I fall in love with you

Ciao ragazzina, ciao. Come stai? Stai bene bene veramente, come mi dici sempre? Stai bene come sta bene una ragazzina di quattordici anni che non capisce questa domanda invadente. Che mi dice che noi adulti ci spaventiamo inutilmente dei vostri umori poggiati altrove. E allora ti guardo e ti guardo e te ne accorgi e sorridi e dici “smettila” e sorridi ancora, in quel modo tuo intimo che mi piace. Ma io, non riesco a non guardarti. Mentre attraversi le stanze dei 90 mq, per esempio, o stai muta nel tuo silenzio di quattordici anni, o quando usciamo insieme e improvvisamente infili il tuo braccio sotto il mio e mi sorridi piano. O quando disegni tutte quelle ragazzine come te dagli occhi malinconici, e non vorrei che tu già conoscessi questo sentimento qui, che è presto, troppo presto. Ma tanto, malinconici si è, con quel modo lontano agli altri di appoggiarsi sulle immagini che scorrono, che vanno come i passaggi delle nuvole inquiete, che già sono altro e perdute.
Ciao bella mia bella, morbida e solitaria ragazzina. Che mi hai fatto leggere un messaggio che hai inviato a una tua amica. Le hai regalato la tua visione della vita, la tua percezione di te, il tuo bisogno di spazio e libertà, la tua calma di pensiero. Ti ho chiesto di rileggermelo, per fissarmi le parole. Hai una visione tu, in questi tuoi quattordici anni assoluti. Una visione di sentire, una solidità, che non so quando è sbocciata, ché ti vedo spesso avvolta nella pigrizia dei gesti, in una svogliatezza che rifiuto. E invece, invece, tu sei un mondo che a volte si svela e rimprovera le mie paure di madre che poco si sofferma e molto chiede. Ma quando lo faccio, sì quando mi fermo cado dentro quella pozza calda che stento a chiamare amore, perché io questo insieme di lettere non le so dire. Però è questo che succede. I fall in love with you, ché gli inglesi sono bravi, a volte, con le parole. Quell’inglese che tu parli e comprendi e ami. E non c’è niente da fare. Io sono caduta. L’amore è un inciampo. Lo sgambetto me lo hai fatto tu, ragazzina. Ma non te lo dico, ché non lo so dire, ché non voglio incatenarti. Lo scrivo qui, lo affido a un mondo che fluttua come la malinconia. E intanto continuo a guardarti e a cadere, a guardarti e a cadere.

Tizianeda

La prima donna

Sono stata dentro la vetrina di una libreria che si chiama “Ave”, ma se l’insegna la guardi al rovescio, leggi “Eva”, il nome della prima donna, quella della mela, quella che ha disubbidito, la ribelle, la prima strega, quella che noi tutte portiamo impresso il linguaggio lontano del suo DNA, noi con il peso delle nostre azioni sulle spalle e a volte delle scelte non nostre. Il primo essere vivente che da subito si è visto immerso nelle faccende complicate della vita con la sua nudità di donna, i sensi di colpa e la paura di sbagliare.
Dentro la vetrina di questa libreria indipendente che è piccola e vitale, insomma proprio lì dentro dove solitamente si poggiano i libri per mostrarli, c’ero io per parlare del mio oggetto cartaceo. Si chiama “La medaglia del rovescio”, proprio come questo blog. E lì dentro non ero sola. Mi sono accomodata tranquilla con altre due donne. E mi sono affida a loro. Alla Donna con i capelli arancioni e alla Donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra. Che poi sono anche due amiche, con cui condivido da un po’ pezzi di strada. E lì seduta dentro la vetrina è stato bello, ché si è finito di parlare di tutte noi e della voglia di narrare il presente con passo leggero e solido.
E dopo questa festa di racconti femmina in libreria, con le due donne della vetrina siamo andate a ridere e chiacchierare nella casa di un’altra femmina dove c’erano ancora altre donne, amiche e conoscenti. Tutte legate, forse, dal bisogno atavico di sentire un’energia comune e somigliante. E anche lì, nella casa che ci ha accolto con gentilezza, è stato bello. È stato allegro e semplice.
In realtà, quella sera, c’era anche un uomo, uno solo, arrivato per caso e da lontano come una pietanza inaspettata e sconosciuta, portata da un’amica. Una presenza che a guardarla, ti aspettavi potesse sparire, per materializzarsi nel posto più sperduto e solo della terra e così godere di attimi di silenzio, o potesse levitare e galleggiare sulle nostre teste, o diventare trasparente per ascoltare non visto i nostri umori femminini, o cantare un inno sacro in un linguaggio sconosciuto e malinconico, alla memoria di Eva, la prima donna. E sentire che quel canto era per noi, che siamo tutte Eva, tutte approdate per la prima volta in un giardino sconosciuto pieno di cose cui dare un nome e così riconoscerle. Tutte a provare ad amare le nostre nudità e a non averne paura.

