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Napoli suona

Napoli mi aspettava. Con le sue voci, per regalarmi lontananza e incanto, troppe volte sottratti in questo tempo di affanni. Pochi giorni, tre, dalla densità degli attimi esatti.
“Napoli suona”, mi ha detto Eleonora, che ha il cuore bambino di chi sa, con ardore semplice, condividere la felicità dei minuti, e ha l’insistenza delicata di chi sente che quello è il momento giusto per dirti di partire. E Napoli ha suonato. Lo fa per chi sa ascoltare. Ti ammalia, con la musica delle voci, gli odori, i vicoli, i panni stesi, le luci di presepe, lo zolfo, il tufo poroso come le ossa dei morti. Napoli è tanta e fantasiosa. Ha lo sguardo del disincanto di chi la strada l’ha raschiata con i piedi e ha la fame della terra nascosta che ribolle. Ho mangiato, visto, camminato con Eleonora e Luca, che a Napoli è nato e vissuto e ha una famiglia che è una conchiglia che ti fa accomodare dentro, con gli occhi commoventi di mamma Annamaria. In tre giorni, ho ascoltato storie di macchinette del caffè che scoppiano nelle case, di acqua e pozzi di un tempo figlio della povertà, di donne e teschi da ripulire e accomodare, per dare dignità ai morti senza nome di una città stratificata nel tufo. E poi il teatro tra strade e palazzi, nei bassi e nei vicoli. Che ogni angolo è uno sgranare di occhi, e un dimenticarsi del mare che ti porta solo nostalgia e la voglia di andartene. E invece a Napoli vorresti restare.
Napoli è stata anche lontananza. E’ stata dormire sola in un B&B. Ma questa è un’altra storia, che mi ha regalato altra gioia, altra pienezza. La gioia dell’abitarsi, la pienezza del bastarsi. Come ancora, su questo treno, che mi sta riportando a casa.

Tizianeda

Gesti dedicati

Michela è alla stazione. Ci aspetta, con il marito. E’ sorridente e colorata. Proprio lì, come in quella giornata di due anni fa, dove ci siamo viste per la prima volta e riconosciute, immediatamente. Ero andata per il libro “La medaglia del rovescio” a parlarne con i suoi alunni liceali, perlopiù ragazze. Un incontro indimenticabile, come la pasta e lenticchie che poi ha cucinato a casa sua, in onore della mia nonna Bianca. Le presento Eleonora, compagna di viaggi e di spettacolo. Siamo qui per questo. La sera rappresenteremo “Ho attraversato ridendo la terra capovolta… ma anche no”, con i suoi racconti molteplici. La giornata è luminosa e serena. Andiamo a casa di Michela, che ci ospita per la notte. E’ antica e piena. Ridondante direbbe lei. E’ nel centro di Nicastro, la piccola città dove è nata la mia nonna Ines, la nonna che amava la vita. Sarà forse questo il denominatore comune, che lega Michela, me ed Eleonora, questo amore. Sto bene, sono felice. Questo posto non mi è estraneo. Mi sento a casa. Respiro, in profondità. Anche Maya, il cane di Michela ci accoglie. Si fa amare, senza pudore. E’ una terapia per l’anima. Come la pasta con le melanzane e il vino, che Gino, suo marito ci versa nei bicchieri con generosità. Poi andiamo per le prove. Usciamo dal portone antico, attraversiamo la strada ed entriamo in un palazzo che una volta era un convento Domenicano, poi un liceo e oggi ospita il Sistema Bibliotecario Lametino. Proviamo i microfoni, sistemiamo gli elementi di scena, Eleonora risolve problemi tecnici, sfidando il pessimismo cosmico di un signore giunto sul luogo e poi andato via. C’è Ippolita, con il suo misto di innocenza bambina e profondità di visioni e parole. Ci scatta foto, ci inonda di gioia.
La sera lo spettacolo fiorisce. Nonostante i problemi tecnici (una mano decide di abbassare il volume da dove parte la musica e amen), le luci del salone, la processione fuori, le strade bloccate. La sala è piena. Si crea l’alchimia tra noi due e il pubblico. Quei misteri spiegabili, quelle relazioni potenti che funzionano e lo senti. Subito. Ci chiedono di ritornare, anche per gli assenti. Torneremo. Si torna sempre nei luoghi che sanno di pane e tulipani. E’ un richiamo di attesa e pazienza. Intanto si risale sul treno, per andare a casa, e poi partire ancora per altre mete da esplorare, dove si possono creare nuove alchimie… ma anche no, che servono anche le negazioni, o si fa in modo che insegnino qualcosa.
Porto con me ricordi amorevoli, e la sempre più forte percezione, che in questa vita tumultuosa e spesso dissonante, abbruttita dalla fatica di esistere, contino poche cose, le stesse da sempre. Sono quelle custodite nei gesti di attenzione amorevole, di tempo dedicato, per sé e per gli altri.

