Posts Tagged ‘introspezione’

Dimmi, tu

Ciao tu. Ma dove sei andata tu, che sembrano anni che ci taciamo. Tu distratta da vortici e pozzi, e corse mozzafiato e sentire di vento e il mare e le mani e il cuore nel petto e altro e ancora.
Dimmi tu, se stai bene, se sei felice almeno a tratti, se resisti o ti arrendi, se trattieni o lasci andare. Dimmi se ti siedi comoda in questa altalena che non si decide. Tra il su che solleva gonne e piedi scalzi, e poi torna in un vuoto di pancia.
Dimmi tu, dove sei stata, dove corri. Tu che taci passi di solitudine e nascondi la voce conficcata in gola, come una spina.
Dimmelo quando sai di essere forte e quando invece soffi tempesta sulla tua fragilità. Lasciala stare, lasciala fare. Non la nascondere, non la rimproverare e se altri lo fanno per te, non li ascoltare. Non li ascoltare, tu. Non smettere di essere fragile e di divertirti con lei, con questa forza di sabbia tra le dita.
Dimmi la stanchezza, e se sei cambiata in questi anni amici e ostili. Raccontami in segreto, chi ti ha amato veramente, chi ti ha delusa, chi ti ha tradita e se tu, tu hai deluso e sbagliato, e aggiustato e sbagliato, aggiustato e sbaragliato l’insopportabile, l’indicibile, pentendoti a volte, o cambiando assetti e illusioni, voci di fuoco, silenzi d’acqua. Sentendo che poi, è così. Raccontami le assenze, chi si è seduto accanto senza toccarti, sapendoti di cristallo, chi si è fermato, chi ha appoggiato la testa sul tuo ventre, chi hai riposato, chi hai stancato. Raccontami la mancanza, cerca le parole per dire. Scavale. Ma qualsiasi cosa tu, disobbedisci alle prigioni e ai pozzi. Prenditi per mano, sali su un treno, abitati e poi, dimmi, tu, come stai, adesso.

Tizianeda

Le dita di mia madre

– Tizianeda mi sa che vado via.
– Dove te ne vai, mamma vecchietta?
– Sopra.
– Dalla signora Romeo?
– No, in cielo da tuo padre.
– Oh figlia, lascialo un po’ in santa pace. Dopo cinquant’anni di matrimonio, credo abbia diritto di riposarsi.
Mia madre scuote la testa, e ride. Poi le dico altre amenità e qualche sconcezza, ché tanto ormai non si arrabbia più, o mi sgrida senza convinzione, o speranza di redimermi. L’abbraccio, piano, che c’ha le ossa di gesso, anche se, quando ti stringe con le mani un braccio, ha la forza giovane. Forse il calcio è tutto nelle dita. Per il rimestio, nello spazio lungo di una vita. Per l’arte della presa, che impari sin da piccolo. Per il coraggio del lancio, per gli intrecci che sanno fare, per gli adii impressi nella memoria del tatto. Per i tagli di lama e le bruciature nell’attimo della distrazione. Perché dalle dita impari a contare, impari il ritmo sopra i ripiani. E per le carezze, e per la rabbia nei nodi del tempo, per ogni cosa riposta, o dimenticata.
Devo andare. Le dita di mia madre si allentano, fino a lasciare il braccio. Le dico ancora qualche amenità. Lei scuote la testa rassegnata. La bacio. Le dico “torno”.
Le dita non posso stringere a lungo, altrimenti lasciano segni sulla pelle. In fondo, anche questo, le sue dita lo sanno.