P.s.: Sabato 25 giugno alle 20:30, ancora una volta sarò con Eleonora in un bel teatro, per il nostro spettacolo “Ho attraversato ridendo le terra capovolta”. Se vi va, siam lì sorridenti ad aspettarvi.
locandina villa

Tizianeda

Questo girotondo

La ragazzina ha deciso che vuole diventare esperta nella coltivazione di piante domestiche. Ha comprato un libro che spiega come non farle morire dopo soli pochi giorni di permanenza in casa e un quadernone per prendere appunti. Poi per dare un segno tangibile al suo manifestato animo gentile, ha comprato una pianta grassa cosparsa di lunghi aculei rosso fuoco, che se ti infilzi, o muori o subisci spaventose mutazioni genetico/aliene. Ha preso anche in appalto la gestione del nastrino dimenticato sul balcone, il quale abituato all’incuria ha mal sopportato di essere stato più volte annaffiato e spostato a seconda della posizione del sole e ora ha un’aria dimessa e collassata. Allo stato alla ragazzina è stato intimato di ignorarlo.

Lo Sposo Errante, ha riscoperto il primo grande amore della sua vita che esisteva prima ancora del suo fidanzato basso elettrico supersonico, prima ancora di Tizianeda. Con l’amore primordiale ogni tanto esce, scompare per un po’ per poi ritornare appagato e sorridente. E Tizianeda se lo immagina nella sua condizione ideale, la solitudine, andarsene in giro con la sua motocicletta Enduro, che lei ancora, da quando l’ha riparata è l’unica della famigliola a non essere salita, anche solo per un giro attorno all’isolato.

Il decenne è stato iscritto a un campo estivo. Quelli che servono a ridurre i sensi di colpa delle madri, nel saperli altrimenti soli in casa a bivaccare tra il letto e il divano, vittime del padre dei vizi e della modalità Grande Lebowski. Ci andrà con i suoi cugini, che a volte si riversano nei 90 mq, perché qui al sud suddissimo la famiglia allargata è incastrata nell’ellissi del nostro DNA. In attesa, quando è in casa bivacca tra letto e divano, dividendo il suo tempo equamente tra l’ultimo dei sette libri di Harry Potter, la visione di Youtuber più strani di lui e video giochi che Tizianeda quando si cimenta, muore subito schiantandosi sempre contro qualcosa di spaventoso o finendo dentro liquidi che la polverizzano all’istante.

Quanto a Tizianeda è come sempre sul filo, sospesa tra i suoi mondi e a volte pensa che dovrebbe avere più braccia per contenerli tutti senza il rischio di farli cadere. Ma poi, pensa ancora che non sarebbe giusto. Deve essere così che deve andare. Due occhi per guardare. Due braccia da riempire, due gambe per andare. Una la testa per pensare, uno il cuore per contenere. E bisogna coordinare tra di loro questo groviglio di corpo e mente e intimo sentire. Prendersene cura, come di una rosa, oscillare con equilibrio tra il bisogno di ozio e l’inquietudine di fare, tra i 90 mq da curare come un rigoglioso ecosistema interconnesso e quello fuori a cui Tizianeda si aggancia festosa con il suo mondo creativo. Due gambe in fondo sono sufficienti per camminare sul filo, due braccia per mantenere l’equilibrio e una la testa e uno il cuore per contenere questo girotondo.
rosa

