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Controindicazioni

Ne ho bisogno. Perché è da un anno che invecchio  veloce, perché , anche se i figli crescono,  oggi, ancora, piango come una statua miracolata se guardo sullo schermo bambini che nascono tra le cosce delle donne. Che poi a me partorire non  è piaciuto affatto – con le mani addosso, il dolore, il sangue, l’utero fuori controllo –  ma quello che ne è venuto dopo con l’urgenza della cura,  ha ricucito le mattanze del mio corpo. Ne ho bisogno perché  la vita ha più controindicazioni di un farmaco,  roba da rinfilarsi nell’utero della madre e fare gli offesi. Ne ho bisogno perché è meglio rischiare e tentare, che rientrare da una porta progettata per uscire. Ne ho bisogno, perché sono stanca, perché i miei amici sono stanchi, perché un po’ tutti lo siamo, e lo sono i ragazzi e le ragazze anche se non si lamentano quanto noi adulti. Ne ho bisogno perché mia madre  ha le dita forti quando mi stringono il braccio per trattenermi a lei e io, invece, vado via, che c’ho le cose da fare e so che questa fretta un giorno la maledirò.  Perché non riesco a vedere il dopo anche se in ogni cosa che penso, invento, creo, il dopo è da qualche parte immaginato, come la fiducia dei bambini per gli adulti. Perché  i mandorli sono fioriti e la Calabria si strugge per noi che guardiamo altrove.   Ne ho bisogno perché sì, perché le cose finiscono, perché ci hanno levato da sotto il culo l’illusione delle certezze, la distrazione dall’impermanenza. Perché anche nei labirinti, l’uscita da qualche parte c’è, ma ci tocca esplorare le strade strette e sempre uguali, per trovarla. Ne ho bisogno  perché senza tenerezza, mi sembra di valere poco e di perdere molto e perché non mi sento tarata per lamenti e prefiche.  Perché la fragilità dell’umano, non indossa maschere, con quel  mistero rivelatore sui volti inconsapevoli,  che la tenerezza, come un antidoto al veleno, sa.

Tizianeda

Mamma passero

“Posso pettinarti i capelli, Tizianeda?”
“Davvero vuoi farlo, mamma vecchietta?”
“Sì”
“Va bene, domattina vengo e procediamo”
E così l’indomani ho attraversato il pianerottolo e sono andata da lei.
Ci somigliamo di più da quando indossiamo le mascherine, abbiamo lo stesso becco bianco. Metà umane metà uccelli. Mia madre mi fa sedere, porta spazzole, pettini e il ferrettino. Cazzo il ferrettino. Sono pronta, catapultata nel ritorno al passato. Noi bambine degli anni ’80 eravamo un po’ tutte così. Cento colpi di crespo e ferrettino. L’anarchia tricologica non era contemplata nel grande libro delle madri. La lascio fare. Lei mi ricorda di quando i miei capelli erano tanti, lunghi, ricci, neri, quasi blu di quanto erano neri e lucenti. Poi me li spazzolava, però. Quei capelli non ci sono più, mamma, le dico. E neanche quella ragazzina. E tante altre cose ancora, che a furia di fare buchi nelle suole, le ho seminate. Non si arrende. Spazzola, cambia riga, fa la frangia. Tanto il trend della pandemia è capellidimerda. Il crespo li valorizza. Ridiamo dentro ai becchi. Da quant’è che non ti bacio, mammina? Ecco ha finito, è l’ora del fermaglio. Non si capacita di quei riflessi rossi che ho in testa. Perché, mi chiede. Non so spiegartelo il perché. Perché è così, perché devo cambiare, altrimenti mi sento perduta, perché sono abitata da moltitudini e una di queste ha i riflessi rossi. E comunque ora il rosso è sbiadito, è piuttosto colore pandemia. Ci guardiamo allo specchio. Siamo carine, le dico, con questi becchi bianchi.
Lo so che volevi ritornare madre, pettinandomi, sentire che la vita non sfugge tutta, che c’è qualcosa che si può appuntare, come un ferrettino, tra i capelli, apparentemente domati.
Devo andare. Le moltitudini chiamano, mamma. Torna, mi dici. Piccola, sull’uscio, con il tuo corpo da passero. Torno, certo che torno, e poi giochiamo. Facciamo che tu sei la madre e che io sono la figlia.

