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E poi sono tornata

Sono partita. Sono partita con quei due, la tredicenne e il novenne. Siamo andati nella città piena di cupole e campanili che mi piace, che ci devo ritornare per la sua bellezza che non smette di attrarmi, per la casa luminosa e riposante che mi aspetta ogni volta che arrivo. E lì, dentro, tra le stanze, i suoi abitanti ad accogliermi con “pane e tulipani”, ormai da più di quindici anni. Sono partita che era venerdì pomeriggio e tornata che era domenica mattina. Sono partita perché volevo essere mamma e basta e compagna di giochi, senza il fastidio degli incastri e dei doveri. Sono partita perché forse se cambiavo città, la finivo di svegliarmi quando è notte, in quelle ore in cui i sogni si fanno consistenti e ti raccontano quello che il giorno non ti sa dire. Sono partita perché settembre è stato una diga con l’acqua che trabocca. Bisogna allontanarsi, a volte, cercare un altrove quando senti di avere troppi cuori, troppi respiri e ritmi e battiti e parole e silenzi, troppe stanze abitate. Quando le vite si sommano e il tempo che rubi e ti ha reso ladra ti sperde. Sono partita, perché la lontananza ti fa vedere le cose da un’altezza serena che ti riconcilia. E poi, sono tornata e ho misurato la nostalgia, la mia, di chi ho lasciato ad aspettarmi.

Tizianeda

Fughe, attese e il cappello di paglia

I quattro della famigliola hanno lasciato i 90 mq, così, per due giorni. Hanno percorso in auto per due ore le strade del sud suddissimo e sono giunti in una casetta di un paesello ordinato. Si sono fatti accogliere, coccolare, sfamare dai loro amici, perché a volte, hai proprio bisogno di questo fuggire. E così si sono incontrati con quest’altra famigliola che ha la casetta nel paesello, che era lì per qualche giorno, ma che vive dalla città più bella del mondo. Loro sono un papà, una mamma, un figlio di un anno più grande del novenne che parla tantissimo e una figlia che ha lo stesso nome della tredicenne, che di anni ne ha 12 e che, come la tredicenne, è nata nel mese di febbraio. Lì hanno passeggiato per borghi antichi che a ogni angolo c’erano panni stesi con sapienza, a sventolare nell’aria. Tizianeda a guardare quell’attesa di stoffe e acqua e quella quieta bellezza, ci sarebbe stata ore, ché solo nei posti di un antico surreale si vedono cose così.
Sono anche stati in un luogo che c’è il mare di cristallo e si mangia il gelato più buono del mondo. Lì Tizianeda ha acquistato un cappello di paglia vera con le falde larghissime. Lo ha acquistato e indossato immediatamente, come una turista che viene da lontano lontano a godere delle bellezze rigogliose del sud assolato. E si è sentita un po’ più svedese e un po’ meno hobbit, con questo cappellone magico sulla testa, con questo accessorio dal potere trasfigurante. Un po’ Jacqueline Kennedy glamour come lei non è e non sarà mai.
E mentre vagolava vicina al mare placido e sereno, ha pensato che ogni donna dovrebbe regalarsi un cappello di paglia vera con le falde larghissime a proteggerla, a lasciare che gli occhi stiano spalancati sul mondo fuori che gira con il suo fare insolito e bizzarro. Lo dovrebbero avere le bambine e le ragazze e le donne mature e quelle che il tempo gli è passato tanto. Tutte a indossarlo quando gli pare, a sentirsi protette e tutte un po’ sorelle. Così , come in una magia, sapersi vere e leggere. Le più giovani a ricordare lo stupore di una vita in divenire, l’impaccio di un corpo che cambia e che sperimenta, le più grandi a comprendere e insegnare con la forza accogliente di chi la vita l’ha conosciuta, con la pazienza e la clemenza di chi ha guardato i propri limiti e mancanze e quelle con millemila rughe sul volto, a preservare la memoria di un passato che non c’è più e così farne dono. Ciascuna a regalare alle altre qualcosa di sé e nessuna, nessuna a giudicarsi. E tutte a cercare di capire anche le distanze, così inevitabili e leggerle quelle distanze, decodificarle come un messaggio segreto, una formula magica, un rito antico, senza ragionarsi addosso, classificarsi, imbrigliarsi in schemi arrivati chissà da dove e chissà da chi.
Così tra passeggiate, visioni, chiacchiere e pensieri, i due giorni sono trascorsi veloci. La famigliola è ritornata nella città sbilenca con la vita da sbrigare e un cappello di paglia vera con le falde larghe in più.

Tizianeda

Quando c’è papà

“Mamma non trovo lo zaino…”
“Oggi bambini c’è papà a casa, quindi per qualsiasi cosa rivolgetevi a lui”
“Mamma non esce più il dentifricio”
“Vai da papà tesoro”
“Mamma non trovo le scarpe”
“Chiedi a papà”
“Mamma ci porti tu ai campi estivi?”
“No, vi porta papà”
“Mamma…”
“Bambini, oggi eccezionalmente papà è a casa, quindi mamma che si sente in vacanza, ora scende nel suo studio di avvocata un piano più giù, per concentrarsi solo sul lavoro. Mi raccomando per qualsiasi cosa c’è papà. Chiamatemi soltanto se una colonia di alieni bavosi sta per rapire tutti e tre. Così torno a casa e vi saluto”…
“Pronto?”
“Mamma…”
“Settenne, sto lavorando…vi stanno rapendo gli alieni bavosi?”
“No mamma, devo farti una domanda?”
“Non puoi farla a papà?”
“No. E’ una cosa che riguarda te personalmente…posso giocare altri 10 minuti con i video giochi?”
“Santo cielo….no, lo sai che più di quaranta minuti al giorno non puoi giocare!”
“Per favore maaaaammaaaa”
“Chiedi a tuo padre, se non è scappato da casa”
Il padre di quei due debosciati non è scappato da casa, e pazientemente ha risposto alle loro domande, ha trovato gli oggetti dispersi, li ha accompagnati e poi li ha ripresi ai campi estivi. Ha comprato per merenda, un salutare e nutriente pacco di patatine fritte, che Tizianeda, madre perfida, non gli farebbe mangiare mai, ha concesso al settenne, un bonus di dieci minuti ai video-giochi. Il pomeriggio è uscito con il piccolo di casa, che desiderava ardentemente un pallone da basket, indispensabile per l’attuazione della sua ultima passione: il palleggio compulsivo, lasciandogli scegliere una palla colorata come l’arcobaleno, però da beach volley – “Mamma la uso pure per giocare a beach volley” – anche se fra qualche giorno la famigliola andrà in montagna.
Così Tizianeda – pur dovendo porre un freno alle continue richieste dei due minori, ormai assuefatti, alla gestione feriale mono-genitoriale – ha goduto della privilegiata e comoda condizione di donna con marito al fianco, dimenticando proprio nel mezzo della settimana e per un bel po’ di ore, il delirio multitasking da mamma single.

Tizianeda