Tizianeda

Incomprensibile universo

Il decenne, che ha detto addio alle scuole primarie, per proiettarsi nell’ imperscrutabile mondo delle scuole secondarie, ha presentato, stimolato dalle maestre e insieme agli altri compagni, una tesina. Tutti i bambini hanno discussa la propria nel salone della scuola, in presenza dei genitori. Lui ha parlato dell’universo. Argomento che ama, sin da quando piccino piccino disegnava bambini volanti tra pianeti, stelle, galassie e buchi neri da sconfiggere al posto dei draghi. Quando disegna, conduce il mondo dei suoi affetti nell’universo che contempla, dentro questo movimento cosmico. In questi anni ha portato sua sorella, noi genitori, i suoi cugini, i suoi amici e amiche del cuore. Ci ha fatto vivere avventure spaventose tenendoci per mano, regalandoci sempre un lieto fine. Ci ha reso magici e leggeri e ha accompagnato tutti noi dentro un infinito con le sue regole e logiche precise e misteriose, che lui ama raccontare. Anche a tavola, spesso, la sera, parliamo di universo. In realtà ne parlano i tre della famigliola, ben più a loro agio dentro un cosmo che ci sovrasta tutti, ma che a loro sembra non spaventare. Io sto zitta, mi fermo sulla soglia, mi siedo e ascolto. Io che rischio di perdermi dentro dimensioni ben più piccole del cielo sopra di me.
Ieri c’è stata la cena di fine anno. Proprio l’ultima. Quella che ci si saluta, che ai bambini prende una strana nostalgia, che si misurano con la perdita e il futuro che li chiama. Quella che capisci o ti ricordi o lo si dice, che le maestre sono un patrimonio da preservare, così come la scuola pubblica. Quella che le bambine piangono e anche, vivaddio i bambini, alcuni con molta vergogna, perché ai maschi si insegna che a loro non è dato piangere e non sanno cosa perdono. E si dovrebbe spiegare anche ai maschi, quanto sia prezioso misurarsi con serenità con le emozioni e i sentimenti, senza lasciare sempre a noi donne il compito sacro di traboccare, di concimare di grazia questo mondo piccolo e bisognoso. Anche se poi, ieri, le ho osservate molto le bambine con il loro modo innato di stare dentro le cose del mondo. Come quando hanno consolato un compagno molto contrariato, molto arrabbiato che piangeva. Ho osservato il loro modo di accorrere, di circondarlo e di distrarlo. Poi una di loro se lo è preso per mano, “vieni, oVa di faccio vedeVe una cosa bellissima!”, ha detto. E lui è andato, inerme e fiducioso davanti a tanta sicurezza. L’oggetto delle meraviglie era una piscina, con acqua melmosa dentro, che la suggestione del buio rendeva ancora più affascinante. Sono accorse poi quasi tutte a contemplarla, piene di meraviglia. Mentre io contemplavo loro, il ragazzino che aveva smesso di piangere e il cielo stellato sopra di noi, che non riesco a comprendere, ma in quel momento, cercare di capire sarebbe stato inutile.

