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Ancora

“Mi sento come se non avessi più le braccia”, dice mia madre.
Deve essere così che accade, quando la vita partorisce al contrario presenze consolidate nelle ore e nei gesti. Non si spezza il cuore. Quello è ostinato, continua, con il silenzio e il battito, rumoroso quando tace. Come rumorosa è l’assenza, che si è presa in pegno le braccia di mia madre, diventata figlia a noi figli.
Arriva il momento del rimestio dei ruoli. Un ribaltamento. L’immagine allo specchio esce fuori.
La prendiamo per mano quando usciamo, io e i miei fratelli. Sgraniamo le raccomandazioni delle madri. Trattenendo l’ansia, come si fa con i figli. Non aprire la porta, non uscire con la borsa, stai attenta, copriti, non affacciarti sul balcone a salutare i nipoti per strada quando fuori è freddo, mangia. Lei sorride di queste attenzioni e puntualmente, le disattende. Senza braccia, esce, prende il vento, brucia le pietanze sul fuoco acceso, ci manda a quel paese, parla, parla tanto. I vecchi hanno un bisogno affannato di parole e della nostra pazienza, per ripagare le attese. Per quella tenerezza che ancora una volta ci salva, da questo urlare che è la vita, che ci tiene stretti a un àncora, o a un ancora, come ancora è Natale, come ancora è qui e ora.

Tizianeda

Le parole che non so

E’ un periodo che Tizianeda si sente strana. Così strana che si piazza davanti allo schermo del suo pc per scrivere, ma le parole non arrivano. Chi la conosce e le vuole bene, le dice che passerà, che succede, di lasciar perdere, di vivere e non pensarci. Allora lascia che la vita scorra normale. Per esempio la mattina va davanti al mare e cammina. Quaranta minuti a passo veloce, per rafforzare il cuore, il respiro e il silenzio. Ogni mattina saluta il pescatore che vive sulla spiaggia con le sue barche. Il pescatore che le sorride sempre, le dice di essere felice, e di stare attenta a dove appoggia i piedi scalzi sulla battigia. Tizianeda gli è molto grata per questa attenzione di padre. Quando è con i piedi che spostano le onde, pensa che lì è tutto fermo e profumato. Anche se il mare non smette di muoversi mai. E Tizianeda chiede al mare dove siano finite le parole che devono essersi incastrate da qualche parte, che ancora non sa. E allora sbuffa e aspetta. Si siede davanti a lui e sta muta, che per ora il silenzio le viene bene ed è meglio quando le parole si perdono. Si siede e guarda lontano, fino a che gli occhi non inciampano sulle montagne dell’isola di fronte e chissà se lo sguardo le ritorna indietro come una eco. E forse a furia di rimbalzarle addosso, il meccanismo fermo delle parole, riprenderà a girare.
Nel frattempo cammina, respira, sta in silenzio e cerca di non ferirsi con i cocci di bottiglia, che però sulla superficie pulita della battigia, lei non ha mai visto.

Tizianeda

Filastrocca delle parole che non trovo

Dentro di me ci sono parole
Lettere arrese e lettere al sole
Una carezza, un bacio furtivo
Questi miei occhi che guardo e che scrivo
Dentro di me c’è fegato e cuore
Ci sono polmoni c’è a tratti rumore
C’è un silenzio cercato
Un altro che è andato
Che a volte anche questo bisogna lasciare
Per fare poi spazio
Per potere più dare
Dentro di me c’è un campo minato
In ogni involucro un respiro di fiato
Nessun fragore nessun boato
Che a urlare c’è il fuori, improvviso, infuriato
Dentro di me ricerco parole
Perché c’è un tempo, un posto, un dolore
Ma ora non so dove andare a cercare
E allora sto ferma ed è meglio aspettare
Stringo negli occhi questo tempo affannato
La solitudine è un lavoro di fiato.
Fuori di me c’è un mistero di specchi
E se devo trovare le benedette parole
Per potermi guardare per potermi salvare
Perché la vita è soltanto un pretesto
Cerco nel pozzo la mia parte fragrante
Ché lì trovo amore, e mi faccio guidare.

