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Controindicazioni

Ne ho bisogno. Perché è da un anno che invecchio  veloce, perché , anche se i figli crescono,  oggi, ancora, piango come una statua miracolata se guardo sullo schermo bambini che nascono tra le cosce delle donne. Che poi a me partorire non  è piaciuto affatto – con le mani addosso, il dolore, il sangue, l’utero fuori controllo –  ma quello che ne è venuto dopo con l’urgenza della cura,  ha ricucito le mattanze del mio corpo. Ne ho bisogno perché  la vita ha più controindicazioni di un farmaco,  roba da rinfilarsi nell’utero della madre e fare gli offesi. Ne ho bisogno perché è meglio rischiare e tentare, che rientrare da una porta progettata per uscire. Ne ho bisogno, perché sono stanca, perché i miei amici sono stanchi, perché un po’ tutti lo siamo, e lo sono i ragazzi e le ragazze anche se non si lamentano quanto noi adulti. Ne ho bisogno perché mia madre  ha le dita forti quando mi stringono il braccio per trattenermi a lei e io, invece, vado via, che c’ho le cose da fare e so che questa fretta un giorno la maledirò.  Perché non riesco a vedere il dopo anche se in ogni cosa che penso, invento, creo, il dopo è da qualche parte immaginato, come la fiducia dei bambini per gli adulti. Perché  i mandorli sono fioriti e la Calabria si strugge per noi che guardiamo altrove.   Ne ho bisogno perché sì, perché le cose finiscono, perché ci hanno levato da sotto il culo l’illusione delle certezze, la distrazione dall’impermanenza. Perché anche nei labirinti, l’uscita da qualche parte c’è, ma ci tocca esplorare le strade strette e sempre uguali, per trovarla. Ne ho bisogno  perché senza tenerezza, mi sembra di valere poco e di perdere molto e perché non mi sento tarata per lamenti e prefiche.  Perché la fragilità dell’umano, non indossa maschere, con quel  mistero rivelatore sui volti inconsapevoli,  che la tenerezza, come un antidoto al veleno, sa.

Tizianeda

Nonostante noi

La pandemia  mi ha imminchionita. Il primo segnale è arrivato dagli occhiali e dalla mascherina. Il mio incontro ravvicinato con la dimenticanza. Esco. Cammino, guardo il mondo. “Minchia che è strano stamattina”, mi dico.  Ci sono  facce senza contorni che salutano. Non leggo le scritte delle insegne. Tutto ha un suo ordine sfocato. È bellissimo. Capisco. Torno a casa. Tolgo mascherina, cerco gli occhiali, per mezz’ora. Do  la colpa alla gatta che si fotte tutto. Invece sono in un posto nascosto, per evitare che la gatta si fotta gli occhiali. Lo avevo dimenticato. Esco. Le genti mi guardano come fossi l’angelo della morte sceso in terra per portare l’apocalisse. Ho lasciato la mascherina su tavolo. Torno a casa. La famiglia mi guarda come una nuova specie di pesce tropicale su Superquarck.  Loro dicono che ero così pure prima. Io rispondo che è colpa della pandemia che tutti i neuroni si è portata via. Saluto la gatta con più affetto, perché mi sento una brutta umana per averla accusata. Che poi la pandemia mi ha così imminchionita che sono anche diventata total gattara. Così, invece di uscire, sto mezz’ora con Priscilla (Tàlia, ovvero dell’immobilismo,  dorme e se ne fotte del mondo) chiamandola “bella della nonna”, che mi pare troppo pretenzioso dire “bella di mamma”. E così con la mascherina e gli occhiali appannati, sto ancora a casa, ché Priscilla mi ha preso il cuore e ho deciso che è il mio Daimon. “Mi somiglia, vero?”, “Sì sì mamma, uguali”. “Guarda abbiamo lo stesso sguardo tra lo smarrito e il vivace con brio”, “Preciso preciso Tiziana”. “Affettuosa  come me in un mondo di anaffettivi” “Ma non dovevi andare a lavorare?”, “Vero, ma la pandemia mi ha imminchionita”.