Tizianeda

In “medie” non stat virtus

E dimmi, che hai? Niente c’ho la nostalgia. Io mi faccio la domanda, io mi do la risposta. Mi capita ogni tanto, dentro la testa. C’ho la nostalgia e ieri aspettando nel cortile della scuola elementare del decenne l’ho capito. Per lui è l’ultimo anno, poi saranno le scuole medie. Che già il nome. In medio stat virtus dicevano gli antichi. Non è vero niente. Tutto ciò che è medio è delirio. Le terre di mezzo sono un delirio, i figli medi spesso lo sono anche, io lo ero e forse lo sono ancora, se stai a metà devi farti spazio tra quello che vuoi essere e il mondo fuori. E insomma tutto questo per dire che c’ho la nostalgia dell’infanzia che corre via. Come i bambini all’uscita della scuola elementare che lanciano gli zaini pesanti dove capita, per sbarazzarsene in fretta e così correre e corre e correre, in quello spazio di libertà riconquistata che è il cortile della scuola. E siamo tutti lì in attesa, noi genitori. E sarà l’ultimo anno per me di questa attesa, ché poi a scuola, il decenne, ci andrà da solo. Ed è una liberazione, certo, uno spazio riconquistato anche per me. Certo, ma ora mi concedo la nostalgia. Per la ragazzina è stato diverso. Forse perché non era l’ultima, o forse perché per le donne è diverso, noi donne nasciamo già adulte in fondo. I maschi no. Loro nascono piccoli. E lo so che non si dovrebbero fare queste distinzioni sessiste, che crescere fa parte della vita, che bisogna lasciarli andare eccecc e blablabla, certo che lo so. E’ da quando sono nati che lascio andare quei due invasori dei miei pensieri, ma oggi dentro la mia testa, mi concedo questo momento nostalgico. Sarà che è martedì, sarà che ho visto e pensato troppo al mare in questi giorni, sarà il cortile della scuola che fa questo effetto strano, con quel suo spazio vuoto in attesa, sarà questo e quello, sarà che l’infanzia è un luogo definito in cui tutto è possibile, un paesaggio bello da guardare che ferma il tempo. Sarà. Ma in questi giorni, i pensieri girano così.

Tizianeda

La Medaglia del Rovescio

Tutto cominciò con una mail, che, poiché sono sempre attenta, vigile e mai distratta, non ho letto. Per fortuna il mittente doveva essere uno che crede nelle seconde possibilità, oppure fu colto da una illuminazione cosmica e così ne inviò un’altra. Il mittente mi scriveva che da ormai un anno leggeva il blog, Lamedagliadelrovescio, che gli piaceva, che riteneva che si potesse fare qualcosa insieme, tirare fuori le parole, estrarle dal mondo degli algoritmi informatici e fissarle sul quel materiale consistente e lieve di cui lui si serve per il suo lavoro. Un materiale che a me piace tanto, ché da secoli trasporta un patrimonio prezioso, che ha il potere di farti vivere emozioni e sentimenti, di farti viaggiare nel tempo e nello spazio, di farti entrare nelle vite degli altri, di farti pensare, piangere, ridere, arrabbiare, divertire. Di farti cambiare, a volte, o estrarre come un materiale prezioso, quello che è dimenticato e sedimentato nella parte rocciosa dell’anima. E’ il patrimonio delle storie.
Ci siamo dati appuntamento nel suo labirinto nascosto, la sede della sua casa editrice. Un labirinto che ha l’odore dei libri. E così sono andata dal Signor Editore. E così abbiamo parlato, e così ci siamo accordati e così ci siamo stretti la mano e così ho iniziato a estrarre dal blog le storie, ad assemblarle a scrivere pensieri nuovi. E così sono spuntate dai ricordi due storie nuove. E così ho scritto per mesi in ogni dove, io e la mia scrittura estrema. Nel senso che scrivo ormai da sempre in condizioni estreme. Nel delirio dei 90 mq, in macchina, nelle attese, dentro palestre affollate, nelle sale d’aspetto, con la musica nelle orecchie, con il chiasso, con il silenzio, la sera, la mattina presto. Tutte le volte che posso. E così e così una volta che le pagine si erano sommate una sull’altra e le parole diventate tridimensionali, in una giornata di sole, sono tornata lì dove l’avventura del blog era iniziata. Nella casa del creativo che aveva sistemato la stanza colorata del blog, quattro anni fa. Sono andata con la mia amica Cristina, preziosa quando c’è da tirare fuori emozioni, e la sua macchina fotografica. Siamo entrate in un luogo ispirato e onirico e abbiamo vagato per le stanze e nel giardino, con buona pace del creativo e di Morfeo, il suo cane. L’immagine di copertina è stata fatta lì. Le ali le abbiamo dovute restituire al suo proprietario. Un giorno di questi, però, ci torno nella casa del creativo, le indosso, salgo su una sedia, come quando ero bambina, faccio un salto potente e provo a volare. Intanto stringo tra le mani un libro aperto e chiedo a lui di farmi viaggiare senza alcun peso.

