Se dici

Se dici sedici, dici Agnese. Sedici, che dentro ci sei cascata con un balzo e non so quando e non sai come. Sedici con la possibilità del se e la forza del dire.
La vita ci supera Agnese, tu sei nata per correre con lei. Se ti viene l’affanno, allenati. Rafforza il cuore, rafforza la schiena e i piedi, rafforza gli occhi, rafforza le parole, ridi, salta, cadi, rialzati, ascolta le ore. Non fare per la fretta di qualcun altro. Stai a terra se ti va, toccala la terra, tocca il tuo fondo, resta indietro, osserva, impara. Guarda gli occhi del pozzo, sbaraglia la tristezza, chiedi al tuo io fedele di sostenerti, riconosci gli inganni. Non farti incantare dall’amarezza. Guarda fuori e non ti impantanare nel dentro. Senti la tenerezza, ascolta il respiro del mondo. Trova l’antidoto se i pensieri si avvelenano. Tieni accesa la luce, spegnila se è del buio che hai bisogno. La differenza di toni la crei tu, non un interruttore. Siediti, cammina, apparecchia la tavola a te stessa, mangia, scrivi lettere d’amore, non scappare dalla pioggia, viaggia, sali sui treni, arrabbiati, riempi i fogli dei tuoi pensieri, scatta fotografie, scopri parole nuove, usale per dirti l’indicibile. Porta abbracci, la morbidezza di ogni tempo amante e amato. E’ tutto dentro di te, non renderti estranea, riconosciti davanti allo specchio, balla, non vergognarti, senti il tuo pudore, suda, ascolta il battito di ogni incontro, guardalo dentro gli occhi, innamorati dei tuoi passi. Rivelati al corpo, senza fretta, poco a poco. Bussa alla tua porta, se non ti rispondi insisti, scegli con cura gli amici e gli affetti, non tradirli, non tradirti, ascoltati, sbaraglia i pensieri ottusi, impara a sciogliere i nodi, ma prima ancora a farne di forti, abitati ovunque deciderai di andare. Sei libera, non avere paura, continua ad avere il coraggio di adesso, e l’entusiasmo di questo tempo fresco. Se la paura ti porterà dentro stanze chiuse, graffia i muri se necessario, sfonda le porta a spallate, il tuo corpo è possente. Se dici Agnese, riconosci il tuo nome, solo tu puoi sapere perché ridi e perché piangi, perché stai in silenzio, perché avanzi stando ferma e quando stai ferma perché lo fai. Corri più forte della vita. Se dici Agnese, dici amore.
Auguri spinosa e morbida ragazza, auguri Agnese, donna a me assai bella.

Tizianeda

Filastrocca di San Valentino

Se San Valentino tu vuoi festeggiare
Non farti domande ma lasciati andare
Se un fiore ti arriva, un bacio, o un sorriso
Una torta, un biglietto, un bicchiere di vino
Una telefonata, un messaggio improvviso
Abbandona il cinismo e rallegra il tuo viso
Che poi sull’amore se ti vuoi soffermare
C’è tanto, ma tanto e tanto da dare
Ma anche da dire in questo mondo arrabbiato
Dove l’odio riesce a trovare assai fiato
L’amore non è solo questione di cuori
Di frasi d’effetto, di donne e motori
Di panchine lasciate per innamorati
Abbracciati e dal mondo dimenticati
Che se arriva così, questo amore di fuoco
Siamo molto felici e non è certo poco
Ma c’è ancora altro amore di cui abbiamo bisogno
In un mondo che è piatto e dimentica il tondo
Ci son cuori che sono intossicati
Da paura, ignoranza, desideri frustrati
Che han bisogno di odiare, perché altro non sanno
Che han perduto il linguaggio, han subito un gran danno
Io non so, per esempio, cosa induce a odiare
Un fratello affamato che viene dal mare
A insultare chi ama chi è del proprio sesso
A non capir che l’amore è sempre lo stesso
A disprezzare una donna che non crede agli schemi
Che la vita la vive senza troppi problemi
La paura è nemica dell’amore profondo
L’ignoranza una freccia che scocca l’odio nel mondo
E sapete che penso in questo giorno perfetto
Per voi tutti che odiate e che non sentite
Quanto è bello l’amore che viene dal petto?
Che vi amo lo stesso e lo dico davvero
E pazienza se poi vi arrabbiate sul serio
Ché se infine anche odiate tutto quello che ho detto
Son contenta che almeno, vi faccio un dispetto.

