Ottobre 2022 archive

Circle game

“Magari ci incrociamo” le ho scritto, quando il pullman si dirigeva verso Cosenza, mentre in macchina tornavo a casa, dopo essere stata tre giorni altrove. Ho iniziato a guardare la corsia che procedeva in senso opposto al nostro, con la concentrazione di quando, da bambini, fissavamo un oggetto, sperando che il pensiero lo facesse levitare fino a noi. Cosa che, credo, non è mai accaduta. Poi è successo un piccolo miracolo, come ne avvengono, a volte, nella vita, di cui non sempre ci avvediamo, presi come siamo a guardare altrove. La macchina e l’autobus si sono incrociati nel punto più vicino possibile, lungo una deviazione che costringeva al senso doppio di marcia. Ed è stato come la scena di Matrix in cui il mondo rallenta, dentro un paradosso spazio temporale numinoso e ti senti un rimestio in cui pensi che deve essere quella la felicità. È un attimo che riconosci e afferri, il granello che si perde nella vastità e ugualmente la contiene. Così l’autobus su cui viaggiava Agnese, la figlia ventenne, è passato accanto all’auto, e anche se non siamo riuscite a vederci osservare la strada per indovinarci, sapevo che era lì e mi bastava. Un istante, spezzato dalle corse in direzioni opposta, in cui ci siamo incastrate, come quando, neonata lei, minuscola io, dormivamo raggomitolate l’una all’altra. E so che in questo combaciare c’è già lo strappo e la separazione che ci commuove e confonde. Ché la vita è una roba assurda e senza senso, in cui a volte guardi la strada come un’adolescente innamorata, le stagioni continuano ad alternarsi e tutto gira e gira nel gioco del cerchio, come le cantavo mentre, nascendo, si separava per la prima volta dal mio corpo, rimanendomi dentro.

Tizianeda

Us

“Priscilla, se io sono io e tu sei tu, chi è scema io o tu?”. Mentre rivolgo alla gatta questa domanda da bimba minchia che mi riporta alle scuole elementari, lei fa una smorfia che immortalo in una foto. È la sua inconsapevole risposta. La scema sono io, lei è una gatta anche se non lo sa, presa com’è a mangiare, bere, dormire, giocare, farsi amare, dare un senso alla lettiera, svegliarmi alle 5 del mattino, senza l’ingombro della definizione. Lei non ha un nome per le cose. Lei è e basta. Eppure gira per le mie sinapsi martoriate, il gioco di quando eravamo bambini, che ci sembrava contenesse un trabocchetto da qualche parte e spesso ci induceva a rispondere: nessuno dei due. Non lo sapevamo, ma, in fondo, intuivamo che io e tu sono ruoli ribaltabili. Bastava cambiare prospettiva, oppure ammettere che entrambi eravamo scemi. E così tu sono io e io sono tu, in una danza degli specchi dentro una rete di interazioni, legami, movimenti, cambiamenti.
Ripenso alla domanda del mio mondo in bianco e nero, anche mentre guardo una serie TV, costruita da sceneggiatori attivatori del pianto sul divano. Per quella parola “us”, noi, già dentro il titolo, che ci fa capire quanto io e tu, siamo noi, perché l’esistenza si srotola a più strati. E ci ripenso mentre leggo su un libro la parola “entangled”, allacciati, dove Carlo Rovelli cerca di approcciare, anche le sceme come me, alla fisica quantistica, che continuo a non capire, ma che in qualche modo trasferisco al senso dell’incontro e dei suoi effetti. Priscilla mi guarda, miagola, si strofina alle caviglie, si sdraia sul pavimento. Vuole essere accarezzata. È uno scambio di cellule il nostro, che crea un microscopico legame, dentro un universo in cui ogni cosa è allacciata all’altra e parla con il linguaggio della relazione. Siamo piccoli nodi impermanenti di una rete infinita, dove, forse, l’unico senso, sta proprio in questo starci accanto e guardarci. C’è da diventare scemi, a pensarci.

Tizianeda

Coccinelle

Ottobre sembra già finito e il tempo, in questo giro di autunno ancora estivo, sta correndo altrove. Forse annusa l’aria, sente lo spavento dell’umano. C’è un che di smarrito nelle foglie e negli alberi, persino il mare assorbe la gran cassa dell’incerto. Nelle macerie ci si aggrappa al piccolo, al suono infinitesimale, alle coccinelle che si posano sul dorso della mano e ti senti appena felice per quell’attimo in cui credi alla fortuna. Una dottoressa, oggi, indossava scarpe insolite. Le persone le puoi capire dalle scarpe, specie se non obbediscono al contesto. Lei scruta gli organi con un ecografo, per scongiurare tracce di disumano. Le sue scarpe resistono ai passaggi di dolore, sono il suo dettaglio narrativo. Ha sorriso a mia madre, mentre osservava sorpresa sullo schermo, la giovinezza del suo interno. Ha gli occhi grandi ed è gentile, è lei la coccinella sulle mie dita, in questa mattina di ottobre che fugge. La incalzo di domande. Nei suoi racconti mi immergo nell’umano, finito e dolorante, mentre fuori il mondo gioca a scacchi con la follia. La salutiamo, lei resta sola nella stanza, in attesa della processione dei corpi, nella sua cellula di resistenza. C’è il cielo del sud ingannatore ad aspettarci, lui sembra non smarrirsi mai, così lontano dal nostro chiasso, dal tempo delle nostre scontentezze ricoperte di glassa. E così ogni accadere, mentre in una stanza una donna sola, con le sue scarpe carioca, gli occhi grandi e un sorriso gentile, accoglie il cuore degli altri contenendoli tutti, con grazia, con bellezza, senza fare rumore, come una coccinella.

Tizianeda