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Ogni mercoledì sera

Ogni mercoledì sera, salgo su una nave, che mi porta a casa. Il tempo si ferma, il mare sparisce, le voci attorno sono un teatro, le montagne si allargano piano. C’è un nero fuori che è quieto e le onde si muovono sotto i piedi.
Sulla nave del mercoledì sera, sto zitta, insieme al mare, che sembra sparire. E spariscono i pensieri dentro il nero mare che contiene la nave, che contiene me.
Ogni mercoledì sera, su quella nave, attraverso lo Stretto, che è un rimestio di voci e le sento mute e il tempo smette ed è ritorno.
E so che questi attimi sono per la grazia che mi regala l’Isola. Di quando condivido insieme ad altri una passione accesa, seduta attorno a un tavolo nel centro del palco di un piccolo teatro a parlare di vita, in un mischiarsi di architettura e poesia. E forse, ogni mercoledì, lo sogno quell’uomo che è di un altro mondo e sa le parole che incantano e ci insegna suoni e costruzioni nuove, come è la costruzione di un amore. Ed è stupore, ed è lividi e fatica, per quel niente che è la preghiera del racconto, fatto di carne e di sputo nel buio di un teatro. Come il mare quando è notte.
E succede ogni mercoledì. Da due mesi. Dentro lezioni di scrittura drammaturgica, che pensavo “non ci riesco” e invece ci riesco. Alla fine ci riesco, ogni mercoledì.
Ed è questo che sento sulla nave che mi riporta a casa. Che va a dritta, e non ho più paura del mare che si nasconde e posso guardare le montagne che si allargano e vibro, con le onde che mi accompagnano. E’ un racconto imprevedibile questa vita, di lividi e stupore.

Tizianeda

Il Teatro e le Stagioni

Un po’ di tempo fa ho scritto un monologo. Poi ho chiesto a Silvana di leggerlo. Con Silvana, che è un’attrice dai capelli ricci e rossi e di una bellezza antica, ci siamo incontrate e ogni volta che riflettevamo sulle parole, il testo è stato limato, cambiato, riassemblato. Poi il monologo è stato letto da Christian, che è un regista. E un giorno, in un posto davanti al mare dove lo avevo incontrato per caso, Christian ha detto: “si fa”. E io che c’ho l’entusiasmo fisico, l’ho abbracciato e pure tanto. Silvana e Christian hanno un Teatro che si chiama Primo ed è a Villa San Giovanni, vicino la mia città sbilenca. Ha le poltroncine rosse, si può bere vino ed è un bel posto dove sostare.
“Se dici Eva”, che è il titolo del monologo che ho scritto, non è come i post lievi di questo blog, non è un diario autobiografico, e nel parlare di donne mostra il lato nascosto della luna. Sono felice che Eva avrà la voce, il corpo e l’intensità di Silvana e che a dirigerlo sarà un uomo dalla sensibilità rotonda. Perché questa è la cosa più femmina che io abbia mai scritto. E sono contenta che verrà la mamma vecchietta, che per l’occasione, ha detto, andrà prima dal parrucchiere, ma visto che è a maggio, non è sicura di arrivarci. Io ci confido, così come confido nella sua sordità senile, che non le farà sentire, per fortuna di entrambe, tutte le parole del testo.
Però se la mamma vecchietta aspetterà maggio, voi venite prima al Teatro Primo. Seguite, se potete, la stagione, che inizierà a novembre. Venite per diventare parte di quei luoghi del sud suddissimo che creano cultura e movimento. In primavera, poi, ci sarà Eva. Avrà qualcosa da dirvi anche lei.

Tizianeda

Le chiavi nel cruscotto e il male vero

“Sposo Errante, oggi pomeriggio mentre ero a teatro con il novenne, è successa una cosa bellissima, meravigliosa, incredibile, che ti fa sperare nell’umanità, ecc.ecc. …”
“Cosa Tizianeda?”
“Pensa, ho dimenticato le chiavi della macchina nel cruscotto, cioè proprio lì nella toppa e nessuno l’ha rubata!”
“…”
“Ma che fai non dici niente? Perché scuoti la testa, dove vai? La macchina era anche parcheggiata in una strada illuminata, poteva passare chiunque e prendersela, ma niente, l’hanno lasciata lì!”.
Tizianeda, ha il sospetto che lo sposo non abbia interpretato la situazione proprio come lei e forse si è preoccupato giusto un po’ per questa compagna che istiga al furto della sua autovettura e che dimentica di compiere gesti elementari, come staccare la chiave dal cruscotto della macchina, azionare l’antifurto e infilare l’oggetto nella borsa. Ma ve l’ho detto, ultimamente Tizianeda esercita la dimenticanza un po’ più del solito, che preoccupa il lucido Sposo errante.
La chiave nel cruscotto, Tizianeda, non l’aveva mai lasciata per così tanto tempo. Al massimo qualche minuto per poi tornare subito indietro sui suoi passi e così recuperarla. Saranno stati i discorsi lungo il tragitto con il novenne che l’hanno resa più assorta. Ché si è parlato di Don Chisciotte e del suo modo stralunato di percorrere le strade del mondo. Dei mulini a vento scambiati per mostri e il ragazzino le ha chiesto se contro “il male vero” ogni tanto, Don Chisciotte, combatteva. Tizianeda gli ha risposto che no, il male vero, quello che stravolge la tua vita, non lo incontrava mai, o forse era proprio il suo modo di essere così visionario e innocente che teneva lontano il male vero, spiazzandolo e disorientandolo, o semplicemente sfidandolo.
Perché a volte, quando il male vero arriva da qualche parte – e lui prima o poi arriva sempre da qualche parte – a infettare la bellezza ordinaria della vita e tu sai che c’è, anche se è lontano, l’unico modo per sfidarlo, l’unico modo per non arrenderti alla visione di tenebra che lui vuole iniettarti negli occhi e con cui vuole intossicarti i pensieri, l’unico modo è mantenere uno sguardo lucido e innocente. L’unico modo è quello di continuare ad attraversare la vita vibrando, l’unico modo è conservare quel po’ di grazia che ci salva. Conservare un ti voglio bene, un grazie, un prego, un per favore. Conservare un abbraccio, un sorriso, conservare le mani. Conservare il silenzio, la solitudine, conservare la libertà dei bambini. Conservare lo stupore, conservare uno sguardo che vede nel punto esatto di cosa o di chi. L’unico modo è avere passi, che  salgono sopra al male vero confondendolo, perché lo sentono incomprensibile ed estraneo, pur vedendolo in tutta la sua distanza mostruosa.
Forse è questo l’unico modo, o forse no, in fondo Tizianeda non ha risposte da lanciare in faccia, come la torta di un clown, al male vero.
Però sa che ieri pomeriggio, al teatro ha assistito a due spettacoli. Quello sul palco e quello dei bambini. E lì dentro, il male vero per un po’ è davvero ma davvero rimasto fuori, perché non invitato alla festa, come le streghe cattive delle fiabe. E forse per questo, ieri pomeriggio, nessuno ha osato rubare a Tizianeda l’auto, parcheggiata con le chiavi nel cruscotto, su una strada illuminata.

Tizianeda