Foto presa dal web

Tizianeda

La forza della mamma vecchietta

Quando Tizianeda e i suoi fratelli la vedono in giro per le strade cittadine, specie nell’ora del buio e dei malfattori, provano un sottile terrore, una crescente preoccupazione, la quasi certezza che prima o poi arriverà una nefasta notizia. Benché la riempiano di raccomandazioni e ordini di una perentorietà evidentemente inutile, lei continua a disattenderli, non senza sadica soddisfazione e con un ghigno dispettoso. Perché la mamma vecchietta, che non ama essere appellata dalla strampalata figlia blogger, “vecchietta” – “come ti permetti?” “mamma è affettuoso” “sì ma non mi piace” – esce a sbrigare faccende, che vanno dalle frequentazioni parrocchiali ad altre che non è dato sapere. Lo fa sempre appoggiando al braccio piccole e oscillanti borsette, spesso colorate. Un richiamo irresistibile per feroci scippatori e malfattori in generale.
“Mamma vecchietta, per favore, devi per forza uscire con questa penzolante” “Ma non ho niente, solo gli occhiali e il libretto delle preghiere” “Sì mamma, ma gli scippatori non lo sanno che rubandoti la borsa possono al massimo recitarsi un eterno riposo” “Come siete esagerati”. Si arrabbia e manda a quel paese Tizianeda e i suoi fratelli, con la soddisfazione di disattendere agli ordini di tre figli rompiballe e il sadismo nel vederli preoccupati. Poi volta le spalle e continua i suoi percorsi, con il corpo accartocciato, il passo baldanzoso di chi ha fottuto il mondo con la libertà della vecchiaia e la borsetta penzolante, che è un richiamo irresistibile in un paradiso degli orchi.
Però gli scippatori sono anni che le stanno distanti, forse perché la mamma vecchietta ha la forza e le forme del maestro Jedi Yoda. Tizianeda e i suoi fratelli sperano che sia così, e se la immaginano picchiare con la borsetta la forza oscura dello scippatore, con tanto di libretto di preghiere incorporato, avemarie, padrenostro e leternoriposodonaalloscippatoreohsignore.

Tizianeda

Dal passato

La nonna Ines acquistava riviste di ricette, specie di dolci. La immagino lei diabetica, guardare fotografie di torte e biscotti, sfogliare le pagine, desiderare di maneggiare ingredienti. Era bella la nonna Ines e amava i dolci e la vita. Oggi l’ho vista la sua cucina e le riviste con le immagini. E’ stata una piccola busta di aromi per il pollo, a distorcere fino alla sparizione, i quasi quarant’anni che mi separano da lei. Un regalo del macellaio. I macellai sono persone gentili e stanche. I miei lo sono. Quando l’ho aperta, si è allargato intorno un profumo anni ’70. L’odore anni ’70, come un fungo allucinogeno, ha lasciato che apparissero le riviste con le fotografie dai colori incerti di torte e biscotti, la nonna Ines, la sua cucina che sapeva di verde, la finestra grande, che entrava tanta luce. Mentre preparavo il pollo fritto promesso alla quindicenne, all’improvviso il tavolo, le sedie, il lavandino, i fornelli, il pavimento, i colori di oggi sono spariti, ed è apparsa la cucina della nonna e gli anni ’70 che mi sapevano bambina. Chissà se anche la nonna, dal suo passato ha mai annusato un odore di futuro. Se ha visto la mia cucina, il pollo fritto, sua nipote e la figlia di sua nipote, a cui è stato donato il suo stesso nome. Se è arrivata non vista a darci la sua benedizione da quel tempo finito. Chissà. I morti dal passato tornano sempre, o siamo noi a evocarli, perché benedicano le nostre ore ferme, le nostre cucine odorose, l’urgenza di sentirci parte di qualcosa di grande che ci sovrasta e, in qualche modo misterioso, continua ad amarci.

