Il fiore della mancanza

Si aggira per casa, a volte, come persa. Ha preso possesso del suo letto, cuscino, lenzuola, federa. “Mi annoio senza di lui” ha detto “e mi manca” ha continuato. La quattordicenne prova quel sentimento umano partorito dell’amore: la mancanza. Ce l’ha impressa negli occhi, nella camminata per le stanze, nel silenzio anche. Intima misura del suo sentire per il fratello, che in questi giorni non vagola nei 90 mq con la sua presenza invasiva. Partito con il suo gruppo scout. Niente telefonate, nessun messaggio. Coltiva pazientemente l’attesa di quando andremo, noi tutti della famigliola, a prenderlo e riportarlo a casa. Di quando lui, le andrà incontro, l’abbraccerà e insieme si allontaneranno in quel luogo diventato a lui familiare. Si racconteranno nel loro linguaggio esclusivo di fratellanza. Li vedo. Lo so. L’amore è un giardino nascosto che va coltivato. Bisogna tenerci, esercitare la tenacia e la cura. I fiori piantati sono tanti, tutti preziosi per creare l’armonia. Anche quello imprescindibile della mancanza, che ci sussurra e dice, che ci riporta con il battito e il respiro dove vorremmo essere.

Tizianeda

La bambina tartaruga

C’era una volta una bambina che guardava i passaggi del cielo da una finestra piccina, da una stanzetta, da un letto, da una sedia sopra il pavimento freddo, e sul muro c’era un quadro che dentro il mare era arrabbiato e la notte sopra indifferente.
C’era una volta una bambina che era piccola, che gli occhi erano grandi e seguivano l’andare delle cose.
C’era una volta una bambina piccina, che gli occhi erano grandi, che il cielo passava e passava e lei lo guardava e lo interrogava. Chiedeva al sole di non bruciarla e alla luna di chiamarla e alle nuvole di stupirla e alla pioggia di farla sorridere e al vento di portarla via da lì.
C’era una volta una bambina che un giorno cominciò a camminare, che gli occhi erano un universo di pianeti e stelle, che il cielo non passava più dalla finestra, che il sole divenne cattivo, che la luna si fece piccola, che il quadro dalla parete franò, che la pioggia si fermò in nuvole lontane, che chiese al vento di portarla via.
C’era una volta una bambina, che gli occhi divennero fermi, che aprì la porta, che uscì senza scarpe, che il cuore batteva forte, che aveva paura, che era coraggiosa, che la porta si chiuse alle sue spalle, che iniziò a camminare, che i piedi si ferivano, che lei non lo sentiva, che nessuno la vedeva, che respirava senza fare rumore, che non si fermava, che arrivò davanti al mare, che un tronco forte passò, che sopra il tronco si sdraiò e gambe e braccia lo abbracciarono.
C’era una volta una bambina, gambe e braccia e guance sdraiate su un tronco che galleggiava sopra il mare. E la pancia respirava sopra il tronco, che navigava e navigava e lontano la portava.
E la bambina sopra il tronco, divenne tartaruga e sorrideva e galleggiava. E c’era il cielo e c’era il sole che non bruciava e la luna sbiadita e piena e la pioggia lontana e il vento sopra che azionava meccanismi di nuvole e passaggi.
C’era una volta una bambina tartaruga con la casa nel cuore e nel respiro e nella pancia e un tronco che all’improvviso lasciò andare, per altri bambini sulle rive dei mari.
Ora lei sola, nuota tartaruga dentro l’acqua, lei che è acqua, lei che scorre silenziosa, che sorride coraggiosa, che la stanza non c’è più, che la casa è dentro di lei e guarda i passaggi del cielo che la riconoscono, perché è ingranaggio del loro meccanismo misterioso.

Ai bambini di ogni altrove che guardano i passaggi del cielo.

