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Le chiavi nel cruscotto e il male vero

“Sposo Errante, oggi pomeriggio mentre ero a teatro con il novenne, è successa una cosa bellissima, meravigliosa, incredibile, che ti fa sperare nell’umanità, ecc.ecc. …”
“Cosa Tizianeda?”
“Pensa, ho dimenticato le chiavi della macchina nel cruscotto, cioè proprio lì nella toppa e nessuno l’ha rubata!”
“…”
“Ma che fai non dici niente? Perché scuoti la testa, dove vai? La macchina era anche parcheggiata in una strada illuminata, poteva passare chiunque e prendersela, ma niente, l’hanno lasciata lì!”.
Tizianeda, ha il sospetto che lo sposo non abbia interpretato la situazione proprio come lei e forse si è preoccupato giusto un po’ per questa compagna che istiga al furto della sua autovettura e che dimentica di compiere gesti elementari, come staccare la chiave dal cruscotto della macchina, azionare l’antifurto e infilare l’oggetto nella borsa. Ma ve l’ho detto, ultimamente Tizianeda esercita la dimenticanza un po’ più del solito, che preoccupa il lucido Sposo errante.
La chiave nel cruscotto, Tizianeda, non l’aveva mai lasciata per così tanto tempo. Al massimo qualche minuto per poi tornare subito indietro sui suoi passi e così recuperarla. Saranno stati i discorsi lungo il tragitto con il novenne che l’hanno resa più assorta. Ché si è parlato di Don Chisciotte e del suo modo stralunato di percorrere le strade del mondo. Dei mulini a vento scambiati per mostri e il ragazzino le ha chiesto se contro “il male vero” ogni tanto, Don Chisciotte, combatteva. Tizianeda gli ha risposto che no, il male vero, quello che stravolge la tua vita, non lo incontrava mai, o forse era proprio il suo modo di essere così visionario e innocente che teneva lontano il male vero, spiazzandolo e disorientandolo, o semplicemente sfidandolo.
Perché a volte, quando il male vero arriva da qualche parte – e lui prima o poi arriva sempre da qualche parte – a infettare la bellezza ordinaria della vita e tu sai che c’è, anche se è lontano, l’unico modo per sfidarlo, l’unico modo per non arrenderti alla visione di tenebra che lui vuole iniettarti negli occhi e con cui vuole intossicarti i pensieri, l’unico modo è mantenere uno sguardo lucido e innocente. L’unico modo è quello di continuare ad attraversare la vita vibrando, l’unico modo è conservare quel po’ di grazia che ci salva. Conservare un ti voglio bene, un grazie, un prego, un per favore. Conservare un abbraccio, un sorriso, conservare le mani. Conservare il silenzio, la solitudine, conservare la libertà dei bambini. Conservare lo stupore, conservare uno sguardo che vede nel punto esatto di cosa o di chi. L’unico modo è avere passi, che  salgono sopra al male vero confondendolo, perché lo sentono incomprensibile ed estraneo, pur vedendolo in tutta la sua distanza mostruosa.
Forse è questo l’unico modo, o forse no, in fondo Tizianeda non ha risposte da lanciare in faccia, come la torta di un clown, al male vero.
Però sa che ieri pomeriggio, al teatro ha assistito a due spettacoli. Quello sul palco e quello dei bambini. E lì dentro, il male vero per un po’ è davvero ma davvero rimasto fuori, perché non invitato alla festa, come le streghe cattive delle fiabe. E forse per questo, ieri pomeriggio, nessuno ha osato rubare a Tizianeda l’auto, parcheggiata con le chiavi nel cruscotto, su una strada illuminata.