Tizianeda

Rammendi

La tarme abitano i cassetti dell’armadio e del comò. Dal tempo delle nonne, dei luoghi in penombra dell’infanzia, dei serrati bauli di lenzuola, profumati di lavanda, appesantiti dalla naftalina. Popolano l’antico, l’andato, l’appena ricordato.
Sanno il sapore di magliette, pigiami, dell’appeso nell’armadio, del piegato nei cassetti. Peggio per te mi dico. Le tarme si prevengono. Ma non con le palline, dalla consistenza di supposte, che tua madre ha sempre usato. La puzza bianca sulle vesti, che scacciavano le tarme e anche i ragazzi. Che erano meglio i buchi.
Oggi, guardo il cerchio vuoto nella maglia nera che mi piace, che potrei rammendare, ma tra le mie dita, il rammendo è peggio. Esperta in cucito ingarbugliato, faccio grumi di filo, ché a cucire non ho mai imparato, né mai cercato. Con la cassetta che risuona di rocchetti colorati. Regalo sperato e sempre disatteso. Ago e filo, tra le mie dita, seguono confuse traiettorie di imperfezione. Ed è meglio il buco, sulla maglia nera che mi piace tanto. Oppure meglio chiedere, cercare altro ago, altro filo, altre mani che sappiano consolare quel vuoto costruito dalla tarma, architetto invisibile dentro i cassetti e l’appeso nell’armadio.
E intanto esco, per comprare prodotti scaccia tarme dalle mie cose. Stupide bestiole. Ma non la naftalina dall’odore di stanze chiuse. Prendo strisce profumate, un invito con gentilezza ad andare. Poi cercherò le dita buone, manderò un messaggio, comporrò un numero di telefono. Metterò in una busta la maglia con i buchi e gliela porterò. Avrò il mio rammendo invisibile dalle mani che ho cercato. Che è bello chiedere, ogni tanto, sapere che esistono i ripara-buchi delle tarme. Poi, ricambierò con un abbraccio, un bacio, un tempo dedicato ai sorrisi. Qualche buco, così, forse, riuscirò a ripararlo anch’io, senza saperlo. L’ago e il filo che so usare.

Tizianeda

Non chiuderti a chiave

Li trovo sull’uscio ad aspettarmi. Il dodicenne e la cugina coetanea che si crede sorella gemella. Stessa lunghezza ossuta, diversi nei colori e diversi andatura. Parla lei appena mi vede. “Zia, Simone è in bagno, è arrabbiato e non vuole uscire”. Simone è il cugino più piccolo, altri colori, altro carattere, otto anni. “Va bene ci penso io”, dico ai due. Sospiro. La mattinata non facile ha terminato la corsa davanti alla porta chiusa del bagno. Dentro c’è Simone, arrabbiato.
“Ciao Simone, sono zia”
“… ciao”
“Mi spieghi perché sei arrabbiato?”
“Dice che gli hanno detto stronzo” interviene la cugina. Dentro il bagno si sente il naso di un bambino di otto anni che tira su il moccio. Alla zia il cuore fa un balzo. Ma fa finta di niente. Resiste alla tentazione di aprire la porta.
“Ma è meraviglioso, Simone. Nella vita un po’ stronzi bisogna essere, Giusto un po’”. Simone ride, ma dal bagno non esce.
“Va vene Simone, stai in bagno. Ma facciamo un patto. Tu non chiudi a chiave la porta e io ti prometto che non la apro. Ok?”
“Ok zia”. Lo lascio. A vegliare l’attesa c’è la gatta Tàlia che non si scolla dalla sua postazione di vedetta. Uscirà, penso. La sua voglia di fuori avrà la meglio sulla rabbia da smaltire dentro. Così è. Simone dopo un po’ esce, infilandosi sotto il letto grande su cui sono seduta a gambe incrociate, a smaltire in silenzio la mattinata. Poi anche da lì va via e riprende a giocare, a poco a poco.
Ognuno ha i propri meccanismi di difesa dai trabocchetti della vita, penso, e il bisogno di solitudine per ritrovarsi e poi riprendersi. Come a nascondino.
Penso al mio luogo di ristoro dell’infanzia, sotto il quale mi proteggevo dalle dissonanze. Un tavolo solido sopra un pavimento con le mattonelle rosse. Come il bagno, senza il giro perentorio della chiave.
Sono ancora al centro del letto in silenzio con le gambe incrociate. Mi chiedo se a furia di starci sotto nell’infanzia, quel solido tavolo sopra le mattonelle rosse, ora si è sistemato dentro di me. Lo spero, così come spero, in una voce calma, da fuori le mie porte chiuse. Sto ancora in silenzio e respiro. Balza sul letto la gatta Tàlia. Si avvicina. Mi gira intorno, forma cerchi, si struscia, emette vibrazioni profonde, mi massaggia il ventre con le zampe. Poi si raggomitola vicino. Io e Tàlia stiamo così, in silenzio, ancora per un po’. Poi apro le porte, appoggio i piedi sul pavimento e ricomincio.