Non ci credono ma è così. Sono così imminchionita che la sera alle dieci sto in narcolessia seria. Pure prima quando tutto era meno anormale di adesso, ma ora è peggio. È che dopo una giornata a guardare il mondo, a cercare di leggere le profondità e tutti ‘sti abissi che ci circondano, e, a volte , a sentirmi smarrita per l’umano e il disumano, per l’innocenza tradita e il male che si pulisce sopra le sue suole lorde, ogni neurone che ha partecipato alla visione del ballo osceno, mi supplica di addormentarlo, come una madre buona. Anche se sogno mondi distopici dove tutti sono incazzati e neanche un gatto con cui giocare. Per fortuna poi mi sveglio,  e anche se c’è la pandemia,  i miei libri sono ancora  sul comodino, le gatte hanno fame, i figli sono nella stanza accanto, una mano mi accarezza,  ho sempre voglia di caffè e biscotti  e di vedere come va a finire il giorno, il disordine della casa è lì, a dirmi che gran casino sono,  e il mattino del sud sa ancora una volta di antico, con la sua luce che solo qui c’è, a ricordarci quanto ci ami, nonostante noi, che forziamo il buio.

Tizianeda

Lo stesso fiato

Arriva puntuale il bisogno  di misurare, di contare, di definire i bordi, di cucire gli orli. Di salutare un anno che va via, come fosse una persona, che afferra una valigia, un cappello e un cappotto abbottonato e prende un treno, per un altrove a noi estraneo o metafisico o solo sognato.

E gli facciamo la radiografia, anche se mai come quest’anno, l’anno si è svelato, dalle nostre abitazioni, coi filtri delle assenze, con le nostre costrizioni, con molte imprecazioni e l’impazienza di tornare interi. Anche se poi interi non siamo stati mai.

Eppure lui mi ha insegnato, maestro senza concessioni, l’impermanenza e il resistere delle  passioni. Ho ricucito pezzi di trame perse e ho osservato ché dentro a ogni assenza, da questa lontananza, nel perdonare e perdonarsi c’è spazio all’indulgenza, si lascia l’amarezza, si torna all’essenziale. E non mi serve niente se non saper contare, non di ogni cosa il quanto, ché l’infinito è fatto per i poeti e i santi. Mi serve respirare, sapere che il dolore non è il mio piedistallo.

Mi servono le sedie, così per riposare, e un posto sempre vuoto, così per aspettare. Perché io so che il molto, ma anche il poco poco, nascosto nasce in grembo, se i piedi sono a terra, la testa in un miscuglio di voci e labirinti. Ma so con maggior forza che chi mi è stato accanto in queste ore lunghe, anche se chiudo gli occhi e cerco con la mano,  lo riconosco al tatto e come in uno specchio, chi afferra e chi è afferrato, sono lo stesso fiato.  

Tizianeda

Colors

Il tempo si è nascosto negli specchi. Anche io  guardo il mio riflesso, l’immagine si ferma sulla faccia. Invecchierò dentro una mascherina, penso.

Lo spazio si è collassato, si ridisegna, il sotto, il sopra, le prospettive, le strade, le piazze, le parole. I colori sono le spettro di un destino.  Esco dai miei pensieri, entro nel mio spazio abitato.

Agnese è tornata dalla sua casa di universitaria. Le lezioni si faranno a distanza. È qui. Siamo tutti qui nei 90 mq. Spiega la matematica a suo fratello. È tardi, lui studia, lei usa un linguaggio che non capisco. Il linguaggio dei numeri, degli incastri con risultati certi e di un affetto di cellule che loro sanno. Ascolto. Osservo da lontano. È uno spazio e un tempo che posso decodificare questo. Mi quieta. È facile da sentire e vedere.  Fuori il disegno, invece, non mostra i perimetri. È  una macchia scomposta e poco amichevole. “Cosa vedi Tiziana Bianca”, mi chiede il mio psicologo immaginario? Cosa rispondo a questo, mi dico. Io vedo un dito medio alzato. Glielo dico? E se poi pensa che c’ho un disagio?

“Vedo un gattino”, mento. “Hai proprio un disagio” mi risponde scuotendo la testa e scompare.

Vabbè mi corico. Entro nella mia capsula onirica, come il tenente Ripley dopo che ha ammazzato l’alieno. Mi chiedo come faccia a mantenersi figa, salda e con un intimo  Ace candeggina dopo tutto quel bordello. Magari la sogno e glielo chiedo. Ma sì, chi se ne frega. Mi tengo il mio bianco grigioperlato, la mia inadeguatezza, i segni di stanchezza della sera, tanto mica devo ammazzare alieni, io. C’è solo un’esistenza collettiva molto incasinata per adesso, a cui dell’intimo splendido splendente frega ben poco. Ché poi a ben pensarci, io, ce l’ho tutto colorato.