Tizianeda

Nel punto giusto del buio

“Ciao zia Tizianeda”
“Ciao nipotina”
“Il novenne dov’è?”
“Tuo cugino coetaneo? Sta ancora dormendo. Vai nella sua stanza, sono le otto e trenta, puoi svegliarlo … fallo con dolcezza mi raccomando”
“Sì zia, non ti preoccupare”
Così è entrata in punta di piedi nella stanza del cugino. E’ entrata con il suo passo lieve e i capelli a molla. E’ entrata concentrata, come sanno essere i bambini quando hanno una missione importantissima da svolgere. Il cugino dal par suo dormiva, come se fosse notte fonda, come se il mondo fuori fosse un’illusione per gente sciocca, come se i sogni lo proteggessero con il loro scudo amorevole.
Tizianeda l’ha seguita, perché ha pensato che ci sono gesti fugaci e teneri, che non assistervi sarebbe un peccato. Come perdersi la visione di una stella cadente, mentre guardi nel punto sbagliato del buio. Una stella cadente di quelle che ti sembra di sentirla sfrigolare e punti il dito per evidenziare quel momento misteriosamente felice.
La cugina lo ha chiamato piano avvicinandosi appena. La sua voce ha avuto il potere di infrangere lo scudo protettivo, di far arrivare il giorno anche per il novenne e ricomporre il mondo fuori. Il cugino ha aperto gli occhi che si sono fermati per un attimo sulla visione della cugina immobile e in attesa. Un attimo, il tempo per lui di capire, di sorridere per la sorpresa, di pronunciare impastato di sonno il nome di lei, di sedersi in silenzio sul letto, di alzarsi, di dire “vieni”, di vedere la cugina seguirlo soddisfatta e vicina.
Tizianeda è stata tutto il tempo lì a guardare la perfezione inconsapevole dei gesti, la loro bellezza innocente, la delicatezza dei vincoli affettuosi.
E non importa se poi la giornata ha iniziato a filare faticosa e nevrotica. Tizianeda si sentiva come se avesse visto millemila scie luminose quella mattina e non ha avuto bisogno di esprimere desideri.

Tizianeda

Ritorni

Ciao, voi due che siete tornati nei 90 mq.
Ciao ragazza, che sei stata per quindici giorni in quel paese altro e il tuo aereo, quando sembravi a un passo da casa, ha ritardato cinque ore e tu insieme agli altri, sulla pista dentro quell’affare volante chiusa e in attesa, nella città più bella e forse incasinata del mondo. E pensavo di vederti scendere sfatta come tutti gli altri passeggeri e invece sei spuntata fiera e baldanzosa come solo la giovinezza sa, muovendoti verso la folla di parenti e amici in attesa come me, dentro il vociare da sud suddissimo. E ti ho guardata ché erano 15 giorni che non lo facevo con il tuo sorriso colorato e ti ho abbracciata e annusata. “Mamma che fai piangi?” “Io? Cosa dici? No assolutamente…”. E’ l’amore, che è salato e scorre liquido e caldo dentro, che va tenuto nascosto, che vuole pudore, lo so, come le cose preziose e solo tue, anche se a volte trabocca e non lo puoi contenere. E poi è stato un tumulto di parole, che solitamente sei così silenziosa. Ed è stato bello sentire il fluire di ricordi fioriti e freschi. Sentire che la lontananza da casa è un saltello lieve per te, che sai che c’è sempre un posto dove tornare, come un pensiero potente, un amuleto segreto della forza. Come Itaca “che ti ha regalato il viaggio”.

E ciao, ragazzino, che sei tornato e non ti sentivo e vedevo da sette giorni, tu che eri tra boschi e riti e regole e giochi e ragazzini come te per la prima volta lontani da casa per tutto questo tempo. E siamo venuti, tutta la famigliola, a raggiungerti e riportarti a casa, ché era l’ultimo giorno del tuo campo scout. E ci sei corso incontro con il tuo sorriso che spiazza e innamora e hai abbracciato tua sorella di quell’abbraccio unico, che tu sai fare, che è un trasporto di corpo e di cuore. E vi siete allontanati a chiacchierare delle vostre cose di fratellanza. Ed è stato bello guardarvi allontanare, sfiorandovi e ondeggiando sotto gli alberi giganti, come un’immagine preziosa da conservare, che rinfresca il respiro e riposa i pensieri.