Tizianeda

Pensieri fioriti di marzo e un invito

Il ragazzino, vuole imparare a cucinare. Sa che l’aglio ha un’anima da estrarre, prima che l’olio bollente lo catturi per liberare i suoi profumi. Ha scoperto il prodigio alchemico della farina e dell’acqua. E’ orgoglioso della pasta e lenticchie che ha preparato. Un gesto custodito nelle dispense delle nonne e nella memoria, che viene tramandato come una mappa genetica. Il ragazzino, che un giorno, ha chiesto alla nonna santa Gina l’esatta procedura per la preparazione del sugo e Tizianeda sa che un po’ della loro umanità è dentro quelle ricette e nei gesti di mani, che sanno dire l’amore più delle parole. E Tizianeda lo guarda cucinare e non riesce a non pensare a quanto belli gli uomini siano in questo mantra del gesto, dell’accudimento e del piacere.

Una donna stanca in una sala d’aspetto che Tizianeda conosce, che è madre e moglie e lavora anche e tanto. Che è un corpo a cui tutti chiedono il sacrificio di scomporsi in mille piccoli pezzi, perché tutto sia perfetto, perché gli assetti vengano mantenuti, perché è giusto, dicono. E parlano, parlano lei e la donna. E Tizianeda le dice che no, che la glorificazione del sacrificio è un imbroglio. E vorrebbe parlare al suo cuore donna. E si abbracciano, si abbracciano tanto e Tizianeda vorrebbe portarsela nei suoi 90 mq e accudirla per un po’ e far cucinare per lei un buon piatto consolatorio dall’undicenne, come la “carbonara” che a loro piace tanto.

Un viaggio verso una città del nord, che dicono bellissima. Non da sola ma con la quindicenne, che se le dici partiamo, dopo cinque minuti ha la valigia pronta. Che Tizianeda quando si allontana, combatte con la stanziale provinciale che è in lei e si concentra per non distrarsi, per non dimenticare sciarpe e ombrelli sui sedili, per non far cadere oggetti che regge tra le mani, in un tripudio di ansia da prestazione e sindrome da Dea Kalì. Ma tanto è inutile, quella è la natura e le braccia sono due. E sua figlia sorride e le dice “sei un disastro”, con buona pace della donna imperfetta che è.

La donna imperfetta che sono. Le donne imperfette che sono in me, dentro questo mese di marzo, che è un mese di passaggio, di transizione, di fioriture di mandorli e mimose. E poi dentro c’è l’8 marzo, che a pensarci è un numero bellissimo. Una parola palindroma e duttile come le donne. Che se lo guardi riconosci morbidezze tue, se lo sdrai ti conduce nel gorgo inafferrabile dell’infinito, se lasci andare la cicatrice dell’apostrofo, diventa verbo, azione, corpo che attraversa l’aria con forza. E anche io l’otto marzo lotto. E così in tutti quei giorni in cui il riposo non sarà possibile. Per me, per tutte le donne dentro di me, per tutte le donne fuori e per gli uomini che amando le donne, inconsapevolmente, imparano ad amare se stessi.

