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Indisposte

“Che vuol dire “indisposte”, avete detto questa parola, vi ho sentite, che vuol dire, sorelle maggiori?”
“Zitto, non gridare, fratello minore, è una parola terribile, non la devi nominare mai mai mai. E’ una parolaccia peggiore di pu, stro, mer, ca, va. Capito? Mai, mai, mai!”.
Questo dicevano le ragazzine Tizianeda e Dada al fratello, più piccolo della prima di due anni e della seconda di tre, quando erano tutti in un’età tra i nove e i tredici anni.
Parlavano di mestruazioni, che allora venivano denominate con quel termine impronunciabile che evocava disastri cosmici per la salute e l’equilibrio delle donne, rinunce apocalittiche, dinieghi pieni di presagi oscuri. Si usava come un codice segreto tra femmine, inaccessibile ai maschi dotati di buon udito, quando pronunciato. Tipo il fratello di Tizianeda e Dada che alla prima occasione di bisticcio, in cui lui si sentì come Cenerentola vessato dalle racchissime sorellastre, lo urlò alle due per le strade e tra le genti, come l’insulto più terribile dell’universo, più terribile di pu, sto, mer, ca, va. “Indisposteeeee, indisposteeee, indisposteeee”.

Trent’anni dopo (circa)

“Quattordicenne ma quando parlate di mestruazioni tra voi ragazzi che termine usate?”
“Che domanda è mamma? Usiamo mestruazioni oppure diciamo che abbiamo il ciclo…”
“Che bel termine “ciclo”, richiama l’universo. E se dico indisposta?”
“Indica che qualcuno sta male”
“Grazie tesoro, in effetti è così”.

Tizianeda

La pasta e lenticchie di Michela

E’ salita su un treno, alle 8,00 del mattino. Si è accomodata dentro uno scompartimento vuoto. Un’ora e mezzo di tragitto ferrato che accosta il mare.

Sentiva dentro di sé che quella giornata sarebbe stata indimenticabile, per l’entusiasmo che già le era arrivato, anche se da lontano, con messaggi e per telefono. Quando è scesa dal treno, ad aspettarla c’erano un uomo dallo sguardo gentile e una donna sorridente e colorata. Non c’erano dubbi era lei. Michela, la professoressa di filosofia del liceo “Tommaso Campanella” di Lamezia Terme. Michela dalla voce da ragazza e l’entusiasmo per la vita che non ti lascia scampo. Si sono abbracciate. Poi Gino, il marito gentile, le ha accompagnate a scuola. Tizianeda era lì perché invitata a presentare il suo libro per la settimana nazionale dedicata alla lettura, chiamata con un nome evocativo e arioso: libriamoci.

Sono entrate nel salone della scuola che in poco tempo si è riempito di ragazze e ragazzi. Tizianeda ha pensato che così tanti adolescenti messi insieme non li aveva mai visti. Con loro c’era Ippolita Luzzo, la blogger che vi invito a leggere (QUI), anche lei con il cuore assoluto di un’adolescente e con la mente che è un intreccio affascinante di sensibilità e acume. Poi, grazie al motore Michela, insieme hanno trascorso due ore piene di parole, confronti, racconti intimi, riflessioni sull’essenza femmina, sui pregiudizi che a volte ci impediscono di vedere, di affetti, di nonne, di madri e padri, di sogni e progetti, di passioni, di femminismo, riflessioni sul corpo e sul pudore. I ragazzi hanno mostrato la bellezza assoluta dentro la loro età in divenire, il bisogno di punti fermi, di essere ascoltati. Hanno mostrato curiosità per la vita, anche stimolata da incontri illuminati e illuminanti come quello con la loro professoressa Michela. Tre ragazze, Federica, Nadia e Carmen, hanno fatto il dono della lettura di alcuni brani del libro, emozionando Tizianeda fino alle viscere, con il loro modo delicato di essere.

Anche quando la campanella è suonata, gli alunni di Michela, hanno voluto fermarsi nel salone, per parlare ancora della vita e quindi di se stessi e di noi con loro. Poi è stato tempo di andare. Michela ha portato Tizianeda nella casa sua e del marito gentile. Due alunne, Federica e Lucrezia si sono unite a loro,invitandosi con la naturalezza di chi sa il piacere dell’accoglienza. E lì nella casa di Michela, la professoressa di filosofia, la ragazza dal cuore colorato, si è compiuto il miracolo dell’ affetto. Perché Michela, tra i fornelli ha cucinato la pasta e lenticchie. La stessa che Tizianeda racconta nel suo libro, quella della nonna Bianca, la nonna che la chiamava come nessun altro, quella che lei ha perso nel tempo.