Tizianeda

La stanza di mia madre

La mamma vecchietta me lo mostra. È soddisfatta. Ha acquistato un giubbotto  fucsia. La riparerà dal vento e la renderà più visibile per le strade.

“Devi metterci le pietre nelle tasche, mamma, ché se c’è vento, ti vola sicuro”

È contenta mia madre. Lo indossa, così vedo anche io come le sta. Mia sorella  scatta foto. Giochiamo nella camera da letto tra specchi e  mobili scoloriti. Giochiamo perché impariamo da subito i trucchi per dimenticare  le nostre nature provvisorie. Mia madre ci sta insegnando il futuro, o almeno a crederci ancora, a persuaderci di vivere resistendo.

Indosserà il giubbotto quando esce, e quando andrà nell’unico luogo mondano che frequenta: la chiesa. Per fortuna che non gliele hanno chiuse a mia madre le chiese. Specie in questo tempo qui, in cui le geografie interiori stanno andando al diavolo, e ci costringono a ridisegnare spazi e a trovare profondità.  Vorrei dirle che hanno però chiuso i teatri e che nessuno ha spiegato il perché.  Che ognuno ha bisogno dei propri luoghi per decodificare meglio la vita e anche la morte, per sentirsi meno soli. È così che fanno la poesia, la letteratura, la musica e la bellezza quando assumono la sostanza della narrazione, dentro luoghi dove si rinnovano miracoli. Proprio come accade ora, nella stanza di mia madre, dove la tenerezza ci unisce, un giubbotto fucsia  ci rende coraggiose, anche se fuori il vento soffia forte e abbiamo bisogno di pietre da mettere nelle tasche.

Tizianeda

Come una gatta

La gatta Tàlia rosicchia fili come i topi e piscia sul divano. C’ha un disagio. Ci guarda torva come se fossimo noi i colpevoli. Come glielo spiego che non funziona così la vita. Che la stanzialità appartiene ai gatti e non agli umani. A lei che è cultrice della immobilità sul cuscino. È arrabbiata perché l’unico essere vivente che  ha scelto di amare disinteressatamente, Agnese, è uscita fuori dalle sue traiettorie quotidiane. Al sud, è cosa frequente che si vada a studiare altrove dopo i diciotto anni. Anzi, a Tàlia è andata bene. Agnese non sta a troppi chilometri da qui e può tornare il fine settimana a casa, almeno ogni tanto. Anche se la Calabria  è la teoria della relatività delle distanze e la patria delle bestemmie del viaggiatore. Qui la geografia è un’illusione ottica. Ma questo non è un post sulla Calabria. Anche se si scrive spesso  di ciò che è controverso e richiede narrazioni multiple perché la realtà è un caleidoscopio. Un po’ come la maternità. Questa roba che sembra tanto astratta e invece si pianta negli organi del corpo. Quando ho salutato Agnese nella sua casa da studentessa nella città altra, abbracciandola, mi sono chiesta dove sentissi il cambiamento di prospettive. Nel corpo, intendo. Perché c’è sempre un sentire di cellule in ogni accadimento, specie quando questo riguarda le persone che amiamo da dentro. L’astrazione è per pochi privilegiati. Mi sono chiesta se mi facesse male da qualche parte. Non ho sentito dolore. Come non lo sento adesso che Agnese non abita le stanze dei 90 mq. Mi basta saperla. È serena, studia, lei sa che c’è il luogo metafisico del ritorno e mi piace che sappia abitarsi. Nella sua solitudine si accomoda come un gatto sul cuscino. Per questo, credo, le mie cellule sono calme quando la penso lontana e non ho bisogno di chiedermi che genere di madre sia. So che Agnese continua a scorrermi dentro e a ogni suo ritorno, tanto, l’annuserò forte, come una gatta.