P.s.: per chi vuole, può e si trova da queste parti del sud suddissimo, il libro sarà presentato il 26 maggio presso l’Auditorium “Incontriamoci sempre”, ore 19,30, in una bellissima stazione ferroviaria (Stazione Fs S. Caterina, Reggio Calabria), dove una volta passavano i treni e oggi si raccontano storie. Ci divertiremo!

copertina

Tizianeda

Tenera è la notte (e un dettaglio trascurabile)

E’ uscita che erano quasi le due del mattino. Lo ha trovato divertente, come quando fai qualcosa di inusuale e trasgressivo. I due maschi dormivano e lei in silenzio ha attraversato la porta. Fuori l’aria era assorta, era blu e pioveva di quella pioggia che te ne accorgi appena, quasi non volesse disturbare. Guidava pensando al silenzio delle case, alle stanze buie e quiete. Guidava sulle strade svuotate delle vite chiassose del giorno. Di notte c’è un’armonia che manca alla luce e anche le geometrie della città cambiano assetto, come un luogo appena pensato.
Doveva arrivare all’appuntamento, essere pronta, essere lì. Non era la sola con lo stesso pensiero e la stessa urgenza. Quando è arrivata molti erano in attesa, con le proprie vetture, le voci, gli sbadigli, gli occhi assonnati, l’impazienza. E la notte è ritornata giorno, anche se non c’era il sole e il mare vicino non si faceva guardare. Tizianeda si diverte sempre quando ci sono situazioni inusuali, come inusuale è uscire alle due del mattino, guidare sola, parcheggiare a un certo punto la macchina e aspettare. Ma in tempo di gite scolastiche gli assetti naturale di veglia e sonno si sfalsano. Nell’ora delle vite parallele, di chi si riconosce solo nel buio, a volte spuntano i genitori, come degli intrusi. Anche se gli intrusi la notte non la abitano. Gli è solo data in prestito. Il tempo di far ricombaciare ogni padre e madre al proprio figlio. Come con la ragazzina dei 90 mq, eccitata di sonno, piena di parole veloci e di racconti. Il teatro, la commedia greca, la Sicilia, Siracusa, gli attori bravissimi, quello bono e bravo, i compagni, il pullman, i professori. Alle due del mattino. Poi la strada si è svuotata, ogni genitore si è riportato a casa la propria ragione di attesa. La notte è ritornata a chi la sa e la abita e al suo silenzio di sempre.

P.S.: solo per dire che l’impavida Tizianeda, il giorno dopo ha accompagnato il decenne nel punto di incontro per la partenza della sua gita scolastica. Lo stesso in cui è giunta la ragazzina. Ha dormito veramente poco ed è uscita con il figlio felice e baldanzoso. Tizianeda si è sentita quasi uguale alle organizzate ed efficienti madri meravigliose, in tutto questo suo entrare e uscire senza sosta. Il fatto che abbia scoperto poche ore prima che la meta della gita fosse la Sicilia e non la Puglia, lei ritiene sia un dettaglio trascurabile.