Il disegno meraviglia è di Fabiana Canale

Tizianeda

Se una sera tanti uomini in un pub

“Ma cos’è questa confusione?”
“E’ pieno! Sono quasi tutti uomini. Cosa guardano nel maxi schermo? Santo cielo a tutto volume!”
“Ragazze andiamocene da un’altra parte, qui c’è troppo casino”
“Ma no, ci sediamo al bancone e poi dappertutto sarà come qui”
“Sì rimaniamo. E’ divertente. Possiamo fare un interessante studio antropologico”
“Guarda come sono carini, tutti attenti a guardare la partita”
“Anime semplici”
“Vabbè a me scappa la pipì, come faccio a passare in mezzo a tutti”
“Tranquilla vai, non ti noterebbero anche se passassi in mezzo a loro tutta nuda”
“Infatti, non li vedi come sono concentrati, teneri”
“E poi lo sai che sanno fare soltanto una cosa alla volta”
“Senta possiamo ordinare?”
“Magari, visto che tutti guardano la partita può portare prima a noi, tanto non se ne accorgono”
“Senti come gridano! Sono contenti. Guardali ha segnato la loro squadra”
“Gli basta poco, in fondo, per essere contenti”
“Che succede ora! Si stanno disperando … poverini”
“Ha pareggiato l’altra squadra (Sgrunt!)”
“Ah, grazie signor tifoso della squadra di calcio Juventus, mi dispiace”
“Ha detto il signor tifoso della squadra di calcio  Juventus che ha pareggiato l’altra squadra”
“Sì ho sentito”
“Cielo come urlano e gesticolano!”
“Facciamolo anche noi. Vediamo come ci si sente!”
“E ora che succede? Sono ammutoliti tutti”
“Sono tristi”
“Chiediamolo al signor tifoso della squadra di calcio Juventus…”

Tizianeda

Svuotare l’anima

Quando è tornato a casa, lei è andata incontro a lui, come solo le donne sanno fare. In quel modo unico. In quel modo morbido e silenzioso. Ha allargato le braccia e poi le ha cinte attorno al collo, appoggiando la  guancia alla sua. Un movimento che mi è sembrato di riconoscere, che mi è sembrato appartenermi. Lui ha sorriso e ha cinto la vita di quella ragazzina in punta di piedi. Io ero lì seduta sul lettone, con il computer acceso, in attesa che una storia arrivasse. Ho alzato lo sguardo e per incanto le parole hanno avvolto quel padre e quella figlia che si abbracciavano. Lui stringeva la figlia e abbracciando lei, stringeva in un viaggio nel tempo e nello spazio la madre che l’aveva generata. Lei, la ragazzina che abbracciava il padre, in quell’attimo intimo avvolgeva gli uomini che un giorno avrebbe amato. E c’era questo presente fugace, c’era il passato madre e un futuro da aspettare. Tutto sembrava lì immobile, in quell’ immagine, come un prodigio.
E mi è quasi venuto da piangere ché la vita, a volte, ti fa questo effetto strano. E la bellezza quando ti esplode davanti e sai che non hai fatto nulla per meritarla, ti commuove. Almeno a me succede così. Come l’amore ché anche quello, mica te lo meriti. Quello ti arriva e basta, anche se sei un essere umano piccino, pieno di limiti e piccolezze e pesi e troppi silenzi sparsi nell’anima. E però se arriva, sì se l’amore arriva così addosso come la pioggia, è perché c’è sempre qualcosa di unico e straordinario da salvare dentro di noi. E insomma tutto questo, ogni volta, mi emoziona. E come ho spiegato a un amico – per non terrorizzarlo di avere innanzi un essere irrazionale, emotivo e perlopiù incomprensibile –  a noi femmine, esplode improvvisa, l’urgenza di svuotare l’anima. E lo facciamo così, senza troppi convenevoli, trabocchiamo. E forse traboccando riempiamo questa vita imperscrutabile e sfuggente, di quel tanto di umanità intima che ci salva.