P.s.: Oggi 3 marzo, presenterò il libro a Bergamo, nella saletta della Biblioteca “Gavezzani”. Se vi trovate da queste parti, o se siete lontani lontani ma sapete usare il teletrasporto per giungere rapidamente qui, sarò felice della vostra presenza.

bergamo

Tizianeda

La motociclettista imperfetta

Si sono dati appuntamento agli imbarchi delle navi che transitano verso la Sicilia e che poi tornano indietro in un via vai acquoso infinito. Alcuni erano con il passeggero, altri soli. Tutti nei loro perfetti e seri completi tecnici. Tutti tranne una, con un abbigliamento raffazzonato all’ultimo. “Non è colpa mia se le lobby internazionali dell’abbigliamento per motociclettiste non considerano quelle dal metro e settanta in giù … molto in giù vabbe’”.
Perché lo Sposo ormai Presente e Tizianeda, hanno fatto una gita in sella alla loro Enduro vintage, insieme ad altri veri motociclettisti. Erano stati invitati da amici che di moto e motori se ne intendono, per passione e lavoro.
Tizianeda – che non ha avuto il tempo e la concentrazione di sapere quale fosse la destinazione e il tragitto, che ha azionato la sua labile memoria selettiva – ha incamerato solo due dati essenziali: Sicilia e cannoli. Tanto le bastava per partire con entusiasmo e cercare, in pochi minuti, nell’armadio lo scafandro inguardabile per non patire il freddo. Le bastava sapere che era con tanti motociclettisti, che lei, imbranata fruitrice delle due ruote, ama. Per tutto quello che le trasmettono. Perché i motociclettisti incarnano un pensiero e una visione della vita. Almeno a lei sembra così. Le piace il modo in cui si piazzano sulla strada, non proprio comodissimo. Così esposti all’aria e ai suoi mutamenti e al silenzio del viaggio, anche se hai il passeggero logorroico da trasportare. Le piace la prospettiva senza ostacoli da cui guardare il mondo che scorre. Le piace l’entusiasmo sempre giovane, che a ogni gita si associa alla ricerca del paesaggio pieno di incanto e di luoghi dove mangiare bene. Tipo i cannoli della pasticceria San Nicola di Novara di Sicilia, con i pasticceri fratelli “cabarettisti”, con cui Tizianeda si è divertita a scherzare.
Insomma il motociclettista è la metafora di un modo di stare, ed è fuga anche, da una vita infilata dentro gabbie e abitacoli che limitano la prospettiva.
Poi si ritorna un po’ sfatti, perché insomma, non avere vent’anni fa la differenza. Torni e ti addormenti in orari da “Villa arzilla”. Torni che ancora l’andare della moto ti vibra dentro. Torni e ti addormenti con negli occhi e nel palato la visione dei cannoli e poi delle isole Eolie compatte e vicine come un monolite sacro. Le isole di fronte all’isola, messe sul mare, Tizianeda ha pensato, per renderli, proprio quel giorno, tutti felici.

