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I due e la madre terra del sud suddissimo

I due hanno accolto l’imposizione genitoriale con l’entusiasmo di un eremita costretto ad andare in vacanza a Ibiza, di Biancaneve dopo aver mangiato la mela, di Candy Candy quando scopre che Terence ha scelto una più sfigata di lei. Perchè i quattro della famigliola si sono ritrovati, la domenica mattina, insieme ad altre genti e all’organizzatore Pino, che è un amico del cuore dello sposo, in un luogo del sud suddissimo. Da questo posto qui il mare aveva la lontananza delle cose che sembrano immobili e ti arrivano agli occhi e al cuore, come una meditazione. In questo posto qui, Tizianeda si è sentita felice e placida come non le succedeva da un po’, si è sentiva distante e presente. E mentre camminava immersa nella bellezza allegra del suo sud suddissimo polposo, oltre a giungerle al condotto uditivo l’intermittente brontolio dei due della famigliola, si è sentita pezzo di terra, di cielo, di foglie, di fiore, di corteccia, di nuvola e vento, di roccia e insetto e va bene anche di borbottio che tanto, integrava il paesaggio e non era poi così fastidioso. In questo posto qui ha visto un cielo stupito che le ha regalato l’immagine di una balena volante, ha visto alberi di mandorlo antichi e pieni, ha visto il giallo delle ginestre che la salutavano, riconoscendola, dai cigli delle strade sterrate e dai pendii, ha visto piante dai nomi strani e una distesa di pale eoliche eccitate dal movimento circolare del vento. Ha visto la pioggia arrivare e sparire, ha visto rocce che un tempo hanno conosciuto il mare, potenti come monoliti sacri. E in tutto questo vedere e sentire e toccare, ha assorbito la bellezza sacrale ed esuberante della sua terra. Ha visto anche una quindicenne e un undicenne che a un certo punto le si sono attaccati uno alla sua destra e una sua alla sinistra, proponendole la diserzione dai locali scolastici il giorno dopo, per stress da escursione. Ma Tizianeda, che si sentiva forte e potente come la madre terra, ha negato la grazia ai due, che il lunedì mattina, nonostante lo stress da escursione hanno ricevuto la consueta sveglia scolastica. Hanno borbottato un po’ con i loro arcigni genitori e poi, rassegnati, si sono recati a scuola. Eppure, i due, quando sono ritornati nei 90 mq, dopo le cinque ore di costrizione, sono apparsi sorridenti e sereni. Tizianeda è certa che la madre terra del sud suddissimo, ha operato in gran segreto anche per loro.

Tizianeda

Frozen

“Esci Tizianeda?”
“No, perché?”
“Hai indossato il piumino e il cappello”
“In effetti, forse dovrei indossare anche i guanti…devo andare a casa dei miei”
“Ma vivono sullo stesso pianerottolo”
“Sì, ma è come se stessero ad Arendelle, lo sai”
“Dove?”
“Arendelle, il regno di Frozen, il cartone. Vabbe’ affronto gli eterni ghiacci, ciao sposo”.
Se non hai un’adeguata attrezzatura per le temperature polari, se vivi in paesi nordici e gelidi che il riscaldamento ti segue ovunque, se sei meridionale, ma ormai il tuo corpo si è assuefatto a case con i caloriferi sempre aperti quando il freddo diventa insostenibile (dai 19 gradi in giù), se non hai fatto la guerra, la fame, i sacrifici, non sopravvivi a una casa del sud, in inverno. In una di queste abitano i genitori di Tizianeda, che mai hanno voluto i termosifoni, ché tanto al sud l’inverno è mite e dura poco. Anche questo inverno con la neve e un freddo polare artico, almeno per fisici più avvezzi allo scirocco che alla tramontana. E così proliferano le raccomandazioni ai genitori vecchietti, che forse in quella casa nascondono il segreto della longevità e gli scienziati dovrebbero venire a studiarle le case meridionali senza riscaldamento. Non vi muovete, non vi spostate nelle stanze più fredde, abbracciate la stufa, i plaid, la borsa calda, possibilmente dormite nel soggiorno sul divano, la camera da letto c’ha l’allerta meteo incorporata, mi si è ghiacciato questo pezzo di viso scoperto, vestitevi a strati e uscite dagli strati in primavera. E cose così.
Eppure Tizianeda in quella casa, ha vissuto molti anni, ha passato inverni da era glaciale (secondo gli standard ufficiali del meridionale medio), come questo. Però il freddo se lo ricorda. Così come ricorda gli infissi con gli spifferi in dotazione, che la tenda si muoveva tutta la notte e dormiva con il cappello di lana in testa. E ricorda i risvegli drammatici per andare a scuola, con la stufa più calda contesa tra i fratelli. E ricorda la misteriosa abitudine di sua madre, di accoglierli al risveglio con tutte le finestre della casa spalancate, per arieggiare diceva, che in confronto la tundra Siberiana è una colonia estiva. Ricorda quando studiava con i guanti tagliati ma le mani erano fredde lo stesso e ricorda il letto la sera, che a entrarci si meritava la standing ovation. Chi non è abituato in case così, si influenza, si ammala, si raffredda e diventa di ghiaccio come la principessa di Frozen. Quindi se dovete sostare per un po’ in interni meridionali no-caloriferi, munitevi di abiti pesanti, sciarpe, cappelli, guanti da neve, oppure, per spezzare l’incantesimo del gelo, fatevi scaldare da ripetuti e travolgenti gesti d’amore (anche uno scaldino elettrico da asporto aiuta. La borsa calda è meglio).

