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Piccolo Buddha

Il decenne resiste all’infanzia. Lei, questa terra piena di magia e stupore, è ancora lì quieta nel suo viso, nei suoi occhi senza malizia, nel suo non avvedersi delle ombre, se non come fugaci ospiti che non lasciano tracce dentro il cuore. Forse è un po’ il carattere, perché si nasce in un certo modo. Quando era piccolo e si muoveva nel suo mondo tra braccia innamorate, o dentro passeggini, lo chiamavamo “piccolo Buddha” per quel suo modo placido di stare, per quel suo sorriso pieno di silenzio riposante.
Mi è ritornato quel periodo lì, mentre stamattina lo guardavo dormire. Appoggiato su un fianco, la mano sotto il viso rilassato, la bocca appena aperta. Un piccolo budda dentro la solitudine piena del suo sonno.
Mi sono chiesta se cambierà. Me lo chiedo ogni tanto. E non solo fisicamente, quando gli ormoni modificheranno i suoi assetti sonori e visivi e le sue urgenze. Mi chiedo se questa essenza sacra dell’infanzia, manterrà il suo nucleo pulito. Quanto le esperienze che farà e gli incontri, molti inevitabilmente urtanti e spero mai drammatici, relegheranno in un angolo insignificante quella parte di lui che oggi lo rende il ragazzino che è. C’è chi dice che dovrebbe fortificarsi. Ma poi la forza cosa è? Non penso sia quella comunemente intesa. Io sento sempre più, in questo mio ricercare fuori e dentro di me, in questo mio inciampare e proseguire, che la forza sta nel non farsi intaccare da un mondo che urla, scalcia, deforma la bellezza, nel non farsi assorbire, attrarre. La forza sta nel saper riconoscere le ombre, a volte provarne tenerezza e clemenza, per poi collocarle in un luogo inaccessibile e lontano dal nostro sentire. Saper voltare le spalle, anche, lasciare andare, valicare altre soglie, abbandonare stanze in cui non si sta più bene. Senza sforzarsi di farci piacere ciò che non ci piace più. La forza è saper dire, a volte, quello che non sopportiamo e mandarlo a quel paese.
Ma è ancora di più sentire dentro di sé che la vera forza, sta nella gentilezza, nel sorriso, nella gratitudine, nella trasparenza dei gesti e del volto, nel sapere riconoscerli come valori dentro di noi. Nel sapere fare silenzio, quando occorre, nel non sperperare parole preziose, nel saper coltivare i semi buoni che vengono piantati nel cuore. Sentire che la forza sta nella curiosità per la vita, e ritrovarci quando ci si sente persi. Nel riconoscerci figli della nostra infanzia, in cui tutto era più semplice, perché semplici eravamo noi, capaci di sorridere come piccoli Buddha. Questo ho pensato mentre il decenne dormiva e lo guardavo e poi non ho pensato più a nulla. L’ho lascio lì a riposare ancora un po’e sono andata a bere un caffè.

Tizianeda