eolie

cannoli

Tizianeda

Nel regno degli Elfi

La famigliola è tornata. Aveva abbandonato per qualche giorno la  Terra di mezzo, e portato le  dimensioni Hobbit nel regno degli Elfi, dove gli abitanti sono  biondi, alti, fighi e ti sorridono gentili quando si accorgono da lassù che sei laggiù. Sono arrivati in una città che era primavera, ma faceva freddo come un inverno rigido del sud suddissimo. Sono arrivati in una città che le case sono alte e strette, tutte in fila, attaccate l’una alle altre come sorelle che si somigliano, con grandi finestre che se vuoi ci guardi dentro e vedi gatti pelosi e umani, entrambi indifferenti agli sguardi curiosi dei passanti. Sono costruite con  mattoni che non sai bene che colore sia. Un po’ porpora, un po’ marrone, un po’ arancio, un po’ blu cobalto, un po’ giallo. Molte sono inclinate in avanti come in un inchino e la cima assomiglia a una matita appuntita  disegnata su un foglio. E sono belle messe così, poggiate sull’acqua e sulle nuvole riflesse nei canali come dei quadri impressionisti. Perché la città in cui la famigliola  è stata ospitata, ha  tanta acqua che scorre e si insinua tra le strade e le case e per poter attraversare da una parte a un’altra, sali su ponti avvolti da  un vento gelido. Ti fermeresti anche a contemplare per ore i canali e le barche ormeggiate e la prospettiva delle case, ma se non sei abituato a quel freddo, rischi che lì ci rimani secco.  Sono andati in una città in cui le differenze convivono. Una città in cui accanto al fruttivendolo di fiducia, trovi il verduraio di fiducia che ti vende tante erbe, che però non si mangiano ma si bruciano dentro una cartina leggera e poi ti prendi il fumo e poi ti vengono gli occhi lucidi lucidi e fai una faccia strana. Almeno così le è sembrato a Tizianeda quando ha visto i clienti del verduraio. E quell’odore acido che ai minori  sembrava quello una bombetta puzzolente, era ovunque e a tutte le ore e si mischiava con gli aromi di fritto, di pesce o di caffè. Una città che  nelle vetrine vedi esposti vestiti, gioielli, scarpe, tazze e bicchieri, corpi femminili, giocattoli per bambini, giocattoli per adulti di tantissime forme e dimensioni. E non ti meravigli se girato l’angolo, vicina a questa varietà trovi chiese o congreghe religiose. Tizianeda ha anche notato che la città è sotto il dominio di una razza padrona superiore. Sono migliaia, occupano le strade, vanno velocissimi, non li puoi contrariare, non li  puoi ostacolare, ti possono insultare. Sono i biciclettisti  che con i loro mezzi di trasporto privati  sono ovunque a tutte le ore del giorno e della notte, occupano le strade, mettono  lucchetti ai ponti, invadono lo spazio aereo con il suono dei campanelli. I biciclettisti sono protetti, intoccabili e liberi. Come le vacche sacre in India.

La famigliola è andata anche  nei dintorni di questa città che ha i quadri di un certo Van Gogh, di un signore che si chiamava Vermeer e un altro Rembrandt, che hanno dipinto cose così belle, ma così belle, con una luce talmente magica che a Tizianeda veniva quasi da piangere a guardare le loro opere e non capiva cosa le stesse succedendo. Almeno non fino in fondo.

Hanno visto distese di fiori, villaggi di pescatori, mangiato panini con le aringhe, torte di mele. Hanno passeggiato dentro campi di Mulini a vento, che sono costruzioni che spuntano da terreno enormi e ferme e placide. Le pale che girano e girano, rilassano  con quel suono  del vento che si insinua nelle tele e ti senti come su un veliero con le onde del mare che si oppongono inutilmente alla sua forza. Ed è una sensazione azzurra e bianca. E non sa se tutta questa meraviglia l’ha provata per tutto il fumo che ha inalato passivamente, o perché lei è proprio così.

Però, qualunque sia la causa, Tizianeda pensa che questa città che si chiama Amsterdam e i suoi dintorni colorati e le persone che ha osservato e con cui ha parlato, saranno per la famigliola un ricordo allegro e felice e rimarranno nel cuore e negli occhi, così come il vento gelido del nord nelle ossa, prima che il caldo del sud suddissimo lo sciolga.

 

Tizianeda

L’Armata Famigliola

Il primo a svegliarsi è stato il decenne, perché lui c’ha la cacca emotiva da partenza. “Mamma!” “Santo cielo cosa succede, che ore sono?” “Sono le tre” “Ancora è presto, la sveglia è alle cinque” “Devo andare in bagno!” “Vai, dopo fatti il bidet, lavati le mani,  coricarti e non ripassare da qui per favore” .

Poi la sveglia ha suonato alle cinque.

