La Medaglia del Rovescio

Tutto cominciò con una mail, che, poiché sono sempre attenta, vigile e mai distratta, non ho letto. Per fortuna il mittente doveva essere uno che crede nelle seconde possibilità, oppure fu colto da una illuminazione cosmica e così ne inviò un’altra. Il mittente mi scriveva che da ormai un anno leggeva il blog, Lamedagliadelrovescio, che gli piaceva, che riteneva che si potesse fare qualcosa insieme, tirare fuori le parole, estrarle dal mondo degli algoritmi informatici e fissarle sul quel materiale consistente e lieve di cui lui si serve per il suo lavoro. Un materiale che a me piace tanto, ché da secoli trasporta un patrimonio prezioso, che ha il potere di farti vivere emozioni e sentimenti, di farti viaggiare nel tempo e nello spazio, di farti entrare nelle vite degli altri, di farti pensare, piangere, ridere, arrabbiare, divertire. Di farti cambiare, a volte, o estrarre come un materiale prezioso, quello che è dimenticato e sedimentato nella parte rocciosa dell’anima. E’ il patrimonio delle storie.
Ci siamo dati appuntamento nel suo labirinto nascosto, la sede della sua casa editrice. Un labirinto che ha l’odore dei libri. E così sono andata dal Signor Editore. E così abbiamo parlato, e così ci siamo accordati e così ci siamo stretti la mano e così ho iniziato a estrarre dal blog le storie, ad assemblarle a scrivere pensieri nuovi. E così sono spuntate dai ricordi due storie nuove. E così ho scritto per mesi in ogni dove, io e la mia scrittura estrema. Nel senso che scrivo ormai da sempre in condizioni estreme. Nel delirio dei 90 mq, in macchina, nelle attese, dentro palestre affollate, nelle sale d’aspetto, con la musica nelle orecchie, con il chiasso, con il silenzio, la sera, la mattina presto. Tutte le volte che posso. E così e così una volta che le pagine si erano sommate una sull’altra e le parole diventate tridimensionali, in una giornata di sole, sono tornata lì dove l’avventura del blog era iniziata. Nella casa del creativo che aveva sistemato la stanza colorata del blog, quattro anni fa. Sono andata con la mia amica Cristina, preziosa quando c’è da tirare fuori emozioni, e la sua macchina fotografica. Siamo entrate in un luogo ispirato e onirico e abbiamo vagato per le stanze e nel giardino, con buona pace del creativo e di Morfeo, il suo cane. L’immagine di copertina è stata fatta lì. Le ali le abbiamo dovute restituire al suo proprietario. Un giorno di questi, però, ci torno nella casa del creativo, le indosso, salgo su una sedia, come quando ero bambina, faccio un salto potente e provo a volare. Intanto stringo tra le mani un libro aperto e chiedo a lui di farmi viaggiare senza alcun peso.

P.s.: per chi vuole, può e si trova da queste parti del sud suddissimo, il libro sarà presentato il 26 maggio presso l’Auditorium “Incontriamoci sempre”, ore 19,30, in una bellissima stazione ferroviaria (Stazione Fs S. Caterina, Reggio Calabria), dove una volta passavano i treni e oggi si raccontano storie. Ci divertiremo!

copertina

Tizianeda

Tenera è la notte (e un dettaglio trascurabile)

