Unire i punti

Adolescenza. Che parola. Spigolosa e ondivaga, contraddittoria anche nel suono. Indefinito, come il tempo che la percorre. Parola consegnata dai progenitori di un tempo ancor giovane. Adolescere, crescere. Tempo di mezzo e transitorio. L’infanzia si trasforma e si dissolve, manipolata dagli ormoni. L’età dei peli, della puzza di ascelle, della voce che piano sprofonda. Il magico si fa inghiottire dall’assoluto: no, sì, bianco, nero, ti amo, ti odio, bello, brutto. Si scopre l’altro, si sente a spese del corpo l’attrazione e si inizia a scontrarsi con le sfumature della vita. L’età in cui non si è sempre allo stesso modo. L’età in cui sei figlio a casa, amico fuori e a volte diverso con ogni amico diverso. L’età in cui ti confronti con i tanti modi di essere di una sola personalità. In cui prendi distanze dai genitori, per trovare una identità originale. Una terra con una sua fragilità, come tutto ciò che è estremo, come i corpi rigidi che possono spezzarsi. Li osservo gli adolescenti, nella loro forza, nelle loro incertezza di pensieri non ancora strutturati, di corpi in divenire, di ricerca di visione solida della vita. Li osservo attraverso la quattordicenne e i suoi amici. Sono belli. Mi chiedo quanto siano sereni, quanto siano arrabbiati, quanto ci sentano distanti e incapaci di comprenderli. Noi, che abbiamo lasciato la memoria della nostra adolescenza in qualche ripostiglio. Che dobbiamo imparare ad annusarli, come gli animali sanno fare. Sono belli gli adolescenti nel loro bisogno di consenso, sono difficili nel loro linguaggio da decifrare. Perché per la prima volta le due generazioni si fanno distanza e devi imparare un nuovo vocabolario interiore. Perché per la prima volta non è solo insegnare grazie, prego, per favore. Le parole si fanno tante. Come i silenzi. E’ capire cosa hanno raccolto, cosa è stato piantato dentro di loro. Per la prima volta bisogna imparare ad ascoltarli sperando che le composizioni di parole si facciano pazienti e reciprocamente clementi. C’è il suono del dolore nella parola adolescenza. L’anima si trasforma e allunga, come le ossa e con loro i muscoli e la pelle. È una terra che conquista i suoi spazi in un silenzio soltanto apparente. Li osservo gli adolescenti e loro osservano noi e osservano la vita, per trovare una coerenza di dire e di fare, i loro puntini saldi da congiungere. Per trovare dentro di loro l’ordine dei numeri, che in un’unione di linee componga gli enigmi. O semplicemente per non sentirsi troppo sperduti davanti alle costellazioni disordinate di punti, messe lì da movimenti misteriosi e continui.

Tizianeda

Todo cambia

Il decenne ha superato il varco delle scuole primarie, e si è teletrasportato nel triennio della scuola media. Non sarà più “ciao maestra come stai?” ma “buongiorno professoressa” e c’è una bella differenza. Ha affrontato il primo giorno di scuola con stoica partecipazione emotiva/corporea e dopo essersi rassicurato che i nuovi compagni non sono dei mostri e le prof hanno le stesse sembianze umane delle maestre, ha inforcato come nuovi occhiali il cambiamento. Il più grande per lui, la conquista della solitudine di strada. Va a scuola lasciando che la sorella esca due minuti prima e torna a casa senza accompagnatori adulti. Solo una volta Tizianeda lo ha aspettato sul balcone, la prima volta, per non perdersi la bellezza del suo passo orgoglioso, di chi ha aggiunto qualcosa di indispensabile al suo procedere.

La ragazza quattordicenne sembra vivere i tumulti mutevoli della sua età, con una certa pigrizia distaccata. Ha un suo mondo consolidato, di cui Tizianeda vorrebbe sapere di più, superando gli ostacoli della estrema sintesi verbale della figlia. Per questo quando le apre il suo universo mutevole, lo accoglie come una rivelazione mistica. Il più delle volte osserva lei e la sua quotidianità, fatta di youtuber, fumetti manga, gruppi nerd whatsapp, piante da curare, disegni, qualche lettura, tutorial che le insegnino a truccarsi (perché sua madre …), versioni di greco e latino e altra roba scolastica che sembra vivere seraficamente, scrittura a più mani con uno dei suoi gruppi social. Tizianeda dal par suo cerca di stare in silenzio accanto a questa ragazzina – tendenzialmente solitaria e che le sembra solida – e sempre che le circostanze e l’urgenza di rapidi interventi vocali, non la trasformino in una matrigna malvagia, come con il decenne, del resto.