L’uomo serio di casa ogni cinque minuti  ricordava il tempo rimanente per poter uscire da casa, che risuonava un po’ come un  “ricordati che devi morire”. Come succede sempre, prima che la famigliola  parta per un viaggio, i ruoli sono perfettamente distribuiti. Lo sposo entra in modalità  perdiamo l’aereo, i minori vagano, Tizianeda perde tempo. Però, da brava donna del sud suddissimo ha preparato i panini, ché il cibo da asporto  per il meridionale è come la copertina di Linus.

Poi sono arrivati in aeroporto puntualissimi. Sono saliti sull’aereo e Tizianeda, come le capita sovente quando deve gestire più di due numeri ha fatto confusione con i quattro posti a sedere numerati. “Sembriamo l’Armata Brancaleone” ha sentenziato lo sposo.  Poi sull’aereo è arrivato il momento che i minori preferiscono, oltre la vista delle Eolie e del Vulcano che era di una grandezza impressionante: lo smistamento delle vivande ai passeggeri. “Mamma, sono gentili questi signori che ti danno da mangiare” “Sì decenne, si chiamano hostess e stuart”.

“Signora questi due ragazzini, sono figli suoi?” a un certo punto le hanno detto l’hostess e lo stuart distributori di vivande. Tizianeda ha avuto un attimo di terrore. Ha pensato che quei due, avessero combinato qualche guaio, che li avrebbero fatti scendere  dall’aereo prima del tempo, che li avrebbero rinchiusi nella cabina con il pilota per ricevere tutta la famigliola un sonoro cazziatone, che una volta arrivati li avrebbero consegnati alle forze dell’ordine. “Ehm sì, signori hostess e stuart…” “Complimenti signora, sono molto educati e gentili, non ci capita spesso, sa?” “Oh ma davvero … grazie grazie signori hostess e stuart”.

E così Tizianeda – contenta assai di aver scansato il cazziatone di tutto l’equipaggio con disapprovazione cosmica dei cieli – è arrivata con la famigliola-armata Brancaleone, nella città di Roma, per prendere da lì un altro aereo.

Per andare dove, ve lo racconterò presto.

Un saluto allegro e cosmico a tutti voi!

 

 

Tizianeda

E poi sono tornata

Sono partita. Sono partita con quei due, la tredicenne e il novenne. Siamo andati nella città piena di cupole e campanili che mi piace, che ci devo ritornare per la sua bellezza che non smette di attrarmi, per la casa luminosa e riposante che mi aspetta ogni volta che arrivo. E lì, dentro, tra le stanze, i suoi abitanti ad accogliermi con “pane e tulipani”, ormai da più di quindici anni. Sono partita che era venerdì pomeriggio e tornata che era domenica mattina. Sono partita perché volevo essere mamma e basta e compagna di giochi, senza il fastidio degli incastri e dei doveri. Sono partita perché forse se cambiavo città, la finivo di svegliarmi quando è notte, in quelle ore in cui i sogni si fanno consistenti e ti raccontano quello che il giorno non ti sa dire. Sono partita perché settembre è stato una diga con l’acqua che trabocca. Bisogna allontanarsi, a volte, cercare un altrove quando senti di avere troppi cuori, troppi respiri e ritmi e battiti e parole e silenzi, troppe stanze abitate. Quando le vite si sommano e il tempo che rubi e ti ha reso ladra ti sperde. Sono partita, perché la lontananza ti fa vedere le cose da un’altezza serena che ti riconcilia. E poi, sono tornata e ho misurato la nostalgia, la mia, di chi ho lasciato ad aspettarmi.