E’ uscita che erano quasi le due del mattino. Lo ha trovato divertente, come quando fai qualcosa di inusuale e trasgressivo. I due maschi dormivano e lei in silenzio ha attraversato la porta. Fuori l’aria era assorta, era blu e pioveva di quella pioggia che te ne accorgi appena, quasi non volesse disturbare. Guidava pensando al silenzio delle case, alle stanze buie e quiete. Guidava sulle strade svuotate delle vite chiassose del giorno. Di notte c’è un’armonia che manca alla luce e anche le geometrie della città cambiano assetto, come un luogo appena pensato.
Doveva arrivare all’appuntamento, essere pronta, essere lì. Non era la sola con lo stesso pensiero e la stessa urgenza. Quando è arrivata molti erano in attesa, con le proprie vetture, le voci, gli sbadigli, gli occhi assonnati, l’impazienza. E la notte è ritornata giorno, anche se non c’era il sole e il mare vicino non si faceva guardare. Tizianeda si diverte sempre quando ci sono situazioni inusuali, come inusuale è uscire alle due del mattino, guidare sola, parcheggiare a un certo punto la macchina e aspettare. Ma in tempo di gite scolastiche gli assetti naturale di veglia e sonno si sfalsano. Nell’ora delle vite parallele, di chi si riconosce solo nel buio, a volte spuntano i genitori, come degli intrusi. Anche se gli intrusi la notte non la abitano. Gli è solo data in prestito. Il tempo di far ricombaciare ogni padre e madre al proprio figlio. Come con la ragazzina dei 90 mq, eccitata di sonno, piena di parole veloci e di racconti. Il teatro, la commedia greca, la Sicilia, Siracusa, gli attori bravissimi, quello bono e bravo, i compagni, il pullman, i professori. Alle due del mattino. Poi la strada si è svuotata, ogni genitore si è riportato a casa la propria ragione di attesa. La notte è ritornata a chi la sa e la abita e al suo silenzio di sempre.

P.S.: solo per dire che l’impavida Tizianeda, il giorno dopo ha accompagnato il decenne nel punto di incontro per la partenza della sua gita scolastica. Lo stesso in cui è giunta la ragazzina. Ha dormito veramente poco ed è uscita con il figlio felice e baldanzoso. Tizianeda si è sentita quasi uguale alle organizzate ed efficienti madri meravigliose, in tutto questo suo entrare e uscire senza sosta. Il fatto che abbia scoperto poche ore prima che la meta della gita fosse la Sicilia e non la Puglia, lei ritiene sia un dettaglio trascurabile.

Tizianeda

Ritorno al futuro

“Siete pronti? Ok allora vengo in strada con voi, così vi vedo partire e vi scatto qualche foto”
E così lo Sposo Errante, la ragazzina e Tizianeda sono scesi in strada, dove c’era ad aspettarli la motocicletta Enduro. Quella che l’uomo adulto di casa, quando si era giovani (Tizianeda di più) e spensierati, usava come principale mezzo di locomozione e poi si scorrazzava per le strade del sud suddissimo. Ed era bello ed era fresco. Poi è arrivata una bambina. La moto si è trasformata nella Bella Addormentata nel garage, mentre la vita fuori correva a quattro ruote. Quattordici anni dopo, lo sposo ha deciso che era finito per la motocicletta il tempo del sonno e dell’oblio. E come un principe azzurro innamorato l’ha risvegliata.
Domenica, proprio quella ragazzina che aveva preso con prepotenza i suoi spazi, che senza chiederlo aveva imposto la clausura, su quella motocicletta è salita. Il conducente era sempre lo stesso di quattordici anni fa, solo un po’ cambiato per i veloci giri del tempo. Sono partiti per una giornata in compagnia, dall’altra parte del mare. E Tizianeda mica si poteva perdere questo momento. Il privilegio di vedere dall’esterno la stessa scena di tanto tempo fa. Un balzo temporale in cui si ritorna dentro attimi già vissuti, come Marty Mcfly in ritorno al futuro ma senza il rischio di creare casini spazio/temporali, sparizioni o cambiamenti epocali. Ha così visto lo sposo sistemare con cura il giubbotto e il casco della ragazzina. Spiegarle come salire sulla motocicletta, fare gli stessi gesti di tanto tempo fa, azionare il motore, staccare il cavalletto dal terreno e partire con un sorriso. La ragazzina era seduta dietro di lui, abbracciava sua padre contenta. La motocicletta correva sulla strada, soddisfatta e finalmente libera e felice.

