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Mangia, prega, stira

La mamma vecchietta, da quando suo marito, cioè mio padre, da due mesi esatti e precisi, ha smesso di essere battito e respiro, si è fatta ancora più vecchietta. Tanto che a noi fratelli, i suoi figli, sembra più bambina che vecchietta. Da proteggere, ma non troppo.
La mamma vecchietta, abita le stanze della sua casa, per la prima volta, dopo cinquanta anni, sola.
Dentro la casa, la mamma vecchietta è un po’ più piccola, un po’ più accartocciata e forse anche a lei le stanze appaiono enormi, i soffitti alti, le finestre fino al cielo, le mensole inarrivabili.
Se la cava, tuttavia, anche se pare, da come fa intendere, che suo marito svolgesse il novantanove per cento delle attività familiari.
“Mamma vecchietta, ma tu, che minchia facevi?”, le ho chiesto un giorno e lei ha sorriso, che non è poco di questi tempi mesti. Non l’ho capito, tuttavia.
Però, stira. La mamma vecchietta stira tutto, da sempre. Le lenzuola, i fazzoletti, le camicie, le mutande, gli strofinacci, le gonne, i golfini, le sciarpe, le pezze, le tovaglie, le federe, le fodere e tutto lo stirabile possibile. Che non è poco in un mondo per lo più stropicciato.
Stira quando sta bene, stira quando è incazzata, stira quando deve pensare, stira quando è triste, se la malinconia persiste, se i cinquant’anni di vita insieme si appoggiano troppo pesanti sull’assenza. Stira, così come un solitario monaco zen medita.
Mangia (poco), prega (molto), stira (assai).
E lo fa dentro la sua casa, che abita da cinquant’anni e che da due mesi, le sembra troppo grande e i panni da stirare troppo pochi.

Tizianeda

Filastrocca delle parole che non trovo

Dentro di me ci sono parole
Lettere arrese e lettere al sole
Una carezza, un bacio furtivo
Questi miei occhi che guardo e che scrivo
Dentro di me c’è fegato e cuore
Ci sono polmoni c’è a tratti rumore
C’è un silenzio cercato
Un altro che è andato
Che a volte anche questo bisogna lasciare
Per fare poi spazio
Per potere più dare
Dentro di me c’è un campo minato
In ogni involucro un respiro di fiato
Nessun fragore nessun boato
Che a urlare c’è il fuori, improvviso, infuriato
Dentro di me ricerco parole
Perché c’è un tempo, un posto, un dolore
Ma ora non so dove andare a cercare
E allora sto ferma ed è meglio aspettare
Stringo negli occhi questo tempo affannato
La solitudine è un lavoro di fiato.
Fuori di me c’è un mistero di specchi
E se devo trovare le benedette parole
Per potermi guardare per potermi salvare
Perché la vita è soltanto un pretesto
Cerco nel pozzo la mia parte fragrante
Ché lì trovo amore, e mi faccio guidare.