Tizianeda

Il gruppo whatsapp e la mamma vecchietta

“Ascolta Tizianeda, ho dato il tuo numero di cellulare a Don M., giusto nell’eventualità in cui mi dovesse dare comunicazioni urgenti”
“Hai fatto bene mamma vecchietta. Nessun problema”
“Stai tranquilla, sicuramente non ti chiamerà mai …”
La mamma vecchietta è andata al mare con padre. Lo fanno ogni estate. Lo fanno da più di quaranta anni. Lo fanno da quando Tizianeda e i suoi fratelli erano piccoli. Li affidavano per un mese al sole cocente e così scongiuravano le terribili influenze invernali che avrebbero stravolto la pace, la serenità, la gioia familiare. Almeno Tizianeda questo pensava, quando il supplizio di una spiaggia senza ombre, le faceva desiderare inverni gelidi, a letto e con la febbre.
Ormai, da un po’ i genitori di Tizianeda al mare ci vanno da soli, mentre lei ha sviluppato nel corso degli anni una certa attrazione per la montagna. L’allontanamento cittadino, ha indotto la mamma vecchietta a fornire il parroco della chiesa, di cui è assidua e zelante frequentatrice, del numero di cellulare di Tizianeda. Così per scrupolo. Per comunicazioni inattese, gite religiose all’ultimo istante, o magari qualche matrimonio, battesimo, funerale. Nessun problema le ha detto, anche se Tizianeda le chiese e i parroci non li frequenta ormai da molti anni. Ma almeno la mamma vecchietta è partita tranquilla.
Telefonate da Don M. Tizianeda, fino a oggi non ne ha mai ricevute. E ritiene che non ne riceverà mai. Don M., tuttavia, ha pensato bene di iscriverla nel gruppo WhatsApp della parrocchia, dove ci sono le amiche della mamma e ovviamente lui, il parroco. Ancora lei nel gruppo non ha mai interagito. Non crede lo farà. Ogni giorno, però, ci sono tanti messaggi. Perlopiù di carattere religioso. Di comunicazioni urgenti, come le aveva detto la mamma vecchietta, nessuna. Tizianeda si chiede se la mamma, non del tutto rassegnata per questa figlia poco allineata, ne sapesse qualcosa. Intanto, dal par suo, Tizianeda, zelante e precisa controlla i messaggi tutti i giorni. La mamma vecchietta invece sembra stranamente aver dimenticato questa incombenza assegnatale e non le chiede nulla in merito.

Tizianeda

Dentro al cuore

E succede che la domenica è andata lenta, che la sera prima Tizianeda è stata con lo sposo in un posto pieno di affetto e amicizia, tutti raccolti attorno a una donna, per farle una sorpresa, per dirle il bene che le vogliono. E Tizianeda ha pensato che siamo tutti dentro le nostre vite capovolte che corrono in direzioni non sempre facili e proprio per questo, proprio per questo, ci cerchiamo, per regalarci attimi di comprensione e bellezza. Ed è stato così ed è stato semplice, come sanno essere i bambini. Come quelli che Tizianeda ha visto il giorno dopo, quando ha accompagnato il decenne a una festa di compleanno della sua amica del cuore, M.S., quella bambina che a Tizianeda piace, perché è allegra, bizzarra, coraggiosa e mattissima come le persone che hanno dentro al cuore una libertà speciale. La festa era in un posto con tanti ombrelloni sulla spiaggia e il mare che finisce con delle montagne lontane lontane. E poi la sera quando è tornata per riprendere il decenne e portarlo a casa con lei, ha dovuto aspettare un po’, perché erano tutti in alto mare. Ed è un bel modo di essere in un posto con il mare che ti tocca. E allora Tizianeda ha pensato di togliersi le scarpe e di mettere i piedi nudi sulla sabbia fresca e andare un po’ più vicino alle montagne, che erano bellissime con le luci appiccicate addosso e i contorni che salivano e scendevano e saliva e scendevano a bitorzoli. E c’era la luna sopra che sputacchiava una luce squamata e il mare sotto che si muoveva e muoveva. E poi si è seduta sulla sabbia e ha detto “ora sto un po’ qui in silenzio ché il silenzio in un posto così è più silenzioso”. E però mentre pensava a queste cose profonde, sono arrivati alcuni di questi esseri, tutti a un passo dal lasciare l’infanzia per sempre e le si sono seduti accanto e c’era anche la festeggiata e l’hanno guardata e le hanno chiesto cosa ci facessi lì sola. E Tizianeda ha spiegato che lo ha fatto perché è bello sedersi in silenzio e guardare lontano lontano. E poi ha lasciato il silenzio e hanno chiacchierato un po’ fino a che non sono stati chiamati tutti per la torta con le candeline da soffiare sugli anni che passano. E ha pensato alla sera prima con l’amica tutta bella, che ha soffiato su 50 piccoli fuochi infilzati in un impasto zuccheroso, la somma del suo tempo qui. E poi non ha pensato più. Poi ha guardato la bambina M.S. con i suoi undici anni da lasciare in un soffio, e le ha augurato di rimanere così candelina dopo candelina, con dentro al cuore la sua libertà speciale.

