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E poi sono tornata

Sono partita. Sono partita con quei due, la tredicenne e il novenne. Siamo andati nella città piena di cupole e campanili che mi piace, che ci devo ritornare per la sua bellezza che non smette di attrarmi, per la casa luminosa e riposante che mi aspetta ogni volta che arrivo. E lì, dentro, tra le stanze, i suoi abitanti ad accogliermi con “pane e tulipani”, ormai da più di quindici anni. Sono partita che era venerdì pomeriggio e tornata che era domenica mattina. Sono partita perché volevo essere mamma e basta e compagna di giochi, senza il fastidio degli incastri e dei doveri. Sono partita perché forse se cambiavo città, la finivo di svegliarmi quando è notte, in quelle ore in cui i sogni si fanno consistenti e ti raccontano quello che il giorno non ti sa dire. Sono partita perché settembre è stato una diga con l’acqua che trabocca. Bisogna allontanarsi, a volte, cercare un altrove quando senti di avere troppi cuori, troppi respiri e ritmi e battiti e parole e silenzi, troppe stanze abitate. Quando le vite si sommano e il tempo che rubi e ti ha reso ladra ti sperde. Sono partita, perché la lontananza ti fa vedere le cose da un’altezza serena che ti riconcilia. E poi, sono tornata e ho misurato la nostalgia, la mia, di chi ho lasciato ad aspettarmi.

Tizianeda

Di questi tre giorni…

In questi giorni di fine marzo, Tizianeda e la dodicenne, loro due sole, si sono concesse un incontro ravvicinato con una città, che è un po’ come il sugo della nonna Santa Gina, chè non ci sono abbastanza aggettivi per definirla, o come le sue polpette: patrimonio dell’umanità. Hanno invaso con il loro allegro disordine da comune hippie, la casa luminosa e accogliente degli zii M., lasciando nella città sbilenca, due maschi dalla età i caratteri le priorità differenti, a tessere un’intesa senza la presenza di interferenze femmine.
Di questi tre giorni Tizianeda si porterà:
– lo sguardo di una donna, che ha imbrigliato il suo sguardo dentro un tempo denso. Uno sguardo da un luogo altro. Uno sguardo pece, uno sguardo che rimanda la sensualità carnale della vita, dispetto alla sorte e alla morte. Uno sguardo che racconta senza disvelarla la sua complessità ossimora, che è un invito a fermarti, a guardare dentro il nero. Uno sguardo che senti nella pancia e nel respiro e nel battito accelerato e smuove giù fino in fondo un’essenza che non sai, ma che è anche la tua. E poi la intuizione magnifica di un bambino di una scuola elementare con il dito teso a indicare un quadro: “guardate c’è Frida”. Frida Kahlo, la donna, l’artista messicana, lì presente con i suoi autoritratti, nelle stanze delle Scuderie del Quirinale.
– la primavera. Nel giubbotto colorato della dodicenne, nelle urla acute e trasparenti delle sue amiche coetanee incontrate lì, nei loro abbracci assoluti, come assoluto è il sentire a quell’età. La primavera nell’aria chiazzata di macchie cipria in movimento, rilasciate da alberi dalla generosità fugace e perfetta. Architetture fragili di bellezza profumata, che quasi non ci credi.
– la città. Perché Roma è un luogo che gli occhi non si stancano mai di guardare e stupirsi. Perché è un posto che ti lascia addosso il desiderio di ritornare e un senso inappagato e nostalgico di bellezza troppa.
– qualche chilo in più distribuito in parti dannatamente diseguali sul suo corpo – ché la zia M., accidenti, cucina da Dio – unito al mantra ossessivo, secondo cui sicuramente lei, lunedì inizierà una dieta triste triste.

E buon inizio settimana a tutti voi (ovviamente non triste triste).