E poi tutti ancora casa e delirio quotidiano e bucati e attese di racconti che spuntano improvvisi e distratti e allegri.

Tizianeda

Come qualcosa di cui sorridere

“Mamma, ma stai guidando in autostrada?”
“Sì novenne e tra poco inizia la nostra superstrada…”
“Figo, tu non ci avevi mai portato in superstrada…”
“No, novenne, ma se vogliamo andare al mare, mamma deve guidare su questa strada qui”
“Ma non avevi detto che è una strada che non ti piace?”
“Sì però mi sono stufata di non guidarci sopra e ho deciso che molte cose che prima non mi piacevano ora mi piacciono…”
“Sì però mamma, vai più veloce…”
“Tredicenne, va bene così…”
“Mamma così ti superano tutti, guarda…siamo gli ultimi”
“Dai mamma, fai un’acceleratona super…”
“Guardate che non stiamo giocando e non distraetemi che mi devo concentrare…”
“Però mamma non stare così rigida sul volante, dai rilassati, guarda come lo stringi, sei tutta in avanti…”
“Tredicenne, mamma guida come un’attenta signora anziana”
“Mamma cos’è questa manopola che muovi ogni tanto…”
“Sono le marce tredicenne, aspetta che dovrei mettere la quinta…aspetta che ho un vuoto di memoria…dov’è la quinta?? Non posso mica guardare ché poi mi distraggo”
“Te lo dico io mamma…allora è avanti avanti sull’estrema destra…”
“Ok messa!! Ho messo la quinta ragazzi!!”
“Brava mamma, bravissima…ma lo stesso ti superano tutti, mamma…accelera”
“Ma perché voi che potete non guardate il paesaggio…”
E così Tizianeda con la tredicenne e il novenne, ha guidato su una strada che come conducente non attraversava da moltissimi anni, perché un giorno aveva deciso che non le piaceva farlo. Ed è stato bellissimo. Non soltanto perché sulla macchina c’erano i due minori che la molestavano, rendendole il breve viaggio lieve e divertente, ma anche perché percorrere strade da prospettive diverse, come quella del guidatore, può essere sorprendente. Così si è fatta inghiottire da rettilinei bombardati da una luce surreale, da un cielo dal caldo visionario e con il mare sempre accanto, come un compagno di viaggio affidabile, che non sempre puoi guardare, ma tanto sai che è lì con te.
“Ok ragazzi, siamo arrivati…ora dobbiamo trovare la casa dei nostri amici…aspettate chiedo a quel signore…”
“Scusi signore, noi dobbiamo trovare una casa sul mare che si trova …”
“Ah, ho capito, prendete questa strada, poi salite verso sopra, poi girate verso destra poi andate giù, non salite su altrimenti tornate indietro, poi girate subito ancora poi alla…prima, seconda, terza…sì terza traversa, scendete verso il mare…sono stato chiaro? Ché mi dicono sempre che confondo le persone…”
“Chiarissimo, signore, la ringrazio e una buona giornata”
“E lo so che io so dare le indicazioni…”

“Tredicenne, tu hai capito?”
“No mamma, non ho capito niente”
“Neanche io…vabbè seguo la strada…”
Tizianeda la casa degli amici davanti al mare, poi l’ha trovata, ed è stato più semplice di quanto sembrasse. Proprio come guidare sulla strada che aveva deciso che non le piaceva più. E percorrerla, l’ha fatta sentire più libera, più viva e allegra e le sue paure sono diventate piccole e innocue. Come qualcosa che ti appartiene di cui sorridere.

Un saluto allegro a tutti voi e attraversate ridendo la terra capovolta.