Tizianeda

La toppa sul cuore

L’ha riportata, esattamente dopo un anno. Mi aveva chiesto di dargliela, per trovare una soluzione al pasticcio che avevo combinato. Che in un attacco di casalinghitudine avevo deciso di stirarla. Mai stirare una camicetta nuova, quando sei stanca e inadeguata in certe pratiche. Ho bruciato il primo pezzo di stoffa su cui si è poggiato il ferro troppo rovente. All’altezza del cuore, la mia camicetta color rubino si è rappresa, sfrigolando come un dolore improvviso. Così gliel’ho consegnata, dimenticandola, rassegnandomi alla perdita, certa che una soluzione a quel guaio non l’avrebbe trovato. E’ passato un anno e invece la camicetta è rispuntata con quel colore che sa di felicità. Era raggomitolata dentro un sacchetto di plastica. L’ho sfilata, infilando la mano nel suo contenitore provvisorio. Sembravo il mago pronto a far stupire. Ma la magia non sono stata io a crearla, sono state le mani di Olivia, che nel tempo delle attese hanno ricoperto la ferita della camicetta. Una ferita che non si poteva guarire, ma in qualche modo si poteva consolare. L’offesa, era stata coperta da un pezzo di stoffa azzurro, ritagliato a forma di cuore. Un lavoro imperfetto, a dire il vero, proprio come l’amore che non è in grado di cancellare quel che è, ma che sa essere forte presenza, consolazione delicata, inaspettato gioco di prestigio, una toppa all’altezza del cuore.
E’ così che speri anche nella vita, a volte. Che succeda un prodigio, un gesto piccolo e imperfetto, una magia che spunta da un sacchetto anonimo, un fare che avevi smesso di aspettare per dimenticanza o per rassegnazione, o altro, chissà. Una toppa imperfetta all’altezza del cuore, un gesto d’amore che non può annullare le ferite, ma che le sa coprire come una consolazione, come una madre che rimbocca le coperte, anche se fa caldo.
Domani la indosso questa camicetta felice e non la stiro più, ché poi a furia di mettere toppe mi diventa una coperta patchwork. La indosso con il suo cuore bizzarro, all’altezza del mio cuore, la indosso a rimboccare le coperte della tristezza di questi ultimi dolorosi giorni, mannaggia a loro.

p.s.: la nonna santa Gina, la nonna delle polpette al sugo patrimonio dell’umanità, la mamma dello sposo ormai presente e un tempo errante, si è dileguata da noi umani. Volevo dirvelo, perché lei è stata pezzo importante di questo blog e della vita mia e di molti suoi protagonisti. Il fatto che non ci sia più, mi infastidisce un bel po’. Questo post è per lei.

Tizianeda

Se la tristezza mi vuole abitare

Ieri Tizianeda è andata al cinema con i suoi fratelli e la prole. Proiettavano un film animato che si intitola “Inside out”, che parla delle emozioni che tutti noi proviamo. Tra queste la tristezza, che nel mondo magico dei cartoni ha la forma di una ragazzina dall’aria sfigata, introversa, timida e ovviamente te ne innamori subito. Non vi parlerà del film che rivaluta questa emozione qui, in una società in cui tutti ci sforziamo di apparire sempre felici e gaudenti. Così in onore della nerdissima tristezza vi lancio una filastrocca. E chiedo perdono a chi le filastrocche le scrive veramente. Questa è solo un gioco.

Se la tristezza mi vuole abitare
Io sarò qui a lasciarla fare
Ché la tristezza la voglio abbracciare
Per imparare a consolare
Se la ricopro di delicatezza
Lieve sarà, una carezza
Lenta cammina nel mondo che va
Lo riconosce, lo sente, lo sa
E se per strada la gioia lei incontra
La prende per mano, le apre una porta
Così la gioia si porta nel cuore
Quel po’ di tristezza che cambia l’umore
Perché la gioia senza tristezza
Non può provare la tenerezza.

Un saluto allegro a tutti voi. E buon inizio settimana!

