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Appartenenza

Hanno attraversato il
mare, stretto tra le sponde vicine. Sono venute con la macchina della sorella
più giovane. Tipo Thelma e Luise, ma senza il desiderio di precipizi in cui
cadere. La più giovane ha poi guidato fino alla casa della mamma vecchietta. Le
ho trovate così, nel salotto, le tre cugine, che parlavano fitto delle loro vite
sparse sulla triade Messina, Reggio, Roma. Dei loro tempi, che hanno saputo la
guerra, delle zie signorine, amate e indimenticabili. All’improvviso, nell’attimo
della memoria, sono sedute sulle loro poltrone, attorno al braciere condiviso,
tra uncinetti e storie. Parlano del paese, Melicuccà, che è  richiamo di appartenenza e nostalgia d’infanzia.
La cugina di Roma, mi racconta felice che ancora guida la sua macchina. Mi dice,
accarezzandomi la mano, delle cose che fa. Dei nipoti orgogliosi della nonna
indipendente a  ottantaquattro anni.

“Lo faccio anche per
loro”, mi racconta Teresa, che la vita le si è accartocciata più volte tra le
dita. “Lo faccio perché penso che posso essere di esempio. Gli insegno ad
andare sempre avanti”. Gli insegna a non abbandonare la vita, a prendersene
cura, nonostante, penso. C’è un segreto di  coraggio in queste donne.

Devono andare. Le
scorto per le strade sconosciute della città. Mi studio il tragitto. E’  la ricerca di una strada per non perdersi.  Io avanti con la mia macchina, una delle due
dietro con la sua. La più grande seduta accanto a me, per una tregua reciproca tra
sorelle. Un amico le aspetta affacciato sul balcone. Novantenne, o giù di lì.
Compagno dei giorni passati, oggi di estati al paese.

Arriviamo. Mi
ringraziano, nella voce il suono di Melicuccà. Entro in un luogo sicuro. Sa di
uliveti, di vento e di tregua.  

Tizianeda

Esercizi di lontananza

– Come? Parti, Tizianeda?
– Sì mamma vecchietta.
– E i bambini?
– Non sono bambini, e poi c’è lo sposo un tempo errante ma oggi ormai presente.
– E lui non dice niente?
– No, mamma vecchietta. E poi parto venerdì e domenica sera sono già a casa. E comunque non mi sto arruolando alla legione straniera. Vado dalla cugina tacco 12 che mi aspetta da un po’ e anche io.
– Mah!
Così Tizianeda, è partita. E’ salita in un pomeriggio caldo su un treno, di quelli del suo sud suddissimo, un po’ sbrindellato e sudaticcio e dopo due ore in compagnia di un ragazzo che ha occupato il tempo a recitare preghiere e torturare la bottiglia in plastica che teneva tra le mani, è giunta a destinazione. Lì c’era la cugina tacco 12 ad aspettarla, che c’avevano tutte due una voglia matta di vedersi e dirsi. La cugina tacco 12, la figlia della zia Sisa, la zia santa che non c’è più, che ha due sorelle meraviglia e guardarle, tutte e tre insieme, ti incanti, come in un film di Almodovar, colorato e pieno di vita. Che lì a Tizianeda la chiamano cuginetta, perché è la più piccola e in quella parola lei si accomoda e sistema come su una poltrona accogliente e morbida. Che ogni tanto ha bisogno di sentirsi così, cuginetta e basta. Che quando arriva, la cugina tacco 12 le apre una bottiglia di vino bianco che sa che le piace e lei lo può bere senza mal di testa postumo. E non c’ha neanche voglia di uscire quando è lì, se non la mattina per andare insieme a mare e stare dentro l’acqua a esercitare dimenticanze provvisorie. E ha riso e tanto con lei, come quando ha aperto l’armadio pieno di scarpe tacco 12 e ci ha giocato, come si faceva con i bauli pieni delle nonne.
Ora Tizianeda, è sul treno che è ritorno, e scrive. Ogni tanto guarda verso il mare dello jonio, quando l’offesa di certe case non le ruba lo sguardo.
Alla stazione, prima di partire, con la cugina si sono guardate negli occhi e abbracciate, si sono dette parole che solo loro sanno. “Torna” “torno, prometto”. Poi Tizianeda è salita sul treno, ma non si è seduta subito. E’ rimasta lì in piedi davanti alle porte chiuse a guardare la cugina. Mentre il treno partiva si è messa una mano sul cuore, come un’urgenza segreta. “Torno” le ha detto, allontanandosi dentro il movimento ferroso.