Tizianeda

Sii dolce con noi, sii gentile

Ciao, sei arrivato finalmente. Un’attesa di un anno. Gestazione di 12 mesi, come i cavalli. Duemiladiciassette ti ha partorito, scomparendo dentro di te. Fa cose strane il tempo che scorre. Una magia bizzarra. Non credi? La madre si perde nel figlio e il figlio nasce più vecchio della madre. Non poteva che succedere allo scoccare della mezzanotte, questa magia. Accadono eventi strani nell’ora di mezzo del buio. Finiscono gli inganni delle fate, Cenerentola perde una sola scarpa per paura e vergogna, la carrozza ritorna zucca, gli stracci si riprendono il vestito della festa, la verità delle cose si rivela, e salutiamo l’anno che muore di parto, abbracciandoci come sopravvissuti, riempiendoci di baci, tenendoci stretti tra l’addio e il benvenuto, tra il sollievo e il bisogno di inizio, tra finalmente e speriamo. E’ bello il tuo nome, sai. Il finale sa di infinito e di possibilità. Sembri simpatico. Sii gentile anche, concedici le tregue che non abbiamo ancora avuto, concedici le rese che non ci siamo regalati e le consolazioni, nonostante i pezzi perduti nei giorni chiusi come porte alle nostre spalle. Concedici la clemenza e l’accoglienza e se non le sappiamo, dacci incontri e occasioni che ci dicano come si fa. Dacci specchi che non ci ingannino e strade senza troppi trabocchetti ed enigmi irrisolvibili. Sii gentile, ché la gentilezza è come gli uomini che sanno fare il bucato e cucinare. La gentilezza è sexy. Facci diventare sexy, perché il cinismo ha stufato nel suo sembrare così alla moda. Facci essere fuori moda, come vecchie signore naif. Lasciaci aprire ai paesaggi.
Fai come le madri che guardano i figli dormire, mentre scompaiono nella visione di innocenza. E non importa l’età dei figli e delle madri. E’ sempre lo stesso vedere. Guardaci dormire e sii dolce con noi, sii gentile. In fondo, è breve il tempo che ti resta*.

*Mariangela Gualtieri (semi cit.)

Tizianeda

A Natale, ma anche a tutti voi

A Genoveffa e Anastasia perché a quelle due è stato negato un lieto fine.
Al cuore del cervo ucciso dal cacciatore e al cacciatore che pensava di ingannare la regina.
Alla regina di Biancaneve che nessuno ha mai amato, al suo rancore amaro.
Alle matrigne cattive, che non sono cattive, sono infelici.
Alla strega senza nome di Hansel e Gretel, a quando era bambina e si rimpinzava di caramelle, ciambelle, zucchero filato. Al bosco oscuro che le è cresciuto dentro, prima ancora di abitarla fuori.
Al lupo di Cappuccetto Rosso e a tutte le donne che con lui corrono per salvarsi.
Al Brutto Anatroccolo e alla Bestia, all’imbarazzo di stare al mondo, al loro inconsapevole fascino.
A chi non cambia per dover piacere a tutti.
Alla Sirenetta, al delirio della terra, al richiamo dell’acqua.
A chi cerca, a chi non trova, a chi non si ritrova, a chi si perde.
Ai cibi mancanti sulla tavola , alle sedie vuote, ai sapori perduti, alla consistenza labile dei ricordi, alla ricerca ostinata della memoria.
A chi precipita il giorno di Natale. A chi precipita tutto l’anno.
Al silenzioso amore, alle presenze rumorose, alla felicità che spaventa, alla tristezza che si accomoda.
Al cellulare muto all’improvviso, ai messaggi chiusi dentro, agli aggiornamenti mai fatti, all’assenza di suono.
Al riposo delle orecchie, al riposo dalle attese.
A chi si commuove con la matematica e a chi piange per colpa della matematica.
A chi è buono, a chi ha l’attenzione del giusto e la giusta attenzione per l’altro.
Ai bambini, allo stupore di stare, alle loro voci di caramella.
Ai bambini sopravvissuti, agli adulti che sono diventati senza cedere all’amarezza, nonostante.
Al dolore, a quando incattivisce e allontana.
Ai figli e al cuore che espandono nell’attimo di uno sguardo, al loro odore che cambia, a noi che li annusiamo.
Alle dita, agli occhi, ai passi, a chi si svela, a chi sorride, a chi c’è, a chi è andato via, a chi resta, a chi torna, a chi non torna più, alla mancanza, al qui e ora, alle parole, al silenzio, al niente, al tutto, all’attimo che, alle stanze, alle piazze, al mare, alle mattonelle rotte, agli oggetti riparati, alle viti torte, ai buchi nella rete, al pezzo del puzzle in più.
A questo sentire, a questo vedere, a questo mai smettere, all’attesa, al respiro e al battito compagni di avventura, al loro dirsi e tacersi.
A Natale, ma anche a tutti voi.