Tizianeda

E sarà bello

Ehi ciao. Come va? Che periodo questo. Vero? Cose che accadono. Non tutte ci piacciono. Anzi alcune sono una gran bella schifezza. Ma per me è diverso, per me che la resilienza l’ho capita subito e imparata presto. Tu lo sai. Sarà che sono donna o è la visione della vita che è differente che mi porta a cercare la bellezza, incessantemente, anche nelle pieghe di bruttezza e nelle stanze buie. A cercare parole come coperte che consolano.
Questo tuo viaggiare, da un po’, ti è diventato pesante come un cappotto stretto indossato fuori stagione. Non sempre i treni continuano verso la direzione che ci sembra giusta, che ci piace. A volte deviano mentre siamo sopra in corsa.
Io sono chi resta nei 90 mq a sbrogliare la giornata, a compattare il tempo. Tu sei chi  sa l’alba. E’ più difficile per te o più facile? Non importa in fondo. E’ così.
Io  quella che  rimesta nei cassetti a cercare risposte e visioni. Tu che sei i piedi per terra, tu che sei a fuoco e irremovibile come roccia, come tu sai, come a volte quasi mi spaventa. Però io che sono qui e incoraggio e rido e ballo sfrontata sul filo del funambolo che oscilla e vibra, che ondeggio il corpo e i pensieri, sai io a volte ho paura. Non per te, troverai il modo di sorprendermi anche in questo tempo qui incerto. Io lo so. Ho paura di questi miei progetti che tu sai, in questo spazio con contorni nuovi, e che non so dove mi porteranno. E’ che a volte il mondo sembra immenso. Ma il più delle volte fin troppo piccolo. E allora continuo pensando a questi ultimi tre anni che mi hanno salvato restituendomi la mia essenza. No, non è stata solo la scrittura, questo uscire dalla tana mostrando il volto e la voce senza troppi pudori. C’è stato altro e tu lo sai. C’è stata, come c’è da sempre la fame di vita, c’è stato che ho chiamato per nome i lupi nascosti nel bosco. E poi c’è, da un quando e un dove che non so, la voglia incessante e vorace di sapere come questa immensa e prodigiosa storia andrà a finire.
Ora ti saluto. Gli incastri sai. Poi un giorno di questi lo prendo io un treno all’alba. Vado via due giorni da mia cugina che mi reclama da troppo tempo. Sì per due giorni voglio essere solo cugina. Per due giorni smetto di essere quotidianità. Poi ritorno da voi e sarà bello, come sono belli i vostri sorrisi.

Tizianeda

Quando le parole vanno via

E insomma è successo. E’ successo che Tizianeda aveva un mucchio di avvenimenti da raccontare, un mucchio di emozioni, incontri, progetti, persone. Poi però, quando è arrivato il momento di dare loro un suono attraverso le parole, queste non si sono fatte trovare. Scomparse, fuggite, volatilizzate, nascoste in qualche angolo silenzioso che Tizianeda non conosce. E così il post del lunedì non è arrivato e Tizianeda dinanzi allo schermo del pc ostinatamente bianco ha fatto spallucce, si è detta vabbè domani mattina cammino davanti al mare e tutto torna come prima. Ma niente, la parole non si sono presentate alla sua tavola apparecchiata e a Tizianeda le si è piazzata dentro un po’ di tristezza. O forse la tristezza c’era già prima, ché non sempre la vita fuori e dentro e intorno e lontana e vicina scorre come dovrebbe e lei che assorbe e contiene a volte rimane ammutolita. Però ha capito che quando gira così, un po’ bisogna portarsi pazienza e aspettare e aspettarsi. E così ha viaggiato in questa attesa dinamica che è la sua quotidianità, in cui ha riflettuto, chiacchierato, ascoltato, consolato, parlato, in cui si è fatta consolare, in cui ha pensato a un mucchio di persone ché quello è il suo modo laico di pregare, in cui ha accarezzato con gli occhi il mare che ha un cuore grande e pulsante, un cuore dolorante e accogliente come il ventre di una madre, di un’accoglienza di cui abbiamo perso la memoria.

Ecco, questo è successo.

E così non vi ha potuto parlare della donna grande dalla voce calma che si chiama Francesca, che le ha prestato un metronomo antico, fidandosi senza averla mai vista prima, ma che conosceva Tizianeda attraverso il suo blog piccino piccino. E oggi Tizianeda le dice grazie, per lo stupore che le ha donato e per quest’oggetto così poetico che le ha prestato.
E non vi ha potuto parlare di Cristina, che le ha regalato il suo tempo e talento luminoso e il suo sguardo di Ameliè un po’ come il suo. E anche a lei dice grazie.
E di Emmegi, la sua amica tutta bella (grazie Emmegi!), che una domenica mattina ha ospitato nella veranda di casa sua, Tizianeda, Cristina, il novenne e il metronomo di Francesca, per realizzare… e no questo non ve lo posso proprio dire. Non adesso.
Ve lo racconterò prestissimo, però!

Intanto vi bacio tutti tutti.