In quella casa antica, piena di ricordi e di oggetti delle famiglie dei padroni di casa, piena di luce e colori, Tizianeda ha pensato che attimi così sono un regalo che la vita ti fa, un regalo inaspettato, per il quale sentire gratitudine e da conservare, come un talismano, nella memoria e a cui aggrapparsi come a una piccola, segreta risorsa, nelle giornate più sbilenche delle altre.

Tizianeda

Ritorno al futuro

“Siete pronti? Ok allora vengo in strada con voi, così vi vedo partire e vi scatto qualche foto”
E così lo Sposo Errante, la ragazzina e Tizianeda sono scesi in strada, dove c’era ad aspettarli la motocicletta Enduro. Quella che l’uomo adulto di casa, quando si era giovani (Tizianeda di più) e spensierati, usava come principale mezzo di locomozione e poi si scorrazzava per le strade del sud suddissimo. Ed era bello ed era fresco. Poi è arrivata una bambina. La moto si è trasformata nella Bella Addormentata nel garage, mentre la vita fuori correva a quattro ruote. Quattordici anni dopo, lo sposo ha deciso che era finito per la motocicletta il tempo del sonno e dell’oblio. E come un principe azzurro innamorato l’ha risvegliata.
Domenica, proprio quella ragazzina che aveva preso con prepotenza i suoi spazi, che senza chiederlo aveva imposto la clausura, su quella motocicletta è salita. Il conducente era sempre lo stesso di quattordici anni fa, solo un po’ cambiato per i veloci giri del tempo. Sono partiti per una giornata in compagnia, dall’altra parte del mare. E Tizianeda mica si poteva perdere questo momento. Il privilegio di vedere dall’esterno la stessa scena di tanto tempo fa. Un balzo temporale in cui si ritorna dentro attimi già vissuti, come Marty Mcfly in ritorno al futuro ma senza il rischio di creare casini spazio/temporali, sparizioni o cambiamenti epocali. Ha così visto lo sposo sistemare con cura il giubbotto e il casco della ragazzina. Spiegarle come salire sulla motocicletta, fare gli stessi gesti di tanto tempo fa, azionare il motore, staccare il cavalletto dal terreno e partire con un sorriso. La ragazzina era seduta dietro di lui, abbracciava sua padre contenta. La motocicletta correva sulla strada, soddisfatta e finalmente libera e felice.

p.s.: E il decenne? Il decenne è stato ospite tutto il giorno a casa di amici genitori del suo amico del cuore G. Tiziana è molto grata a sua madre che le ha regalato una rara giornata di solitudine. Di quelle giornate che hai mille progetti ma in realtà poi non fai nulla, e ti godi il privilegio di stare ai tuoi tempi, di mangiare a letto del riso scaldato e di provare a vederti una serie americana sul pc e sempre a letto, che non pensavi che ti avrebbe preso così. Ha passato anche un bel pomeriggio con un amico senza l’urgenza del ritorno, fatto di chiacchiere e progetti. Poi a casa è tornata ad aspettare che la famigliola si ricompattasse, ad aspettare i racconti di tutti.