Tizianeda

Le bambine corrono sui tetti

Corrono di notte sopra i tetti delle case. Fanno capriole, ridono spettinate e scalze. A volte si fermano, guardano il lato occulto della luna, ma giusto un po’, per non affondare in cupe malinconie. Sentono il loro respiro adulto. E’ della donna che sono diventate, che dorme sotto il tetto. A volte la chiamano quando si inceppano, perché si prenda cura di loro. A volte chiamandone una accorrono tutte le altre. Si mettono in ascolto, tendono le mani. Corrono le bambine di notte sopra i tetti, mentre le donne che sono diventate sognano dentro respiri stanchi. Corrono, sono come il vento, sono il silenzio della notte che cattura i rumori del buio. Corrono per farsi guardare dagli occhi nascosti della luna e dalle foglie che si rinnovano a ogni stagione e fremono non viste. Corrono per farsi guardare dalle code dei gatti, dalle civette tra gli alberi, dalle scope delle streghe, dalla musica in fuga dalle case, dalle luci accese delle stanze, dai voli degli insetti, dai gesti ripetuti, dalle briciole di pane, dal vino, da presente, dal futuro. Corrono lasciandosi alle spalle quello che sarà, le linee storte, le voci dissonanti, quel momento che, quell’attimo in cui. Corrono per ogni minuto irrigidito, così manipolarlo e comporne un’armonia. Le bambine corrono sui tetti, fanno le capriole, si fanno prendere dal vento, si lasciano posare fiduciose. Sbirciano le vite, con occhi affamati. Guardano dormire la donna che sono diventate, le bisbigliano parole dentro le orecchie, le soffiano sul collo, le prendono la mano, la baciano nel sonno. Le bambine che corrono sui tetti a volte si fermano, stanno in attesa della donna che sono diventate, quella che dorme qualche piano più giù. E quando quel richiamo tacito la sveglia, allora anche lei sale sui tetti. Si siede accanto alla bambina, contemplano in silenzio la notte, pensando che in fondo, da quell’altezza lì, il buio non fa poi così paura.

Questo post è dedicato a una bambina, al nuovo taglio di capelli che l’ha resa torva, alla donna speciale che diventerà anche grazie ai tagli sbagliati, all’arte di riderci sopra che imparerà.