Tizianeda

Inno alla lentezza

Questo è un luogo in cui tutto succede con calma. Come l’inverno per esempio, che non ha nessuna fretta di esplodere nell’aria. Come le foglie sugli alberi che si accartocciano con lentezza e cambiano colore a rallentatore. Come gli uccelli migratori, che ancora sono qui e li vedi su nel cielo, compatti ad allargarsi e stringersi come le maglie scure di una rete. Come il Vulcano dall’altra parte del mare, che soffia fumo come una oziosa signora. E così Tizianeda, in una mattina di caos e uffici in cui entrare e uscire, di carte da prendere per portarle nel suo studio di avvocata, di tedio e corsa, ecco in una mattina così che si riprometteva triste e monotona, all’improvviso in questa giornata dal gusto amaro, ha avuto un improvviso desiderio di dolci. E questo desiderio di dolci si è trasformato in un bisogno di concedersi un tempo fermo. Così ha guardato il cielo che era dell’azzurro dell’estate, anche se è dicembre, si è sbottonata la giacca perché l’aria era tiepida e dagli uffici è andata nella via della sua città sbilenca che cammina accanto al mare. La via che da lì vedi l’isola con le sue montagne bitorzolute che cambiano colore e un po’ più in là a volersi distinguere, il Vulcano sospeso, la montagna di fuoco, bella ed esibizionista con i suoi giochi di furore rovente e cenere. E insomma, Tizianeda è entrata in una gelateria che fa anche pasticcini e ha comprato dei cannoli che sono dolci siciliani, ma li sanno fare anche da questa parte del mare. Li ha comprati che la crema era al pistacchio. Poi si è seduta su una panchina, che se guardava a sinistra, vedeva l’Etna con il fumo che le usciva dal corpo, se guardava a destra tutto il marciapiede ampissimo, con i lastroni di marmo, pieni di strisce di cenere che il vento aveva trasportato dal cuore della montagna di fuoco. Se guardava davanti, c’era il mare che era di un azzurro irreale e placido. E se guardava in alto c’era la luce del suo sud suddissimo. E così, seduta sulla panchina più bella del mondo, Tizianeda che si sentiva piccola piccola davanti a tutto quell’immenso che le cadeva addosso, ha preso dal sacchetto della pasticceria il primo cannolo al pistacchio e lo ha mangiato lentamente, sentendo il croccante della cialda cedere al suo morso e così conquistare il morbido aroma della crema. Ne ha mangiato anche un altro di cannolo, che tanto erano piccoli e non era il momento di pensare ai risvolti calorici. Poi è stata ancora un po’ a guardare quella roba intorno, sopra, sotto, di lato, che sapeva di infinito e si è sentita proprio naufragare, come quel poeta di Recanati che le cose le sapeva dire veramente bene. Poi è andata via, anche se non ne aveva proprio voglia. E in quel tempo sospeso, lei si è sentita fortunata.

