto che escano, lei e la sua amica, poi torniamo a casa, quando ormai è sera. Porto il mio pc, un libro e la stanchezza di una giornata. Mi chiudo dentro la macchina, parcheggiata sotto un lampione. La macchina trema a ogni passaggio di vetture, camion, autobus. Il viale è costruito sopra una fiumara. E’ come un ponte. Però, invece di unire due sponde, ha impedito all’acqua di passare. E allora il viale vibra, con la fiumara asciutta e arrabbiata sotto, con la mia macchina sopra e con me, dentro la macchina, che aspetto. Siamo matrioske. La più piccola sono io, il cuore pulsante in attesa, a pochi metri della palestra dove la figlia impara a dare calci e pugni. Lo chiamano kick boxing e così sia.
Le madri aspettano, imparano da subito. Nove mesi tanto per incominciare, tanto per gradire. E’ un’attesa che cresce e che pesa ogni giorno di più. L’attesa è uno spazio prepotente, è il cortile di una scuola, è la fila, è un telefono che non risponde, è la notte, la porta del bagno chiusa, un corpo che non mostra più le nudità, è distanza necessaria, sono parole da cercare, silenzi da rispettare, ossa che si allungano, un pensiero che matura, l’odore del cloro, palloni che rimbalzano o rotolano su un prato, le partenze, i ritorni, lasciarli andare, sapere e non sapere.
L’attesa è come i baci dati nel sonno. Una presenza che non ingombra, la matrioska nascosta, quella piccola, la più forte che regge le altre.
Intanto aspetto sul viale che si chiama della Libertà, anche se ha impedito all’acqua di scorrere. Aspetto, mentre mia figlia impara la fatica e la forza del corpo. Aspetto, con la pazienza di Penelope, ma senza disfare tele, da ricomporre il giorno dopo. Non ne ho bisogno. Aspetto e scrivo, aspetto e leggo, oppure chiudo gli occhi e mi riposo sulla macchina che vibra e sogno fiumi liberi che scorrono.

Tizianeda

Si salvi chi può

A proposito della famigliola ovvero si salvi chi può.

Nel sud suddissimo l’autunno non è arrivato, si esce con abiti leggeri, ti chiedi quando giungerà il momento di sottoporti alla tortura del cambio dell’armadio e ci si lamenta del caldo, delle stagioni che non sono più le stesse, sognando sciarpe, giacche e abiti pesanti. Anche se, diciamolo, è un po’ come lamentarsi del sole, del cielo azzurro, del fresco vento di giugno, della possibilità di passeggiare anche la sera tardi senza ibernarsi. La verità è che qui c’è l’ostinazione dell’estate e le stagioni sono anarchiche, un po’ come le nostre teste. Però, anche se l’autunno non è giunto con il suo carico di fresco, i ritmi non sono più quelli vacanzieri e anche la famigliola è ritornata da più di un mese in modalità “si salvi chi può”.

– Lo Sposo Errante ha ripreso a imprecare contro la sveglia all’alba, i treni che sopprimono senza tenere conto della fatica e dei bisogni degli erranti di questo sud suddissimo, la lontananza, la stanchezza. Però la sera torna a casa consolato dall’idea che ad attenderlo al suo posto, fermo e immobile e pronto a ricongiungersi con lui, c’è il suo fidanzato basso elettrico supersonico. Tizianeda sa che con un basso elettrico supersonico non può competere e lo lascia fare. Anche quando prova per ore e ore lo stesso pezzo, con l’ostinazione di un folle. Lo lascia fare e si astiene da ogni azione di rappresaglia. Perché si sa, l’amore è amore. Specie quello dello Sposo per il basso.

– La ragazzina tredicenne, neofita liceale, ha iniziato a scuola un corso di teatro, anche se allo stato va lì e non riesce a parlare, perché…la timidezza le blocca le parole. La sera però si consola guardandosi la sua serie TV preferita. Una storia rilassante di zombie sociopatici che mangiano gli umani e di umani stressati che ammazzano zombie sociopatici.

– Il novenne quest’anno dopo aver provato, nel corso della sua vita, multiformi sport : calcio, nuoto e taekwondo, ha deciso quello perfetto per lui: la scherma. Quando ha iniziato la scuola calcio, usava i coni poggiati a terra come binocoli, non ha mai interagito con il pallone, e preferiva correre per il campo come se i compagni di squadra fossero lì per un mero accidente. Del nuoto non amava le immersioni, gli schizzi e forse l’acqua al cloro. E poi lui avrebbe voluto indossare la maschera e il boccaglio ma non gli era permesso. Del t. non tollerava il contatto fisico e il fatto che si dovesse stare scalzi. Eccezionalmente gli consentivano l’uso dei calzini. Gli piaceva lo spogliatoio però, perché fuori c’era scritto che era per gli atleti. La scherma invece la fa con entusiasmo e concentrazione. Non ci sono palle da inseguire, elementi naturali dentro cui adattarsi, e le spade mantengono la giusta distanza tra gli avversari. Tizianeda da par suo se lo immagina come D’Artagnan, Don Chisciotte o uno di quei cavalieri salvatori di pulzelle accorate. Ma lei si sa, va sempre oltre con la fantasia e l’amore. L’importante è che si diverta.

– Quanto a Tizianeda…vabbè facciamo la prossima volta. Il post è davvero troppo lungo.

Un saluto allegro a tutti voi. E buon fine settimana.

Tizianeda