p.s.: E il decenne? Il decenne è stato ospite tutto il giorno a casa di amici genitori del suo amico del cuore G. Tiziana è molto grata a sua madre che le ha regalato una rara giornata di solitudine. Di quelle giornate che hai mille progetti ma in realtà poi non fai nulla, e ti godi il privilegio di stare ai tuoi tempi, di mangiare a letto del riso scaldato e di provare a vederti una serie americana sul pc e sempre a letto, che non pensavi che ti avrebbe preso così. Ha passato anche un bel pomeriggio con un amico senza l’urgenza del ritorno, fatto di chiacchiere e progetti. Poi a casa è tornata ad aspettare che la famigliola si ricompattasse, ad aspettare i racconti di tutti.

Tizianeda

Ogni rovescio ha la sua medaglia

“Ogni rovescio ha la sua medaglia”, così ha scritto un giorno quella meraviglia piena di parole di Marcello Marchesi. Era il periodo in cui con la famigliola ci scervellavamo per trovare il nome del blog. Correva l’anno 2012. Poi la folgorazione. Quale modo migliore per raccontare la terra capovolta partendo da un nome che evoca possibilità. Il 12 maggio “La medaglia del rovescio” è entrata in punta di piedi nella rete e si è accomodato guardando intorno un universo immenso, fatto di parole, suoni, immagini. Avevo un blog, ero una blogger, raccontavo i fatti miei e di chi aveva la ventura di attraversare la mia vita rendendola unica, almeno per me. Ho chiesto alla Tizianeda che ancora oggi (per fortuna) mi abita – anche se ogni tanto ha rischiato di essere sfrattata da un’inquieta Tiziana, con cui ha ritrovato e con fatica un nuovo legame amoroso – di guardare, osservare, sentire e raccontare. La maggior parte dei blog, dicono, non durano più di un anno. A volte subentra lo scoraggiamento, l’incostanza, il disamore. Se mai dovesse succedermi, so che sentirei un certo dolore, una sensazione di perdita. Perché per questo blog che il 12 maggio compie 4 anni, io sento un affetto profondo che mi scalda. Perché le parole si possono amare, perché in quelle parole ci sono pezzi di vita e di vite, le parole sono cuori che battono. C’è la famigliola che mi sorregge come un’amaca gentile, non sempre facile da gestire, ma da cui non posso prescindere. Ci sono i 90 mq e il mondo fuori i 90 mq. C’è il tempo che scorre e va via e quello placido dei ricordi che a tratti si ferma e sosta. Ci sono il luoghi del mio sud suddissimo e i luoghi altri che meritano di essere raccontati. Ci sono i volti e i passaggi di chi ha un peso e una consistenza nella mia vita. Ci sono pensieri che mi fanno accartocciare su me stessa.C’è la leggerezza innata, che mi rende una persona migliore. Il linguaggio è cambiato in questi anni, perché parti di me sono cambiate. E le parole assomigliano a chi le scrive. C’è la scelta di raccontare alcune cose e altre invece di tacerle. Non si può mica dire tutto tutto di sé in un blog. Ci sono pezzi di noi che custodiamo sempre da qualche parte, ma quanto nel blog è scritto è sempre vero e sincero. In un blog si può tacere, filtrare, non dire, scegliere cosa di sé mostrare, ma mai mentire. C’è Tiziana a volte, o forse sempre di più, ma è Tizianeda a condurla per mano dentro le pagine. Non so cosa sarei diventata senza questo blog. Forse un po’ più grigia, un po’ rancorosa verso me stessa per le passioni non ascoltate. La Medaglia del Rovescio mi ha regalato il coraggio di dire e di guardarmi dentro, mi ha amplificato lo sguardo che spesso è un privilegio e a volte un peso. E poi ci siete voi che mi leggete. Il blog è niente, niente, senza i passaggi affettuosi di chi decide di renderlo parte delle sue giornate. Ho ricevuto molto di più, in questi quattro anni, di quanto io abbia potuto regalarvi con le mie parole. Questo post è per tutti voi. Questa donna imperfetta che funambola tra parole e amori, ora vi manda tanti baci.