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Tizianeda

Il paese smarrito

La storia che state per leggere, è stata scritta per dei bambini di una scuola del mio Sud Suddissimo, che si trova dopo aver attraversato un paese chiamato Riparo, che a pensarci è un nome bellissimo. Nella scuola ci sono bambini piccini e tantissimi pre adolescenti. La scuola ha un nome evocativo: San Sperato. La favola è stata scritta per una festa. Chi voleva comprava un biglietto, entrava nell’istituto, ascoltava musica e parole e gli ospiti specialissimi che erano tutti sportivi di squadre sportive. Con i soldi ricavati si potrà costruire un campetto per fare tanti sport all’aria aperta. E insomma c’ero pure io con la mia storia e con me, la donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra, Eleonora. Perché ormai siamo una squadra, o una coppia frizzante, come dice lei. Io scrivo, lei fa uscire dal foglio le parole in modo lieve. I bambini hanno ascoltato incantati mentre io guardavo incantata i ragazzini che poi si sono complimentati chiamandomi “signora”. C’è anche una fatina che ha reso possibile tutto questo e ha chiesto a me e a Eleonora di esserci. Si chiama Silvia che vive nel sud suddissimo anche se viene dall’Umbria. Lei ama questa terra sbilenca di un amore puro, al punto che vorrebbe che nelle sue vene scorresse lo stesso sangue della mia gente. Non esiste dichiarazione d’amore più profonda. Per lei, per la mia gente, per mio figlio che mi ha aiutato a scriverla e soprattutto per tutti i bambini con i loro sguardi stupiti, questa storia.