Tizianeda

Chissàboh

Aggiornamenti.

– Lo Sposo Errante in questo fine settimana si è dedicato ad attività manuali-elettriche. Ha smontato prese, sistemato cavi e cavetti, cambiato interruttori in uno stato di trans e silenzio. Poi ha osservato il suo lavoro, ha pensato che era cosa buona e giusta e ha riposto gli attrezzi di Manny tutto fare nella cassetta. Le prese hanno ricominciato a funzionare e con una sincronia perfetta il campanello di casa ha smesso di suonare. Lui, lo sposo ha sostenuto fosse un’ incredibile coincidenza. L’elettricista convocato sui luoghi, ha sostenuto che qualcuno avesse manomesso e sabotato l’impianto.
– Gli esperti hanno sentenziato che il 19 gennaio è il “Blue Monday”, il giorno più triste dell’anno. Tizianeda non sa cosa abbia indotto gli esperti, porelli, a condurre uno studio così uggioso. Tizianeda pensa che la tristezza quando arriva arriva e buonanotte. E ci può essere un cielo fuori bellissimo e azzurro e profumato e tu non lo vedi mica se sei triste. La bellezza non la vedi se sei triste. O invece ci può essere un tempo cupo e giallo e grigio, ma se ti si pianta in mezzo un’allegrezza improvvisa per chissàboh, anche questo tempo qui, non si infila tra te e il buon’umore. Se sei in quello stato di grazia stupita, la bellezza la vedi anche sotto le suole delle scarpe. La puoi persino sentire nel il campanello di casa che riprende a funzionare nonostante le manomissioni di oscuri sabotatori.

Tizianeda

I dolori del giovane ottenne

Inquietudine notturna:

“Santo cielo ottenne…mi fai venire un infarto! Da quanto tempo sei così in piedi a un centimetro dalla mia faccia? E’ notte fonda… Vieni sotto le coperte e smettila di guardarmi in quel modo…”
“Non ti volevo disturbare mamma…”
“Sei più inquietante delle gemelle di Shining”
“Come mamma?”
“Niente tesoro, lascia perdere, dormi”

Primi pensieri del risveglio:

“Mamma ieri sera alla festa di compleanno della mia compagna, la bambina M. era bellissima. Aveva una gonna a fiori e una camicetta…era bellissima”.

All’uscita della scuola:

“Mamma sono disperato. La bambina M., mi ha detto che vuole che rimaniamo amici…e basta!!”

L’agitazione notturna e le esternazioni mattutine, nascondevano la determinazione del maschio piccolo di casa, a chiedere alla bambina M – quella che ha le ciglia lunghe lunghe che sembrano truccate e che da ormai due anni all’ottenne suscita sentimenti contemplativi e aritmie cardiache– di convertire la loro amicizia in qualcosa di unico ed esclusivo.
La bambina M. – che oltre ad avere le ciglia lunghe lunghe e così nere da sembrare truccate, è anche dotata di una timida dolcezza – a un secco no, forse per istinto femminile innato, ha preferito un più diplomatico “restiamo amici”, affermazione perentoria che risiede nella memoria storica di quasi tutti noi, nonostante molteplici tentativi di rimozione.
La diplomazia della bambina M. tuttavia, per l’ottenne ha avuto lo stesso effetto doloroso di una nota della maestra o di una punizione che prevede il sequestro dei video giochi.
E quando c’è un cuore infranto parte la maratona delle consolazioni.
Così sua sorella, notoriamente pragmatica gli ha detto: “Cambierà idea”.
Suo padre, che ha esplorato la terra ardua e perigliosa della timidezza: “hai comunque avuto il coraggio di chiederglielo. Bravo!”
Il suo amico del cuore G., opposto e completamento dell’ottenne, che non si perderebbe d’animo neanche dinanzi a un’invasione di draghi sputafuoco, che probabilmente troverebbe fighissima: “non ti preoccupare ti presento la mia amica”, di cui pare sia innamorato anche lui. Ma si sa che l’amicizia tra maschi comprende spesso la condivisione estrema (qui ci sarebbe da scrivere un trattato femminista, ma Tizianeda, in questo caso, a dispetto della coerenza, non ha avuto nulla da ridire).

