Il linguaggio di Dio

Degli esami di terza media, l’unico ricordo che ho è la
domanda che non mi fece il professore di matematica. Nel senso che non me ne
fece alcuna. Troppo convinto che le mie risposte si sarebbero arrampicate su
logiche  creative, ma poco attendibili. Se
prima di allora calcoli, equazioni, problemi, equivalenze e altro, le
comprendevo come il messaggio di un  alieno  pronto
a disintegrarmi, dopo quel giorno il mio amore mai iniziato con la matematica,
è stato rinchiuso negli scantinati delle relazioni impossibili.

Perché il professore, con quel gesto, a cui non so se la mia
memoria ha aggiunto un ghigno beffardo, ha dato l’estrema unzione all’ area
celebrale, già compromessa dalla nascita, della intelligenza algebrica.

Vi è da dire che nel corso del triennio, gli effetti
collaterali che la matematica mi provocava, aveva riempito di stupore il prof
in questione. All’arcano mistero lui non era pervenuto a soluzione, neanche
facendo uso del complesso, perfetto, logico linguaggio dei numeri, che tanto sa
e spiega. Pare infatti, che la matematica abbia una formula per l’amore e che l’Universo
si racconti attraverso la perfezione di calcoli e geometrie. Dio, insomma,
parla con il linguaggio dei numeri e io non lo capisco. Che è un po’ come non
sapere l’inglese, ma pensando un po’ più in grande.

Per fortuna il Karma se da un lato ha tolto, dall’altro ha
graziato. Dopodomani il tredicenne chiuderà il suo triennio nelle scuole
secondarie. Sarò lì, serena,  ad
assistere ai suoi esami orali. E ad ascoltare la domanda, che molti anni fa, il
professore di matematica, non mi fece.

Tizianeda

Ed è una danza

Mia madre accende una sigaretta. Sembra una ribelle, con le rughe. Anarchiche, sparse ovunque. Mi mostra il libro che ha comprato. Quello della sera. C’è anche quello del giorno, grosso come un vocabolario. E’ troppo pesante per reggerlo a lungo a letto. Parla senza sosta, mia madre. Ogni tanto mi distraggo, controllo i messaggi sul cellulare, guardo i social, mi dissocio. Lei si incazza. Poi ricominciamo. E’ una danza.

Sono partita alla fine di maggio. Firenze. Con Agnese, la diciassettenne. Sono stata madre e basta. Con lentezza, serenamente.  Sentendoci. Oscillando, a braccetto. Senza dire, respirando, aspettandoci.   E’ stata una danza. Per tre giorni.

Gatta Tàlia che abita i 90 mq da quasi due anni, ha ingoiato
chissà quando un filo di spago. Le si è incastrato nello stomaco e lì si è
fermato. I veterinari l’hanno aperta, ritrovato il bandolo, ricucita. Poi è
tornata a casa. Agnese l’ha vegliata tutta la notte, come chi ama. Tàlia ha
avuto una reazione da Highlander appena ferito a morte. Un Highlander stressato,
tuttavia, che piscia senza ritegno ovunque. Nessuno osa dirle niente. La
lavatrice è stressata pure lei. Con Tàlia ho ripreso la siringa in mano, dopo
un anno. Ora so pungere anche i gatti.  I
figli la rassicurano con fermezza,  io
buco e inietto. Ed è una danza. Di noi tre, vicini e concentrati.

Ché la vita è tutto un movimento. A volte il ritmo ti piace e conosci i passi, a volte ti devi adattare e imparare velocemente, a volte non vorresti smettere, a volte dici “fatemi scendere”, ma continui   a muoverti. Continui a distrarti e a essere presente, ad allontanarti perché hai un urgenze di distanza tra te e il quotidiano, a ritornare, a cercare bandoli di fili di spago, per poi scoprire che se li è mangiati il gatto e sono cazzi. Ed è così che impari a vivere, o forse non impari mai. No, non si impara mai del tutto a vivere. Ed è una danza.