Tizianeda

Una vita come tante

Sto leggendo un libro denso e fluido, come densa e fluida è la vita che scorre. Mi è stato regalato da un’amica di storie e di assonanze, che lo ha letto in questa estate incerta, tra sole e nuvole. E’ uno di quei libri che non puoi mettere in borsa. Bisogna essere resistenti per portarlo in giro e avere una borsa molto capiente. E’ un libro che dopo un po’ le braccia si stancano a reggerlo, anche se le parole, lì dentro, scorrono ed entrano con facilità dentro. A dire il vero, spesso precipitano nel fondo del nostro fondo, toccando dolori accomodati. E’ un libro di un chilo e quattrocento grammi, circa. La mia amica lo ha pesato, come si fa con i neonati. E’ un libro di mille e novantatré pagine, ma non pensi alla fine. Ti fa stare su ogni impronta di parola.
Racconta l’amicizia di quattro uomini. Qui ho trovato l’immagine più potente e lieve di questo grande sentimento che avvicina gli esseri umani e li fa riconoscere, dentro gli inciampi e i garbugli e le dissonanti architetture. Un camminare accanto senza invadere, un tacere e un sentire. L’attenzione commovente verso il mistero che ognuno di noi è. E anche la paura di colpire fragilità mai dette, ma percepite. Una bella fatica insomma. Forse per questo il libro pesa così tanto. Devi proprio volere arrivare fino in fondo per sopportarne la stanchezza di tenerlo tra le dita.
Ma si sa, leggere è un moto d’amore degli occhi e delle mani. La ricerca di profondità in cui ritrovarsi in silenzio. Un incontro di fragilità riconosciute e custodite. Come succede tra noi umani che ci scegliamo per poterci afferrare al volo, sopra strade innevate e scivolose.

Tizianeda

Ancora

“Mi sento come se non avessi più le braccia”, dice mia madre.
Deve essere così che accade, quando la vita partorisce al contrario presenze consolidate nelle ore e nei gesti. Non si spezza il cuore. Quello è ostinato, continua, con il silenzio e il battito, rumoroso quando tace. Come rumorosa è l’assenza, che si è presa in pegno le braccia di mia madre, diventata figlia a noi figli.
Arriva il momento del rimestio dei ruoli. Un ribaltamento. L’immagine allo specchio esce fuori.
La prendiamo per mano quando usciamo, io e i miei fratelli. Sgraniamo le raccomandazioni delle madri. Trattenendo l’ansia, come si fa con i figli. Non aprire la porta, non uscire con la borsa, stai attenta, copriti, non affacciarti sul balcone a salutare i nipoti per strada quando fuori è freddo, mangia. Lei sorride di queste attenzioni e puntualmente, le disattende. Senza braccia, esce, prende il vento, brucia le pietanze sul fuoco acceso, ci manda a quel paese, parla, parla tanto. I vecchi hanno un bisogno affannato di parole e della nostra pazienza, per ripagare le attese. Per quella tenerezza che ancora una volta ci salva, da questo urlare che è la vita, che ci tiene stretti a un àncora, o a un ancora, come ancora è Natale, come ancora è qui e ora.

Tizianeda

Le parole che non so

E’ un periodo che Tizianeda si sente strana. Così strana che si piazza davanti allo schermo del suo pc per scrivere, ma le parole non arrivano. Chi la conosce e le vuole bene, le dice che passerà, che succede, di lasciar perdere, di vivere e non pensarci. Allora lascia che la vita scorra normale. Per esempio la mattina va davanti al mare e cammina. Quaranta minuti a passo veloce, per rafforzare il cuore, il respiro e il silenzio. Ogni mattina saluta il pescatore che vive sulla spiaggia con le sue barche. Il pescatore che le sorride sempre, le dice di essere felice, e di stare attenta a dove appoggia i piedi scalzi sulla battigia. Tizianeda gli è molto grata per questa attenzione di padre. Quando è con i piedi che spostano le onde, pensa che lì è tutto fermo e profumato. Anche se il mare non smette di muoversi mai. E Tizianeda chiede al mare dove siano finite le parole che devono essersi incastrate da qualche parte, che ancora non sa. E allora sbuffa e aspetta. Si siede davanti a lui e sta muta, che per ora il silenzio le viene bene ed è meglio quando le parole si perdono. Si siede e guarda lontano, fino a che gli occhi non inciampano sulle montagne dell’isola di fronte e chissà se lo sguardo le ritorna indietro come una eco. E forse a furia di rimbalzarle addosso, il meccanismo fermo delle parole, riprenderà a girare.
Nel frattempo cammina, respira, sta in silenzio e cerca di non ferirsi con i cocci di bottiglia, che però sulla superficie pulita della battigia, lei non ha mai visto.