Tizianeda tra i grattacieli di parole è stata disegnata dalla mano di  Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda tra i grattacieli di parole è stata disegnata dalla mano di Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda

Le madri sbagliano sempre

“Mamma, esci sempre, noi ti vogliamo a casa!”

“E’ vero mamma, esci sempre”

“Ma ragazzi cosa dite? Esco ogni tanto”

“State esagerando, e poi che male c’è se vostra madre sta qualche volta con le amiche’”

“Sì, papà, però quando non esce non c’è ugualmente, è sempre giù allo studio”

“Veramente lavoro perlopiù quando siete a scuola e poi il pomeriggio sono tutta per voi”

“Sì però non mi va, sono gelosa”

“Santocielo! Una volta era  vostra nonna, ora voi … “

La sera dopo sono uscita, con le amiche. I due erano tranquilli nonostante il sermone attorno alla tavola della sera prima: “divertiti mamma” “grazie tesoro” “e non fare tardi” “no, non facci tardi” “voi coricatevi presto” . Dinamiche di un interno familiare in cui a volte i ruoli misteriosamente si mescolano e si ribaltano.

Poi si esce e rimane il filo dei messaggi.

[tutto ok?]

[yes tranquilla mom, divertiti]

[tra un po’ sono a casa coricatevi]

[siamo coricati … nel tuo letto]

[non esiste]

[ti abbiamo lasciato spazio

ti amiamo

ti veneriamo

ti benediciamo]

[vabbè dormite

ruffiani]

[Grazie tvb]

Quando sono tornata erano lì spalmati sul letto  tra la veglia e il sonno. Ad accogliermi lei con le sue morbidezze di ragazza adolescente e lui  caldo di un’infanzia che resiste nei suoi dieci anni. Mi sono sdraiata in quel minimo spazio che mi avevano lasciato nel lettone, approfittando dell’assenza del padre. Erano contenti di avere conquistato per una notte quel posto placido, come il ventre materno che li ha protetti prima che imparassero l’aria. Due piccoli pesci  addormentati che respirano. Assorbo la loro innocenza, la loro felicità fatta di sogni e presenza e calore.  Li guardo. I figli quando dormono ritornano alle madri, ritornano al buio che li ha custoditi per nove mesi. Penso a mia madre che non usciva mai e di quanto alla me adolescente quella presenza senza interruzioni  non piacesse. Si sbaglia sempre, in qualche modo. Poi è arrivato il  sonno e sono ritornata figlia.

Alle madri, agli uomini madre, alle donne madri senza figli, alle persone belle che si prendono cura dei figli di questo mondo  spaventoso, ai figli delle madri che sbagliano e quindi ai figli di tutte le madri, alle madri che non ci sono più, a mia madre, ai miei figli. Felice festa della mamma.

 

 

 