Tizianeda

Come solo i bambini sanno

Click! Le ha viste sotto il tavolo e non ha resistito. Era mattina nell’ora della prima colazione, della voce impastata di sogni, dei movimenti lenti, dei capelli sparati in testa, del bacio del buongiorno, del latte caldo nella tazza, del miele, degli occhi cisposi, dell’odore di cuscino sulle guance. Lui era scalzo come al solito, in canottiera e mutande, con lo sguardo fisso altrove, come al solito. Si è seduto al suo posto, è rimasto immobile per un po’ e in quell’attimo Tizianeda ha fatto “click”. Ha fotografato da sotto il tavolo, le gambe del novenne penzoloni sulla sedia, i piedi sospesi nel vuoto a qualche centimetro dal pavimento mollicoso del mattino. Lo ha fatto perché quell’immagine le è apparsa bella, come bella e irripetibile è l’infanzia. E’ un po’ che Tizianeda osserva questa foto scattata in un mattino qualunque dei 90 mq. La osserva e non trova le parole per dire che, per dire cosa. Osserva quei piedi poggiati sul vuoto e forse il bello è tutto lì, è nella calma placida che solo i bambini sanno, nella fiducia distratta per il pavimento che tanto c’è sotto e che quando scivolano giù, li acciuffa e libera.
Stasera ha di nuovo ricercato quell’immagine, come un talismano consolatorio. L’ha ricercata dopo aver sentito al telefono una madre, la madre di una sua amica. E la madre parlava e dava a Tizianeda le notizie sulla figlia e una mano reggeva il telefono poggiato all’orecchio che ascoltava e ascoltava in silenzio e l’altra mano preparava rapida la cena imminente ed è stato un po’ come avere un’anima divisa in due ed è stato un po’ come la vita che ti racconta quello che non vorresti e nello stesso tempo non smette mai di chiamarti con le sue urgenze minute. E poi è tornata a guardare la fotografia dei piedi sospesi del novenne. Perché vuole continuare a credere nel pavimento sotto che sorregge il vuoto e acciuffa, credere come solo i bambini sanno.
E questa foto, non proprio a fuoco e imperfetta come la vita, ve la regalo.

piedi penzoloni

Tizianeda

Non pervenuta

Domenica sera.

“Sei agitata tredicenne?”
“Sì mamma, ora mi sento agitata”
“Ma no tesoro vedrai che andrà tutto bene, lo sai quello che devi fare, non avere fretta, rifletti e poi scrivi…mi raccomando la grafia, la consecutio temporum, le ripetizioni, la punteggiatura, i periodi non troppo lunghi…”
“Mamma…lo so”
“Ok, ora però vai a dormire”
“Spero di riuscirci”
“Vuoi che mi sdraio un po’ con te?”
“No, tranquilla”
“Novenne, anche tu lavati e vai a letto ché domani inizi il campo estivo e ti devo svegliare prima del solito”
“Mi devo fare la doccia?”
“Tu che dici?”
“Mamma…”
“Sì novenne?”
“Domani c’è anche il dentista!”
“Domani, ragazzi, sarà una giornata lunghissima”

Lunedì mattina.
La tredicenne si è alzata dal letto, si è lavata, vestita di nero, ha mangiato un po’ di frutta, ha preparato lo zaino, per rilassarsi si è stesa sulle unghie lo smalto “tredicenne anche lo smalto nero?” “certo mamma” . Tizianeda anche se non lo fa ormai da un pezzo, l’ha accompagnata a scuola, ma si è fermata un po’ prima, si sono abbracciate e poi l’ha guardata fino a che non si è confusa con la massa di adolescenti pronti per l’esame di terza media. Le ragazze stavano fitte fitte a parlarsi in gruppo, alcuni ragazzi hanno iniziato a giocare a pallone. Poi sono stati disturbati dal richiamo degli esami. Il pallone non si sa dove sia stato sistemato.