Tizianeda

Gli occhi e lo specchio

E’ stato un attimo, un guizzo dentro i suoi occhi dal colore che non ha nome, quelli che sono verdi, azzurri, grigi, boh. Quelli che intorno si modificavano le geometrie. Un crescere di corpo, naso, bocca, guance, mani, spalle, braccia, seno, fianchi, gambe, attorno alla staticità di cellule visive. C’è da perdersi o ritrovarsi nella fedeltà tridimensionale degli occhi, nella loro coerenza di grandezza.
C’è da perdersi quando dentro l’immobilità degli occhi di una quindicenne, si affaccia un movimento nuovo di sguardo, di fronte allo specchio che la osserva e misura.
Ed è successo, nel giro di un attimo, che io guardavo lei, lei guardava lo specchio, lo specchio si riempiva di lei, e i suoi occhi per la prima volta sorridevano a se stessa. E’ successo che io, che rubavo l’intimità dei riflessi, continuavo a guardare la ragazzina, le sue iridi colorate di sorpresa, i due identici corpi giovani e pieni, fuori e dentro, che per la prima volta si riconoscevano.
Un regalo inaspettato delle ore, che lo sguardo ha assorbito, come uno specchio che attira la vita.
Gli occhi sanno la coerenza delle cellule immutabili. Lo sguardo no, comprende e cattura. E’ moltiplicazione, sottrazione, a volte divisione. Lo specchio senza menzogna dei nostri accadimenti. La misura mutevole del nostro stare alla vita, che ci scivola dentro, attraverso una finestra spalancata.
Lo sguardo di Agnese mi ha regalato la sua bellezza intima. La stessa che accade tutte le volte che ci specchiamo per guardarci negli occhi. E così ritrovarci nelle nostre dimensioni uniche e immutabili, per rassicurarci che la vita non ha incattivito il nostro vedere, rendendolo distante e d’acciaio. Lo facciamo per ritrovare la nostra presenza di visione, per dirci va tutto bene, ascolta, l’anima è ancora qui.

Tizianeda

La stanza delle donne

“Nel tuo libro c’è un capitolo che si intitola “Donne che amano le donne e quindi se stesse”. Scriverai qualcosa sulle donne che odiano le donne?”
“No penso proprio di no. Magari scriverò sugli uomini, se riesco a capirci qualcosa”
Così ho risposto alla domanda fatta durante la presentazione del mio libro.
Poi ho spiegato perché non potrò mai scrivere nulla contro le donne. Non perché noi donne siamo meritevoli di eterna e imperitura beatificazione, di lodi incontenibili alla perfezione e alla bontà, per l’assenza di zone d’ombra dentro cui, al contrario, ci si può perdere come in un bosco maledetto. No. So bene che sappiamo essere spietate e nemiche le une verso le altre. Ma non ne scriverò, perché come ho spiegato all’attento uomo che mi ha formulato questa domanda, io delle donne ho conosciuto l’accoglienza e la consolazione. Dalle loro mani e carezze, dai loro abbracci, dalle loro confidenze e parole, dalla leggerezza che mi ha fatto ridere anche quando avevo voglia di piangere. Perché dalle donne sono stata generata, dal loro amore e dal loro esserci. Mi hanno partorita mia madre, mia figlia, mia sorella, le mie amiche, le mie nonne, le cugine, le donne del passato con il mio stesso sentire, di cui porto i linguaggi antichi e nascosti dentro di me. Non potrei scrivere un libro contro le donne, anche se so che non siamo dolcemente complicate, perché ogni complicanza è fastidiosa e respingente, ma so che in ogni parto addolorato della vita, le donne stanno. Anche gli uomini, per carità. Tanti insegnamenti anche da loro, tanti padri. Li osservo per il molto che c’è da imparare in questo essere così abili con le operazioni spicciole della vita, mentre noi ci perdiamo dentro labirinti di specchi. Ma le mani conosciute che hanno saputo reggere il peso delle assenze sono femmine. Le donne sanno tracciare attorno, quando arriva il momento, cerchi di protezione. E se so quanto spietate sappiamo essere, ché nella distruzione usiamo la stessa furia con cui generiamo, se riconosco che il cuore è il nostro ventre dentro il quale si nascondono universi e abissi, anche se so bene tutto questo, delle donne non posso che dirne la forza che si rinnova a ogni inciampo e l’amore che chiede parole esatte che non confondono e la tenerezza dei demoni, innocenti nel loro desiderio di essere riconosciuti e la bellezza prepotente degli strappi di silenzio e dimenticanza.
Non scriverò mai delle donne che odiano le donne.
Sarà meglio allora parlare degli uomini, quando mi arrenderò del tutto alla loro semplicità indispensabile.
Intanto osservo il primo uomo generato, i suoi passi, il suo modificarsi, la sua ricerca di tenerezza e abbracci. Il primo uomo di soli undici anni al quale insegnare ad amare le donne, per quella parte di sé femminile che anche lui si porta dentro, da riconoscere e rispettare.
Io intanto lascio che le donne mi prendano per mano e sarò anche io a farlo, per non dimenticare il nostro linguaggio segreto, di sguardi, di parole, risate, silenzi, accorrere, rimproverare, aspettare. Un linguaggio che riveliamo quando sappiamo di non essere ascoltate, dentro stanze tutte per noi.

Tizianeda