Tizianeda

Nel regno degli Elfi

La famigliola è tornata. Aveva abbandonato per qualche giorno la  Terra di mezzo, e portato le  dimensioni Hobbit nel regno degli Elfi, dove gli abitanti sono  biondi, alti, fighi e ti sorridono gentili quando si accorgono da lassù che sei laggiù. Sono arrivati in una città che era primavera, ma faceva freddo come un inverno rigido del sud suddissimo. Sono arrivati in una città che le case sono alte e strette, tutte in fila, attaccate l’una alle altre come sorelle che si somigliano, con grandi finestre che se vuoi ci guardi dentro e vedi gatti pelosi e umani, entrambi indifferenti agli sguardi curiosi dei passanti. Sono costruite con  mattoni che non sai bene che colore sia. Un po’ porpora, un po’ marrone, un po’ arancio, un po’ blu cobalto, un po’ giallo. Molte sono inclinate in avanti come in un inchino e la cima assomiglia a una matita appuntita  disegnata su un foglio. E sono belle messe così, poggiate sull’acqua e sulle nuvole riflesse nei canali come dei quadri impressionisti. Perché la città in cui la famigliola  è stata ospitata, ha  tanta acqua che scorre e si insinua tra le strade e le case e per poter attraversare da una parte a un’altra, sali su ponti avvolti da  un vento gelido. Ti fermeresti anche a contemplare per ore i canali e le barche ormeggiate e la prospettiva delle case, ma se non sei abituato a quel freddo, rischi che lì ci rimani secco.  Sono andati in una città in cui le differenze convivono. Una città in cui accanto al fruttivendolo di fiducia, trovi il verduraio di fiducia che ti vende tante erbe, che però non si mangiano ma si bruciano dentro una cartina leggera e poi ti prendi il fumo e poi ti vengono gli occhi lucidi lucidi e fai una faccia strana. Almeno così le è sembrato a Tizianeda quando ha visto i clienti del verduraio. E quell’odore acido che ai minori  sembrava quello una bombetta puzzolente, era ovunque e a tutte le ore e si mischiava con gli aromi di fritto, di pesce o di caffè. Una città che  nelle vetrine vedi esposti vestiti, gioielli, scarpe, tazze e bicchieri, corpi femminili, giocattoli per bambini, giocattoli per adulti di tantissime forme e dimensioni. E non ti meravigli se girato l’angolo, vicina a questa varietà trovi chiese o congreghe religiose. Tizianeda ha anche notato che la città è sotto il dominio di una razza padrona superiore. Sono migliaia, occupano le strade, vanno velocissimi, non li puoi contrariare, non li  puoi ostacolare, ti possono insultare. Sono i biciclettisti  che con i loro mezzi di trasporto privati  sono ovunque a tutte le ore del giorno e della notte, occupano le strade, mettono  lucchetti ai ponti, invadono lo spazio aereo con il suono dei campanelli. I biciclettisti sono protetti, intoccabili e liberi. Come le vacche sacre in India.

La famigliola è andata anche  nei dintorni di questa città che ha i quadri di un certo Van Gogh, di un signore che si chiamava Vermeer e un altro Rembrandt, che hanno dipinto cose così belle, ma così belle, con una luce talmente magica che a Tizianeda veniva quasi da piangere a guardare le loro opere e non capiva cosa le stesse succedendo. Almeno non fino in fondo.

Hanno visto distese di fiori, villaggi di pescatori, mangiato panini con le aringhe, torte di mele. Hanno passeggiato dentro campi di Mulini a vento, che sono costruzioni che spuntano da terreno enormi e ferme e placide. Le pale che girano e girano, rilassano  con quel suono  del vento che si insinua nelle tele e ti senti come su un veliero con le onde del mare che si oppongono inutilmente alla sua forza. Ed è una sensazione azzurra e bianca. E non sa se tutta questa meraviglia l’ha provata per tutto il fumo che ha inalato passivamente, o perché lei è proprio così.

Però, qualunque sia la causa, Tizianeda pensa che questa città che si chiama Amsterdam e i suoi dintorni colorati e le persone che ha osservato e con cui ha parlato, saranno per la famigliola un ricordo allegro e felice e rimarranno nel cuore e negli occhi, così come il vento gelido del nord nelle ossa, prima che il caldo del sud suddissimo lo sciolga.

 

Tizianeda

L’Armata Famigliola

Il primo a svegliarsi è stato il decenne, perché lui c’ha la cacca emotiva da partenza. “Mamma!” “Santo cielo cosa succede, che ore sono?” “Sono le tre” “Ancora è presto, la sveglia è alle cinque” “Devo andare in bagno!” “Vai, dopo fatti il bidet, lavati le mani,  coricarti e non ripassare da qui per favore” .

Poi la sveglia ha suonato alle cinque.