Tizianeda

Motocicletta

“Tizianeda, che dici se la faccio riparare e ricominciamo a usarla?”
“Ma sei sicuro sicuro? Sono passati tanti anni … più di quattordici … vabbè se ci tieni, in realtà sarebbe figo risalirci come ai vecchi tempi, prima del delirio”.
Quando lo Sposo Errante, che ancora non era errante e neanche sposo, ha conosciuto Tizianeda, si aggirava per le strade con una motocicletta Enduro. Che è uno di quei mezzi di locomozione a due ruote, molto sportivo e molto alto. Se sei agile, figa, scattante, con i capelli al vento e con le gambe lunghe lunghe ci sali con la grazia di una gazzella. Se sei Tizianeda ogni volta prima di accomodarti sul sellino, ti concentri torva come se dovessi affrontare un duro allenamento militare. Quando lo sposo allora semplice corteggiatore e poi fidanzato andava a prenderla sotto casa, il quartiere si affacciava sui balconi e stava sugli usci che davano sulla strada, per assistere allo spettacolo della vicina che si arrampicava sulla motocicletta. Tizianeda inspirava ed espirava, malediceva i tipi della bottega accanto che uscivano sulla strada per assistere alle show, poggiava sempre il piede sbagliato sul pedalino sbagliato, affondava le unghie sulla spalla del centauro, faceva oscillare pericolosamente la motocicletta, e si accomodava. Poi si partiva verso mete e luoghi, lei cingeva il corteggiatore, appoggiava le sue forme alla schiena di lui e si sentivano entrambi felici. Hanno continuato a farlo, anche quando lui non andava più a prenderla, perché ormai la casa era diventata unica per entrambi. Poi però, la pancia di lei ha iniziato a crescere crescere e arrampicarsi su quella motocicletta era diventato impossibile e l’unica morbidezza che poteva appoggiare alla schiena di lui era un ventre tondo come una mongolfiere. Così la motocicletta è stata riposta in un garage e coperta da un telo. Tizianeda tra le braccia e appoggiata alle sue forme ha iniziato a tenere una bambina. La motocicletta nella solitudine caotica del garage, ha aspettato paziente e forse rassegnata. Ogni tanto in casa si parlava di lei, come dei tempi andati, come dei bei ricordi. Poi la folgorazione dello Sposo nostalgico, al quale non si può dire di no.
Ora la moto è in officina, come una regina. Tra qualche giorno sarà riconsegnata allo sposo. Tra qualche giorno Tizianeda dovrà provare a risalirci. A guardarla divertiti sul balcone, ci saranno una ragazzina di quasi quattordici anni e un ragazzino di dieci. Poi lei cingerà la schiena di lui, appoggerà le sue forme e chiuderà gli occhi, per cercare sensazioni di un tempo lontano.

 

 

Tizianeda

Vieni a trovarmi in sogno

E’ iniziata con un temporale. Ma al contrario. Prima il tuono, poi il colpo di fulmine. Avevamo poco più di venti anni, ci incontravamo tra le stanze dello studio legale dove facevamo pratica. Ci sfinivamo a vicenda. E’ iniziata da un vaffanculo gridato tra colleghi attoniti e da porte sbattute in faccia. E’ iniziata da una tempesta. E poi eravamo giovani e potevamo scegliere se ignorarci o diventare amiche. Per fortuna siamo state sufficientemente saggie e folli da scegliere la seconda alternativa. Per fortuna. Eravamo giovani e con molto tempo spensierato da vivere insieme. Per fare, girare, uscire, ballare, organizzare feste, chiacchierare, dire parolacce, ridere, cazziarci e tu lo facevi di più in continuazione. Poi succede che la vita sa essere bestia e indifferente alla bellezza che scorre. Succede la malattia, succede che sono lì presente e la seguo e ti seguo. Succede che guarisci. Succede che vai al nord a lavorare. Succede che mi sposo, che divento mamma. Succede che torni al sud. Succede che ti ammali ancora. Succede che non so starti vicino, non come allora. Succede che ti riprendi. Succede che mi fai il cazziatone dei cazziatoni per questa mia assenza. Il cazziatone perfetto, con amore. Succede che ci vediamo anche se non quanto vorresti e ogni volta sono risate e parolacce ché a noi dirle insieme veniva benissimo. Succede che il giorno dopo il mio compleanno te ne vai mandando tutti noi a ‘fanculo, senza tornare più, Sabinella. Tu che eri folle, bizzarra, sopra le righe, tu che parlavi tantissimo ma dentro avevi silenzi preziosi che non svelavi. Tu che avevi una fede incredibile in quel dio che io ho smesso di cercare da un bel po’ e mi cazziavi anche per questo. Tu che eri l’allegrezza e la forza che finiva tutta in quella voce roca e potente. Tu che amavi la vita e dicevi “grazie” tutti i giorni per ogni ora, per ogni secondo in più, per ogni momento di inaspettata bellezza. Tu che mi hai insegnato tanto con quel tuo modo insolito di attraversare il tempo. Tu che mi hai insegnato il valore vero e semplice dell’amicizia. Tu che non ci sei più e non mi capacito.
Ciao commarella mia bella, ogni tanto vieni a mandarmi a ‘fanculo in sogno.

Tizianeda

14 gradini

Il primo gradino, un bicchiere di vino di troppo per lei. Poi lui che le parla, attratto dalle gambe nude – “non solo le gambe ti ho guardato” “sicuro?-. Lei con i ricordi annebbiati e vaghi, che si deve fidare delle sue parole. E lei si fida.