Tizianeda

Cattive compagnie e altri timori

“Tizianeda, ma che ha detto tuo marito che ti ha vista vestita così? Non si è infastidito?”
“Mamma vecchietta, mio marito non mi vede come mi vesto, perché la mattina esce all’alba e poi lo sai come la penso e comunque sono vestita con i jeans, una maglietta e le scarpe alte … normale”
“E’ tutto attillato”
“Mamma vecchietta dovrei indossare un saio, vestirmi in modo asettico?”
“Una volta lo facevi, ma da quando frequenti gli artisti, ti vesti più appariscente…”
Secondo la mamma vecchietta Tizianeda si veste in modo sconveniente, lo fa di nascosto aspettando che lo sposo parta, frequenta artisti dissoluti che la porteranno verso la perdizione.
Tizianeda ascolta attenta e divertita i predicozzi della mamma vecchietta, ai quali, pensa, non crede più neanche lei. Anche se sono gli stessi da molti anni. Quelli che a quindici anni le facevano venire i bollori alla testa, l’istinto della ribellione, l’urgenza della fuga. Ma ora – ora che gli anni si sono raccolti dentro il corpo accartocciato dalla vecchiaia di sua madre, così simile a quello della nonna Bianca – queste parole le risuonano affettuose, la fanno sorridere indulgente e con la tenerezza di chi guarda a un tempo ormai lontano e ricucito e a un presente sorprendentemente mutato.

Tizianeda

I fall in love with you

Ciao ragazzina, ciao. Come stai? Stai bene bene veramente, come mi dici sempre? Stai bene come sta bene una ragazzina di quattordici anni che non capisce questa domanda invadente. Che mi dice che noi adulti ci spaventiamo inutilmente dei vostri umori poggiati altrove. E allora ti guardo e ti guardo e te ne accorgi e sorridi e dici “smettila” e sorridi ancora, in quel modo tuo intimo che mi piace. Ma io, non riesco a non guardarti. Mentre attraversi le stanze dei 90 mq, per esempio, o stai muta nel tuo silenzio di quattordici anni, o quando usciamo insieme e improvvisamente infili il tuo braccio sotto il mio e mi sorridi piano. O quando disegni tutte quelle ragazzine come te dagli occhi malinconici, e non vorrei che tu già conoscessi questo sentimento qui, che è presto, troppo presto. Ma tanto, malinconici si è, con quel modo lontano agli altri di appoggiarsi sulle immagini che scorrono, che vanno come i passaggi delle nuvole inquiete, che già sono altro e perdute.
Ciao bella mia bella, morbida e solitaria ragazzina. Che mi hai fatto leggere un messaggio che hai inviato a una tua amica. Le hai regalato la tua visione della vita, la tua percezione di te, il tuo bisogno di spazio e libertà, la tua calma di pensiero. Ti ho chiesto di rileggermelo, per fissarmi le parole. Hai una visione tu, in questi tuoi quattordici anni assoluti. Una visione di sentire, una solidità, che non so quando è sbocciata, ché ti vedo spesso avvolta nella pigrizia dei gesti, in una svogliatezza che rifiuto. E invece, invece, tu sei un mondo che a volte si svela e rimprovera le mie paure di madre che poco si sofferma e molto chiede. Ma quando lo faccio, sì quando mi fermo cado dentro quella pozza calda che stento a chiamare amore, perché io questo insieme di lettere non le so dire. Però è questo che succede. I fall in love with you, ché gli inglesi sono bravi, a volte, con le parole. Quell’inglese che tu parli e comprendi e ami. E non c’è niente da fare. Io sono caduta. L’amore è un inciampo. Lo sgambetto me lo hai fatto tu, ragazzina. Ma non te lo dico, ché non lo so dire, ché non voglio incatenarti. Lo scrivo qui, lo affido a un mondo che fluttua come la malinconia. E intanto continuo a guardarti e a cadere, a guardarti e a cadere.