L’uomo serio di casa ogni cinque minuti  ricordava il tempo rimanente per poter uscire da casa, che risuonava un po’ come un  “ricordati che devi morire”. Come succede sempre, prima che la famigliola  parta per un viaggio, i ruoli sono perfettamente distribuiti. Lo sposo entra in modalità  perdiamo l’aereo, i minori vagano, Tizianeda perde tempo. Però, da brava donna del sud suddissimo ha preparato i panini, ché il cibo da asporto  per il meridionale è come la copertina di Linus.

Poi sono arrivati in aeroporto puntualissimi. Sono saliti sull’aereo e Tizianeda, come le capita sovente quando deve gestire più di due numeri ha fatto confusione con i quattro posti a sedere numerati. “Sembriamo l’Armata Brancaleone” ha sentenziato lo sposo.  Poi sull’aereo è arrivato il momento che i minori preferiscono, oltre la vista delle Eolie e del Vulcano che era di una grandezza impressionante: lo smistamento delle vivande ai passeggeri. “Mamma, sono gentili questi signori che ti danno da mangiare” “Sì decenne, si chiamano hostess e stuart”.

“Signora questi due ragazzini, sono figli suoi?” a un certo punto le hanno detto l’hostess e lo stuart distributori di vivande. Tizianeda ha avuto un attimo di terrore. Ha pensato che quei due, avessero combinato qualche guaio, che li avrebbero fatti scendere  dall’aereo prima del tempo, che li avrebbero rinchiusi nella cabina con il pilota per ricevere tutta la famigliola un sonoro cazziatone, che una volta arrivati li avrebbero consegnati alle forze dell’ordine. “Ehm sì, signori hostess e stuart…” “Complimenti signora, sono molto educati e gentili, non ci capita spesso, sa?” “Oh ma davvero … grazie grazie signori hostess e stuart”.

E così Tizianeda – contenta assai di aver scansato il cazziatone di tutto l’equipaggio con disapprovazione cosmica dei cieli – è arrivata con la famigliola-armata Brancaleone, nella città di Roma, per prendere da lì un altro aereo.

Per andare dove, ve lo racconterò presto.

Un saluto allegro e cosmico a tutti voi!

 

 

Tizianeda

Vorrei, anche per te

“Mamma mi sono sentito in imbarazzo! Sai quanto i miei compagni ragionano per stereotipi …”

Lo so decenne, lo so quanto sia difficile dire e fare la cosa giusta. E’ difficile anche per noi adulti raccontare chi siamo, quando capiamo di avere una visione delle cose non allineata. Ma in fondo non è sempre importante che gli altri comprendano.

Così la maglietta l’hai messa nella zaino con il suo pacchetto. Era il regalo per il compleanno di un tuo compagno, che io come al solito compro in ritardo perché sono disorganizzata e incasinata. Lo hai portato a scuola, contento. E  lo immagino il tuo sorriso, quello che mi fa impazzire. E  immagino il momento preciso in cui il tuo amico ha visto  la maglietta con la scritta rosa. E mi sembra di sentirli gli altri, tutti attorno curiosi prenderti in giro, perché il rosa per loro è un colore da femmina e non da maschio. E  vedo te, che non sorridi più, nascondere la maglietta dentro lo zaino per riportarmela a casa. E non è colpa loro in fondo. Perché sin da quando nasciamo ci educano a fare distinzioni nette tra questo e quello, a catalogare, distribuire, dire tu, io, lui, lei, da quella parte, da quell’altra. Ci insegnano causa ed effetto rigide.  Come dire cosa e a chi e questo sì, questo no e fare, stare, dove, quando.  E abbiamo parlato poi, io e te. Ma in fondo non ti ho detto nulla di più di quello che tu già non sappia.  Ma vorrei che imparassi ad attraversare le visioni ottuse e piccole con la forza delle tue convinzioni, con la potenza del tuo sorriso che non può non incantare, vorrei che la tua calma insegni e il tuo stupore sbricioli i pregiudizi.   Vorrei che gli altri bambini, una volta adulti, capissero quante meraviglie si perdono se crescono dentro vestiti cuciti per loro da altri. Si fatica tanto per diventare noi. Ci si fanno i lividi, perché si cade e ci si rialza, perché le parole sanno essere  pietre che dobbiamo saper scansare, perché  imparare a capire e distinguere è spesso un viaggio solitario. Ma poi, una volta intrapreso, quanti incontri e quante possibilità, quanta conoscenza e divertimento e stupore! E magliette con le scritte rosa di cui non farai caso se a indossarle saranno maschi o femmine.