Tizianeda

Filastrocca delle parole che non trovo

Dentro di me ci sono parole
Lettere arrese e lettere al sole
Una carezza, un bacio furtivo
Questi miei occhi che guardo e che scrivo
Dentro di me c’è fegato e cuore
Ci sono polmoni c’è a tratti rumore
C’è un silenzio cercato
Un altro che è andato
Che a volte anche questo bisogna lasciare
Per fare poi spazio
Per potere più dare
Dentro di me c’è un campo minato
In ogni involucro un respiro di fiato
Nessun fragore nessun boato
Che a urlare c’è il fuori, improvviso, infuriato
Dentro di me ricerco parole
Perché c’è un tempo, un posto, un dolore
Ma ora non so dove andare a cercare
E allora sto ferma ed è meglio aspettare
Stringo negli occhi questo tempo affannato
La solitudine è un lavoro di fiato.
Fuori di me c’è un mistero di specchi
E se devo trovare le benedette parole
Per potermi guardare per potermi salvare
Perché la vita è soltanto un pretesto
Cerco nel pozzo la mia parte fragrante
Ché lì trovo amore, e mi faccio guidare.

Tizianeda

Rammendi

La tarme abitano i cassetti dell’armadio e del comò. Dal tempo delle nonne, dei luoghi in penombra dell’infanzia, dei serrati bauli di lenzuola, profumati di lavanda, appesantiti dalla naftalina. Popolano l’antico, l’andato, l’appena ricordato.
Sanno il sapore di magliette, pigiami, dell’appeso nell’armadio, del piegato nei cassetti. Peggio per te mi dico. Le tarme si prevengono. Ma non con le palline, dalla consistenza di supposte, che tua madre ha sempre usato. La puzza bianca sulle vesti, che scacciavano le tarme e anche i ragazzi. Che erano meglio i buchi.
Oggi, guardo il cerchio vuoto nella maglia nera che mi piace, che potrei rammendare, ma tra le mie dita, il rammendo è peggio. Esperta in cucito ingarbugliato, faccio grumi di filo, ché a cucire non ho mai imparato, né mai cercato. Con la cassetta che risuona di rocchetti colorati. Regalo sperato e sempre disatteso. Ago e filo, tra le mie dita, seguono confuse traiettorie di imperfezione. Ed è meglio il buco, sulla maglia nera che mi piace tanto. Oppure meglio chiedere, cercare altro ago, altro filo, altre mani che sappiano consolare quel vuoto costruito dalla tarma, architetto invisibile dentro i cassetti e l’appeso nell’armadio.
E intanto esco, per comprare prodotti scaccia tarme dalle mie cose. Stupide bestiole. Ma non la naftalina dall’odore di stanze chiuse. Prendo strisce profumate, un invito con gentilezza ad andare. Poi cercherò le dita buone, manderò un messaggio, comporrò un numero di telefono. Metterò in una busta la maglia con i buchi e gliela porterò. Avrò il mio rammendo invisibile dalle mani che ho cercato. Che è bello chiedere, ogni tanto, sapere che esistono i ripara-buchi delle tarme. Poi, ricambierò con un abbraccio, un bacio, un tempo dedicato ai sorrisi. Qualche buco, così, forse, riuscirò a ripararlo anch’io, senza saperlo. L’ago e il filo che so usare.