Tizianeda

Accenti

“Mamma io da grande andrò a vivere all’estero, avrò un lavoro che mi farà viaggiare molto, non mi sposerò, non avrò figli e avrò tanti gatti”
“Sei sicura, quasi sedicenne?”
“Certo mamma, non voglio avere il pensiero di un marito mentre viaggio”
“Pensavo piuttosto ai tanti gatti. Le gattare sono stanziali, chi si prenderà cura di loro?”
“Non ci avevo pensato”
“Se vuoi verrò a trovarti e posso badare io a loro”
“Rinuncio ai gatti mamma”
“Scema. Certo se poi ti innamori. Insomma potresti cambiare idea. E comunque fa sempre comodo qualcuno che badi ai gatti mentre sei impegnata in giro per il mondo”
“Mamma!”
“Dai che scherzo. A me basta che tu possa scegliere quello che desideri. Non c’è una forma. Lo sai come la penso”
“Sì mamma, lo so”
“Certo se poi ti innamori…”
“Mamma!”
L’età della quasi sedicenne è piena di “o” accentate, di vaticini personalizzati, di confini dentro cui abitare. Il futuro è il talento luminoso dell’adolescenza. Per la ragazza di casa, il futuro non abiterà il sud suddissimo, parlerà una lingua straniera, sarà indipendente, errante, senza l’urgenza di un compagno con cui condividere spazio e ore, con la nostalgia dei gatti.
Cambierà idea? E’ probabile. Parecchie volte forse. E si innamorerà. Senza fretta se possibile.
Intanto, in questo presente, passeggiamo stringendoci l’una all’altra, io con il braccio infilato sotto il suo. E’ bello il futuro pensato, con lei accanto. Il suo corpo è solido. La guardo. Lei si gira verso di me “Che c’è?” mi dice. Sorride. “Niente” rispondo. Sorrido. Le do un bacio sulla guancia che accoglie. Camminiamo dentro le strade invernali. Non parliamo. Col cavolo che non verrò a trovarti, penso.

Tizianeda

Non chiuderti a chiave

Li trovo sull’uscio ad aspettarmi. Il dodicenne e la cugina coetanea che si crede sorella gemella. Stessa lunghezza ossuta, diversi nei colori e diversi andatura. Parla lei appena mi vede. “Zia, Simone è in bagno, è arrabbiato e non vuole uscire”. Simone è il cugino più piccolo, altri colori, altro carattere, otto anni. “Va bene ci penso io”, dico ai due. Sospiro. La mattinata non facile ha terminato la corsa davanti alla porta chiusa del bagno. Dentro c’è Simone, arrabbiato.
“Ciao Simone, sono zia”
“… ciao”
“Mi spieghi perché sei arrabbiato?”
“Dice che gli hanno detto stronzo” interviene la cugina. Dentro il bagno si sente il naso di un bambino di otto anni che tira su il moccio. Alla zia il cuore fa un balzo. Ma fa finta di niente. Resiste alla tentazione di aprire la porta.
“Ma è meraviglioso, Simone. Nella vita un po’ stronzi bisogna essere, Giusto un po’”. Simone ride, ma dal bagno non esce.
“Va vene Simone, stai in bagno. Ma facciamo un patto. Tu non chiudi a chiave la porta e io ti prometto che non la apro. Ok?”
“Ok zia”. Lo lascio. A vegliare l’attesa c’è la gatta Tàlia che non si scolla dalla sua postazione di vedetta. Uscirà, penso. La sua voglia di fuori avrà la meglio sulla rabbia da smaltire dentro. Così è. Simone dopo un po’ esce, infilandosi sotto il letto grande su cui sono seduta a gambe incrociate, a smaltire in silenzio la mattinata. Poi anche da lì va via e riprende a giocare, a poco a poco.
Ognuno ha i propri meccanismi di difesa dai trabocchetti della vita, penso, e il bisogno di solitudine per ritrovarsi e poi riprendersi. Come a nascondino.
Penso al mio luogo di ristoro dell’infanzia, sotto il quale mi proteggevo dalle dissonanze. Un tavolo solido sopra un pavimento con le mattonelle rosse. Come il bagno, senza il giro perentorio della chiave.
Sono ancora al centro del letto in silenzio con le gambe incrociate. Mi chiedo se a furia di starci sotto nell’infanzia, quel solido tavolo sopra le mattonelle rosse, ora si è sistemato dentro di me. Lo spero, così come spero, in una voce calma, da fuori le mie porte chiuse. Sto ancora in silenzio e respiro. Balza sul letto la gatta Tàlia. Si avvicina. Mi gira intorno, forma cerchi, si struscia, emette vibrazioni profonde, mi massaggia il ventre con le zampe. Poi si raggomitola vicino. Io e Tàlia stiamo così, in silenzio, ancora per un po’. Poi apro le porte, appoggio i piedi sul pavimento e ricomincio.