Tizianeda

Ritorno al futuro

“Siete pronti? Ok allora vengo in strada con voi, così vi vedo partire e vi scatto qualche foto”
E così lo Sposo Errante, la ragazzina e Tizianeda sono scesi in strada, dove c’era ad aspettarli la motocicletta Enduro. Quella che l’uomo adulto di casa, quando si era giovani (Tizianeda di più) e spensierati, usava come principale mezzo di locomozione e poi si scorrazzava per le strade del sud suddissimo. Ed era bello ed era fresco. Poi è arrivata una bambina. La moto si è trasformata nella Bella Addormentata nel garage, mentre la vita fuori correva a quattro ruote. Quattordici anni dopo, lo sposo ha deciso che era finito per la motocicletta il tempo del sonno e dell’oblio. E come un principe azzurro innamorato l’ha risvegliata.
Domenica, proprio quella ragazzina che aveva preso con prepotenza i suoi spazi, che senza chiederlo aveva imposto la clausura, su quella motocicletta è salita. Il conducente era sempre lo stesso di quattordici anni fa, solo un po’ cambiato per i veloci giri del tempo. Sono partiti per una giornata in compagnia, dall’altra parte del mare. E Tizianeda mica si poteva perdere questo momento. Il privilegio di vedere dall’esterno la stessa scena di tanto tempo fa. Un balzo temporale in cui si ritorna dentro attimi già vissuti, come Marty Mcfly in ritorno al futuro ma senza il rischio di creare casini spazio/temporali, sparizioni o cambiamenti epocali. Ha così visto lo sposo sistemare con cura il giubbotto e il casco della ragazzina. Spiegarle come salire sulla motocicletta, fare gli stessi gesti di tanto tempo fa, azionare il motore, staccare il cavalletto dal terreno e partire con un sorriso. La ragazzina era seduta dietro di lui, abbracciava sua padre contenta. La motocicletta correva sulla strada, soddisfatta e finalmente libera e felice.

p.s.: E il decenne? Il decenne è stato ospite tutto il giorno a casa di amici genitori del suo amico del cuore G. Tiziana è molto grata a sua madre che le ha regalato una rara giornata di solitudine. Di quelle giornate che hai mille progetti ma in realtà poi non fai nulla, e ti godi il privilegio di stare ai tuoi tempi, di mangiare a letto del riso scaldato e di provare a vederti una serie americana sul pc e sempre a letto, che non pensavi che ti avrebbe preso così. Ha passato anche un bel pomeriggio con un amico senza l’urgenza del ritorno, fatto di chiacchiere e progetti. Poi a casa è tornata ad aspettare che la famigliola si ricompattasse, ad aspettare i racconti di tutti.

Tizianeda

Ogni rovescio ha la sua medaglia

“Ogni rovescio ha la sua medaglia”, così ha scritto un giorno quella meraviglia piena di parole di Marcello Marchesi. Era il periodo in cui con la famigliola ci scervellavamo per trovare il nome del blog. Correva l’anno 2012. Poi la folgorazione. Quale modo migliore per raccontare la terra capovolta partendo da un nome che evoca possibilità. Il 12 maggio “La medaglia del rovescio” è entrata in punta di piedi nella rete e si è accomodato guardando intorno un universo immenso, fatto di parole, suoni, immagini. Avevo un blog, ero una blogger, raccontavo i fatti miei e di chi aveva la ventura di attraversare la mia vita rendendola unica, almeno per me. Ho chiesto alla Tizianeda che ancora oggi (per fortuna) mi abita – anche se ogni tanto ha rischiato di essere sfrattata da un’inquieta Tiziana, con cui ha ritrovato e con fatica un nuovo legame amoroso – di guardare, osservare, sentire e raccontare. La maggior parte dei blog, dicono, non durano più di un anno. A volte subentra lo scoraggiamento, l’incostanza, il disamore. Se mai dovesse succedermi, so che sentirei un certo dolore, una sensazione di perdita. Perché per questo blog che il 12 maggio compie 4 anni, io sento un affetto profondo che mi scalda. Perché le parole si possono amare, perché in quelle parole ci sono pezzi di vita e di vite, le parole sono cuori che battono. C’è la famigliola che mi sorregge come un’amaca gentile, non sempre facile da gestire, ma da cui non posso prescindere. Ci sono i 90 mq e il mondo fuori i 90 mq. C’è il tempo che scorre e va via e quello placido dei ricordi che a tratti si ferma e sosta. Ci sono il luoghi del mio sud suddissimo e i luoghi altri che meritano di essere raccontati. Ci sono i volti e i passaggi di chi ha un peso e una consistenza nella mia vita. Ci sono pensieri che mi fanno accartocciare su me stessa.C’è la leggerezza innata, che mi rende una persona migliore. Il linguaggio è cambiato in questi anni, perché parti di me sono cambiate. E le parole assomigliano a chi le scrive. C’è la scelta di raccontare alcune cose e altre invece di tacerle. Non si può mica dire tutto tutto di sé in un blog. Ci sono pezzi di noi che custodiamo sempre da qualche parte, ma quanto nel blog è scritto è sempre vero e sincero. In un blog si può tacere, filtrare, non dire, scegliere cosa di sé mostrare, ma mai mentire. C’è Tiziana a volte, o forse sempre di più, ma è Tizianeda a condurla per mano dentro le pagine. Non so cosa sarei diventata senza questo blog. Forse un po’ più grigia, un po’ rancorosa verso me stessa per le passioni non ascoltate. La Medaglia del Rovescio mi ha regalato il coraggio di dire e di guardarmi dentro, mi ha amplificato lo sguardo che spesso è un privilegio e a volte un peso. E poi ci siete voi che mi leggete. Il blog è niente, niente, senza i passaggi affettuosi di chi decide di renderlo parte delle sue giornate. Ho ricevuto molto di più, in questi quattro anni, di quanto io abbia potuto regalarvi con le mie parole. Questo post è per tutti voi. Questa donna imperfetta che funambola tra parole e amori, ora vi manda tanti baci.