Tizianeda

La prima donna

Sono stata dentro la vetrina di una libreria che si chiama “Ave”, ma se l’insegna la guardi al rovescio, leggi “Eva”, il nome della prima donna, quella della mela, quella che ha disubbidito, la ribelle, la prima strega, quella che noi tutte portiamo impresso il linguaggio lontano del suo DNA, noi con il peso delle nostre azioni sulle spalle e a volte delle scelte non nostre. Il primo essere vivente che da subito si è visto immerso nelle faccende complicate della vita con la sua nudità di donna, i sensi di colpa e la paura di sbagliare.
Dentro la vetrina di questa libreria indipendente che è piccola e vitale, insomma proprio lì dentro dove solitamente si poggiano i libri per mostrarli, c’ero io per parlare del mio oggetto cartaceo. Si chiama “La medaglia del rovescio”, proprio come questo blog. E lì dentro non ero sola. Mi sono accomodata tranquilla con altre due donne. E mi sono affida a loro. Alla Donna con i capelli arancioni e alla Donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra. Che poi sono anche due amiche, con cui condivido da un po’ pezzi di strada. E lì seduta dentro la vetrina è stato bello, ché si è finito di parlare di tutte noi e della voglia di narrare il presente con passo leggero e solido.
E dopo questa festa di racconti femmina in libreria, con le due donne della vetrina siamo andate a ridere e chiacchierare nella casa di un’altra femmina dove c’erano ancora altre donne, amiche e conoscenti. Tutte legate, forse, dal bisogno atavico di sentire un’energia comune e somigliante. E anche lì, nella casa che ci ha accolto con gentilezza, è stato bello. È stato allegro e semplice.
In realtà, quella sera, c’era anche un uomo, uno solo, arrivato per caso e da lontano come una pietanza inaspettata e sconosciuta, portata da un’amica. Una presenza che a guardarla, ti aspettavi potesse sparire, per materializzarsi nel posto più sperduto e solo della terra e così godere di attimi di silenzio, o potesse levitare e galleggiare sulle nostre teste, o diventare trasparente per ascoltare non visto i nostri umori femminini, o cantare un inno sacro in un linguaggio sconosciuto e malinconico, alla memoria di Eva, la prima donna. E sentire che quel canto era per noi, che siamo tutte Eva, tutte approdate per la prima volta in un giardino sconosciuto pieno di cose cui dare un nome e così riconoscerle. Tutte a provare ad amare le nostre nudità e a non averne paura.

P.s.: Sabato 25 giugno alle 20:30, ancora una volta sarò con Eleonora in un bel teatro, per il nostro spettacolo “Ho attraversato ridendo le terra capovolta”. Se vi va, siam lì sorridenti ad aspettarvi.
locandina villa

Tizianeda

Questo girotondo

La ragazzina ha deciso che vuole diventare esperta nella coltivazione di piante domestiche. Ha comprato un libro che spiega come non farle morire dopo soli pochi giorni di permanenza in casa e un quadernone per prendere appunti. Poi per dare un segno tangibile al suo manifestato animo gentile, ha comprato una pianta grassa cosparsa di lunghi aculei rosso fuoco, che se ti infilzi, o muori o subisci spaventose mutazioni genetico/aliene. Ha preso anche in appalto la gestione del nastrino dimenticato sul balcone, il quale abituato all’incuria ha mal sopportato di essere stato più volte annaffiato e spostato a seconda della posizione del sole e ora ha un’aria dimessa e collassata. Allo stato alla ragazzina è stato intimato di ignorarlo.