Tizianeda

Io non lo so

C’è un prima e un dopo? C’è una linea che si sposta  in avanti, perché così ci hanno insegnato a contare la vita?  Un prima e un dopo di questa frattura. Ci accorgeremo di essere cambiati. Non lo so. Meno tolleranti, meno indulgenti, o più spaventati, o più adulti, o regrediti, più egoisti, più empatici, più qualcosa e meno altro.  Oppure  come prima saranno gli alberi, le case, il mutare ingannevole delle nuvole, gli arrivederci e gli addii, le mattonelle calpestate e le fughe incrostate dai nostri passi. Il respiro, la pausa del battito, il fermarsi del sangue nei giorni di paura. Le canzoni ci porteranno altrove con i ricordi. Oppure uguali le iridi di chi  invade lo sguardo, l’angolo delle labbra di chi non abbiamo amato mai, le panchine nei parchi, le mani estranee, i tavolini nei bar, la carta caduta sul marciapiede e poi raccolta senza attenzione, gli sguardi rubati.  Continueremo a impastare figli dentro amplessi segreti, a non  credere nella morte sapendola,  insegneremo  passi e attese, imparando dagli altri nuove andature, o dai precipizi cucendo, nella fretta del vuoto, paracaduti. Io non lo so. Ne faremo impasto di disillusioni e impazienza. Saremo  come ci siamo lasciati, oppure no, il tempo sarà più rapido e inclemente. Oppure no. Avremo  il coraggio della domanda avvelenata. Forse la smetteremo con l’aggressione dei  punti esclamativi, con lo sberleffo dello stupore da due soldi. Abbiamo nascosto qualcosa sotto le ore, nelle orazioni sussurrate,  tra le briciole cadute dalle tavole imbandite, sotto la polvere di un’abitudine imparata a memoria. Cosa? Chi? Io non lo so. Anche riducendo a seme piccolo questo “io” che mi ingombra il respiro, non lo so. Cerco dentro la frattura, ne faccio scavo e archeologia, ascolto i poeti e il furore dei matti. Aspetto imparando dai gatti. Lascio fare al vento, che passa roteando come un Derviscio. Mi quieto facendomi piccola con lo sforzo di un d’accapo. Un’altra volta ancora. Guardo il corpo dei miei figli espandersi. Mi metto in ascolto del rumore delle ossa e dei tendini che crescono. L’incomprensibile che non so.

Tizianeda

Ottantotto

“Mi sembra che sto rubando gli anni al
Signore”

“In che senso mamma vecchietta”

“Che ancora sono qua”

Ci risiamo. La mamma vecchietta e l’aldilà. Un gioco da ragazze. Di Ottantotto anni. Se sa che lo scrivo si incazza. Ma neanche tanto. Non fatele gli auguri domani se la incontrate, però, che poi capisce che le ho spoilerato il compleanno. Lei che di questa vita un po’ si è suddiata e pensa di essere una ladra di anni. Capirai poi a chi li ruba gli anni. Al Signore Gesù in persona. Che è un po’ come rubare ai ricchi per dare ai poveri. Cioè a noi figli, ai nipoti e a chi le vuole bene. Che vorrei avere davvero le sue certezze sull’aldilà, io che già in questo aldiquà credo a tratti e mi ritiro dentro tane silenziose. Che vorrei davvero mi bastasse un rosario, da sgranare come un mantra  che ti connette al divino. E vabbè mamma vecchietta in questo non hai vinto. Peccato che la fede non si passi come i geni. Peccato. Però che belli, mamma vecchietta, i tuoi 88 anni. Hai doppiato l’infinito. Hai vinto strafottendone della mortalità degli umani, come cosa buona e giusta. Così fanno le ragazze ribelli. Tu mi piaci. Molto di più adesso di quando eri madre di figlia con la rabbia nascosta nelle tasche, il mio cibo mal gradito che non sapevo dove nascondere. Non ci siamo capite. Non ci siamo potute parlare. Non era quello il tempo. Ci siamo incontrate da qualche anno. La vecchiaia è un regalo che si fa ai figli, è un permesso di tenerezza. Non importa che sia solo adesso.  Sai cosa dice Bollea, quel neuropsichiatra che ho letto perchè avevo paura di diventare una madre disastro? Che le madri insegnano ad amare. Non a essere perfetti, o forti, o senza errori, o difettosi. No. Ad amare. Che non è una cosa che so definire questo amore. Mi scivolano le parole ogni volta. Provo a cucire lembi però, con ogni inesattezza di suono e ne faccio alfabeto. E non importa che tu non mi sappia intera. Perché alle madri mica si può raccontare tutto. Non importa. Mi basta questa tenerezza e la tua voglia di essere sempre madre, anche se ormai, da un po’, tu ci sei figlia.