Lunedì pomeriggio
Anche il pomeriggio è stato bellissimo. Tizianeda dopo svariati incastri è andata con il novenne dal Signor Hopauradite Dentista, per curare due delle quattro carie che crescono allegre tra i suoi denti. Lì i bambini entrano soli nella stanza del dottore, dopo essere stati preparati negli incontri precedenti. Così ha fatto il novenne e quando è uscito vittorioso ha corso per la sala d’aspetto, ha saltato, gridato, per poco non ha abbracciato la mamma sbagliata e ha iniziato a parlare vorticosamente anche se aveva del cotone in bocca. “Che sostanze gli avete dato? Parla quattro volte più del normale…santo cielo!” “Signora che fatica con suo figlio, solitamente con l’anestesia i bambini si rilassano” “Ehm mi spiace assistente paziente…ma per quanto tempo ancora sarà sotto l’effetto delle droghe?”.

Domani gli esami e le prove continuano. Un po’ per tutti. La tredicenne si è esercitata con numeri e altre diavolerie strane, il novenne continua a parlare senza sosta, lo Sposo Errante, sceso dai treni, ora suona con  il suo fidanzato Bassoelettricosupersonico, Tizianeda si sente non pervenuta.

Però un saluto allegro ve lo manda uguale!

Tizianeda

Il giorno del Signorhopauradite Dentista

“Santo cielo novenne, ma quelle sono due carie!”. Questo ha detto Tizianeda al più piccolo di casa, che se avesse proferito “scateniamo l’inferno!” sarebbe stato uguale. Perché il novenne, prima di approdare nello studio del Signorhopauradite Dentista, per una settimana a Tizianeda ha parlato soltanto di carie. Ne ha parlato mentre lo accompagnava a scuola e al ritorno da scuola, durante i compiti, mentre camminavano per strada per qualsiasi altro motivo. Ne ha parlato la sera durante la cena e a letto in quei minuti solitamente rilassanti di chiacchiere e coccole prima del sonno. Ne ha parlato appena sveglio, mentre si vestiva, mentre pranzava, faceva la doccia, la cacca e la pipì. Poi il grande giorno è arrivato. Il giorno del Signorhopauradite Dentista.
E’ entrato con Tizianeda in una grande sala luminosa, con tante sedie disposte lungo il perimetro della stanza, con grandi poster pieni di foto agghiaccianti di denti marci che lui ha guardato a uno a uno, imperturbabile. C’erano una pianta e tante riviste di moda su un tavolo basso. C’erano sparsi ovunque e in bella mostra fogli esplicativi per gli appassionati di carie et similia. Il novenne li ha studiati tutti. Anche Tiziana su esortazione del novenne. Spera non la interroghi mai.
Poi è arrivato il loro turno. “Signora Tizianeda, prego!” “Ma devo entrare anche io?” “Sì signora, la prima volta sì”.
Così Tizianeda e il novenne sono entrati nella stanza del Signorhopauradite Dentista. Il ragazzino ha fatto millemila domande alla segretaria, millemila domande all’assistente paziente e millemila domande al dottore. Il Signorhopauradite Dentista, la sua assistente paziente e la segretaria hanno sempre risposto, non hanno mostrato segni di sfinimento e non hanno mai smesso di essere sorridenti. Hanno detto che le carie del novenne non sono due ma quattro e dovrà mettere un simpatico apparecchio. La cura inizierà tra due sedute, per dare il tempo a lui di ambientarsi e forse anche a loro.
Il novenne è uscito dallo studio soddisfatto. “Sai mamma, credo proprio che questo studio dentistico sia adatto a me!” “Anche io novenne lo penso”.
Le madri dopo il secondo incontro, non le fanno più entrare nella stanza del Signorhopauradite Dentista. Tizianeda aspetterà nella sala luminosa, fiduciosa. Magari leggerà qualche rivista patinata piena di signorine perfette e distanti che sembrano disdegnare gli incastri della vita e le complicazioni tenere di una carie.