Tizianeda

Spaventosi e fragili

Io non so quando è stato l’attimo preciso in cui ho provato a
scrivere un testo teatrale. Non lo sappiamo quasi mai, quando avviene il
momento che, l’istante in cui. Succede. Come l’innamoramento. Sei lì che guardi.
Ascolti una voce, un dialogo, senti un rimestio di cuore e viscere, assisti a
un arrotolarsi di corpo e fiato, che ti piace così tanto da lasciarti scie di
pensiero, e poi ti dici: vorrei anche io. E lo fai perché sei inquieta, o
perché tra le parole e i silenzi ti accomodi, o semplicemente per tigna, perché
è difficile, o ancora perché capisci che dentro quella architettura da affidare
a carne viva che il foglio non trattiene, puoi liberare la voce, puoi far
danzare spettri, senza troppa paura. Raccontare l’indicibile umano, o il
piccolo piccolo, la miseria, gli abissi fragili, o la grandezza illusoria,
l’estremo dei sentimenti, e tutto quello che il pudore della pagina non ti
farebbe dire. Spingi l’acceleratore della poesia, osi, dileggi l’abisso in cui
ogni uomo o donna possono cadere, o da cui sono attratti.

E poi il testo che scrivi lo consegni, come un bambino , a chi sa farlo fiorire tra l’odore del legno e luci. Lo devi lasciare andare affidarlo e fidarti. Che è un esercizio pazzesco per chi, nella vita vera, aspira allo zen, ma si scontra con l’ardore del sentire. Che poi un po’ questa storia dell’essere zen ha pure rotto, ché questo siamo. Battito fragile da accettare, inciampo tra le cose. E le storie narrate, ce lo insegnano, in questo muoverci tra tenerezza e furore. In questo cercarci, per poterci finalmente specchiare e sentirci meno soli. Poco zen, e spaventosi e fragili.

Tizianeda

Dentro gli occhi

Mi hai detto, senza dire, nel fermo immagine di una posa: è qui nelle trame del vestito, che era suo e
ora lo indosso io, pelle e stoffa, stoffa sulla pelle. Mi hai detto con gli
occhi: ho perso l’odore di lei, ora c’è
il mio, così simile. Odore di madre, e ho guardato il mio dentro, mi
hai detto, e lei c’era. E lei c’è, nel tuo
sguardo lei c’è, e ho visto l’assenza. Una
fotografia ha sospeso lo scorrere. E non puoi non
fermarti, non inchinarti, non guardarti allo specchio, perché l’assenza sa
tutti.

E oggi ho sentito un sapore perduto, che mi ha fatto
inchinare per trattenere. La preghiera del resta. Non te ne andare, stai qui a consolare questi anni che a volte non so, se non nel racconto mutato, mi hai detto.

E’ una strofa la vita che ritorna a se stessa, quando è partorita, c’è un ricamo, un sapore, un gesto improvviso, i tuoi occhi allo specchio o soltanto un sorriso che ti dice, tu vai, c’è una trama che aspetta, e anche quando è nascosta, non avere paura, chè non c’è una risposta.

Tizianeda

La stagione smarrita

C’è qualcosa di strano in questo maggio fiorito nel freddo. Che
ci insegna che la vita, non è come ti aspetti e le stagioni sono definizioni,
dentro un tempo che spariglia le carte.

C’è qualcosa di attesa che vorresti svestirti e invece sei
qui, a coprirti. Ho lasciato il piumone, ho indossato il cappotto, ho riacceso
la stufa attaccandola addosso. Ho sentito il mare che racconta l’inverno, e
vorrebbe anche lui spogliarsi, svestirsi, finalmente smarrirsi sotto un sole
gentile, che ti invita a fiorire.