Il secondo gradino, un’audacia sfrontata, a planare su un sorriso timido. Quello di lui. Non c’era vino quella sera a confondere la memoria. E lei ricorda. Ricorda un vestito sottile e giovane, ricorda terrazze e musica, ricorda che ballava -“eri smorfiosa come sempre”-. Ricorda il punto esatto del parapetto su cui erano poggiati, e lei flertava incurante, con lui, carino e imbarazzato.

Il terzo gradino, il panico e la voglia di fuggire, di non impegnarsi. E’ lei con le sue inquietudini. Poi un bacio e poi un altro e un altro ancora e poi sposiamoci e poi lui che non ha paura e poi, poi sei sul gradino successivo e a guardare dietro è stato facile, è stato bello.

Il quarto gradino la prima figlia. Che è un delirio, che è una vita nuova, che è reinventarsi tutto, che è tre e non più due. E quell’uno in più è un’operazione che l’aritmetica non c’entra, è un troppo che è lì e non puoi spiegare. Non è matematica, è un gioco di prestigio.

Il quinto gradino il secondo figlio. E’ l’apoteosi, ma è anche famigliola. Un po’ di più, che nei 90 mq ci si stringe tutti un tanto così, per fare spazio.

Il sesto gradino, è una promozione, sono treni sbrindellati e strade malferma. E’ uno sposo che diventa errante e ci si deve organizzare. E’ lei che pensa di non farcela e invece ce la fa. Ce la fa sempre lei, in qualche modo.

E poi ci sono gli altri gradini, il settimo l’ottavo e via più su fino al quattordicesimo. Che ogni gradino è un farcela, è un traguardo è un aggiungere qualche cosa è un superare piccole tempeste, è resistere al vento che improvviso arriva e scompiglia e tu lì a rimettere a posto o a dare un nuovo assetto che combaci con quello che si è, con quello che si diventa. E’ realizzare sogni, è inseguire passioni, è ritornare, è crescere, è cambiare, è aggiungere. E’ non dimenticare la ragazza sfrontata e allegra con un bicchiere di vino di troppo e il ragazzo carino e imbarazzato che non ha avuto paura.

Tizianeda

La festa, i fidanzati, i lenti e i ricordi

La dodicenne è stata invitata alla festa di compleanno di una compagna di scuola. In casa. Con la presenza dei maschi, e di sparpagliate coppie di innamorati, in quell’età in cui, l’amore è distratto, volubile, informe, ingenuo, uno status da esibire con orgoglio agli altri relegati al ruolo paria di “non fidanzati”.
“Dodicenne tutto a posto ti sei divertita?”
“Sì”
“E cosa hai fatto?”
“Niente sono stata con la mia amica F., erano quasi tutti fidanzati”
“Quasi tutti che vuol dire”
“Tre coppie”
“Su quanti invitati’”
“Boh, almeno quindici…perché sorridi?”
“Niente…così, pensavo che alla tua età si ha una percezione delle proporzioni alquanto strana…”
Già quell’età, di cui Tizianeda ha ricordi nebbiosi e contrastanti.
Così per ritornare a quel tempo di mezzo e immedesimarsi con l’ingarbugliato sentire della ragazzina, ha interrogato la zia Dada, sua sorella, di 13 mesi più grande di lei, con cui ha condiviso la pre-adolescenza, le feste, i vestiti, le confidenze, le pene d’amore monotonamente sue – ché la zia Dada assorbita dallo studio non si abbandonava al lusso di sciocche distrazioni – la stanza, i giochi da bambini che resistevano alla progressiva perdita dell’infanzia, i professori e lo zio Peppino il fratello di due anni più piccolo.
“Zia Dada, ma a che età abbiamo visto pomiciare le prime coppie alle feste. Eravamo al liceo vero?”
“No, già alle medie. Ma in terza…”
“Santo cielo!”
Ha chiesto allo Sposo Errante, che ha avuto un’infanzia felice, selvaggia, di cortili, strade, bambini, pericoli, terra e sudore.
“Sposo Errante?”
“Sì Tizianeda”
“Quando ti sei accorto per la prima volta delle ragazze, dico nel senso di accorto accorto…”
“Dodici, tredici anni”
“E cosa è successo?”
“Ho smesso di divertirmi…”
Allo zio Peppino, no, ha preferito non chiedere, chè i fratelli hanno il talento oscuro di generare panico e terrore.
Poi ha chiesto all’ottenne, perché le indagini per essere serie e approfondite devono condursi trasversalmente : “Ottenne ma a te di una ragazzina cosa ti colpisce maggiormente?”
“Mamma, lo so che ti deluderò, ma non è il carattere come vorresti, è la bellezza…il viso…poi la bambina M. quando alle feste è vestita elegante…la guardo di più perché è … così bella…”
“Capisco…” maschi…
E poiché il suo campione Istat immediatamente reperibile si era esaurito, Tizianeda si è addentrata nella nebbia fitta dei suoi ricordi pre-adolescenziali, in quel tempo veloce e confuso degli anni della scuola media.
Ed eccola lì alle feste in casa, compagni inclusi, capelli corti e informi, un po’ come il resto. Con la musica anni ottanta, che si ballava tutti, con corpi insicuri e impacciati, come quelli di oggi, anche se pare, oggi, non si balli più. Con i cambiamenti in corso inesorabili e ingestibili. Femmine e maschi a scrutarsi furtivi, con l’urgenza di archiviare l’infanzia. E poi i balli lenti, a dondolarsi come le gondole di Venezia, braccia distese a scongiurare l’imbarazzo dei corpi, distantissimi e ingessati che in mezzo poteva passarci un treno, una mandria, un fiume in piena, lo Stretto di Messina, la banda musicale del paese, la processione del Santo.
E poi…meglio rinfittire la nebbia lasciando lì nascosti questi ragazzini anni ’80 a dondolarsi a distanza di sicurezza, loro non così diversi dai nostri, in quell’ età buffa e innocente.