Tizianeda

Prime volte

Le ragazze dei 90 mq sono salite insieme su un aereo, loro senza i due maschi di casa, lasciati a terra a cavarsela da soli, per la prima volta. “Femmine con le femmine, maschi con i maschi”, ripetendo un mantra che pare sia stato coniato un tempo, da qualche illuminato bambino di una scuola elementare. Tizianeda sola su un aereo insieme alla dodicenne, per assolvere a una promessa fatta a lei, la ragazzina, e a se stessa, che con questo viaggio celebra un’altra prima volta. Chè non si è mai troppo grandi, mai troppo completi, mai abbastanza curiosi per le prime volte. E poi, mai mai è troppo tardi per celebrare tutte le prime volte, che ti fanno sentire in movimento dentro il flusso di un viaggio che può ancor regalarti l’incanto, per superare il propri imiti e le paure cha accidenti ti imbrigliano.
Così, prima di allontanarsi, con lo Sposo Errante si sono scambiati reciproche raccomandazioni – “”mi raccomando Tizianeda, non essere distratta come al tuo solito, non perdere le cose, stai attenta, scialati… ” ecc ecc… “mi raccomando Sposo Errante, divertitevi con l’ottenne lo so che mangerete porcherie che giocherete ai video giochi e forse farete cose pericolose…” ecc ecc…
E poi, nella città sbilenca a pochissimi chilometri dai 90 mq è iniziata la complessa macchina organizzativa dell’accudimento culinario “ cosa gli preparo in questi giorni da mangiare, ma per colazione cosa mangiano e all’ottenne?” ecc ecc “Nonna santa Gina, mamma dello Sposo Errante, tranquilla lascia che se la cavino da soli, preparagli quello che vuoi, all’ottenne lo sai, basta un piatto di pasta e lenticchie, le tue polpette al sugo patrimonio dell’umanità, la tua salsa che nessun aggettivo per lui è abbastanza” ecc. ecc….
E ora che è arrivata in questa città altra, ora che dagli oblò ha visto un enorme aereo, proprio quello dell’America di Obama, fermo sulla pista, che ammiccando ha detto proprio a lei: “yes you can!”, ora che insieme alla ragazzina di casa ha fatto scivolare sull’asfalto le ruote della valigia, ora che è stata invasa della grazia e della bellezza di questa città. Insomma ora Tizianeda, sente che ovunque vada può continuare a sentirsi a casa, può sconfiggere la paura, può concentrarsi sullo sguardo fuori, perchè la casa in cui abita avvolta e protetta è lei.

Tizianeda

La felicità

La felicità è la bellezza che ti entra dentro gli occhi, dal finestrino di un aereo che decolla. E’ il mare placido, un foglio ruvido color carta da zucchero. E’ la prospettiva sbilenca, sono le nuvole sparpagliate e appoggiate sul dipinto in movimento, che se non fossi lì con il cuore accelerato, non potresti vedere. Così la paura si fa piccola e innocua, quasi simpatica.

La felicità sono i tuoi passi placidi senza la compagnia di nessuno. Sola a muoverti dentro una città grande grande, dalla bellezza troppa. E’ la distanza che senti di poter finalmente abitare, i pensieri fluidi e quel sorriso che proprio non riesci a levarti dalla faccia. E pazienza se domani le rughe attorno agli occhi saranno più profonde. E’ la lontananza che vivi come una rivelazione, come un bel posto dove rifugiarsi, a volte. E’ la improvvisa percezione che il tempo è un vento che ha smesso di soffiare troppo forte. Ecco, tutto questo è la felicità.

La felicità sono tre M e una I, che casa loro, quando approdi in quella città dalla bellezza sfacciata, è da ormai quindici anni anche casa tua. Da quanto la nipote M., aveva otto anni. Da quando la nipote I, era una promessa dentro il liquido primordiale della sua mamma. Da quando hai conosciuto la sorella dello Sposo Errante e suo marito, oggi zia M e zio M. La felicità è questa casa appoggiata sulla città di Roma.

La felicità è il primo pomeriggio, arresa tra i cuscini di un divano bianco. E’ leggere oziosa e in silenzio con la compagnia lieve della nipote I. “ Zia studio in questa stanza, così stiamo insieme”. Un silenzio perfetto e presente. Sì la felicità è anche questo.

La felicità è la mattina dopo con tua nipote M., che ti regala al ritmo di racconti e parole, pezzi della sua vita di studentessa universitaria, la sua sensibilità unica, il suo sguardo aperto al mondo, i progetti fuori dall’Italia, dove essere giovani è un valore da proteggere e considerare.

La felicità è seguire solo i propri ritmi come quando viaggiavi ed eri ragazza. Nel tempo in cui le soste pipì, cacca, i sono stanco, ho fame, ho sonno, quando ce ne andiamo, mi sto annoiando, non rientravano tra le priorità della tua vita. Sì la felicità vuole anche questo, ogni tanto.

La felicità è tornare a casa, dopo due giorni in quella città tanta. Trovare i due minori ancora svegli – “bambini non dormite è tardi” “vi aspettavamo mamma” – spalmati tra le lenzuola e i cuscini del lettone, che non hai il coraggio e il cuore ti imporgli i loro letti. Addormentarti felice insieme a loro, anche se sai che in due giorni come questi, ogni tanto vorresti ritornarci.

