Le attese delle madri

Aspetto sul viale che si chiama della Libertà, tre volte a settimana, per più di un’ora. Aspetto che escano, lei e la sua amica, poi torniamo a casa, quando ormai è sera. Porto il mio pc, un libro e la stanchezza di una giornata. Mi chiudo dentro la macchina, parcheggiata sotto un lampione. La macchina trema a ogni passaggio di vetture, camion, autobus. Il viale è costruito sopra una fiumara. E’ come un ponte. Però, invece di unire due sponde, ha impedito all’acqua di passare. E allora il viale vibra, con la fiumara asciutta e arrabbiata sotto, con la mia macchina sopra e con me, dentro la macchina, che aspetto. Siamo matrioske. La più piccola sono io, il cuore pulsante in attesa, a pochi metri della palestra dove la figlia impara a dare calci e pugni. Lo chiamano kick boxing e così sia.
Le madri aspettano, imparano da subito. Nove mesi tanto per incominciare, tanto per gradire. E’ un’attesa che cresce e che pesa ogni giorno di più. L’attesa è uno spazio prepotente, è il cortile di una scuola, è la fila, è un telefono che non risponde, è la notte, la porta del bagno chiusa, un corpo che non mostra più le nudità, è distanza necessaria, sono parole da cercare, silenzi da rispettare, ossa che si allungano, un pensiero che matura, l’odore del cloro, palloni che rimbalzano o rotolano su un prato, le partenze, i ritorni, lasciarli andare, sapere e non sapere.
L’attesa è come i baci dati nel sonno. Una presenza che non ingombra, la matrioska nascosta, quella piccola, la più forte che regge le altre.
Intanto aspetto sul viale che si chiama della Libertà, anche se ha impedito all’acqua di scorrere. Aspetto, mentre mia figlia impara la fatica e la forza del corpo. Aspetto, con la pazienza di Penelope, ma senza disfare tele, da ricomporre il giorno dopo. Non ne ho bisogno. Aspetto e scrivo, aspetto e leggo, oppure chiudo gli occhi e mi riposo sulla macchina che vibra e sogno fiumi liberi che scorrono.

Tizianeda

Tizianeda, il bar e il magico mondo maschio

Tizianeda, da un po’, la mattina, al ritorno dalla sua camminata davanti al mare, finita la salitona ripida della sua città, si siede a uno dei tavolini all’aperto di un bar. Lì inizia a chiacchierare con i due astanti che bevono il caffè, dopo avergli sottratto il bicchiere d’acqua ancora intonso appoggiato sul tavolino. Non le importa se è sudata, spettinata, con le scarpe da ginnastica vecchissime e comode, i pantaloncini larghi e consunti come la maglietta. Non le importa, perché si sente a suo agio, come a un incontro tra vecchi compari in una bettola puzzolente, per giocare a tre sette o a ruba mazzetto. Uno dei due tipi seduti, lei lo conosce da quando era bambina, l’altro è il migliore amico del primo. Così si accomoda e i due, le disvelano il magico mondo maschio.
“Allora aiutatemi a capire il pensiero maschio. Magari ci scrivo qualcosa” “Tizianeda non c’è molto da capire, noi maschi siamo semplici” “Già siete proprio basici” “Sveglia, pipì, cacca, lavoro, donne, sport, passioni, amici, divertirsi, dormire. Questo siamo”. Loro lo dicono.
E in queste mattine, i suoi amici basici, le hanno insegnato parole che lei disconosceva, appellativi nuovi, visioni sconosciute, tattiche, preferenze anatomiche, raccontato esperienze di vita vissuta. Il tutto corredato da esempi efficaci, esplicativi e così illuminanti che si è sentita come messa al corrente del terzo segreto di Fatima. Le hanno spiegato, con grande onestà intellettuale, anche il motivo per cui a tratti si assentano e discretamente guardano altrove, con una tecnica che Tizianeda ha ritenuto perfetta e una capacità di osservazione quasi prodigiosa, che va dal generale al particolare. Non ne possono fare a meno, le hanno spiegato. E quel bar con i tavoli all’aperto, garantisce un panorama mutevole e ricco.
Però, tra una visione e un’altra, parlano. Tizianeda gli invidia la capacità di aprire e chiudere le stanze interiori. Lei che donna, le porte interiori a volte le lascia spalancate, creando incredibili correnti d’aria.
Tizianeda parla anche se poco e loro ascoltano con pazienza e poi si raccontano con calma, portandola in una dimensione meno contorta, a tratti cialtrona, ma anche felicemente leggera e lineare.
Lei non sa, se dopo queste sedute di autocoscienza mista, riuscirà a rassegnarsi pienamente alle profonde diversità tra i generi, o a porre le giuste distanze, o a non preoccuparsi più di non poterle comprenderle con le complesse categorie mentali delle donne, o a non scoraggiarsi davanti a inevitabili incomprensioni tra mondi. Sa però che tutte le volte che potrà, si fermerà con quei due che tanto la fanno sorridere e rilassare, ma con cui riesce a parlare di cose persino serie. Sa che comprendendo, ascoltando e accogliendo, può imparare impercettibilmente una certa libertà di visione, un distacco serafico, la bellezza e la fatica di un punto di vista diverso, sebbene non sempre condivisibile. Intanto continuerà a sedersi al tavolino del bar con loro, a rubargli l’acqua, a chiacchierare e a bloccarsi suo malgrado, dinanzi alla loro visione di una bella donna, che tanto li incanta, se pure per un attimo.