Buon inizio settimana dondolante a tutti!

Tizianeda

Di questi tre giorni…

In questi giorni di fine marzo, Tizianeda e la dodicenne, loro due sole, si sono concesse un incontro ravvicinato con una città, che è un po’ come il sugo della nonna Santa Gina, chè non ci sono abbastanza aggettivi per definirla, o come le sue polpette: patrimonio dell’umanità. Hanno invaso con il loro allegro disordine da comune hippie, la casa luminosa e accogliente degli zii M., lasciando nella città sbilenca, due maschi dalla età i caratteri le priorità differenti, a tessere un’intesa senza la presenza di interferenze femmine.
Di questi tre giorni Tizianeda si porterà:
– lo sguardo di una donna, che ha imbrigliato il suo sguardo dentro un tempo denso. Uno sguardo da un luogo altro. Uno sguardo pece, uno sguardo che rimanda la sensualità carnale della vita, dispetto alla sorte e alla morte. Uno sguardo che racconta senza disvelarla la sua complessità ossimora, che è un invito a fermarti, a guardare dentro il nero. Uno sguardo che senti nella pancia e nel respiro e nel battito accelerato e smuove giù fino in fondo un’essenza che non sai, ma che è anche la tua. E poi la intuizione magnifica di un bambino di una scuola elementare con il dito teso a indicare un quadro: “guardate c’è Frida”. Frida Kahlo, la donna, l’artista messicana, lì presente con i suoi autoritratti, nelle stanze delle Scuderie del Quirinale.
– la primavera. Nel giubbotto colorato della dodicenne, nelle urla acute e trasparenti delle sue amiche coetanee incontrate lì, nei loro abbracci assoluti, come assoluto è il sentire a quell’età. La primavera nell’aria chiazzata di macchie cipria in movimento, rilasciate da alberi dalla generosità fugace e perfetta. Architetture fragili di bellezza profumata, che quasi non ci credi.
– la città. Perché Roma è un luogo che gli occhi non si stancano mai di guardare e stupirsi. Perché è un posto che ti lascia addosso il desiderio di ritornare e un senso inappagato e nostalgico di bellezza troppa.
– qualche chilo in più distribuito in parti dannatamente diseguali sul suo corpo – ché la zia M., accidenti, cucina da Dio – unito al mantra ossessivo, secondo cui sicuramente lei, lunedì inizierà una dieta triste triste.

E buon inizio settimana a tutti voi (ovviamente non triste triste).