Tizianeda

Sui treni sbrindellati

Questa volta sui treni sbrindellati è salita lei. Un regionale di quelli del sud suddissimo un po’ vecchiotti. Che il riscaldamento d’inverno funziona male e d’estate o schiatti dal caldo o rischi ibernazioni imperiture. Che invece di dismetterli, mandarli in pensione, far finire la corsa in un bel deposito, regalano loro ancora qualche anno tra lande assolate, salsedine, azzurro, rocce, sabbia, vegetazione rigogliosa o popolata da enormi piante grasse. Non c’è che dire. Treni fortunati. E Tizianeda, questa volta, ha abitato lei uno di questi treni. Per andare un po’ più in là della sua città capovolta. Per stare due giorni con la sua cugina tacco 12 che da tanto la reclamava, per godere di silenzi e lontananze, per non farsi assalire dalla sindrome nel nido vuoto perché i due minori sono entrambi altrove e questo nei 90 mq non era mai successo.
Aveva intenzione di scrivere sul treno, Tizianeda. Ma niente non c’è riuscita. Ha prima chiacchierato con una donna che veniva dalle Filippine, che le ha fatto tantissime domande e ha voluto sapere della famigliola di Tizianeda. Forse perché la donna una famigliola qui non ce l’ha e ascoltare le vite degli altri non fa pensare alla tua. Ha osservato una coppia di due ragazzi dalla pelle del colore antico della terra. Lui faceva roteare un fazzoletto davanti al volto per produrre un po’ di frescura che a tratti arrivava anche a Tizianeda sedutagli accanto. I capelli di lei, sistemati in fitte treccioline a milioni, le davano un tono regale e distante. I suoi occhi erano mobili e altrove e imperscrutabili come una pozza nera, di una splendore altero e doloroso. Poi è arrivato il controllore, un uomo non più giovane di una bellezza rassegnata, una dolcezza sbiadita da un lavoro intasato di varia umanità da gestire. Un uomo in bilico tra gli schemi rigorosi di un ruolo e la percezione che sul quel treno sono tutti di passaggio, tranne lui inchiodato da quella divisa. Poi la coppia di prima è stata sostituita da un’altra coppia. Due ragazzi biondi, di un qualche paese del nord Europa indefinito. Si sono seduti l’uno di fronte all’altra. Parlavano a voce bassa, sfornando parole e baci, mentre fuori scorreva la bellezza dell’estate rigogliosa del sud suddissimo che sembrava guardarli. Tizianeda ha pensato che uno spettacolo così perfetto, lo spettacolo dei venti anni e della felicità inconsapevole, non dovrebbe essere disturbato da niente e nessuno. Però è arrivato il momento per Tizianeda di prendere la valigia riposta sopra la sua testa Hobbit. E lei ha provato, arrampicandosi, a farla scivolare per terra. Ma il rischio di ferire gravemente gli altri passeggeri era elevato. Così si è girata verso la persona più alta e vicina. Il ragazzo ha capito, si è alzato rassegnato, spostando i piedi nudi della fidanzata che erano poggiati sulle sue gambe, non ha sorriso a Tizianeda, ma con la facilità degli alti le ha preso la valigia irraggiungibile. Poi lui si è seduto, ha afferrato con delicatezza i piedi di lei per sistemarli ancora sulle sue gambe e ha ripreso a sorridere.
Intanto Tizianeda era già altrove.

Tizianeda

Abitare la distanza

La tredicenne è salita su un aereo insieme ad altri adolescenti dagli umori multiformi e cangianti, tutti uniti dalla stessa urgenza di andare, tutti per approdare in una terra altra, dove si parla una lingua altra, c’è un clima altro, si mangia cibo altro e forse ci sono visioni della vita e del mondo altre. Da brava gente del sud suddissimo, la famigliola al completo ha accompagnato in aeroporto la ragazzina. Poi è arrivata anche la zia Dada con la figlia, la cugina coetanea del novenne, a completare il corredo di imbarazzo per l’adolescente, che a tratti probabilmente ha sognato una famiglia più indaffarata, meno allargata e caotica, meno unita, più altrove e un fratello e una cugina meno chiassosi e meno propensi agli abbracci e ai baci. Tiziana dal par suo, non l’ha riempita di consigli, tutti ugualmente inutili e inascoltati e per mantenere un certo distacco emotivo ha fatto quello che le viene bene in certi momenti.Ha osservato. Le altre madri e i padri, per potersi guardare anche lei allo specchio. Ha osservato le pieghe dei volti, i movimenti negli occhi, i sorrisi, le mani, il modo di muoversi, le parole sussurrate. Ha osservato i ragazzi e le loro fresche urgenze, il loro bisogno oscillante di allontanarsi. Quello che ha visto ed elaborato, però, questa volta Tizianeda se lo tiene per sé e forse lo srotolerà prima o poi con parole compiute in qualche altro post…

…trattalo con cura, guardalo con stupore, riempilo della freschezza della tua giovinezza, spargi risate e voci. È un pezzo di mondo, quello che stai per scoprire. Sentiti a casa anche lì. Impara ad abitarti ovunque andrai. Ciao bella.