Lo Sposo Errante, ha ripreso il suo vagare mattutino sui treni sbrindellati e strade malferme, che lo conducono nel suo altrove lavorativo. Anche per lui stanno per arrivare importanti cambiamenti che già partono da dentro, che un po’ muteranno gli assetti familiari. Dentro una famigliola si sperimenta per la prima volta la percezione della connessione tra persone. Il cambiamento di uno inevitabilmente incide sull’altro, come nella dinamica delle placche terrestri. Ma su di lui non vi dico altro. Arriverà il momento e ve ne accorgerete. Vi accenno solo che Tizianeda è molto contenta “sarà un po’ come tornare giovani” ha detto allo sposo.

Lei i cambiamenti cerca di guardarli nel volto. La resilienza forse fa parte del codice genetico delle donne. Chissà. O forse è la vita che ti educa oppure ci nasci con la resilienza incorporata, come un accessorio di una macchina.
La verità è che tutto cambia in continuazione, anche quando ci sembra che non accada. Cambiano i rapporti tra le persone, cambiano le situazioni, cambiamo noi, cambia il colore dei capelli, il modo di vedere le stesse identiche cose, cambiano le parole, le dinamiche affettuose, il sentire e l’amare, cambia il corpo, cambia l’arredamento di una casa e il colore delle pareti. Cambiano i vestiti dentro l’armadio e il disordine di una stanza. A volte succede lentamente, a volte è un franare improvviso, a volte l’improvviso è solo apparente, perché prima c’è un percorso lento e impercettibile. Capita di spaventarsi, a volte, capita di doversi fermare per riprendere fiato, di starsene in silenzio, o di piangere perché no. Capitano un mucchio di eventi nella vita che moltiplicano i paesaggi interiori ed esteriori e a volte li sostituiscono. Intanto si spera – a furia di stare sulla strada e di camminarci sopra – di non farsi intimorire o fermare dal mutevole e incontrollabile passaggio del cielo e che le gambe diventino forti, il tronco si raddrizzi e lo sguardo rimanga innocente.

Tizianeda

Lontani dagli occhi

I figli si guardano. Impari da subito, è un inizio di battiti dentro un monitor. Il primo sguardo sui figli è sentirli dentro, nel loro nucleo veloce di presenza pulsante.
I figli si guardano quando il ventre li appoggia tra le braccia. Quando sono esistenza rumorosa di carne. Quando dormono nel loro primitivo respiro fragile.
Dei figli si guardano i primi passi vittoriosi e la paura del loro franare a terra. Dei figli si guardano i cambiamenti e le fotografie di quando erano bambini per lasciare andare un tempo finito. I figli si guardano quando non sanno di essere guardati. E’ uno scrutare di occhi per ritrovare il primo sguardo concesso, per svelare racconti non detti. I figli si guardano quando sono felici e di più, quando scoprono gli inciampi dell’anima. Si guardano dalla distanza di un balcone o di una finestra, nella loro prima solitudine di strada. E ancora nel sonno quando il respiro ha una decisione adulta. Si guardano quando svoltano gli angoli senza paura, perché è così che gli hai insegnato. Si guardano quando sono lontani dagli occhi. C’è una memoria pulsante di cuore nella lontananza, il legame di quella prima volta, della visione del nucleo attorno al quale si è costruita la galassia del corpo. I figli si guardano perché non ci appartengono, per tracciare un senso di parole e di sentire che viene da lontano.

