Maggio 2021 archive

Mannaia a li figghi e a cu’ li voli

 “Mannaia a li figghi e a cu’ li voli”, diceva mia nonna, racconta mia madre, la quale a sua volta ammetteva che questa frase l’aveva sentita dalla sua di madre, la quale probabilmente aveva assorbito la locuzione dalle donne della genealogia, fino a risalire a un’origine uterina sconosciuta. Mia nonna pare si esprimesse così, ogni qualvolta la maternità si trasformava in un motivo di pensiero, che scaturiva in un’ansia insostenibile. Immagino quasi sempre. La nonna Bianca era donna tendente al pessimismo, in un tempo in cui i figli si muovevano dentro costrutti sociali, la cui complessità non aveva raggiunto le vertigine della nostra epoca. Eppure mia madre racconta che la sua, di madre, l’attendeva sempre affacciata al balcone in quei cinque minuti che la separavano dall’uscita  della scuola al rientro a casa. In quel tempo dilatato fino al parossismo chiamato ritardo (conoscendo la disciplina di mia madre al massimo tre minuti), mia nonna costruiva le più inimmaginabili tragedie, che – per una donna sopravvissuta a due guerre, alla Spagnola, alle due gravidanze e poi basta, alle morti familiari, alla gotta del padre medico, a una famiglia di dodici fratelli e sorelle di cui all’improvviso prendersi cura, a un mondo che ruotava attorno alle esigenze degli uomini, infischiandosene dei talenti, dei desideri, delle vocazioni delle donne – sembra illogico.  Eppure era così. Ogni tanto questa frase riemerge dalla memoria familiare femminile. “Mannaia a li figghi e a cu’ li vole”. Ché nel suono della lingua nostra, germogliata tra oliveti e lontananza, ha un che di archetipico e tragico. Come l’amore che sfugge al nostro controllo.  È la sintesi antica di ogni contraddizione avvinghiata ai sentimenti materni. E lei lo sapeva. Al tal punto che pochi giorni di morire, quando la percezione del futuro si intensifica, così come il desiderio che chi lasciamo amando sia felice,  ha consegnato a sua figlia l’ultimo seme di parole. “Non fare come me, Mara”, le ha sussurrato. Quella frase, so per certo, non era solo per mia madre.  

Tizianeda

La mancanza di Tàlia

Tàlia, c’ha la mancanza. La mancanza di Agnese, la dicannovenne, che è tornata nella sua città universitaria per ricominciare con le lezioni in presenza. Ricominciare tasselli di normalità, di causa ed effetto del quotidiano, delle scelte, della giovinezza, della vita insomma. Però Tàlia, la gatta che c’ha i suoi disagi esistenziali e che ha scelto solo Agnese da amare, o almeno così a noi sembra,  l’assenza la vive come uno strappo inspiegabile. “E’ stata tutto il pomeriggio a miagolare dietro la porta”, mi ha detto lo sposo, quando l’altra sera sono tornata a casa dal lavoro e a un giorno dalla partenza di Agnese. E come la spieghi la vita a una gatta, che si irrigidisce quando la accarezziamo per chissà quali suoi meccanismi, ché i traumi non li abbiamo solo noi umani e il dolore, attraversa ogni esistenza.  E cerchiamo allora di maneggiarla con ancora più delicatezza, sapendo che anche da lei impariamo, dando senza chiedere, sfidando la tenerezza, esercitandoci nel toccare con cura un essere per lo più incomprensibile, dentro un impasto di peli e innocenza.  Quando circa un anno e mezzo fa ci è stata consegnata una vita nuova, in cui la scansione del tempo si è modificata, dove la distanza è divenuta unità di misura dell’attenzione per chi amiamo, ma anche per gli sconosciuti, misura di un interesse collettivo alla cura, ho pensato che fossimo tutti dentro una sospensione. Ma non so più se è stato ed è così. Forse il tempo, al contrario,  si è addensato, come quando i sensi, per proteggerci dal pericolo, si acuiscono.  E la mancanza si è accomodata dentro questo ingranaggio che ha iniziato a muoversi a ritmi diversi rispetto a prima. Un pendolo dall’oscillazione imprevedibile, o forse, per la prima volta, profondamente in sincronia con tutto il resto. E se tutti ci muoviamo alla stessa velocità, si ha la percezione che ogni cosa sia ferma. Ma così non è. Una sincronia di mancanza e dolore, che dovrebbe farci dismettere ogni faccenda inutile e che ci allontana da noi stessi,  per concentrarci su questo movimento, concentrarci sui nostri abissi e sulle possibilità di vertici. E tentare la cura, per ogni piccolo essere fermo davanti a una porta chiusa, soggiogato  da un’attesa senza risposta.  Diventare  filo che imbastisce pezzi di stoffa, che compone orli sfilacciati, cuce strappi sonsapevole delle proprie mani incerte e dei segni che restano. Amando, in pratica, ché è una parola spaventosa, a pensarci, per quanto è fragile.

Tizianeda