Il paese smarrito

Ora vi racconto una storia.
Questa è la storia di un luogo smarrito, senza Riparo e senza Santi. E’ la storia dei bambini di un paese che avevano smesso di parlare, neanche una parola, niente di niente. Anche quando starnutivano o tossivano facevano così ………………….. Questa cosa spaventosa era successa perché pian pianino nel tempo i grandi avevano smesso di ascoltarli. I bambini parlavano, parlavano parlavano, raccontavano, chiedevano e i grandi rispondevano: dopo, aspetta, non ora, cosa hai detto, non ho tempo.
I bambini avevano notato che i grandi non soltanto non ascoltavano, ma avevano anche smesso di guardare attorno a loro. Avevano smesso, per esempio, di vedere il cielo grande grande sulla loro testa che quando ci sono le nuvole bianche che passeggiano, puoi giocarci a cercare nelle loro forme quello che vuoi. Un gioco bellissimo a pensarci, basta sollevare lo sguardo e se hai un prato sdraiartici sopra e lasciare che il vento le trasformi. Ma i grandi , niente di niente, tutti tristoni e senza stupore negli occhi, camminavano a testa china. E i bambini erano sicuri arcisicuri e superarcisicuri, che i grandi passassero tutto il tempo a guardarsi i lacci delle scarpe. Che come gioco, pensavano, è quanto di più triste ci sia. Il lacci delle scarpe possono solo slacciarsi con il rischio di farti ruzzolare giù giù da qualche parte e ammaccarti un po’ dappertutto, farti grossi bernoccoli sulla testa, o spezzarti le ossa.
E successe così, che questo paese un giorno fu rapito da una folata di vento e iniziò a sparire nell’aria senza un posto dove andare e dove fermarsi. E senza più un nome. E così il paese smarrito e senza nome, galleggiava e galleggiava nel cielo immenso e bellissimo, che i grandi non riconoscevano più.
E nel paese smarrito, per i grandi le giornate trascorrevano così. Si alzavano tutte le mattine dai loro letti, facevano le cose della mattina quando ti alzi, compreso allacciarsi molto bene i lacci delle scarpe. Così uscivano dalle porte delle loro case, tutte chiuse con millemila giri di chiavi per essere sicuri che di notte non potessero entrare ladri, malfattori, pirati, orchi, alieni, streghe… E i bambini tutte queste minacce, mica le capivano. Ma si sa, le paure non sempre vengono dal mondo fuori, sono dei mostri che facciamo crescere nei nostri cuori e ci fanno fare cose strane, come millemila giri di chiavi nelle toppe delle porte.
Così uscivano a sbrigare le cose dei grandi. E a volte succedeva che qualcuno di loro, si perdeva dentro le cose dei grandi. Che a pensarci è una cosa pazzesca. Perdersi sotto una montagna di cose dei grandi in un paese smarrito. E succedeva che nessuno li trovava più, perché nessuno pensava di cercarli. E succedeva che anche gli oggetti intorno pian pianino scomparivano o si sgretolavano, a furia di prendere aria e vento e pioggia. Così succedeva alle case, ai cinema, alle ludoteche, alle palestre e alle scuole. E il paese che aveva quel cielo così bello sopra di lui e tanto vento e aria, a furia di sgretolarsi diventava brutto, ma così brutto che i grandi non se ne accorgevano più.
E ora è arrivato il momento di parlare dei bambini di questa storia. Come dicevamo, tutti i bambini del paese smarrito avevano smesso di parlare. Osservavano gli adulti che non rispondevano più alle loro domande e che avevano troppa fretta di essere altrove. E così non chiedevano più, non aspettavano, lasciavano i grandi alla loro vita tristona, mentre loro continuavano a stupirsi delle nuvole che cambiavano forma nel cielo. Loro giravano per le strade del paese, per le viuzze piccine, per le salitone che arrivi alla fine con il fiatone e il cuore ti batte fortissimo come tanti tamburi . Poi tutti ma proprio tutti i giorni, si radunavano dentro l’Incompiuta. Questo era il nome specialissimo e malinconico che avevano dato alla palestra dove avrebbero voluto fare giochi e gare e salti e corse e capriole e squadre. Ma come succede nei paesi smarriti, qualcuno aveva iniziato a costruire la palestra e aveva promesso ai bambini che sarebbe venuta bellissima e che lì si sarebbero divertititi e blablablablabla. E invece all’improvviso i grandi e i loro blablabla abbandonarono i lavori iniziati e lasciarono la palestra senza tetto e senza pavimento. La lasciarono senza stanze e con tanti ferri che fuoriuscivano dai mattoni, come dei vermi giganti e puzzoni pronti a morderti. Anche per questo i bambini smisero di parlare. Per protesta ai blablabla dei grandi e a tutto ciò che lasciavano incompiuto. Come la palestra. E così il tempo passava e passava in questo paese galleggiante dove i bambini non parlavano e i grandi non vedevano.
Poi un giorno, mentre il paese smarrito fluttuava nel cielo, successe qualcosa di inaspettato.
Arrivò dal cielo azzurro, bucando una nuvola che se ne stava tranquilla per i fatti suoi…un pallone. Di quelli che se lo spingi con i piedi, stai giocando a calcio, se lo fai rimbalzare con le mani sul pavimento, a basket, se lo sollevi verso l’alto con le dita a palla a volo, se lo scagli contro qualcuno per colpirlo, a palla avvelenata e così via. Uno di quegli oggetti magici e perfetti, che puoi farci un mucchio di cose. E il pallone arrivò proprio nel momento preciso in cui i bambini erano dentro l’Incompiuta. Atterrò nel centro di quel triste edificio, rimbalzò sul pavimento che non c’era e continuò a rimbalzare scavalcando i muri. I bambini allora balzarono in piedi e iniziarono tutti insieme a inseguire il pallone che rimbalzava e rimbalzava senza mai fermarsi. Rimbalzava sulle strade strette, su quelle in salita e quelle in discesa, rimbalzava sui tetti, sui balconi, sulle antenne, sui tavolini del bar, sulle teste dei passanti e i bambini gli correvano dietro. E mentre correvano all’improvviso uno di loro iniziò a gridare ed era un grido bellissimo, di quelli che arrivano dal cuore. Era il grido della felicità. E anche gli altri bambini iniziarono a gridare la felicità che veniva dal cuore. E tutti a correre dietro il pallone che rimbalzava e rimbalzava gridando e dicendo finalmente …. parole! E tutto questo gridare fu notato dai grandi tristoni, che sentirono un suono che avevano dimenticato. Le voci felici dei bambini. E uno, due cinque, cento, millemila adulti alzarono lo sguardo dai lacci delle scarpe e videro il pallone rimbalzare e videro il cielo. E così tutti lasciarono le cose che stavano facendo e iniziarono a correre dietro i bambini che rincorrevano il pallone. E tutto il paese correva e correva gridando di felicità. E queste grida che echeggiavano nel cielo, fecero fermare il vento e il paese così si poggiò su una vallata bellissima. E quando si fermò, uno dei bambini, in quell’attimo preciso, riuscì ad acciuffare il pallone, lo tenne stretto tra il fianco e il braccio e disse: “Ora giochiamo!”.
E da quel giorno, il paese non fu più smarrito e trovò un Riparo alle sue spalle e il Santo che avevano tanto Sperato. Da quel giorno i bambini ritornarono a giocare e a parlare e a chiedere quello che spettava loro. E i grandi, che avevano smesso di guardarsi i lacci delle scarpe, ripresero ad ascoltarli. La prima cosa che i bambini chiesero, fu di finire l’Incompiuta. Perché volevano un luogo dove giocare. Perché tutti i bambini del mondo, hanno il diritto di avere un luogo dove giocare e di non pensare mai che chiederlo sia inutile.