Tizianeda

Buon Inizio

Lui si è svegliato arruffato, con lo sguardo altrove, l’umore lamentoso. Si è seduto sconsolato attorno al tavolo della cucina per la prima colazione, chiudendosi nella dolcezza del suo silenzio contrariato. Ha mangiato biscotti e latte, poi si è vestito con le prime cose che l’armadio gli suggeriva, perché, come dice da sempre, è indifferente allo stile. Sua sorella lo ha criticato, sua madre avrebbe voluto che indossasse la camicia di jeans, che è proprio un bonazzo con quella, ma a lui non piace. Preferisce le magliette colorate e stropicciate. Avrebbe voluto starsene a casa, con i suoi interessi primari, in cui la scuola non è inclusa. Perché lui la scuola non la vive. La subisce, con i compiti, le relazioni con insegnanti e compagni, la sveglia, la disciplina che stoico si auto impone, come un monaco zen. Poi è andato via con lo zaino, i quasi dodici anni, i capelli corti, il corpo ossuto e ancora senza segni di pubertà, la follia ironica e altrove. Ancora si fa abbracciare e baciare, anche se non lungamente. Così sua madre, che nei momenti di distrazione ne approfitta, lo ha abbracciato e baciato, anche se non lungamente, augurandogli “buon inizio” e ricevendo come risposta un mugugno lamentoso.

Lei si è svegliata assorta e silenziosa ancora impastata di sonno. Fa parte di quella incomprensibile setta di umani che la mattina appena svegli non parlano e non vogliono sentire suono umano. Nei 90 mq tre quarti vi aderiscono. Tizianeda è la minoranza discriminata. Quando ha ritrovato il senno e la parola, ha iniziato a prepararsi con gesti sereni. Sapeva già come vestirsi, truccarsi, pettinarsi. Era contenta e curiosa di conoscere gli insegnanti del terzo Liceo Classico. Di iniziare a studiare la filosofia, che Tizianeda spera le servirà ad affinare la profondità di pensiero, a moltiplicare le categorie mentali, a sviluppare la capacità di guardare critica le cose del mondo. Spera anche che impari a non sopravvalutare il pensiero, e a non farsene imbrigliare. Spera che sviluppi il coraggio di mandarlo a quel paese quando diventa nemico della fluidità vita. Sulla porta Tizianeda l’ha abbracciata e baciata e le ha augurato “buon inizio”.
Lei ha sorriso ed è andata via.
Così Tizianeda è rimasta sola in casa con la gatta Tàlia, perplessa per le stanze improvvisamente svuotate dei sue due abitanti preferiti. Poi ha iniziato a fare ciò in cui un gatto eccelle: niente. Tizianeda mentre la guardava raggomitolata e sonnacchiosa sul suo letto, godendo del silenzio delle stanze vuote, ha pensato alle tristi carte che l’aspettavano nel suo studio di avvocata, un piano più giù dei 90 mq. Ha accarezzato la gatta Tàlia persa nel suo magico mondo gatto e ha iniziato la giornata, senza pensarci troppo.