Lo Sposo Errante, ha riscoperto il primo grande amore della sua vita che esisteva prima ancora del suo fidanzato basso elettrico supersonico, prima ancora di Tizianeda. Con l’amore primordiale ogni tanto esce, scompare per un po’ per poi ritornare appagato e sorridente. E Tizianeda se lo immagina nella sua condizione ideale, la solitudine, andarsene in giro con la sua motocicletta Enduro, che lei ancora, da quando l’ha riparata è l’unica della famigliola a non essere salita, anche solo per un giro attorno all’isolato.

Il decenne è stato iscritto a un campo estivo. Quelli che servono a ridurre i sensi di colpa delle madri, nel saperli altrimenti soli in casa a bivaccare tra il letto e il divano, vittime del padre dei vizi e della modalità Grande Lebowski. Ci andrà con i suoi cugini, che a volte si riversano nei 90 mq, perché qui al sud suddissimo la famiglia allargata è incastrata nell’ellissi del nostro DNA. In attesa, quando è in casa bivacca tra letto e divano, dividendo il suo tempo equamente tra l’ultimo dei sette libri di Harry Potter, la visione di Youtuber più strani di lui e video giochi che Tizianeda quando si cimenta, muore subito schiantandosi sempre contro qualcosa di spaventoso o finendo dentro liquidi che la polverizzano all’istante.

Quanto a Tizianeda è come sempre sul filo, sospesa tra i suoi mondi e a volte pensa che dovrebbe avere più braccia per contenerli tutti senza il rischio di farli cadere. Ma poi, pensa ancora che non sarebbe giusto. Deve essere così che deve andare. Due occhi per guardare. Due braccia da riempire, due gambe per andare. Una la testa per pensare, uno il cuore per contenere. E bisogna coordinare tra di loro questo groviglio di corpo e mente e intimo sentire. Prendersene cura, come di una rosa, oscillare con equilibrio tra il bisogno di ozio e l’inquietudine di fare, tra i 90 mq da curare come un rigoglioso ecosistema interconnesso e quello fuori a cui Tizianeda si aggancia festosa con il suo mondo creativo. Due gambe in fondo sono sufficienti per camminare sul filo, due braccia per mantenere l’equilibrio e una la testa e uno il cuore per contenere questo girotondo.
rosa