Tizianeda

Quella cosa lì

L’altro giorno c’era un signore vestito di bianco con delle scarpe vecchie vecchie, che sicuro hanno un buco sotto, che se saltella su una pozzanghera gli si bagnano le calze. Un signore con le mani sorridenti, circondato da tipi strani, alcuni pure torvi, che tanto lui non li ascolta. Ecco l’altro giorno questo signore che sembra una mamma, insomma ha detto che no, non dobbiamo avere paura . Non però dei mostri intergalattici, degli zombi, del buio, dei film dell’orrore, di Dracula, delle puzzette, delle montagne russe , delle punture, dei ragni, o delle smorfie di quando si girano gli occhi all’indietro e si contorce la bocca. No perché questa mamma non parlava ai bambini quel giorno. Lui il tipo vestito di bianco con le scarpe consunte, parlava ai non più bambini. Questo signore vestito di bianco, che piace persino a quella riottosa e diffidente di Tizianeda, ha detto a tutti gli adulti imbalsamati di non avere paura di quella cosa lì che spesso non la vedi. Perché sei preso da mille rivoli che corrono veloci, cose da grandi o hai un pensiero che proprio dalla testa non si leva o sei distratto da tutta quella roba sbriluccicante ed inutile, occupato a far la guerra con qualcuno o a parlarti addosso. E però se sei così, finisce che questa cosa qui, che è immensa come tutte le gioie minute della vita, la perdi , come una stella cometa che passa una volta ogni mille anni e tu invece guardavi a terra o solo sbadigliavi. Questa cosa qui, che è come il solletico o una risata allegra o una carezza che non ti aspetti o una foto che trovi per caso, di quando eri ragazzetta, di quando si usavano i capelli cotonati e le spalline attaccate alle giacche con il feltro. Questa cosa qui, che il signore vestito come una mamma indaffarata nelle faccende di casa, ha chiamato tenerezza.
Come quella che Tizianeda ha provato quando un bambino di sette anni l’ha chiamata sul cellulare, da casa, e che importa se lei si trovava in un ufficio in mezzo a carte da acquisire e gente concentrata. E tra un sì, dei grazie e qualche firma, Tizianeda lo ha dovuto ascoltare, perché quel settenne non ti dà scampo. Ha dovuto ascoltare il minore di casa preso tra due “e” che se gli metti sopra l’accento cambia tutto. Ha dovuto ascoltare la ventina di esempi diligentemente imparati, per poi sperticarsi in lodi e appellativi stucchevoli – “amore mio, tesoro del mio cuore, gioia sei bravissimo” – incurante o forse solo dimentica degli sguardi stupiti dei presenti.
O l’altra sera quando la undicenne le ha preparato un bigliettino sobrio, grande quanto un tappeto persiano nel salone di un Marajà , in cui per farsi revocare una punizione, per lei sa cosa, le ha scritto una poesia, dicendole che era ironica bella e divertente. E questo è bastato a Tizianeda, anche se sa che per una bambina nel pieno della preadolescenza, con le unghie smaltate ma le mani sporche di inchiostro, la mamma fata turchina, dopo pochi minuti, può ritornare ad essere la strega cattiva di Hansel e Gretel.
E poi c’è l’abbraccio di un’amica, lo Sposo errante che ti chiama “così solo per sentirti”, un messaggio affettuoso, una richiesta di aiuto, una telefonata.
Piccoli attimi di bellezza innocente, che però colorano e pure un bel po’ la vita di Tizianeda, facendola sentire vera, salda e forte.

Tizianeda