Tizianeda

Gli occhi e lo specchio

E’ stato un attimo, un guizzo dentro i suoi occhi dal colore che non ha nome, quelli che sono verdi, azzurri, grigi, boh. Quelli che intorno si modificavano le geometrie. Un crescere di corpo, naso, bocca, guance, mani, spalle, braccia, seno, fianchi, gambe, attorno alla staticità di cellule visive. C’è da perdersi o ritrovarsi nella fedeltà tridimensionale degli occhi, nella loro coerenza di grandezza.
C’è da perdersi quando dentro l’immobilità degli occhi di una quindicenne, si affaccia un movimento nuovo di sguardo, di fronte allo specchio che la osserva e misura.
Ed è successo, nel giro di un attimo, che io guardavo lei, lei guardava lo specchio, lo specchio si riempiva di lei, e i suoi occhi per la prima volta sorridevano a se stessa. E’ successo che io, che rubavo l’intimità dei riflessi, continuavo a guardare la ragazzina, le sue iridi colorate di sorpresa, i due identici corpi giovani e pieni, fuori e dentro, che per la prima volta si riconoscevano.
Un regalo inaspettato delle ore, che lo sguardo ha assorbito, come uno specchio che attira la vita.
Gli occhi sanno la coerenza delle cellule immutabili. Lo sguardo no, comprende e cattura. E’ moltiplicazione, sottrazione, a volte divisione. Lo specchio senza menzogna dei nostri accadimenti. La misura mutevole del nostro stare alla vita, che ci scivola dentro, attraverso una finestra spalancata.
Lo sguardo di Agnese mi ha regalato la sua bellezza intima. La stessa che accade tutte le volte che ci specchiamo per guardarci negli occhi. E così ritrovarci nelle nostre dimensioni uniche e immutabili, per rassicurarci che la vita non ha incattivito il nostro vedere, rendendolo distante e d’acciaio. Lo facciamo per ritrovare la nostra presenza di visione, per dirci va tutto bene, ascolta, l’anima è ancora qui.

Tizianeda

Tipo Medjugorje dei 90 mq

Giacciono sopra il pavimento. Gli abitanti passano accanto più volte e pare che nessuno li veda. Ogni tanto vengono raccolti, per l’invito poco amichevole di una voce. O perché la donna da cui la voce proviene si arrende e li fa sparire, o perché lo sposo della donna, nel vedere l’imminente deriva dei 90 mq, raccoglie e mormora. Gli oggetti però misteriosamente si riproducono come i Gremlins con l’acqua. Così le apparizioni mistiche si ripetono, tipo Medjugorje dei 90 mq. Riappare il calzino spaiato, il foglio dell’altra volta, la maglietta che era nella cesta del bucato, una scarpa solitaria. Un libro, un quaderno, le penne. Una forchetta, un tovagliolo, pantaloni, la gatta che dorme. Pinzette, reggiseni, un pezzo di carta, un cerotto usato.
L’oggetto cade, viene abbandonato, dimenticato, lasciato in circostanze misteriose. Resta, come una installazione artistica voluta da un’amministrazione sciagurata, come la spada nella roccia, come la piccola vedetta lombarda.
E si dovrebbe studiare questa roba degli oggetti abbandonati e dimenticati sui pavimenti delle case abitate. Che nessuno raccoglie fino a che non si vedono più, tipo rimozione da trauma, anche se sono sempre lì nella loro materialità tangibile.
E non c’è verso di venirne fuori. E’ un rompicapo, oppure una importante metafora della vita, risolutiva di tutto l’incomprensibile natura umana. Per esempio, forse abbandoniamo le cose perché non sono importanti, oppure non le vediamo perché altrimenti dovremmo confrontarci con il nostro disordine interiore, come se dentro fossimo solo un groviglio di calzini e scarpe spaiate, di fogli stracciati, magliette sporche, cerotti con la crosta attaccata. Oppure perché ognuno spera nell’altro, nel suo estremo sacrificio da raccoglitore rassegnato.
Oppure no. Forse quasi niente ha un significato. E un calzino abbandonato sul pavimento di una casa abitata, è quello che è. Un piccolo pezzo di cotone che prima o poi qualcuno rimuoverà, da rimettere al suo posto, fino alla prossima inevitabile, identica apparizione.