Tizianeda

L’onestà del mare

Erano bellissimi. Lui era accanto a lei, con il braccio appoggiato al suo fianco. A un passo della battigia, entrambi fermi rivolti verso il mare. Quando è arrivata sulla spiaggia nel suo giro mattutino di passi veloci, Tizianeda li ha visti così, come due innamorati che non hanno bisogno di parlare per dirsi. Li ha visti avvolti da una lontana malinconia che li rendeva distanti e magici. Un’immagine lieve dentro la luce del giorno e i colori di questo sud azzurro, bianco e rosso delle reti della pesca.
Lui è l’amico pescatore di Tizianeda e lei la sua compagna di viaggio e di raccolto, la barca. La mattina lo incontra quando arriva sulla spiaggia. Si salutano, si sorridono, poi lei prosegue. A volte si ferma un po’ di più, quando capisce che il vecchio pescatore ha desiderio di parole. “Non l’ho vista in questi giorni” “Ero a pescare in Sicilia. Un giorno di questi la porto con me”. E a Tizianeda piacerebbe davvero un giorno di questi partecipare al raccolto del mare con il suo amico pescatore, partire per le onde della Sicilia e sentire lo stupore di un mare ancora pieno.
Ora si porta questa immagine, come un amuleto scaccia tristezza. Si porta l’intimo gesto d’amore del pescatore e della sua barca. Si porta la loro maestosa immobilità. E anche il mare si sarà inchinato davanti alla devozione di chi sa il richiamo delle onde, di chi ne riconosce il linguaggio e i mutamenti, di chi si rivolge alla sua onestà, volgendo le spalle alla terra e alle sue vicende caotiche e incomprensibili.

Tizianeda

La ragazza dell’Est

La famigliola nel primo fine settima di settembre e l’ultimo vacanziero per loro, ha accompagnato il decenne scout in una località del sud suddissimo, per un incontro con altri scout. Poi sono andati via e poi sono ritornati per ricompattare tutti i quattro quarti e recarsi nuovamente nei 90 mq. Lì c’erano tanti ragazzini e tante ragazzine, come il decenne. Lì Tizianeda ha fatto amicizia con uno di loro, la domenica del rientro. Così ha chiacchierato tanto, con un ragazzino di dodici anni, seduta su una panchina all’ombra di un albero pieno zeppo di foglie, che rimandavano frescura e che stimolavano i racconti. Tizianeda era assorta, in attesa che il decenne sistemasse zaini e aiutasse nel riassetto del casale che li aveva ospitati. E mentre stava lì, F. le si è seduto accanto. Si è seduto accanto con i suoi dodici anni, il viso ancora bambino, i capelli biondi, gli occhi azzurri, il quarantadue dei piedi senza scarpe e la sua fisicità alta e massiccia, che vicino Tizianeda si sentiva Pollicino, ma senza Orchi e spreco di briciole di pane. Alla prima domanda curiosa di Tizianeda, è partito con migliaia di parole. Aspettava sulla panchina i suoi genitori. E tra le domande di Tizianeda, le ha regalato la storia d’amore di sua madre e di suo padre. Le ha regalato l’immagine di sua madre bellissima, di un paese dell’Est, che ha lasciato a lui in dono, nell’alchimia dei geni, i piedi lunghi, i colori e l’imponenza. E di suo padre del sud suddissimo, che un giorno si era insinuato nei pensieri di lei rendendoli allegri. Le ha raccontato di come lui avesse lasciato il lavoro “ma davvero? E perché?” “Per amore”. Le ha raccontato di quella volta che sulle scale di Piazza di Spagna, lui ne aveva subito l’incanto, tra centinaia di volti e corpi e movimenti. E Tizianeda se l’è proprio immaginata quella scena, in cui tutto il mondo intorno si sarà fermato e scomparso, lasciandolo solo sulle scale con la sconosciuta dell’Est e i battiti del cuore. E il ragazzino, le ha raccontato di quella volta in cui, suo padre soggiogato dall’amore, e dall’incanto della sua visione aveva dimenticato di liberare lo scooter dalla catena che lo bloccava, rischiando di ammazzarsi. Ché l’amore a volte fa questo effetto. Rincoglionisce, relegandoti dentro una bollae il mondo arriva ovattato nei suoni e nella materia. Le ha raccontato di quella volta che era andato nel paese lontano di lei e di come la sua vita e le sue scelte sono state accompagnate e deviate per sempre da quel sentire nuovo.
“Mio fratello ogni sera chiede a mia madre di raccontare come si è conosciuta con papà” “E lei’” “Racconta” “E tu?” “Boh, ormai la so a memoria” “E’ una storia molto bella, anche io vorrei ascoltarla tutte e sere. Grazie per avermela regalata” “Figurati”. Poi si sono salutati, lui dalla panchina si è alzato, sempre in attesa che la storia d’amore che lo ha generato arrivasse. Tizianeda è restata lì seduta, sotto l’ombra dell’albero, ferma e assorta, con il suo libro tra le mani, che non aveva avuto bisogno di aprire.