Tizianeda

Sui treni sbrindellati

Questa volta sui treni sbrindellati è salita lei. Un regionale di quelli del sud suddissimo un po’ vecchiotti. Che il riscaldamento d’inverno funziona male e d’estate o schiatti dal caldo o rischi ibernazioni imperiture. Che invece di dismetterli, mandarli in pensione, far finire la corsa in un bel deposito, regalano loro ancora qualche anno tra lande assolate, salsedine, azzurro, rocce, sabbia, vegetazione rigogliosa o popolata da enormi piante grasse. Non c’è che dire. Treni fortunati. E Tizianeda, questa volta, ha abitato lei uno di questi treni. Per andare un po’ più in là della sua città capovolta. Per stare due giorni con la sua cugina tacco 12 che da tanto la reclamava, per godere di silenzi e lontananze, per non farsi assalire dalla sindrome nel nido vuoto perché i due minori sono entrambi altrove e questo nei 90 mq non era mai successo.
Aveva intenzione di scrivere sul treno, Tizianeda. Ma niente non c’è riuscita. Ha prima chiacchierato con una donna che veniva dalle Filippine, che le ha fatto tantissime domande e ha voluto sapere della famigliola di Tizianeda. Forse perché la donna una famigliola qui non ce l’ha e ascoltare le vite degli altri non fa pensare alla tua. Ha osservato una coppia di due ragazzi dalla pelle del colore antico della terra. Lui faceva roteare un fazzoletto davanti al volto per produrre un po’ di frescura che a tratti arrivava anche a Tizianeda sedutagli accanto. I capelli di lei, sistemati in fitte treccioline a milioni, le davano un tono regale e distante. I suoi occhi erano mobili e altrove e imperscrutabili come una pozza nera, di una splendore altero e doloroso. Poi è arrivato il controllore, un uomo non più giovane di una bellezza rassegnata, una dolcezza sbiadita da un lavoro intasato di varia umanità da gestire. Un uomo in bilico tra gli schemi rigorosi di un ruolo e la percezione che sul quel treno sono tutti di passaggio, tranne lui inchiodato da quella divisa. Poi la coppia di prima è stata sostituita da un’altra coppia. Due ragazzi biondi, di un qualche paese del nord Europa indefinito. Si sono seduti l’uno di fronte all’altra. Parlavano a voce bassa, sfornando parole e baci, mentre fuori scorreva la bellezza dell’estate rigogliosa del sud suddissimo che sembrava guardarli. Tizianeda ha pensato che uno spettacolo così perfetto, lo spettacolo dei venti anni e della felicità inconsapevole, non dovrebbe essere disturbato da niente e nessuno. Però è arrivato il momento per Tizianeda di prendere la valigia riposta sopra la sua testa Hobbit. E lei ha provato, arrampicandosi, a farla scivolare per terra. Ma il rischio di ferire gravemente gli altri passeggeri era elevato. Così si è girata verso la persona più alta e vicina. Il ragazzo ha capito, si è alzato rassegnato, spostando i piedi nudi della fidanzata che erano poggiati sulle sue gambe, non ha sorriso a Tizianeda, ma con la facilità degli alti le ha preso la valigia irraggiungibile. Poi lui si è seduto, ha afferrato con delicatezza i piedi di lei per sistemarli ancora sulle sue gambe e ha ripreso a sorridere.
Intanto Tizianeda era già altrove.