Tizianeda

Cedimenti strutturali

“Perché rallenti Sposo Errante?”
“Ma non senti che fa uno strano rumore? C’è qualcosa che non va. Ho paura che si stia staccando la ruota. Non te ne sei mai accorta?”
“Sì l’altro giorno forse… ma poi non ho sentito più niente e non ci ho più pensato…”
Lo Sposo Errante e Tizianeda, sono usciti da casa presto presto, in un’ora in cui le strade sono attraversate da poche entità umane, che si materializzano come ectoplasmi svogliati.
Tizianeda ha pensato di accompagnare lei, l’uomo adulto di casa, che doveva prendere un aereo che lo avrebbe portato a Roma, per poi riportarsi sotto casa il rumoroso mezzo di trasporto.
Così, dopo aver lasciato sposo e bagagli, è ritornata indietro con la macchina cigolante che usa in città, la macchina che c’era prima che lei incontrasse il padre dei due minori debosciati. Quella senza servo sterzo, quella che sputa aria fredda in inverno e calda in estate e anche fuliggine e pulviscolo, quella con le manopole per aprire i finestrini posteriori che devi essere come Braccio di Ferro dopo la dieta di spinaci, o Clark Kent quando è senza occhiali e con il pigiama blu con la S. Quella che per parlarci dentro devi gridare come nella pancia di un Antonov da trasporto merci, in picchiata, quella che incastrata nel cruscotto ha un parallelepipedo di ferro e plastica per sentire la radio o infilarci le cassette, che però non funziona più.
“Ok Tizianeda vado, ci vediamo domani sera. Mi raccomando vai piano e appena arrivi a casa chiamami”
“Tranquillo se si stacca la ruota mi fermo sul ciglio della strada e faccio l’auto-stop. Meno male che mi sono vestita carina. Ho messo pure gli orecchini guarda”
“Mmmm”
Poi Tizianeda non ha potuto sperimentare le sue femminili doti attrattive, né ha dovuto svegliare, come probabilmente avrebbe fatto, la zia Dada, sua sorella.
Così procedendo alla velocità di una carovana di cammelli nel deserto, è ritornata nei suoi 90 mq, grazie alla simpatica macchinina, scortata dal rumore di aereo in picchiata e di treno sferragliante su rotaie consunte.
Tizianeda sospetta che l’inevitabile cedimento strutturale sia imminente.

Tizianeda

Tre M ed una I

“Mamma voglio stare con loro perché gli voglio bene e non così per caso”.
Questo ha detto piangendo l’ormai quasi settenne, dopo aver salutato la zia M., lo zio M., la cugina M e la cugina I., sotto un cielo domenicale gonfio di nuvole, mentre piano ci allontanavamo da un viale fresco di alberi di un quartiere romano, per ritornare a casa nel Sud Sud.
Ed è vero l’amore non è mai così per caso.
Quando per la prima volta Tizianeda ha conosciuto questa famigliola piena di M dove l’unica lettera dissonante era un forse nella pancia della sua mamma, le vite di lei e dello Sposo Errante fluivano parallele e vicine da neanche due mesi, come un gioco allegro, un vortice prodigioso, come due correnti ondose nello scorrere del mare, che si incontrano si toccano e mai si confondono.
Era il 1998, Tizianeda aveva 28 anni, anche se sembrava una ragazzina. Aveva sopracciglia folte, un guardaroba scarno, labili risorse economiche per un lavoro, quello di avvocatessa, ancora poco strutturato e l’entusiasmo incosciente di chi è innamorato.
“Voglio farti conoscere mia sorella e la sua famiglia. Vivono a Roma… ti piaceranno”. Le ha detto sicuro l’uomo adulto di casa.
Così sono partiti la mattina di un dicembre freddo ed umido, attraversando strade malferme dentro un avvicendarsi di Regioni, spensierati e leggeri come la giovinezza.
Poi sul pianerottolo della casa romana, Tizianeda ha poggiato i suoi occhi su un sorriso di attesa e sollievo, il sorriso della prima M, un sorriso con la frangia bionda, con gli stivali ed un prato fiorito rosa su un vestito morbido. Il sorriso di una bambina di nove anni dalla voce calma e riflessiva.
Quella bambina ha sorriso a Tizianeda, ai suoi ribelli capelli neri e ricci, ai suoi pantaloni larghi, alle sue scarpe da tennis, alla sua faccia senza trucco, al suo corpo piccolo e formoso. Quella bambina è stata la porta aperta che ha fatto entrare Tizianeda serena nella nuova famiglia che da quel giorno è diventata anche la sua.
“Sai zietta quel giorno avevo paura che dall’ascensore uscisse una donna bionda alta con la minigonna le calze a rete ed i tacchi a spillo”. Questo ha confessato a Tizianeda molto tempo dopo la nipote M., affascinata e spaventata dai racconti che sentiva sullo zio scapestrato e libero, che scompariva con la sua Enduro e volteggiava felice tra le nuvole con un paracadute sulle spalle.
Così Tizianeda è entrata in quella casa che profuma di cucina buona, di lenzuola fresche e ricamate, di pane, di vino rosso sulla tavola apparecchiata, di pulito.
E’ entrata avvolta dai sorrisi, che l’hanno ammaliata e conquistata.
Ed ancora oggi, in questo tempo mutato dal nostro vivere, con dentro la nipote I, oggi tredicenne sottile e fluttuante, nata dopo un silente e sorprendente colpo di teatro, con dentro la decenne ed il seienne, si sono salutati domenica mattina, la famigliola e la nonna santa Gina venuta anche lei dal Sud Sud, con le tre M ed una I, con gli stessi sorrisi di tanti anni fa e quel piacere lieve e riposante di quando si sta insieme e che ferma il tempo, che non è mai così per caso, come dice sagace il piccolo di casa, avvolto dalla nostalgia.

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Tizianeda