Tizianeda

Piccolo Buddha

Il decenne resiste all’infanzia. Lei, questa terra piena di magia e stupore, è ancora lì quieta nel suo viso, nei suoi occhi senza malizia, nel suo non avvedersi delle ombre, se non come fugaci ospiti che non lasciano tracce dentro il cuore. Forse è un po’ il carattere, perché si nasce in un certo modo. Quando era piccolo e si muoveva nel suo mondo tra braccia innamorate, o dentro passeggini, lo chiamavamo “piccolo Buddha” per quel suo modo placido di stare, per quel suo sorriso pieno di silenzio riposante.
Mi è ritornato quel periodo lì, mentre stamattina lo guardavo dormire. Appoggiato su un fianco, la mano sotto il viso rilassato, la bocca appena aperta. Un piccolo budda dentro la solitudine piena del suo sonno.
Mi sono chiesta se cambierà. Me lo chiedo ogni tanto. E non solo fisicamente, quando gli ormoni modificheranno i suoi assetti sonori e visivi e le sue urgenze. Mi chiedo se questa essenza sacra dell’infanzia, manterrà il suo nucleo pulito. Quanto le esperienze che farà e gli incontri, molti inevitabilmente urtanti e spero mai drammatici, relegheranno in un angolo insignificante quella parte di lui che oggi lo rende il ragazzino che è. C’è chi dice che dovrebbe fortificarsi. Ma poi la forza cosa è? Non penso sia quella comunemente intesa. Io sento sempre più, in questo mio ricercare fuori e dentro di me, in questo mio inciampare e proseguire, che la forza sta nel non farsi intaccare da un mondo che urla, scalcia, deforma la bellezza, nel non farsi assorbire, attrarre. La forza sta nel saper riconoscere le ombre, a volte provarne tenerezza e clemenza, per poi collocarle in un luogo inaccessibile e lontano dal nostro sentire. Saper voltare le spalle, anche, lasciare andare, valicare altre soglie, abbandonare stanze in cui non si sta più bene. Senza sforzarsi di farci piacere ciò che non ci piace più. La forza è saper dire, a volte, quello che non sopportiamo e mandarlo a quel paese.
Ma è ancora di più sentire dentro di sé che la vera forza, sta nella gentilezza, nel sorriso, nella gratitudine, nella trasparenza dei gesti e del volto, nel sapere riconoscerli come valori dentro di noi. Nel sapere fare silenzio, quando occorre, nel non sperperare parole preziose, nel saper coltivare i semi buoni che vengono piantati nel cuore. Sentire che la forza sta nella curiosità per la vita, e ritrovarci quando ci si sente persi. Nel riconoscerci figli della nostra infanzia, in cui tutto era più semplice, perché semplici eravamo noi, capaci di sorridere come piccoli Buddha. Questo ho pensato mentre il decenne dormiva e lo guardavo e poi non ho pensato più a nulla. L’ho lascio lì a riposare ancora un po’e sono andata a bere un caffè.

Tizianeda

Ritorni

La famigliola è tornata. E’ tornata dalla casetta montanara dove è stata nel mese di agosto a trascorrere le vacanze, come succede ormai da sei anni. E’ tornata con due automobili piene zeppe di roba. Però, la roba, prima di essere incastrata in ogni spazio libero degli abitacoli, è stata inserita in valige, grandi contenitori, scatole di cartone e in fine, quale segno di resa e di identità meridionale, in buste di plastica gigantesche, ché la busta è l’unità di misura del meridionale che si sposta. Così, quelli della famigliola, sono partiti ripercorrendo al contrario le curve dell’Aspromonte avvicinandosi sempre più al mare. Tizianeda, che guidava una delle due automobili, che non ama la velocità – e si dice ingiustamente guidi come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire – ha creato una lunghissima e allegra fila montanara di macchine. Gli automobilisti simpatici della lunga fila montanara, non appena la superavano, salutavano allegramente sbracciandosi e Tizianeda dal par suo, rispondeva a tutti. Quando la famigliola è giunta nei 90 mq, le valige, i grossi contenitori, le buste di plastica sono state distribuite equamente tra le stanze. Tizianeda ha sperato nel soccorso della Fata delle Casalinghe Disperate, di Topolino vestito da mago, di Frodo con la Compagnia dell’Anello, di Indiana Jones nel Tempio Maledetto. Poiché alcun essere magico è arrivato in soccorso e quando il gioco si fa duro i duri sono sempre altrove, lei e lo sposo hanno provveduto al riordino. La lavatrice è diventata la star della casa e la cesta dei panni sporchi sommersa dal delirio, ha sviluppato una grave sindrome di inadeguatezza. Tizianeda, sempre coraggiosa e determinata, ha chiuso la porta della stanza del bucato e ha sperato nella sua auto disintegrazione. Ora molte cose sono ritornate al loro posto, un po’ come la vita quando le vacanze finiscono e si riprendono gli assetti della quotidianità. Il cesto della lavatrice continua a girare. Tizianeda pensa che dovrebbe pensare ai buoni propositi per l’anno che sta per iniziare (perché l’anno vero inizia a settembre), ma per ora non ne ha alcuna voglia.
Un saluto allegro dai 90 mq e che la lavatrice assista sempre tutti voi.