Tizianeda

Non chiuderti a chiave

Li trovo sull’uscio ad aspettarmi. Il dodicenne e la cugina coetanea che si crede sorella gemella. Stessa lunghezza ossuta, diversi nei colori e diversi andatura. Parla lei appena mi vede. “Zia, Simone è in bagno, è arrabbiato e non vuole uscire”. Simone è il cugino più piccolo, altri colori, altro carattere, otto anni. “Va bene ci penso io”, dico ai due. Sospiro. La mattinata non facile ha terminato la corsa davanti alla porta chiusa del bagno. Dentro c’è Simone, arrabbiato.
“Ciao Simone, sono zia”
“… ciao”
“Mi spieghi perché sei arrabbiato?”
“Dice che gli hanno detto stronzo” interviene la cugina. Dentro il bagno si sente il naso di un bambino di otto anni che tira su il moccio. Alla zia il cuore fa un balzo. Ma fa finta di niente. Resiste alla tentazione di aprire la porta.
“Ma è meraviglioso, Simone. Nella vita un po’ stronzi bisogna essere, Giusto un po’”. Simone ride, ma dal bagno non esce.
“Va vene Simone, stai in bagno. Ma facciamo un patto. Tu non chiudi a chiave la porta e io ti prometto che non la apro. Ok?”
“Ok zia”. Lo lascio. A vegliare l’attesa c’è la gatta Tàlia che non si scolla dalla sua postazione di vedetta. Uscirà, penso. La sua voglia di fuori avrà la meglio sulla rabbia da smaltire dentro. Così è. Simone dopo un po’ esce, infilandosi sotto il letto grande su cui sono seduta a gambe incrociate, a smaltire in silenzio la mattinata. Poi anche da lì va via e riprende a giocare, a poco a poco.
Ognuno ha i propri meccanismi di difesa dai trabocchetti della vita, penso, e il bisogno di solitudine per ritrovarsi e poi riprendersi. Come a nascondino.
Penso al mio luogo di ristoro dell’infanzia, sotto il quale mi proteggevo dalle dissonanze. Un tavolo solido sopra un pavimento con le mattonelle rosse. Come il bagno, senza il giro perentorio della chiave.
Sono ancora al centro del letto in silenzio con le gambe incrociate. Mi chiedo se a furia di starci sotto nell’infanzia, quel solido tavolo sopra le mattonelle rosse, ora si è sistemato dentro di me. Lo spero, così come spero, in una voce calma, da fuori le mie porte chiuse. Sto ancora in silenzio e respiro. Balza sul letto la gatta Tàlia. Si avvicina. Mi gira intorno, forma cerchi, si struscia, emette vibrazioni profonde, mi massaggia il ventre con le zampe. Poi si raggomitola vicino. Io e Tàlia stiamo così, in silenzio, ancora per un po’. Poi apro le porte, appoggio i piedi sul pavimento e ricomincio.