Tizianeda

Come qualcosa di cui sorridere

“Mamma, ma stai guidando in autostrada?”
“Sì novenne e tra poco inizia la nostra superstrada…”
“Figo, tu non ci avevi mai portato in superstrada…”
“No, novenne, ma se vogliamo andare al mare, mamma deve guidare su questa strada qui”
“Ma non avevi detto che è una strada che non ti piace?”
“Sì però mi sono stufata di non guidarci sopra e ho deciso che molte cose che prima non mi piacevano ora mi piacciono…”
“Sì però mamma, vai più veloce…”
“Tredicenne, va bene così…”
“Mamma così ti superano tutti, guarda…siamo gli ultimi”
“Dai mamma, fai un’acceleratona super…”
“Guardate che non stiamo giocando e non distraetemi che mi devo concentrare…”
“Però mamma non stare così rigida sul volante, dai rilassati, guarda come lo stringi, sei tutta in avanti…”
“Tredicenne, mamma guida come un’attenta signora anziana”
“Mamma cos’è questa manopola che muovi ogni tanto…”
“Sono le marce tredicenne, aspetta che dovrei mettere la quinta…aspetta che ho un vuoto di memoria…dov’è la quinta?? Non posso mica guardare ché poi mi distraggo”
“Te lo dico io mamma…allora è avanti avanti sull’estrema destra…”
“Ok messa!! Ho messo la quinta ragazzi!!”
“Brava mamma, bravissima…ma lo stesso ti superano tutti, mamma…accelera”
“Ma perché voi che potete non guardate il paesaggio…”
E così Tizianeda con la tredicenne e il novenne, ha guidato su una strada che come conducente non attraversava da moltissimi anni, perché un giorno aveva deciso che non le piaceva farlo. Ed è stato bellissimo. Non soltanto perché sulla macchina c’erano i due minori che la molestavano, rendendole il breve viaggio lieve e divertente, ma anche perché percorrere strade da prospettive diverse, come quella del guidatore, può essere sorprendente. Così si è fatta inghiottire da rettilinei bombardati da una luce surreale, da un cielo dal caldo visionario e con il mare sempre accanto, come un compagno di viaggio affidabile, che non sempre puoi guardare, ma tanto sai che è lì con te.
“Ok ragazzi, siamo arrivati…ora dobbiamo trovare la casa dei nostri amici…aspettate chiedo a quel signore…”
“Scusi signore, noi dobbiamo trovare una casa sul mare che si trova …”
“Ah, ho capito, prendete questa strada, poi salite verso sopra, poi girate verso destra poi andate giù, non salite su altrimenti tornate indietro, poi girate subito ancora poi alla…prima, seconda, terza…sì terza traversa, scendete verso il mare…sono stato chiaro? Ché mi dicono sempre che confondo le persone…”
“Chiarissimo, signore, la ringrazio e una buona giornata”
“E lo so che io so dare le indicazioni…”

“Tredicenne, tu hai capito?”
“No mamma, non ho capito niente”
“Neanche io…vabbè seguo la strada…”
Tizianeda la casa degli amici davanti al mare, poi l’ha trovata, ed è stato più semplice di quanto sembrasse. Proprio come guidare sulla strada che aveva deciso che non le piaceva più. E percorrerla, l’ha fatta sentire più libera, più viva e allegra e le sue paure sono diventate piccole e innocue. Come qualcosa che ti appartiene di cui sorridere.

Un saluto allegro a tutti voi e attraversate ridendo la terra capovolta.

Tizianeda