Tizianeda

L’amore al tempo del sud suddissimo

E’ venuto qui nella città sbilenca per la prima volta circa quindici anni fa. O forse venti. Tizianeda non ricorda. Lei con il tempo che scorre ha un rapporto strano. E’ venuto da una città lontana dalla sua. Una città che Tizianeda non c’è mai stata e tutti dicono sia bella, austera, elegante, aristocratica, educata e ordinata. E’ venuto un giorno e della città sbilenca si è innamorato. Perdutamente. Allora ha portato la sua barchetta a vela con cui andava per mare a Genova che è vicina alla sua di città. L’ha caricata sul portabagagli di una Fiat Panda. Ha attraversato strade circondate da un’Italia cangiante a ogni chilometro, l’ha piazzata sul mare del sud suddissimo e lì mentre imparava lo stesso mestiere di Tizianeda, non appena poteva, rinnovava il suo amore per questo posto strambo perdendosi con la barchetta tra onde e vento. Poi è partito, è andando all’estero, ha iniziato a lavorare per un’organizzazione internazionale, in posti dove nessuno ci vorrebbe andare, perché la lontananza perché la solitudine, perché il clima, perché abitudini diverse, perché devi essere bravissimo e preparato, perché in fondo una vita così deve andare d’accordo con quello che sei.
In queste settimane l’amico, che si è preso un periodo di pausa dal suo vagare, ché tanto non ha fretta, è ritornato nella città sbilenca. Così per nostalgia, perché nei luoghi dell’anima si ritorna prima o poi. E sabato sera, nei 90 mq – che c’erano anche la zia Dada e lo zio Peppino con famigliola e i nonni che si festeggiava un compleanno e l’aria era carica di confusione e voci e grida e corse tra le stanze e bambini che interrompevano discorsi – c’era anche l’amico che ama la solitudine, che dalla sua vita è stato per una sera catapultato nel delirio di una famiglia allargata, meridionale, confusionaria.
Poi prima di andare via ha fatto la dichiarazione d’amore più bella che si possa fare a una persona. O a un luogo. “E’ che da voi ci sono una luce e dei colori unici. Anche il caos qui fa parte dell’arredo. E quando vado in giro e guardo gli orizzonti sul mare, li paragono tutti a questo dello Stretto e nessuno, nessuno regge il confronto…”.
Tizianeda lo sa che una cosa è vivere la quotidianità e le fatiche di un luogo e un’altra é starci per un po’ di tempo assorbendone il meglio. Ma sabato sera non si è voluta soffermare su questo. Perché ha provato una gioia piena nel sentire tanto amore per la sua città sbilenca, nel sentirla essere l’eletta di un uomo del nord nordissimo che tanto ha viaggiato. La città sbilenca eletta luogo dell’anima, come lo sono tanti altri per ognuno di noi. Perché non importa da dove vieni, chi sei, come sei stato educato o quale sia la tua cultura. Con i luoghi come con le persone l’amore succede così, all’improvviso. Ed è un’alchimia misteriosa e insondabile. E’ un’alchimia della nostalgia e del ritorno.

Un saluto allegro e innamoratevi!

Tizianeda

Fughe, attese e il cappello di paglia

I quattro della famigliola hanno lasciato i 90 mq, così, per due giorni. Hanno percorso in auto per due ore le strade del sud suddissimo e sono giunti in una casetta di un paesello ordinato. Si sono fatti accogliere, coccolare, sfamare dai loro amici, perché a volte, hai proprio bisogno di questo fuggire. E così si sono incontrati con quest’altra famigliola che ha la casetta nel paesello, che era lì per qualche giorno, ma che vive dalla città più bella del mondo. Loro sono un papà, una mamma, un figlio di un anno più grande del novenne che parla tantissimo e una figlia che ha lo stesso nome della tredicenne, che di anni ne ha 12 e che, come la tredicenne, è nata nel mese di febbraio. Lì hanno passeggiato per borghi antichi che a ogni angolo c’erano panni stesi con sapienza, a sventolare nell’aria. Tizianeda a guardare quell’attesa di stoffe e acqua e quella quieta bellezza, ci sarebbe stata ore, ché solo nei posti di un antico surreale si vedono cose così.
Sono anche stati in un luogo che c’è il mare di cristallo e si mangia il gelato più buono del mondo. Lì Tizianeda ha acquistato un cappello di paglia vera con le falde larghissime. Lo ha acquistato e indossato immediatamente, come una turista che viene da lontano lontano a godere delle bellezze rigogliose del sud assolato. E si è sentita un po’ più svedese e un po’ meno hobbit, con questo cappellone magico sulla testa, con questo accessorio dal potere trasfigurante. Un po’ Jacqueline Kennedy glamour come lei non è e non sarà mai.
E mentre vagolava vicina al mare placido e sereno, ha pensato che ogni donna dovrebbe regalarsi un cappello di paglia vera con le falde larghissime a proteggerla, a lasciare che gli occhi stiano spalancati sul mondo fuori che gira con il suo fare insolito e bizzarro. Lo dovrebbero avere le bambine e le ragazze e le donne mature e quelle che il tempo gli è passato tanto. Tutte a indossarlo quando gli pare, a sentirsi protette e tutte un po’ sorelle. Così , come in una magia, sapersi vere e leggere. Le più giovani a ricordare lo stupore di una vita in divenire, l’impaccio di un corpo che cambia e che sperimenta, le più grandi a comprendere e insegnare con la forza accogliente di chi la vita l’ha conosciuta, con la pazienza e la clemenza di chi ha guardato i propri limiti e mancanze e quelle con millemila rughe sul volto, a preservare la memoria di un passato che non c’è più e così farne dono. Ciascuna a regalare alle altre qualcosa di sé e nessuna, nessuna a giudicarsi. E tutte a cercare di capire anche le distanze, così inevitabili e leggerle quelle distanze, decodificarle come un messaggio segreto, una formula magica, un rito antico, senza ragionarsi addosso, classificarsi, imbrigliarsi in schemi arrivati chissà da dove e chissà da chi.
Così tra passeggiate, visioni, chiacchiere e pensieri, i due giorni sono trascorsi veloci. La famigliola è ritornata nella città sbilenca con la vita da sbrigare e un cappello di paglia vera con le falde larghe in più.