Tizianeda

Andata e ritorno

E insomma, Tizianeda e i due minori sono scesi da quel treno, che li portava alla stazione di L., per ricongiungersi con l’uomo adulto di casa. Non si è verificato alcuno degli eventi catastrofici immaginati dalla fantasia iperattiva di Tizianeda, che anzi si è divertita un bel po’ con la undicenne ed il settenne in quell’ora e mezza in movimento. Si è divertita nel vedere il piccolo di casa stupito da tutto quel mare che scorreva al di là dei finestrini, nell’attraversare con quei due matti tutti i vagoni, nel vederli giocare e ridere per un mucchio di scemenze, si è fatta coinvolgere dalla loro eccitazione per quell’inusuale e strepitosa estiva avventura ferroviaria, e si è sentita grata al destino, alla buona sorte ed al karma perché nessuno dei due ha avuto il bisogno improcrastinabile di accedere ai bagni ferroviari. Poi una volta scesi dal treno e recuperato lo Sposo Errante sono andati insieme nella cittadina di S., un posto con tanta acqua sale e sabbia bianca, dove vivono le tre cugine belle di Tizianeda, le figlie della zia Sisa che non c’è più, la zia santa, la zia di cui vi ho parlato, che accoglieva con sorriso stupito e innocente e la tavola imbandita, sciancati, barboni, gente triste, gatti orbi, uccelli zoppi e cani spelacchiati. Come se quello fosse l’unico modo di vivere possibile. Ha quindi visto la sua cugina tacco 12 bella e luminosa, che quando è con lei le sembra di riposare, e ha notato, con orgoglio e soddisfazione, che entrambe avevano qualcosa che le faceva assomigliare: il colore rosso dello smalto sulle unghie dei piedi.
E poi, in questi due giorni di lontananza, si sono stati la sabbia bianca, il mare quieto, la maschera per guardare giù i mostri marini, i tuffi dagli scogli della undicenne sotto gli occhi divertiti del padre e quelli terrorizzati della madre, il settenne assorto dentro l’acqua perso in uno dei suoi mondi paralleli, gli ombrelloni bianchi e blu, le sdraio con i teli colorati sopra, le vecchiette sorridenti e serafiche in bichini fiorati, un bambino piccolo, massiccio e abbrustolito dal sole che con alternanza democratica, passava dai canti ecclesiastici da processione su Gesù la Madonna e Santi, al turpiloquio da uomo navigato rivolto con disinvoltura ai parenti disposti in cerchio e fino a pochi secondi prima, felici e orgogliosi dell’attenzione di tutta la spiaggia.
E dopo tutto questo beato delirio, dopo questi due giorni di peace and love, la famigliola è ritornata compatta a casa, nella sua città sbilenca. Chè a quei quattro, che sì amano spostarsi allontanarsi e viaggiare, piace anche il momento del ritorno, nello spazio rassicurante dei loro 90 mq.

Tizianeda

Cugine

Tra i ricordi gioiosi dell’infanzia ci sono le feste, fatte nella rilassata confusione della famiglia allargata, tra nonni, zii, zie, cugini e….. cugine.
Crescendo, tra le piccole donne di famiglia si sono create relazioni più o meno intense, o incolmabili distanze, perché anche i parenti alla fine si scelgono, come gli amici.
Questa la “ lista delle cugine ”, con dentro quel po’ che ci rende uniche, quello che fa la differenza tra la vicinanza e la lontananza:
1) C’è quella tosta, che potrebbe guidare sola con la macchina fino a vattelaapesca, senza paura di non trovare più la strada del ritorno.
2) C’è quella dolce, quella che quando ama, ama e basta, quella che non si lagna, quella che conserva l’innocenza… nonostante tutto.
3) C’è quella che non c’è mai stata affinità elettiva, neanche da piccolissime, due pezzi di un puzzle non combacianti.
4) C’è quella caruccia, simpatica, claunesca, dai pensieri profondi e dalla lingua biforcuta, quella che da piccola si picchiava con i maschi per non essere remissiva (prendendole…perché il fisico purtroppo…), sentendo che le ingiustizie e la prepotenza erano un’onta da far pagare con il sangue, se necessario.
5) C’è quella fighissima, quella con il tacco 12 nella testa, prima che nei piedi. Quella che anche quando si smoccia riesce ad essere sexy, quella che se stringe la mano ad un uomo e dice solo “buongiorno”, lui si sente come se fosse stato invitato ad una notte di sesso selvaggio, quella che sa ancheggiare senza essere volgare, che ha le tette grosse e le gambe lunghe.
6) C’è quella che è sempre stata la prima della classe, quella intelligente, quella brava in matematica, quella che ancora oggi quando per lavoro studia, rifiorisce come se avesse fatto una seduta da un chirurgo estetico.
7) C’è quella in giro per il mondo, che vive in una bella città Europea, che comanda in un mondo maschilista, ma quando ritorna per fugaci incursioni alla sua Itaca, sa riprendersi la freschezza di figlia.
Una di queste, sono io. Una di queste di queste, porca miseria…avrei voluto essere…almeno un po’.

Tizianeda