Tizianeda tra i grattacieli di parole è stata disegnata dalla mano di  Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda tra i grattacieli di parole è stata disegnata dalla mano di Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda

Le madri sbagliano sempre

“Mamma, esci sempre, noi ti vogliamo a casa!”

“E’ vero mamma, esci sempre”

“Ma ragazzi cosa dite? Esco ogni tanto”

“State esagerando, e poi che male c’è se vostra madre sta qualche volta con le amiche’”

“Sì, papà, però quando non esce non c’è ugualmente, è sempre giù allo studio”

“Veramente lavoro perlopiù quando siete a scuola e poi il pomeriggio sono tutta per voi”

“Sì però non mi va, sono gelosa”

“Santocielo! Una volta era  vostra nonna, ora voi … “

La sera dopo sono uscita, con le amiche. I due erano tranquilli nonostante il sermone attorno alla tavola della sera prima: “divertiti mamma” “grazie tesoro” “e non fare tardi” “no, non facci tardi” “voi coricatevi presto” . Dinamiche di un interno familiare in cui a volte i ruoli misteriosamente si mescolano e si ribaltano.

Poi si esce e rimane il filo dei messaggi.

[tutto ok?]

[yes tranquilla mom, divertiti]

[tra un po’ sono a casa coricatevi]

[siamo coricati … nel tuo letto]

[non esiste]

[ti abbiamo lasciato spazio

ti amiamo

ti veneriamo

ti benediciamo]

[vabbè dormite

ruffiani]

[Grazie tvb]

Quando sono tornata erano lì spalmati sul letto  tra la veglia e il sonno. Ad accogliermi lei con le sue morbidezze di ragazza adolescente e lui  caldo di un’infanzia che resiste nei suoi dieci anni. Mi sono sdraiata in quel minimo spazio che mi avevano lasciato nel lettone, approfittando dell’assenza del padre. Erano contenti di avere conquistato per una notte quel posto placido, come il ventre materno che li ha protetti prima che imparassero l’aria. Due piccoli pesci  addormentati che respirano. Assorbo la loro innocenza, la loro felicità fatta di sogni e presenza e calore.  Li guardo. I figli quando dormono ritornano alle madri, ritornano al buio che li ha custoditi per nove mesi. Penso a mia madre che non usciva mai e di quanto alla me adolescente quella presenza senza interruzioni  non piacesse. Si sbaglia sempre, in qualche modo. Poi è arrivato il  sonno e sono ritornata figlia.

Alle madri, agli uomini madre, alle donne madri senza figli, alle persone belle che si prendono cura dei figli di questo mondo  spaventoso, ai figli delle madri che sbagliano e quindi ai figli di tutte le madri, alle madri che non ci sono più, a mia madre, ai miei figli. Felice festa della mamma.

 

 

 

Tizianeda