E allora stai zitta, a pensare al cappello che hai nascosto nel fondo, a pensare all’armadio così pieno di inverno. Nella borsa l’ombrello. E mi sento smarrita, o dovrei poi pensare che le cose che accadono, succede che a volte, non le so  controllare. E non è resilienza che ci ha rotto abbastanza, è soltanto pazienza dell’attesa vacanza. E se ancora il vestito che è appeso leggero deve ancora lì stare, mi nascondo nel tondo di coperte pesanti e mi lascio abbracciare. E poi cerco il calore che nell’aria è sparito, io lo cerco nei baci di chi si è smarrito. Come maggio, il tepore, la bella stagione, che si è nascosta nel tempo, sotto qualche piumone.

Tizianeda

Lo sbloccatore professionista di ante scorrevoli

“Huston abbiamo un problema”. Cioè, non  ho detto proprio così, alle otto del mattino, minuto prima, minuto dopo.  Perché era solo un’anta dell’armadio che aveva deciso di non scorrere più. Ferma come un mulo bastaso dell’Aspromonte. Dentro, i miei vestiti. Lo sposo, che non è uno sbloccatore professionista di ante scorrevoli, nel tentativo di risolvere il problema, ha bloccato, senza toccarle, anche le altre due ante. Tipo magia nera.  “E ora come mi vesto?” ho detto, mentre lui non rispondeva e chiamava i soccorsi, prima che la situazione potesse degenerare. Per fortuna sono disordinata e conservo, sulla sedia della vergogna della stanza da letto, roba dismessa o da dismettere in lavatrice. Così ho indossato  un jeans con la sabbia del primo maggio,  e una maglietta nera con i peli di gatta Tàlia, che sono neri pure quelli e fanno molto gattara chic. Lo sposo intanto usciva da casa, per l’urgenza del lavoro e della fuga. Dopo mezz’ora,  arrivava lo sbloccatore professionista di ante scorrevoli. Con il suo aiutante.   Che ho accolto con l’outfit migliore che avessi a disposizione, ché la camicia da notte azzurro tristezza, unica alternativa, era troppo confidenziale per un estraneo. E lo sbloccatore ha sbloccato tutto, con la calma dei  gesti precisi, con il corpo magro e piccolo e le mani commoventi che sanno la fatica. E pensavo, mentre lo osservavo muoversi, che dentro ognuno di noi dovrebbe esserci pronto uno sbloccatore di ante scorrevoli, che lo chiami e lui arriva. Perché succede, a volte,  che anche a noi ci si blocca qualcosa dentro, che impedisce il normale fluire del nostro sentire. E dovrebbe arrivare, mentre sei lì, seduta e piagnucolosa, con addosso dei vestiti di merda e neanche una giacca decente per coprirli. Un po’ come quello sulla riva del fiume che aspetta il cadavere del nemico. Solo che questa storia del cadavere è un imbroglio. Se ti siedi sulla riva del fiume, rancoroso e  in preda al vittimismo cosmico, l’unico cadavere che vedrai passare sarà il tuo.  E se poi, nonostante i millemila sforzi le  ante non si smuovono di un millimetro, e lo sbloccatore professionista è in vacanza a Cuba, gli fai un grande buco alle ante malefiche. E con un po’ di fortuna, se attraversi il buco, puoi anche ritrovarti a Narnia, con il tuo nemico accanto vivo e felice. Perché quel nemico, che sei tu, aveva solo bisogno di lasciarsi andare, per riprendere a scorrere tra le cose e il fluire del tempo.

Tizianeda

Le cose che si rompono presto

“Lo sai che ho fatto Tizianeda?”

“No mamma vecchietta, cosa hai fatto?”

“Ho regalato per
Pasqua, una bottiglia di vino a quel signore marocchino che ha la bancarella
per strada. Quello dove comprava le cianfrusaglie tuo padre”

“Il vino? Ma sarà musulmano,
mamma. E’ marocchino”

“Oh, pure tu come tua
sorella!”

“Te lo ha detto anche
lei?”