Tizianeda

Na na na na

“Quindi ad alcune di voi piacciono i “One Direction” e ad altre i “Green Day“. E’ come quando ero giovane io… a chi piacevano i Duran Duran e chi preferiva gli Spandau Ballet”
“A te mamma?”
“I Duran Duran, ma anche qualche canzone degli Spandau, come quella che faceva…mother says must be nanananana…and we made our love ….and throught the barricade…nanananananana”
“Mamma ti prego ti vedono…”
“Ma no siamo in macchina… che ricordi, e poi ce ne era un’altra che quando la sentivamo ci struggevamo tutte… era dei Duran Duran…come si intitolava… uh “Save a prayer” …don’t say a prayer for me now, save it till the morning afteeeeer…na na na..”
“Non ricominciare, non ballare , quel signore nella macchina accanto se ne è accorto, ti guardava…”
“Ma dai dodicenne mi stanno riaffiorando i ricordi. C’era pure il cantante dei Wham, come si chiamava accidenti…quanti lenti non ho ballato con le sue canzoni”
“Non ti invitavano mamma?”
“No. Sono diventata bellissima soltanto qualche anno dopo…cosa fai ridi?
”E poi c’era “Il tempo delle mele”…lo sai quel film…”
“Sì mamma”
“Praticamente c’è una festa, con tanti ragazzetti e ballano tutti e si muovono come matti e all’improvviso il protagonista mette le cuffie alle orecchie della protagonista e parte una musica lenta che fa…”
“Ti prego mamma non ricominciare a cantare…”
“Sì insomma mentre tutti ballano intorno concitati, quei due ballano un lento e lei ha le cuffie nelle orecchie…allora c’erano le cassette…lo sai cosa è il gelosino…”
“Sì roba dei tuoi tempi…”
“Ma voi i lenti alle feste non li ballate più vero? Roba dei miei tempi ormai…”
“Si mamma tranquilla”.

E un saluto nananana a tutti.

Tizianeda

La prima volta

La prima volta che ho visto l’arcobaleno, avevo sette anni. Ero incastrata tra un banco ed una sedia , la maestra parlava e io guardavo fuori dalla finestra. Lui galleggiava colorato nell’aria. Era bellissimo e l’ho osservato fino a che non si è dissolto. Da quel giorno non ho più smesso di guardare attraverso le finestre.

La prima volta che sono stata colpita dalla maledizione: “quando sarai madre anche tu capirai”, avevo trentaquattro anni. Piangevo senza ritegno alla prima recita di mia figlia. In un colpo avevo delegittimato le proteste dell’adolescenza, verso le plateali manifestazioni emotive di mia madre. Ancora oggi mi commuovo vergognandomi come l’adolescente di allora. Solo che la mamma questa volta sono io.

La prima volta che ho capito che i nonni non sono immortali, avevo dieci anni. Le mie cugine giravano tristi tra le stanze di casa mia. La nonna delle torte, da quel giorno non l’avrei più rivista, se non nei sogni.

La prima volta che ho capito che non avrei più riavuto il mio corpo da ragazza, avevo 35 anni. Dentro di me si muoveva un bambino bello e grande. Uno spazio prepotente in un corpo inadeguato. Questo pensavo, mentre osservavo i raggi che dall’ombelico si irradiavano ondivaghi sulla pelle, sbucati a tradimento sulla mia pancia pronta ad esplodere.

La prima volta che ho sentito la libertà e la bellezza della giovinezza avevo 21 anni. Era estate, c’erano ragazzi e ragazze della mia età intorno a me, tutti sull’isola di Ventotene. Il tempo, in quei cinque giorni, si è addensato, regalandoci attimi di fresca perfezione.

La prima volta che ho capito che feste frizzi lazzi e uscite senza orari, dovevano essere archiviati per un tempo indefinito, avevo trentatré anni. Ero seduta in macchina con lo Sposo Errante, tenevo tra le braccia un corpo caldo avvolto da strati di coperte, una piccola femmina in divenire. Tornavamo a casa. Fuori nel buio delle strade il fermento giovanile dei veglioni di capodanno che stavano per iniziare.

La prima volta che un oggetto mi ha salvato la vita, avevo quattordici anni. L’oggetto era un libro e quando mi sono separata da lui perché la storia che mi aveva regalato era finita, per reggere il vuoto ne ho dovuto aprire un altro e poi un altro e poi un altro ancora. Fino ad oggi. Io a quel libro sono grata. Per questo lo tengo sul mio comodino senza rileggerlo. Per non deludere l’incanto di quella prima volta.

La prima volta che ho parlato con lo Sposo Errante, non la ricordo. Però lui sì. E questo mi basta.

La prima volta che ho sentito che stavano invadendo i miei spazi intimi e vitali, osando dove nessuno avevo mai osato , ero nuda e stesa su un lettino, in preda ad una logorrea compulsiva. Quattro mani cercavano tra costole e polmoni, i miei, di consegnare alla sua prima volta, una bambina seduta sulla mia vescica e con la testa appoggiata sul mio stomaco. Poi hanno estratta anche lei nuda e furente, e ci siamo guardate, per la prima volta.

Tizianeda