Tizianeda

Incomprensibile universo

Il decenne, che ha detto addio alle scuole primarie, per proiettarsi nell’ imperscrutabile mondo delle scuole secondarie, ha presentato, stimolato dalle maestre e insieme agli altri compagni, una tesina. Tutti i bambini hanno discussa la propria nel salone della scuola, in presenza dei genitori. Lui ha parlato dell’universo. Argomento che ama, sin da quando piccino piccino disegnava bambini volanti tra pianeti, stelle, galassie e buchi neri da sconfiggere al posto dei draghi. Quando disegna, conduce il mondo dei suoi affetti nell’universo che contempla, dentro questo movimento cosmico. In questi anni ha portato sua sorella, noi genitori, i suoi cugini, i suoi amici e amiche del cuore. Ci ha fatto vivere avventure spaventose tenendoci per mano, regalandoci sempre un lieto fine. Ci ha reso magici e leggeri e ha accompagnato tutti noi dentro un infinito con le sue regole e logiche precise e misteriose, che lui ama raccontare. Anche a tavola, spesso, la sera, parliamo di universo. In realtà ne parlano i tre della famigliola, ben più a loro agio dentro un cosmo che ci sovrasta tutti, ma che a loro sembra non spaventare. Io sto zitta, mi fermo sulla soglia, mi siedo e ascolto. Io che rischio di perdermi dentro dimensioni ben più piccole del cielo sopra di me.
Ieri c’è stata la cena di fine anno. Proprio l’ultima. Quella che ci si saluta, che ai bambini prende una strana nostalgia, che si misurano con la perdita e il futuro che li chiama. Quella che capisci o ti ricordi o lo si dice, che le maestre sono un patrimonio da preservare, così come la scuola pubblica. Quella che le bambine piangono e anche, vivaddio i bambini, alcuni con molta vergogna, perché ai maschi si insegna che a loro non è dato piangere e non sanno cosa perdono. E si dovrebbe spiegare anche ai maschi, quanto sia prezioso misurarsi con serenità con le emozioni e i sentimenti, senza lasciare sempre a noi donne il compito sacro di traboccare, di concimare di grazia questo mondo piccolo e bisognoso. Anche se poi, ieri, le ho osservate molto le bambine con il loro modo innato di stare dentro le cose del mondo. Come quando hanno consolato un compagno molto contrariato, molto arrabbiato che piangeva. Ho osservato il loro modo di accorrere, di circondarlo e di distrarlo. Poi una di loro se lo è preso per mano, “vieni, oVa di faccio vedeVe una cosa bellissima!”, ha detto. E lui è andato, inerme e fiducioso davanti a tanta sicurezza. L’oggetto delle meraviglie era una piscina, con acqua melmosa dentro, che la suggestione del buio rendeva ancora più affascinante. Sono accorse poi quasi tutte a contemplarla, piene di meraviglia. Mentre io contemplavo loro, il ragazzino che aveva smesso di piangere e il cielo stellato sopra di noi, che non riesco a comprendere, ma in quel momento, cercare di capire sarebbe stato inutile.

Tizianeda

In “medie” non stat virtus

E dimmi, che hai? Niente c’ho la nostalgia. Io mi faccio la domanda, io mi do la risposta. Mi capita ogni tanto, dentro la testa. C’ho la nostalgia e ieri aspettando nel cortile della scuola elementare del decenne l’ho capito. Per lui è l’ultimo anno, poi saranno le scuole medie. Che già il nome. In medio stat virtus dicevano gli antichi. Non è vero niente. Tutto ciò che è medio è delirio. Le terre di mezzo sono un delirio, i figli medi spesso lo sono anche, io lo ero e forse lo sono ancora, se stai a metà devi farti spazio tra quello che vuoi essere e il mondo fuori. E insomma tutto questo per dire che c’ho la nostalgia dell’infanzia che corre via. Come i bambini all’uscita della scuola elementare che lanciano gli zaini pesanti dove capita, per sbarazzarsene in fretta e così correre e corre e correre, in quello spazio di libertà riconquistata che è il cortile della scuola. E siamo tutti lì in attesa, noi genitori. E sarà l’ultimo anno per me di questa attesa, ché poi a scuola, il decenne, ci andrà da solo. Ed è una liberazione, certo, uno spazio riconquistato anche per me. Certo, ma ora mi concedo la nostalgia. Per la ragazzina è stato diverso. Forse perché non era l’ultima, o forse perché per le donne è diverso, noi donne nasciamo già adulte in fondo. I maschi no. Loro nascono piccoli. E lo so che non si dovrebbero fare queste distinzioni sessiste, che crescere fa parte della vita, che bisogna lasciarli andare eccecc e blablabla, certo che lo so. E’ da quando sono nati che lascio andare quei due invasori dei miei pensieri, ma oggi dentro la mia testa, mi concedo questo momento nostalgico. Sarà che è martedì, sarà che ho visto e pensato troppo al mare in questi giorni, sarà il cortile della scuola che fa questo effetto strano, con quel suo spazio vuoto in attesa, sarà questo e quello, sarà che l’infanzia è un luogo definito in cui tutto è possibile, un paesaggio bello da guardare che ferma il tempo. Sarà. Ma in questi giorni, i pensieri girano così.

Tizianeda