Gennaio 2022 archive

Il coraggio fa novanta

Mia madre nel giorno del suo novantesimo compleanno, ha dichiarato a figli, nipoti, generi e nuore, che ha cambiato idea circa l’opportunità di andare alla casa del Padre, cioè di morire. Ha deciso che il Padre, tanto pervicacemente nascosto nei cieli, può anche aspettarla, giacché lei non soltanto ha ancora voglia di vivere, ma questo permanere le piace, nonostante gli assenti che la esiliano, a tratti, dentro angoli di tristezza. Ha capito, mia madre, nel giorno del suo compleanno, che le piace l’amore che riceve e da par suo restituirlo. Quel giorno, ossia il venti gennaio, sin dalla prima mattina ha risposto alle molte telefonate in cui amici e familiari la salutavano con lo stupore verso chi ha attraversato due secoli e nove decenni, resistendo ai colpi e contraccolpi di un’umanità sballottata tra i viaggi della Storia, crepuscoli siderali ed esistenziali. Un’umanità che oggi appare sul bordo dell’abisso, lo stesso bordo su cui lei sembra passarci sopra, con la stessa levità di Mister Magù. Del resto, come da lei dichiarato, è nata nel medesimo anno della resistente Settimana Enigmistica, rivista che ancora oggi acquista e con cui olea gli ingranaggi sinaptici, anche se non ha più l’amica amata Graziella, con cui si confrontava e gareggiava, spesso, con il settimanale in mano, passeggiando le domeniche nelle ore vuote della città. Mia madre, nel giorno del suo compleanno, ha ricevuto così tanti fiori e piante che l’hanno fatta gioire come una bambina nella notte di Natale. “Minchia mamma, neanche al tuo funerale avrai tutti ‘sti fiori”, le ha detto la figlia di mezzo, suscitando la ilarità della madre, che ormai lasciata l’ansia delle regole e dell’educazione da impartire, si concede la libertà di ridere anche delle sconcezze e di non turbarsi delle parolacce proferite da questa figlia che, in fondo, nel suo essere naif e inquieta, non è poi tanto dissimile dalla madre. Anche se una recita rosari e l’altra sgrana la vita con diversi metodi non sempre contemplativi. Nel giorno del suo compleanno la madre, nonna e zia con il discorso proferito con la semplicità dei longevi, ci ha regalato l’amore per i mattini e la meraviglia dello stare insieme. Perché nelle vertigini di questa giostra – in cui giochiamo a dadi con il dolore e le perdite, con le storture delle nostre anime, in cui la geografia interiore del corpo fa male nei punti sensibili e violati – ci artigliamo alla benedizione degli istanti che ci connettono al lato buono e fragile dell’umano. Ancora di più se a ricordarcelo è una donna accartocciata dalla vecchiaia, nata nello stesso anno e appena tre giorni prima della Settimana Enigmistica.

Tizianeda

Carapace

Mi stiro più che posso, come le tartarughe che allungano il collo attaccato al carapace. Faccio scivolare sulla scrivania di Domenico, il figlio liceale, la spremuta di arance Calabresi. Non dovrei entrare,  è a scuola, anche se la scuola si è trasferita nella sua stanza da due anni. Sto per uscire mentre  noto il suo outfit-dad pigiama inclused e un   calzino nero abbandonato dall’era mesozoica sul pavimento che mi suscita interrogativi filosofico-esistenziali, ma  taccio. Permane il silenzio, come un fioretto da mantenere. È a scuola mi dico, non posso interagire ed esco. Un’altra stanza è occupata da Agnese, l’universitaria. Anche lei fa lezione attraverso il pc. Novanta metri quadri, due dad, due gatte, noi due genitori.  Sembra un Rave, però non puoi cantare, ballare, fare casino, bere e drogarti. Anche le gatte si sono adeguate. Un po’ meno i vicini del piano di sotto, trasferiti da poco, che urlano sempre, come se fossero tutti sordi e penso che se Dio dovesse fare un contest per trovare nuove piaghe per gli umani, tra i vincitori ci sarebbero i vicini  che parlano urlando e dormono poco. Poi penso a questa roba strana che è la vita, che ti sembra che hai tutto sotto controllo e invece all’improvviso la scuola si trasferisce a casa tua, il vocabolario del quotidiano cambia, hai sempre  in faccia mascherine che ti irritano la pelle,  qualcosa di silente  si è insinuato nei pensieri, l’appartamento vuoto del piano di sotto si riempie di The Others urlanti. Non so trovare ancora il volto di questo tempo, che ci ha fatto arretrare dentro carapaci dalla consistenza esistenziale, così come non so se i miei vicini smetteranno di urlare perché saremo noi a chiederglielo. Ci sono  variabili incontrollabili e non previste, con cui devi scendere a patti e trovare strategie. Non  è facile quando la tendenza è alzare il volume della voce che non fa distinguere il senso delle parole.  Perché il rischio è che stiamo diventando un po’ tutti i the others degli altri e non è facile trovare un nuovo lessico della vicinanza, quando la vita progetta  distanze in cui lo spazio vuoto è abitato dalla paura e dalla perdita di  senso.  Forse dobbiamo infilarci dentro questa frattura che delinea un prima e un dopo. Entrarci con tutto il coraggio di cui siamo capaci, come la testa dell’ostetrica tra le cosce di una futura madre e con i guanti insanguinati e la mascherina, sorridere a quel mistero lì, anche se i tuoi vicini di casa urlano e non sai perché.

Tizianeda