Tizianeda

Sii dolce con noi, sii gentile

Ciao, sei arrivato finalmente. Un’attesa di un anno. Gestazione di 12 mesi, come i cavalli. Duemiladiciassette ti ha partorito, scomparendo dentro di te. Fa cose strane il tempo che scorre. Una magia bizzarra. Non credi? La madre si perde nel figlio e il figlio nasce più vecchio della madre. Non poteva che succedere allo scoccare della mezzanotte, questa magia. Accadono eventi strani nell’ora di mezzo del buio. Finiscono gli inganni delle fate, Cenerentola perde una sola scarpa per paura e vergogna, la carrozza ritorna zucca, gli stracci si riprendono il vestito della festa, la verità delle cose si rivela, e salutiamo l’anno che muore di parto, abbracciandoci come sopravvissuti, riempiendoci di baci, tenendoci stretti tra l’addio e il benvenuto, tra il sollievo e il bisogno di inizio, tra finalmente e speriamo. E’ bello il tuo nome, sai. Il finale sa di infinito e di possibilità. Sembri simpatico. Sii gentile anche, concedici le tregue che non abbiamo ancora avuto, concedici le rese che non ci siamo regalati e le consolazioni, nonostante i pezzi perduti nei giorni chiusi come porte alle nostre spalle. Concedici la clemenza e l’accoglienza e se non le sappiamo, dacci incontri e occasioni che ci dicano come si fa. Dacci specchi che non ci ingannino e strade senza troppi trabocchetti ed enigmi irrisolvibili. Sii gentile, ché la gentilezza è come gli uomini che sanno fare il bucato e cucinare. La gentilezza è sexy. Facci diventare sexy, perché il cinismo ha stufato nel suo sembrare così alla moda. Facci essere fuori moda, come vecchie signore naif. Lasciaci aprire ai paesaggi.
Fai come le madri che guardano i figli dormire, mentre scompaiono nella visione di innocenza. E non importa l’età dei figli e delle madri. E’ sempre lo stesso vedere. Guardaci dormire e sii dolce con noi, sii gentile. In fondo, è breve il tempo che ti resta*.

*Mariangela Gualtieri (semi cit.)

Tizianeda

A Natale, ma anche a tutti voi

A Genoveffa e Anastasia perché a quelle due è stato negato un lieto fine.
Al cuore del cervo ucciso dal cacciatore e al cacciatore che pensava di ingannare la regina.
Alla regina di Biancaneve che nessuno ha mai amato, al suo rancore amaro.
Alle matrigne cattive, che non sono cattive, sono infelici.
Alla strega senza nome di Hansel e Gretel, a quando era bambina e si rimpinzava di caramelle, ciambelle, zucchero filato. Al bosco oscuro che le è cresciuto dentro, prima ancora di abitarla fuori.
Al lupo di Cappuccetto Rosso e a tutte le donne che con lui corrono per salvarsi.
Al Brutto Anatroccolo e alla Bestia, all’imbarazzo di stare al mondo, al loro inconsapevole fascino.
A chi non cambia per dover piacere a tutti.
Alla Sirenetta, al delirio della terra, al richiamo dell’acqua.
A chi cerca, a chi non trova, a chi non si ritrova, a chi si perde.
Ai cibi mancanti sulla tavola , alle sedie vuote, ai sapori perduti, alla consistenza labile dei ricordi, alla ricerca ostinata della memoria.
A chi precipita il giorno di Natale. A chi precipita tutto l’anno.
Al silenzioso amore, alle presenze rumorose, alla felicità che spaventa, alla tristezza che si accomoda.
Al cellulare muto all’improvviso, ai messaggi chiusi dentro, agli aggiornamenti mai fatti, all’assenza di suono.
Al riposo delle orecchie, al riposo dalle attese.
A chi si commuove con la matematica e a chi piange per colpa della matematica.
A chi è buono, a chi ha l’attenzione del giusto e la giusta attenzione per l’altro.
Ai bambini, allo stupore di stare, alle loro voci di caramella.
Ai bambini sopravvissuti, agli adulti che sono diventati senza cedere all’amarezza, nonostante.
Al dolore, a quando incattivisce e allontana.
Ai figli e al cuore che espandono nell’attimo di uno sguardo, al loro odore che cambia, a noi che li annusiamo.
Alle dita, agli occhi, ai passi, a chi si svela, a chi sorride, a chi c’è, a chi è andato via, a chi resta, a chi torna, a chi non torna più, alla mancanza, al qui e ora, alle parole, al silenzio, al niente, al tutto, all’attimo che, alle stanze, alle piazze, al mare, alle mattonelle rotte, agli oggetti riparati, alle viti torte, ai buchi nella rete, al pezzo del puzzle in più.
A questo sentire, a questo vedere, a questo mai smettere, all’attesa, al respiro e al battito compagni di avventura, al loro dirsi e tacersi.
A Natale, ma anche a tutti voi.

Tizianeda