Tizianeda

Risvegli creativi e un p.s. per tutti voi

La mattina risvegliare i minori è arduo, specie se i soggetti in questione hanno da sempre l’orologio biologico invertito, ché la sera sono affetti da logorrea compulsiva e la mattina da letargia semi-irreversibile. Così succede nei 90 mq con il novenne. Lo spirito di sopravvivenza ha sviluppato pertanto in Tizianeda metodi di risveglio creativi. Tutti ugualmente inefficaci.
Risveglio poetico:
“Novenne sveglia, su che è tardi … ok se non ti alzi ti declamo le poesie d’amore di Rilke e poi passo a Lorenzo Calogero …ve bene lo hai voluto tu …”
Risveglio del cantautore:
“Novenne sveglia, è tardissimo … ok se non ti alzi ti canto tutto il repertorio delle canzoni d’amore dei cantautori italiani … va bene lo hai voluto tu… inizio con De Andrè e “La canzone dell’amore perduto””
Risveglio ottimista:
“Novenne sveglia è tardissimo … dai fuori il sole splende nel cielo, gli uccellini cinguettano ed è una giornata bellissima, su su ché alla tua età devi essere felice agile e scattante, guarda che bella luce che entra … novenne cosa fai …non coprirti gli occhi con il cuscino …”
Risveglio lumacoso:
“Novenne sveglia è tardissimo … non smetto di sbaciucchiarti finché non mi dai un segno di vita … muovi almeno un piede… bravo ora la mano…”
Risveglio Disperate Housewife:
“Novenne ora basta è la tremilionesima volta che ti chiamo inizio a innervosirmi, è tardissimo …conto fino a tre, se poi non ti alzi ti sequestro tutti i giochi i giocattoli l’orologio i giornalini i libri …1, 2, 2 e ¼, 2 e 2/4 , 2 e ¾ , 2 e ¾ e mezzo …oh bravo ora da seduto devi metterti in piedi ma prima apri gli occhi…”
Risveglio karma contro:
“Novenne cosa fai lì in piedi vicino alla mia faccia…stavo dormendo…”
“Non ho sonno mamma”
“Ma oggi è domenica ed è prestissimo, torna nel tuo letto…”
“Lo sai mamma che la mattina per colpa della scuola ormai mi sveglio a quest’ora…”.

P.S.: Oggi il blog compie tre anni. Un bloghettino come dice qualcuno con affetto nei miei confronti e credo anche nei confronti del blog. Quando ho cliccato per la prima volta per postare, non sapevo se stavo facendo la cosa giusta e se questo gesto piccino piccino, mi avrebbe portato da qualche parte. Oggi posso dire che quel piccolo clic mandato in rete insieme al mio sostenitore nr. 1, ha messo i miei passi su una strada che mi piace ogni giorno di più. Fino alla realizzazione di uno spettacolo tratto dalle parole che galleggiano qui dal 12 maggio di tre anni fa.
Ma il blog è molto di più. E’ un’esperienza umana di sensazioni e sentimenti. Ho conosciuto molti di voi grazie ai racconti intimi di vita minuta. Mi avete tutti arricchita con il vostro affetto. A voi rimando il mio di affetto. E lo mando ai lettori sconosciuti e a chi passando lieve con fugaci messaggi mi regala pezzi della sua vita, superando pudori e barriere.
Un saluto allegrissimo a tutti!
P.p.s.: Se volete sapere di più dello spettacolo che si è tenuto per la prima volta sabato 9 maggio,qua il bellissimo articolo di Antonio, il ferroviere fuggito da Macondo.

Tizianeda

Gesti sconsiderati

“Santo cielo, novenne, dobbiamo andare dal barbiere…”
“No mamma, dal barbiere no. Lo sai che poi me li taglia troppo e non posso fare più swisch con il ciuffo…”
“Certo non poter fare più swisch con il ciuffo non è bello…glielo diciamo tranquillo…”
“No, no ti prego. Tagliameli tu!”
“Vuoi? Ok domani te li taglio io!”
“Grazie mamma!!”