P.s. se volete sapere come è andata la presentazione del libro “La medaglia del rovescio” di mercoledì scorso, QUI un bellissimo video realizzato dai talentuosi giovani di Pensando Meridiano.

bucato

Tizianeda

A heaven in a wild flower

Ieri – nella casetta montanara dove, ancora per poco, abiterà la famigliola – ho visto il mondo nel seme piccino di una pianta e il paradiso in un fiore selvatico, e l’infinito nel palmo della mia mano e l’eternità nel tempo di un abbraccio.
Questo grazie a Nicolò (- Con una sola “c” vedi – Ok Nicolò starò attenta) e Matilde.
Nicolò ama le piante, è un esperto botanico. Di molte di loro conosce il nome in latino. Ne osserva i dettagli, scova la bellezza nascosta, le stacca con cura con le radici, le ripianta in contenitori provvisori per poi portarsele a casa e arricchire il suo giardino distribuito nei vasi. Nicolò ha due occhi grandi e neri che sembrano essergli spuntati sul viso, così all’improvviso, proprio come due fiori bellissimi. E’ gentile, parla senza smettere e cerca pazienti ascoltatori con cui condividere le passioni. Gli occhi diventano più grandi quando racconta, come una fiaba, le sue piante carnivore e il loro meccanismo di adescamento e inclusione degli insetti. Belle e spaventose e inconsapevoli, ma anche, alcune, capaci di affidare alla vita la scelta di digerire la preda o impollinarla per poi lasciarla andare a spargere le sue essenze fertili tra altri fiori. E mentre Nicolò concentrato parla, ti dice di un meccanismo misterioso in cui ogni granello di esistenza è legato all’altro, nel trascorrere della vita e della morte. E guardi ammaliata Nicolò con una sola “c”, nei suoi sei anni immensi, che senza saperlo ti ricorda il prodigio di tutto questo esistere.
Matilde ha un nome morbido proprio come lei, sorride sempre fiduciosa, come se il male del mondo non esistesse e riuscisse a dissolverlo nei suoi momenti di presenza lieve.
Cammina dondolando e oscilla in un eterno presente. Anche i suoi occhi sono neri, come quelli del fratello Nicolò. I suoi sembrano essersi posati un giorno, lì proprio in mezzo al naso di soli due anni. Sembrano venire da lontano i suoi occhi, da civiltà antiche e calde. Matilde ha la bellezza fiduciosa e non corrotta dei suoi pochi anni. Se le dici “andiamo?” lei sorride e infila la sua mano nella tua. E non sai bene se a condurre sei tu oppure è lei a portarti nel suo mondo altro dove tutto è immenso.
Quando le ho chiesto, nel momento dei saluti, “Matilde ci abbracciamo forte forte?”, lei ha detto “sì”, ha sorriso, allargato all’infinito le braccia e poi mi ha attratta a sé senza nulla chiedere in cambio, regalandomi l’eternità nel tempo impreciso di quel gesto morbido e consolatorio.

P.s.. Ringrazio William Blake per avermi prestato i suoi versi, e per avermi dato il consenso (tacito) a una loro leggera alterazione per adattarli al testo. Grazie William!