Tizianeda

Sii dolce con noi, sii gentile

Ciao, sei arrivato finalmente. Un’attesa di un anno. Gestazione di 12 mesi, come i cavalli. Duemiladiciassette ti ha partorito, scomparendo dentro di te. Fa cose strane il tempo che scorre. Una magia bizzarra. Non credi? La madre si perde nel figlio e il figlio nasce più vecchio della madre. Non poteva che succedere allo scoccare della mezzanotte, questa magia. Accadono eventi strani nell’ora di mezzo del buio. Finiscono gli inganni delle fate, Cenerentola perde una sola scarpa per paura e vergogna, la carrozza ritorna zucca, gli stracci si riprendono il vestito della festa, la verità delle cose si rivela, e salutiamo l’anno che muore di parto, abbracciandoci come sopravvissuti, riempiendoci di baci, tenendoci stretti tra l’addio e il benvenuto, tra il sollievo e il bisogno di inizio, tra finalmente e speriamo. E’ bello il tuo nome, sai. Il finale sa di infinito e di possibilità. Sembri simpatico. Sii gentile anche, concedici le tregue che non abbiamo ancora avuto, concedici le rese che non ci siamo regalati e le consolazioni, nonostante i pezzi perduti nei giorni chiusi come porte alle nostre spalle. Concedici la clemenza e l’accoglienza e se non le sappiamo, dacci incontri e occasioni che ci dicano come si fa. Dacci specchi che non ci ingannino e strade senza troppi trabocchetti ed enigmi irrisolvibili. Sii gentile, ché la gentilezza è come gli uomini che sanno fare il bucato e cucinare. La gentilezza è sexy. Facci diventare sexy, perché il cinismo ha stufato nel suo sembrare così alla moda. Facci essere fuori moda, come vecchie signore naif. Lasciaci aprire ai paesaggi.
Fai come le madri che guardano i figli dormire, mentre scompaiono nella visione di innocenza. E non importa l’età dei figli e delle madri. E’ sempre lo stesso vedere. Guardaci dormire e sii dolce con noi, sii gentile. In fondo, è breve il tempo che ti resta*.

*Mariangela Gualtieri (semi cit.)

Tizianeda

A Natale, ma anche a tutti voi

A Genoveffa e Anastasia perché a quelle due è stato negato un lieto fine.
Al cuore del cervo ucciso dal cacciatore e al cacciatore che pensava di ingannare la regina.
Alla regina di Biancaneve che nessuno ha mai amato, al suo rancore amaro.
Alle matrigne cattive, che non sono cattive, sono infelici.
Alla strega senza nome di Hansel e Gretel, a quando era bambina e si rimpinzava di caramelle, ciambelle, zucchero filato. Al bosco oscuro che le è cresciuto dentro, prima ancora di abitarla fuori.
Al lupo di Cappuccetto Rosso e a tutte le donne che con lui corrono per salvarsi.
Al Brutto Anatroccolo e alla Bestia, all’imbarazzo di stare al mondo, al loro inconsapevole fascino.
A chi non cambia per dover piacere a tutti.
Alla Sirenetta, al delirio della terra, al richiamo dell’acqua.
A chi cerca, a chi non trova, a chi non si ritrova, a chi si perde.
Ai cibi mancanti sulla tavola , alle sedie vuote, ai sapori perduti, alla consistenza labile dei ricordi, alla ricerca ostinata della memoria.
A chi precipita il giorno di Natale. A chi precipita tutto l’anno.
Al silenzioso amore, alle presenze rumorose, alla felicità che spaventa, alla tristezza che si accomoda.
Al cellulare muto all’improvviso, ai messaggi chiusi dentro, agli aggiornamenti mai fatti, all’assenza di suono.
Al riposo delle orecchie, al riposo dalle attese.
A chi si commuove con la matematica e a chi piange per colpa della matematica.
A chi è buono, a chi ha l’attenzione del giusto e la giusta attenzione per l’altro.
Ai bambini, allo stupore di stare, alle loro voci di caramella.
Ai bambini sopravvissuti, agli adulti che sono diventati senza cedere all’amarezza, nonostante.
Al dolore, a quando incattivisce e allontana.
Ai figli e al cuore che espandono nell’attimo di uno sguardo, al loro odore che cambia, a noi che li annusiamo.
Alle dita, agli occhi, ai passi, a chi si svela, a chi sorride, a chi c’è, a chi è andato via, a chi resta, a chi torna, a chi non torna più, alla mancanza, al qui e ora, alle parole, al silenzio, al niente, al tutto, all’attimo che, alle stanze, alle piazze, al mare, alle mattonelle rotte, agli oggetti riparati, alle viti torte, ai buchi nella rete, al pezzo del puzzle in più.
A questo sentire, a questo vedere, a questo mai smettere, all’attesa, al respiro e al battito compagni di avventura, al loro dirsi e tacersi.
A Natale, ma anche a tutti voi.