Tizianeda

Un fine settimana di bellezza e una certa agitazione (ma da oggi)

E ne avevano proprio bisogno, i quattro della famigliola, di aria, spazi larghi e profumati, orizzonti da scrutare in profondità, sole e colori. Così in questo fine settimana un po’ più lungo degli altri sono stati un giorno in una località marina, una delle tante del loro sud suddissimo dalla bellezza irreale, come i luoghi che non esistono. Sono stati a casa di amici che da lì scendi su una spiaggia che il mare ha smangiucchiato paziente e irremovibile e ci sono rocce piatte inzuppate di alghe e sale che ci cammini sopra e ti bagni i piedi, che il cielo ti cade addosso, il sole fa sbrilluccicare le onde e si ritorna tutti un po’ bambini, forse per la salsedine che ti entra nei polmoni e nei pensieri. E i bambini, quelli veri, Tizianeda li ha visti scorrazzare liberi e felici, compreso il novenne che anarchico e indifferente allo stile come è, è rimasto in maglietta e mutande che tanto al mare di come è vestito non importa nulla.
Poi, visto che il sud suddissimo è multiforme, e oltre al mare tiene dentro il suo cuore montagne dalla bellezza polposa, domenica tutta la famigliola al completo, ha percorso strade tortuose per salire su su, più vicini a quel cielo dall’azzurro invadente, ospite ancora di amici. E percorrere quelle strade circondate di verde e colori, non è un semplice spostarsi per raggiungere una meta, è di più, è un’esperienza gioiosa dei sensi. Perché mentre sali ed entri nel fitto dell’Aspromonte, da un lato vedi il mare che da lì sembra una salitona blu e vedi il Vulcano poggiato sopra, che è gigantesco e bonario. Poi un po’ più in là, se il cielo e l’aria intorno vogliono, vedi le sagome silenziose di tante isole ed è un continuo dire: ooh, aah, che meraviglia, guardate. E poi ora che è primavera, a circondare la strada ondivaga che sale verso il cielo, a puntellare gli alberi e il verde, ci sono fiori di cui non sai il nome, almeno non di tutti, ma che ti assalgono di profumo e colori e giallo e viola e lilla e fucsia e spuntano dalle rocce, dall’erba alta della primavera, dal ciglio della strada, pendono dai rami e pensi davvero che la felicità è tutta lì, è in quegli attimi di bellezza che vorresti fermare.

Oggi invece si ricomincia, ognuno ai propri posti di combattimento. La settimana sarà piena di vite da incastrare, di pezzi da far combaciare e poi Tizianeda dovrà anche concentrarsi su una cosa tutta nuova che ha deciso di fare da un po’. Non da sola che le cose importanti è bello farle coinvolgendo chi ti piace. E’ un progetto intimamente legato a questo blog, alle parole che ci sono dentro e ai sentimenti e alle emozioni. E’ uno spettacolo, una perfomance, un reading, boh, Tizianeda non lo sa definire e un titolo vero, ora che ci pensa, non gliel’ha ancora dato. Sa che sarà sabato e sarà una prova, una specie di puntata zero. Sa che inizia a sentire una certa agitazione.

Buon inizio settimana e riempitevi i polmoni di bellezza ché poi gli incastri riescono meglio.