“Certo. Ma prima che
glielo portassi”

“E tu glielo hai
regalato ugualmente?”

“Sì. Ma, tranquilla,
sono andata a chiederglielo”

“Se era musulmano?”

“Sì, perché volevo
regalargli una bottiglia di vino”

“Santo cielo. E lui?”

“Mi ha detto che lui è
da trent’anni in Calabria”

“E quindi?”

“E quindi ormai è
Calabrese e il vino lo beve. Sai che bella confezione gli ho fatto fare… è stato
felice”

“Mamma vecchietta… hai
fatto bene”.

Il signore che ha
ricevuto in dono dalla mamma vecchietta, per Pasqua, una bottiglia di vino, ha
una bancarella, piena di cose che si rompono presto. Molto di quell’inutile
indispensabile, è ammassato dentro i cassetti della casa di mia madre.
Accendini da cucina smonchi, ombrelli autorompenti,  torce perdi molle di tutte le dimensioni. Mio
padre comprava, mia madre faceva una cosa da coniuge: mostrava disappunto senza
 speranza di cambiamento. Poi mio padre è
morto e mia madre ha iniziato a vedere le cose che vedeva lui. Anche la
bancarella del signore che viene dal Marocco ed è in Calabria da trent’anni. “Suo
marito?” le ha chiesto un giorno.  “E’
morto” gli ha risposto la mamma vecchietta. E lui ha sentito un dispiacere vero
e la mamma vecchietta glielo ha visto, tutto dentro agli occhi. Adesso che lei
ha compreso il perché di quegli acquisti, che hanno riempito i cassetti di
oggetti e gli angoli di ombrelli rotti, ogni tanto, ne porta qualcuno a casa
anche lei. E ora, che il signore che viene dal Marocco, l’ho osservato con più
attenzione, ne ho capito anche io il motivo profondo.

Tizianeda

Appartenenza

Hanno attraversato il
mare, stretto tra le sponde vicine. Sono venute con la macchina della sorella
più giovane. Tipo Thelma e Luise, ma senza il desiderio di precipizi in cui
cadere. La più giovane ha poi guidato fino alla casa della mamma vecchietta. Le
ho trovate così, nel salotto, le tre cugine, che parlavano fitto delle loro vite
sparse sulla triade Messina, Reggio, Roma. Dei loro tempi, che hanno saputo la
guerra, delle zie signorine, amate e indimenticabili. All’improvviso, nell’attimo
della memoria, sono sedute sulle loro poltrone, attorno al braciere condiviso,
tra uncinetti e storie. Parlano del paese, Melicuccà, che è  richiamo di appartenenza e nostalgia d’infanzia.
La cugina di Roma, mi racconta felice che ancora guida la sua macchina. Mi dice,
accarezzandomi la mano, delle cose che fa. Dei nipoti orgogliosi della nonna
indipendente a  ottantaquattro anni.

“Lo faccio anche per
loro”, mi racconta Teresa, che la vita le si è accartocciata più volte tra le
dita. “Lo faccio perché penso che posso essere di esempio. Gli insegno ad
andare sempre avanti”. Gli insegna a non abbandonare la vita, a prendersene
cura, nonostante, penso. C’è un segreto di  coraggio in queste donne.

Devono andare. Le
scorto per le strade sconosciute della città. Mi studio il tragitto. E’  la ricerca di una strada per non perdersi.  Io avanti con la mia macchina, una delle due
dietro con la sua. La più grande seduta accanto a me, per una tregua reciproca tra
sorelle. Un amico le aspetta affacciato sul balcone. Novantenne, o giù di lì.
Compagno dei giorni passati, oggi di estati al paese.

Arriviamo. Mi
ringraziano, nella voce il suono di Melicuccà. Entro in un luogo sicuro. Sa di
uliveti, di vento e di tregua.  