E infine la madre dell’ottenne, sempre obbiettiva anche quando a essere coinvolti sono i suoi figli. Sempre sagace, capace di trovare le parole esatte, consolatorie ma misurate, che rifugge dal ruolo di madre chioccia iper-protettiva, sempre a favore della libertà di scelta, soddisfatta dinanzi a figure femminili così decise, che certo non perderebbe la lucidità di pensiero dinanzi agli occhi dalla bellezza scura di quel bambino ossuto, insomma infine la madre ha detto…
…Non ve lo posso dire cosa ha detto. Non sono stata autorizzata.

Un saluto allegro a tutti.

Tizianeda

Un abbraccio

Ci siamo abbracciate una settimana fa, dentro una serata festaiola, vicina al mare, con la musica e le lucine colorate, come quando eravamo insieme al Liceo, in quella classe abitata per cinque anni da ragazzetti confusi e inquieti –“Bellissima serata, mi sono divertita un casino, grazie” “Grazie a te Tizianeda per essere venuta, è sempre bello quando ci vediamo” “Vero”.
Poi è successo che ci siamo riabbracciate oggi, dopo otto giorni dall’ultima volta, di un abbraccio che senti ogni traccia pulsante dell’altro, fino al sangue che scorre dentro e fa battere il cuore. Di un abbraccio lungo, che dice aspetta, aspetta un po’ che mi riposo. Di un abbraccio che è una pausa, un attimo fermo. Ho abbracciato la mia compagnella di tanto tempo fa che aveva il fuoco dentro di chi guarda la vita e la attraversa determinata, ho abbracciato la studentessa universitaria che è andata lontano a studiare e non l’ho più vista per un po’. Ho abbracciato la donna indipendente che ho ritrovato dopo qualche anno e che mi ha accolta quando ero una mina vagante. Ho abbracciato lei il giorno delle sue nozze ed io ero lì felice con lo Sposo Errante di oggi. Ho abbracciato la mamma che è diventata, senza perdere la freschezza della ragazzetta. L’ho abbracciata oggi nella casa di sua madre che non c’è più, ma le ha lasciato il dono di continuare il disegno misterioso delle vite in divenire, come una brava atleta che passa la staffetta alla compagna di squadra senza esitare, per non farle sentire la paura.
L’ho abbracciata e lei ha abbracciato me, chè gli abbracci sono una porta d’ingresso discreta nella vita dell’altro e dicono quello che le parole non sanno dire.

Tizianeda

La tristezza ed il tavolo

Quando Tizianeda è triste triste, lei pensa ad un tavolo.
Perché, quando era una bambina dalla sensibilità complicata, e il mondo che le girava intorno infastidiva la sua fantasia anarchica, andava da quel tavolo scuro e solido della stanza da pranzo di casa, si accovacciava tra le sue gambe storte e scompariva . Seduta sopra il pavimento rosso, guardava i suoi pensieri che correvano veloci. Pensava indispettita ai grandi, alle loro vite strane con tante parole e troppe cose da fare.
Poi, si sa che quando si è bambini all’improvviso la rabbia e la tristezza passano e si dileguano. Allora lei usciva dalla sua tana domestica, per rientrare nel presente giocoso con i fratelli.
Quando Tizianeda è triste, ora che bambina non sarà mai più e se la deve cavare come un abile funambolo incosciente tra tante storie da tenere salde, tra il lavoro con dentro decisioni da prendere, scelte da fare persone da incontrare o con cui scontrasi, quando tutto questo le costa una fatica triste, lei pensa al suo tavolo di tanti anni fa, che fermava il tempo che era grande e solido come una nave solitaria nell’oceano, e che oggi ha perso la magia .
E allora aspetta che la tristezza passi, mentre attraversa vibrando la sua vita strana da adulto, con tante parole e troppe cose da fare.

Tizianeda