Tizianeda

Patologie irreversibili ovvero O.T.V.T.P.D.M.

La ormai quasi tredicenne è appassionata di fumetti Manga, le storie giapponesi che si leggono partendo dall’ultima pagina per risalire alla prima. Ne è talmente affascinata, che vuole imparare a disegnarli. Si è fatta regalare un libro che spiega i primi rudimenti e si esercita. Il Novenne , continua nel suo sogno: un giorno diventerà ideatore di videogiochi della Nintendo, che si trova in Giappone.
Tizianeda, già se li immagina i suoi figli in quell’altro pianeta chiamato Giappone a inseguire le loro aspirazioni. “Non vi preoccupate, la mamma verrà a trovarvi con le cose buone del nostro sud…altrimenti che mamma meridionale sarei…”.
Ché le mamme del sud suddissimo, geneticamente avvezze alla migranza dei figli, soffrono da secoli della sindrome incurabile-irreversibile O.T.V.T.P.D.M. (Ovunque Tu Vada Ti Porterò Da Mangiare) . E se non può essere la madre a recare in dono come i Re Magi prelibatezze assortite, ci penseranno le spedizioni postali. Che i cieli e le strade e i mari sono pieni di pacchi di madri meridionali che viaggiano. Da decenni e decenni, viaggiano le soppressate, viaggiano i formaggi, viaggiano le conserve di ogni tipo e forma, pomodori e melanzane sott’olio, viaggiano peperoni ripieni e parmigiane, viaggiano le olive schiacciate, le annone che solo qui giù ci sono e hanno le vitamine come le arance e i mandarini. Così il cibo del sud suddissimo finisce per colonizzare il mondo, perché una volta giunte le scatole delle meraviglie nei posti lontani, una volta aperte come reliquie sacre, una volta contemplate con gli occhi sbarruati, vengono mangiate dai figli migranti, dagli amici dei figli migranti e dagli amici degli amici dei figli migranti che ormai stanno sviluppando forme gravi e irreversibili di dipendenza da soppressata e simili.
Pare che il fenomeno stia assumendo una tale estensione endemica che in diverse parti del mondo si iniziano a vedere affissi cartelli del tipo: si affitta solo ai figli di madri meridionali.

Tizianeda

Tuia

Ora vi racconto una storia. La storia di Iaia e Turi. La storia di una donna, di un uomo e della terra.
Iaia, che ha la pella scura, le linee del viso impastate di roccia corteccia lupa fuoco, che ha i capelli impervi chiusi in una crocchia, gli occhi neri che friniscono, che la guardi e appare improvvisa una donna dei primi del novecento, di quelle nascoste con la loro anima selvaggia tra le sperdute lande del nostro sud suddissimo. Con lei Turi il suo compagno, dagli occhi azzurri, eleganti, che ridono gentili, i tratti delicati come quelli di un antico nobile austro-ungarico, i baffi lunghi e il pizzetto, le mani bianche che si muovono placide, come le parole che escono calme e si armonizzano con il suono passionale della voce di Iaia.
Lei è Milanese, lui è Calabrese.
Due artisti che a Milano usavano l’arte per curare le anime perse. Milano il luogo del lavoro, della quotidianità, delle abitudini, degli amici. Milano che volevano lasciare, senza allontanarsene troppo. Poi è successo l’imprevedibile, perché la vita è così, devia all’improvviso, come fanno gli spiriti originali, poco allineati. E’ successo che il padre di Turi ha sottratto alla morte il potere di distribuire i beni ai figli. Lo ha fatto lui, quando ancora era in tempo per osservarli. A Turi è toccata la terra , un bosco, gli uliveti, un ruscello del sud suddissimo e una baracca lì in quel luogo sperduto. Così il padre facendo un dispetto alla morte, ha ridisegnato due destini.
Iaia e Turi sono approdati in Calabria, per vederla questa terra che, come un bambino abbandonato sull’uscio di una chiesa, non potevano ignorare. E lì, è successo il prodigio di quando arrivi in un luogo mai visto prima e per la prima volta ti riconosci, chè il racconto della tua anima scorre tra quegli alberi, quell’acqua, quel cielo prepotente, il vento, il silenzio, il canto della natura.
Questo ha sentito Iaia, milanese, lombarda del nord nordissimo, incontrando la terra calda e selvaggia e indomita della Calabria. L’isola nella quale approdare. Così iaia ha ripercorso con Turi – trascinato dalla ostinazione di lei e da quell’amore fulminante con la terra che, no, lui non poteva contrastare – una migrazione al contrario. Hanno costruito una casa in mezzo alla terra, un po’ alla volta e poi la Calabria è diventata il luogo della quotidianità. Da quattordici anni ormai.
Iaia e Turi che oggi vivono della loro arte, creando con la pazienza che solo l’amore sa, oggetti bellissimi con elementi naturali, a cui hanno dato il nome “Tuia”, dall’unione dei loro nomi ma che è anche una pianta rigogliosa. E poi sono i cantastorie di quelle lande per trasmettere agli altri, con il loro fiato e la loro musica, la luce che hanno dentro.
E ora che ho conosciuto questa storia straordinaria, presto tornerò da Iaia e Turi che mi aspettano nella casa costruita da loro, con la tavola apparecchiata, un bicchiere di vino, del pane buono, e un piatto caldo e saporito preparato “stranghiando” unendo in una grande padella, per creare tra di loro un tutt’uno armonioso di sapori, gli ingredienti precedentemente cotti con tempi e procedimenti differenti. Come succede negli incontri felici, dove ognuno porta con sé la ricchezza della propria storia aggiungendo bellezza alla storia dell’altro.