Tizianeda

Scavare

Mi dicono che non scrivo più come un tempo. Che il blog lo aggiorno senza disciplina. E’ vero. Sono passati quasi sette anni da quando ho scritto per la prima volta un post. Esponendomi. Ma poi, in fondo, neanche tanto. Ho soltanto aperto una porta dentro un’altra stanza. La scrittura è questa cosa qui. Ti rassomiglia e cammina dentro di te. Il blog non lo curo come una volta. C’è un sentire mutato che mi ha scavato parole nuove. Non sempre arrivano luminose e lievi. C’è stato l’affondo delle cose e dello sguardo. Non so quanto ancora il blog sarà arredato. Sette anni non sono pochi. Anzi, sono proprio tanti. Ha resistito alle mutazioni. E’ iniziato con uno sposo errante, due figli piccoli, oggi adolescenti. E’ iniziato che un po’ piccola ero anche io. Tizianeda. Ingombrante. Come lo sono i bambini, anche se unici custodi dell’incanto. Così Tiziana, ha solo chiesto a Tizianeda di continuare a proteggerlo questo incanto, questa piccola luce che resiste alle offese, all’incomprensibile, all’osceno di noi umani. Ma volevo aprire nuove porte, per raccontare non solo la quotidianità rassicurante di un interno familiare. E così sono arrivate altre storie. I miei cantieri. Alcuno conclusi, altri ancora aperti. Zuppi di un nuovo furore. Per la vita vissuta in questi sette anni, per le assenze inevitabili, perché ho smesso di essere figlia, per la cura data, per ogni cosa perduta e mai più ritrovata, per ogni cosa vista e ricordata. Per ogni dolore da trasformare. Perché le parole ci accompagnano e ci sanno, e forse, ci salvano.

Tizianeda

I ricordi della mamma vecchietta

“Questa era la casa di zio ‘Ndruzzo e zia Gaetana”
La mamma vecchietta mi mostra la serranda in legno di un vecchio palazzo. Piano terra. E’ polverosa. La vernice è un ricordo di verde. Lo zio Ndruzzo era il fratello di Nonno Carmelo, suo padre. Mi racconta. Vivevano, un tempo, dietro quelle persiane. Superiamo il palazzo tenendoci per mano. Poi c’è la sosta ai manifesti. La mamma vecchietta fa parte di quel mondo salvo, in cui la morte è un processo, niente di più. Può essere letta tra le righe di uno scritto funebre, senza timore. Quella generazione salva, che la vecchiaia è una scocciatura, ma non puoi farci niente. Legge il nome di una signora che conosce. Novantatré anni. Mi racconta i viaggi in treno con quella signora. Erano giovani. Insegnavano nei paesi. Mentre il treno andava avanti e indietro, mia madre lavorava con i ferri una sciarpa di lana rossa. Ora capisco perché è così ampia e lunga. Molti anni dopo l’ho indossata anche io questa sciarpa, negli inverni Frozen della casa dei miei genitori. E’ ancora lì, in un cassetto. Odora di antico. Naftalina. Camminiamo, c’è vento. La mamma vecchietta mi sgrida, per la camicetta aperta sul petto. Mi ricorda che non ci si può fidare del sole di marzo. Io le sorrido. Il giorno dopo ho mal di gola e mal di testa. Ultima fermata, l’edicola. E’ un approdo gentile. C’è un mio coetaneo all’edicola. Lei lo saluta chiamandolo per nome. Poi mi chiede: “te lo ricordi?”. No, non me lo ricordo. Mi dice che giocavamo insieme al mare quando eravamo bambini. Non so cosa pensare dell’ostinazione della mia memoria nel cancellare volti, nomi, eventi del passato remoto e prossimo. Se dare un nome alla mia dimenticanza, se darle una spiegazione, una rassegnazione. In compenso mia madre ricorda tutto. Torniamo a casa. Lei nella sua, io nella mia, divise da un pianerottolo. Lei con l’abbondanza dei suoi ricordi. Io… lasciamo perdere.

Tizianeda