Auguri mamma vecchietta. Auguri
ragazza ribelle.

Tizianeda

L’intuizione del liutaio

Si avvicina con un gesto. Poggia le mani sulle sue guance, lo
accarezza, gli dice: “bello” e poi lo abbraccia. Agnese e suo padre. La
diciassettenne e lo sposo un tempo errante e oggi abitante stanziale dei 90 mq.
Lui ripone la sua giornata torva altrove, si ammorbidisce. Lei si allontana con
la grazia e la forza di chi sa il necessario e il tempo esatto. Li guardo,
faccio i miei commenti stupidi, rovino tutto io a volte. Non sanno, invece,
quanto  mi riposi  la fugace perfezione che la vita ancora mi regala.
E penso. Penso ai gesti. Senza parole, o con pochi suoni ad accompagnarli, perché
il più non serve. I gesti si imparano,  si assorbono, osservando la grazia degli
altri, contagiosa come una cura del fare. Oppure no. C’è un principio che li
innesta, c’è una memoria del prima, che si riattiva ogni volta che il mondo
fuori ne reclama l’urgenza e tu sai già la risposta, sai le braccia, rifugio
del bambino addormentato.

I gesti e le parole. Ci penso spesso ultimamente. Vengono dal corpo entrambi, la stessa genesi. Sono fratelli da accordare, come le note. Siamo  liutai senza più memoria, perché i giorni ce la strappa a morsi e lividi. Perché noi. Difettosi e piccoli, che del dolore e dell’aria attorno ne facciamo poltiglia.

“Bello”, dice Agnese a suo padre. E’ bastato un attimo. E’ bastato
che non fosse dentro uno schermo qualsiasi, è bastato che non fosse arrotolata
su se stessa, è bastato quel giorno, per altri giorni di altrove. Ma in quel
momento è bastato.

Un gesto, una parola, e prima ancora l’intuizione del liutaio
che sente le note smarrite.

I gesti e le parole. Quelle pronunciate. Perché non è vero che queste volano via. Rimangono anche loro, come quelle scritte, forse anche di più. Le parole pronunciate dentro i gesti si posano, diventano boa e confine, se pure momentanei. Giù e dentro i nostri spazi incomprensibili e rumorosi.

Tizianeda

Spaventosi e fragili

Io non so quando è stato l’attimo preciso in cui ho provato a
scrivere un testo teatrale. Non lo sappiamo quasi mai, quando avviene il
momento che, l’istante in cui. Succede. Come l’innamoramento. Sei lì che guardi.
Ascolti una voce, un dialogo, senti un rimestio di cuore e viscere, assisti a
un arrotolarsi di corpo e fiato, che ti piace così tanto da lasciarti scie di
pensiero, e poi ti dici: vorrei anche io. E lo fai perché sei inquieta, o
perché tra le parole e i silenzi ti accomodi, o semplicemente per tigna, perché
è difficile, o ancora perché capisci che dentro quella architettura da affidare
a carne viva che il foglio non trattiene, puoi liberare la voce, puoi far
danzare spettri, senza troppa paura. Raccontare l’indicibile umano, o il
piccolo piccolo, la miseria, gli abissi fragili, o la grandezza illusoria,
l’estremo dei sentimenti, e tutto quello che il pudore della pagina non ti
farebbe dire. Spingi l’acceleratore della poesia, osi, dileggi l’abisso in cui
ogni uomo o donna possono cadere, o da cui sono attratti.

E poi il testo che scrivi lo consegni, come un bambino , a chi sa farlo fiorire tra l’odore del legno e luci. Lo devi lasciare andare affidarlo e fidarti. Che è un esercizio pazzesco per chi, nella vita vera, aspira allo zen, ma si scontra con l’ardore del sentire. Che poi un po’ questa storia dell’essere zen ha pure rotto, ché questo siamo. Battito fragile da accettare, inciampo tra le cose. E le storie narrate, ce lo insegnano, in questo muoverci tra tenerezza e furore. In questo cercarci, per poterci finalmente specchiare e sentirci meno soli. Poco zen, e spaventosi e fragili.

Tizianeda