Non lo dovrebbe fare, lo sa, ma la tentazione di tagliare i capelli è troppo forte. La richiesta del novenne è un invito a nozze, una porta spalancata, un passe-partout per uno dei tanti gesti irrazionali che le mamme compiono. Perché? E chi lo sa, forse perché è intimo, forse perché fa infanzia, forse perché l’amore è incosciente, sconsiderato e dagli esiti imprevedibili. Ché poi si sa come va a finire. A furia di aggiustare le simmetrie, di adeguare il troppo rasato da una parte con il troppo lungo dall’altra, il figliolo si ritroverà un quadro cubista in testa, che soltanto un tagliatore di capelli professionista trasformerà in un’immagine coerente e sensata. Con buona pace della madre, che sarà guardata dal barbiere come se fosse Edward Mani di Forbice e il figlio come Hansel sottratto alla strega.
Eppure ci ricaschiamo, come quando sicure di non essere viste da nessuno, in una strada affollata, puliamo ai minori con la saliva, la nostra, la macchia di dentifricio sulla guancia, o in preda al panico da moccio colante, sempre in mezzo a una strada affollata, estraiamo dalla tasca un fazzoletto di carta appallottolato e fossilizzato. E mentre facciamo soffiare dai loro nasi le loro produzioni pediatriche dentro l’oggetto informe, ci ripetiamo come un mantra autoassolvente: “ma sì, sicuramente il fazzoletto si è fatto almeno dieci lavaggi in lavatrice con tutta la giacca e sarà più pulito di prima”.

Un saluto swisch a tutti voi e buon Primo Maggio!

Tizianeda

Pensieri del lunedì

Ha chiacchierato via skype con un’amica, per ora nella città più bella del mondo, l’amica che vede gente e fa cose. Hanno un progetto in comune e in attesa che ritorni nel sud suddissimo, si sono dovute coordinare. E’ stato divertente. E’ stato bello. Tizianeda, ora, inizia a sentire un po’ di ansia da prestazione per questa cosa che insieme dovranno fare, il 9 maggio. E poi si vedrà.

E’ andata a una festa di compleanno di un bambino di cinque anni, con tutta la famigliola. Lì ha pensato che se dio esistesse, sarebbe un bambino così, che sorride, che ti prende per mano, ti tira forzutissimo, si sdraia a terra perché gli piace, che chiede ai grandi di farlo anche loro, perché insieme sdraiati a terra a guardare il mondo, tutto appare più bello. Perché a stare seduti composti e rigidi in quel modo dei grandi, finisci che la felicità non la vedi. Sì dio, se esistesse, sarebbe un bambino di cinque anni con i cromosomi speciali.

Ha visto signore e signori vestiti di bianco, tutti in piedi su una rotonda affacciata sul mare della sua città sbilenca. Tutti ordinati, tutti composti, tutti a muoversi sincronizzati e lievi senza spostarsi, tutti a fare TaiChi, quella disciplina orientale che sembra un inno alla lentezza, tutti ad accarezzare l’aria, ad addensare il tempo. E a guardarli Tizianeda si è sentita come innamorata.

Ha ascoltato la tredicenne ripetere le lezioni di Storia. Così, passando da una stanza e l’altra dei 90 mq e un po’ di nascosto. Ed è stato strano sentirla narrare eventi catastrofici e drammatici con la sua voce da adolescente, come se tutto si riconciliasse finalmente in quel punto lì, su quella sedia, dentro quegli occhi dal colore senza nome.

Ha ricevuto, grazie al magico e gentile mondo di wathsApp, fotografie del novenne con la divisa scout, lontano, ma non troppo, per un pernottamento. E nel guardarlo così sereno e sporco come devono essere i bambini che si divertono e disordinato come è lui, le è venuto da sorridere tanto e poi le è venuta la nostalgia. E ha pensato che uno dei tanti ingarbugliati sentimenti che si innestano in una mamma non appena il bambino esce dalla pancia, è proprio questo sentimento qui. Che per gettare nella mischia del mondo un figlio, te ne devi proprio separare. Di solito non ci pensi e ti senti una mamma in gamba e quando partono sei anche contenta. Poi ti arrivano improvvise le foto, che tu sei qui e lui è lì, e insomma capisci che sei solo una mamma pappamolla. Una tra le tante.

Vabbè ciao. Un saluto allegro a tutti voi.

Tizianeda