 

Tizianeda

#Lasciateliacasa

Era terrorizzata che lui potesse avere un crollo nervoso. Ogni tanto guardava l’afflitto per infondergli speranza nel futuro e la certezza che sì ce la poteva fare e che quel momento sarebbe passato. Ma non passava. Il braccio da dietro la tenda sbucava e appoggiava sull’appendiabiti umano altri vestiti, pantaloni, camicette, golf, giacche, accessori colorati. Mano a mano che la montagna di stoffe aumentava, lo sventurato sembrava invecchiare di qualche anno, piegarsi sotto il peso delle stoffe, perdere fiducia nell’umanità, di genere femminile perlopiù. Sommessamente infilava la testa dentro il camerino dove la compagna stava misurando tutto il negozio. “A che punto sei, andiamo?”. Lei rispondeva “Allora come mi sta?” e lui sempre :”Bene ti sta bene”, guardando non lei ma l’abisso davanti a lui. Poi la donna si è rivestita e sono andati via.

Tizianeda è certa che quando la donna del camerino indosserà i vestiti acquistati su consiglio del compagno, le amiche sincere o la madre spietata, come spietate sono solo  le madri, le chiederanno come ha potuto acquistare quel pantalone che le fa fuoriuscire tutti rotoli della pancia, la gonna che evidenzia il culone o la camicetta di quel colore che la fa tanto assomigliare alla prozia Concettina, che ha i baffi e il doppio mento. Così quei vestiti non verranno mai più indossati finendo dimenticati dopo tanto patire dell’uomo, nel fondo buio di un armadio. Quanto allo sventurato, che il cielo lo assista.

#Lasciateliacasa. Campagna a favore degli uomini costretti ad andar per negozi con le loro donne.

Tizianeda

Come un dispetto

Mia nonna si chiamava Ines. Amava la vita, la nonna Ines. La vita si ama nei gesti che indossi e nel modo lieve  con cui la attraversi. Così. Senza clamore, con grazia e momenti da gustare e silenzi da respirare e parole belle da dire a chi vuoi tu.

Ho comprato un cappello rosso, piccolo e leggero, da indossare inclinato su un lato, come faceva lei. Un vezzo da donne, un dettaglio che dice. Se scrivessi un libro, per esempio, io parlerei della nonna Ines e di quanto  lei amasse la vita. L’affetto per i giorni  è un cappello piccolo e leggero indossato sbilenco, è imperfezione che attrae. E’ quella cosa lì che  tiene incollati i piedi al filo del funambolo, anche se sotto c’è il vuoto con la bocca spalancata e ti guarda.  E tu lo guardi  se ne hai voglia e puoi decidere di fregartene.

Ho comprato un cappello rosso piccolo e leggero, così quando lo indosso,  mia nonna Ines mi ricorda da dove vengo e che non sono sola come una lettera messa lì a caso su un foglio bianco. Mi fa credere che c’è un senso di parole e frasi e storie da continuare a scrivere. Mi fa credere che io sono le storie che mi hanno preceduto.

Mia nonna mi ha soffiato nel cuore il suo affetto per le ore, da prima che nascessi, con i suoi geni folli. Io ora lo indosso questo amore. E’ rosso, piccolo, leggero, appena inclinato sulla testa, come un dispetto.

 

Tizianeda