P.p.s.:
Mercoledì 24 alle 19,00 un’altra insolita presentazione del mio libro “La medaglia del rovescio”. QUI una bella assai recensione del Direttore di Zoomsud, Aldo Varano. Giù la locandina dell’incontro. Mi farò condurre dalla bravura di gente bella. Se potete siateci! Se non potete pensateci.

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Tizianeda

Come attese lasciate a riposare

Ripongo le attese dentro i cassetti dei mobili tarlati. Cassetti senza sogni. I sogni li libero nelle stanze a prendere le misure della vita. Nei cassetti nascondo le dimenticanze, come attese lasciate a riposare. E non aspetto nulla, in un luogo montanaro, dove sono ora con la famigliola. Con i ragazzi, per esempio che sembrano sereni, ché qui siamo tutti più simpatici. Con lo sposo, per esempio, a ritrovarsi a fumare sigari in veranda che sanno di un sapore antico di anice. E poi scambiarsi fumo e baci, fumo e baci, nascosti nella notte. In un luogo costruito dagli alberi che rimandano il silenzio e fremono nel buio e non lo sai e li senti e non lo sai. In un luogo che sa di fuga e mi ritrovo a non sentire più la mia voce, sapendo che lì non serve. Ed è un ascolto continuo, che non è fuori, che è dentro e a volte sono contenta perché irraggiungibile agli umori lontani e a volte chiudo tutto e mi chiudo e cammino sola in un presente senza attese. E viene da dire lasciatemi qui che sto bene e poi ritorno quando so. Ed è profumo di zenzero e tisana, che mi riporterà ogni volta in questi luoghi consolati. Ed è un odore di spezie e pelle e silenzio che pizzica la lingua, come una polvere magica. E capisco che mi basta almeno per ora e voglio che sia così, anche quando tornerò ai giorni che devo ricordare e forse non vorrei.

Tizianeda

In soccorso

E succede che solo per zelo genitoriale vai al pronto soccorso. Sciocchezze. Questioni di zecche sospette che non le sai riconoscere sulla pelle di tuo figlio. Che cerchi le fotografie su internet e pensi che quei punti incastrati sul suo corpo sono altro, ma in ospedale ci vai uguale, ché i genitori a volte fanno queste cose qui. Cose inutili per paura, perché ci si rimprovera il troppo non fatto nella vita e questa no, non te la vuoi dire.
Succede che entri in questo posto qui, abitato da flebo, barelle, corpi. E lì dentro, in mezzo a tutto c’è un ragazzino di dieci anni che fa domande, con un linguaggio preciso, con il sorriso, con gentilezza. In un luogo brutto e provvisorio, un ragazzino interroga come se davanti avesse esperti di zecche. Lo guardano. Sembra che non ce ne siano. La responsabilità di un no definitivo preferiscono spostarlo al sesto piano, reparto pediatria. Usciamo dalla stanza del medico, provvisorio anche lui. Nel corridoio incrocio lo sguardo di un’altra madre. Due occhi da civetta. Vorrebbero aggrapparsi a un appiglio che non c’è. Per pochi secondi si fermano sui miei che scorrono. Ha il figlio uomo su un lettino con gli occhi chiusi contratti, lamenti, una flebo, dei tatuaggi sulle braccia da esibire alle ragazze. Lì non servono. Lì c’è sua madre che gli tieni la mano con gli occhi da civetta in cerca di un appiglio che non trova.
Il decenne è accanto a me e a suo padre. E’ quasi certo che le zecche non hanno scelto il suo corpo per ingrossarsi. Ce lo confermeranno tra un po’. Sorride, forse pensa alle domande da fare anche al pediatra del sesto piano. Io in quel posto provvisorio senza anima e addolorato mi appiglio a lui. Alla sua bellezza inconsapevole, alla gentilezza in mezzo a un fare sbrigativo che lui non sembra percepire, che non sembra toccarlo. Una mia amica dice che non si può vedere il prodigio ovunque, che non sempre è così, che un po’ di razionalità serve. Forse ha ragione, o invece la razionalità ci sta fottendo da secoli.
Torniamo a casa. Lasciamo quel posto offeso, con le sue storie.
Chissà se il ragazzo con i tatuaggi ha ripreso il suo moto giovane. Se sua madre ha smesso di cercare appigli. Ma sì deve essere così, deve essere così.

Tizianeda