Tizianeda

Filastrocca di pan d’ora

Un ferro da stiro mi puoi regalare,
mi stiro le lacrime per poi consolare.
Ti abbraccio nel letto con un nuovo pigiama,
mi avvolgo mi scaldo con la sciarpa di lana.
Ti porto con me, così riposiamo
e non ho più paura di dirti ti amo.
Un grembiule fiorito lo lego sui fianchi,
mi asciugo le mani, ti passo davanti.
Così poi balliamo tra letti e divani,
ti rido sul collo, non penso a domani.
E quando la notte si va approssimando
cucino cantando, tu assaggi guardando.
Una donna è di più di una scritta sul muro,
di un regalo non chiesto, di un oggetto dorato,
di un’idea assai irritante di un creativo sbagliato.
Non trattateci sempre come brave bambine,
da tenere ammansite, da vedere asservite.
Siamo pane che cresce sotto teli di lino,
siamo vento e tempesta che si placa al mattino
siamo mosto che bolle nel silenzio di un tino.
Siamo d’ora e di ieri siamo quel che vogliamo
siamo le trasformiste di questo circo assai strano.
Se davvero un regalo ci volete poi fare
cancellate le scritte che ci fanno arrabbiare.
Riscrivete parole che noi porteremo
come acqua da bere nel cammino assolato
come corsa festosa che ti accelera il fiato
come vento che soffia e che ci fa sollevare
come la libertà che conosce il suo andare.
Come un amuleto, come un portafortuna
come un bacio improvviso sotto il vischio o la luna.

Tizianeda

Dodici

“Mamma sa fare cose belle con i cibi a caso nel frigo”, hai detto l’altro giorno a tavola. E’ vero. Vengono fuori meraviglie con quanto c’è. Si prende questo e quello, si mescola, si inventa e arriva sulla tavola l’inaspettato. Come è successo dodici anni fa, quando sei sbucato dalla mia pancia. Sorridevi? Non ricordo piangessi. Devi essere nato così, sorridente. Che bel modo che hai avuto tu, Domenico, di salutare la vita. Io ero pronta, sai, per accoglierti come un bel piatto saporoso, nonostante il mio contenitore-corpo difettoso. Ti ho assaggiato baciandoti, ti ho annusato, mi sono fatta consolare dalle tue consistenze di carne e sorrisi tenute tra le braccia. Ti ho potuto accogliere come meritavi, ché tua sorella aveva già lavorato per te, era stata maestro e fatica abituata. Anche se il mio lavoro è stato strappo e nostalgia e correvo e correvo, per i nostri attimi intimi che mi riprendevo la sera e la notte, con la fatica insaziabile delle madri. E tu sorridevi e sorridevi e guardavi e ascoltavi e imparavi e mescolavi gli ingredienti della vita, le lettere, i movimenti, le visioni, l’allegria, gli attimi torvi, l’amore. Quanto è bello l’amore e non deve spaventarti anche se non te lo posso dire tutto il mio, neanche oggi che sono dodici anni e ancore di più oggi che sono dodici e cresci in pudori e distanze. E quasi ti dispiace, lo so, ma io ti lascio andare ed è il mio regalo per te in questo vai, mio amore, che sei bello e sorridi mentre vai con le mani in tasca e poi sorridi ancora. Che bell’ingrediente che ti ha dato il caso. Questo sorriso che è una storia. Che bella pietanza sei, che regalo mi ha fatto la vita.
Auguri mio bel ragazzo, auguri piccolo grande Domenico che va.

Tizianeda