Tizianeda

Inizia l’avventura

“Allora Tizianeda, ci vediamo alle 4 del pomeriggio a Piazza Castello”
“Ok perfetto, a più tardi”.
La nuova avventura di Tizianeda, è iniziata mercoledì pomeriggio, dentro l’abitacolo della macchina sulla quale è entrata. Ad aspettarla Domenico e Laura. Poi insieme sono andati sotto casa di Josephine perché viaggiasse con loro e poi ancora a raccogliere un’altra entusiasta presenza femminile. E a Tizianeda è sembrato sorprendente trovarsi dentro una macchina così affollata e non per la presenza di bambini, giocattoli, bottiglie d’acqua, zainetti, biscotti sbriciolati, fazzoletti di carta con reperti fossilizzati, e varie amenità pediatriche.
Lei, che è stata coinvolta da Domenico, Josephine e Laura, perché nella sua vita multitasking è anche una blogger. Così sarà la tastiera narrante del festival che si chiama “Cunta e Canta”. Un festival in movimento, per le lande del suo sud suddissimo. E così succederà che ogni tanto, insieme a questi ragazzi (tutti più giovani di lei) – a questi quattro folli visionari, che viaggiano con i pensieri a una velocità sorprendente per le consunte cellule sinaptiche di Tizianeda, che sono una esplosione di idee e progetti e che hanno uno sguardo positivo e propositivo verso la vita – insomma succederà che Tizianeda, insieme a loro che sono gli inventori e organizzatori del festival, andrà per i paeselli dove troverà persone e le loro storie, ma anche le tradizioni la bellezza dei luoghi e dei volti e vedrà e ascolterà e poi scriverà, qui nel suo blog o direttamente sulla pagina facebook che si chiama come il festival, di questo gioco serissimo in movimento.
E con loro pochi giorni fa, è approdata in un paese che si chiama Rosarno, è entrata in una piazza dove c’erano microfoni, altoparlanti, tante sedie bianche, cavi che serpeggiavano tra i piedi, voci, freddo, un cielo prima azzurro e poi blu, sorrisi, musica, danze di paesi lontani, mani da stringere e storie straordinarie.
Perché quella sera a Rosarno, come in molte città d’italia si celebrava “La notte del lavoro narrato”, attraverso i racconti di donne e uomini appassionati.
Lì Tizianeda ha conosciuto Angelo, che è un giornalista e che attraverso il teatro aiuta i ragazzi e le ragazze a ritrovarsi, Letizia che con le prugne fa cosmetici e ha talmente entusiasmo che quando parla sembra che salti e batta le mani dalla felicità, Khadim che viene dal Senegal e a Rosarno raccoglie le arance e gioca in una squadra di calcio fortissima di cui è il capitano e te lo racconta con voce calma e timida. Ha ascoltato Tony, innamorato del polistirolo e delle sue macchine innovative che riuscirebbe a vendere anche nelle Isole Figi o nella Kamchatka, e che bacia prima di impacchettarle e spedirle in posti lontani. Ha sentito Domenico che trasforma i pampers in banchi scolastici. E poi ha ascoltato Iaia e Tury con meraviglia e stupore e sarebbe stata lì con loro fino allo sfinimento (di Iaia e Tury). Ma questa storia, la storia di questa donna e questo uomo che da Milano sono approdati nel sud suddissimo, questa storia d’amore folgorante e insolito degno di una terra capovolta, ve la racconterò, ma non ora. Ora vi chiedo la pazienza di aspettarla.

Tizianeda