Tizianeda

Il Grande Cocomero

“Quindi ricapitolando, amica tutta bella, sulla spiaggia vicino casa tua incontri sempre un signore sotto una specie di capanna”
“Sì, Tizianeda, quando passeggio in riva al mare”
“Questo signore è con la famiglia ”
“Proprio così”
“E quando ti vede, anche se non ti conosce ti offre sempre fette di cocomero”
“Non solo a me, ma a tutti”
“Poi per caso, parlando di questa storia con una tua amica, hai scoperto che è suo zio”
“Sì, pensa un po’ che coincidenza. Mi ha raccontato che ama offrire il cocomero, anche perché lo coltiva lui ed è molto orgoglioso”
“Ma che meraviglia. E stamattina cosa è successo?”
“Oh da non crederci. Proprio mentre stavo per acquistare un cocomero da portare oggi da Antonella per pranzo, è spuntato questo signore con la mia amica, la nipote. E sai cosa aveva tra le braccia?”
“Cosa?”
“Un cocomero enorme. Per me. Quello che poi ho portato qui al mare”
“Ma lo sai che questa è una bellissima storia. Come si chiama il signore?”
“Non lo so. Ero così stupita che ho dimenticato di chiederglielo”
“Il Grande Cocomero esiste ed è gentile, amica tutta bella”
“Sì è vero”
Poi il cocomero del signore senza nome, è stato mangiato in compagnia, nella casa al mare di Antonella. Era dolce e dissetante e aveva il sapore buono della gentilezza. Tizianeda ha pensato, mentre il succo rosso e spugnoso le allietava i sensi, che il mondo sarebbe davvero un affare fastidioso se non ci fossero uomini e donne come il signore senza nome. Quelli che arrivano con la semplicità dei gesti protesi, consolandoti di giornate fredde, o regalandoti semplicemente un po’ di tenerezza.
Il Grande Cocomero esiste, ha ancora pensato Tizianeda. Linus aveva ragione. Ma sbagliava ad aspettarlo soltanto di notte, una volta l’anno, nell’orto dei cocomeri. Forse per questo, lui, ha riflettuto Tizianeda, il Grande Cocomero, non lo ha mai visto.

Tizianeda

La tonsillite perfetta e le punture

“Eh, ma, stai messa proprio male. L’hai presa potente!”
Così ha sentenziato il dottore vecchio vecchio e bravo, dove Tizianeda si reca quando perde fiducia nella scienza medica. Cioè quando dopo l’assunzione di svariati prodotti chimici che solitamente lei aborrisce, non si riprende di una cippa. Così è successo con la sua tonsillite perfetta, che ha avuto l’oscuro potere di fermarla, chiuderla in casa, trasformarla in Gollum, con un incarnato paludoso, un talento oscuro per il delirio e con i peli superflui da corpo abbandonato al suo destino moribondo (che poi se sono superflui, perché questi maledetti crescono con così tanta ostinazione).
E il dottore vecchio vecchio, che si muove lento e ha il sorriso rassicurante di chi vive la vita con pacato distacco, dopo aver ammirato la gola di Tizianeda come si fa con una visione mistica, ha sentenziato: punture. Sorridendo però.
E lei le punture se le è fatte. Con la rassegnazione dei martiri. Come quando era bambina e non si sottraeva all’amaro destino. Non come sua sorella, solitamente molto più coraggiosa di lei in tutto. Ma la casa, alla visione dell’ago, si trasformava nel set di Kubrick, con suo padre e la siringa in mano a invitare poco amichevolmente la figlia maggiore, a uscire dal bagno. Ma niente, lei, non apriva, mentre il padre quella porta l’avrebbe sfondata anche a craniate.
Tizianeda invece usava un metodo infallibile per affrontare il martirio. Pregava. Se le diceva tutte le preghiere, anche il SalveoRegina e l’Attodidolore per sicurezza. Il l’Eternoriposo no, però, che le sembrava definitivo.
Oggi le preghiere non le dice più da un pezzo, anche se suo padre, con i suoi pericolosi 86 anni, continua a preparare le pozioni malefiche e dispensarle ai bisognosi.
Tizianeda pensa, che quindici giorni di permanenza nei 90 mq siano troppi per una tonsillite, per quanto perfetta sia. E dovrebbe uscire dal Triangolo delle Bermude poltrona/sedia/letto, prima di scomparire nel centro, anche se ha la forza di Superman con la kriptonite iniettata per endovena. Confida, tuttavia, prima o poi, nella sparizione dell’incarnato verde palude e del malumore. Intanto, visto che si diventa saggi ed essenziali, meditativi e profondi quando si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, ha deciso di eliminare tutto ciò che è superfluo in lei. Quindi si recherà dalla sua maestra zen mettilaceratoglilacera, che è certa appena ispezionerà il suo corpo, avrà una visione mistica.

Tizianeda

La gatta Tàlia e i suoi insegnamenti

Cosa mi sta insegnando la gatta Tàlia, che da circa un mese abita i 90 mq:
1. che rilassati è meglio, distaccati anche, incazzati poco ché ci si stanca
2. che il parkour casalingo, dal comodino alla sedia, dal divano al tavolo e così via, è una figata pazzesca
3. che fissare i punti nel vuoto per minuti e minuti è un ottimo metodo per non essere disturbati
4. che le unghie affilate incutono terrore
5. che si possono richiedere coccole, attenzioni, cibo senza dare nulla in cambio
6. che si può fare a meno delle cose di cui al punto 5 (tranne il cibo), purché ci sia un posto dove sonnecchiare in santa pace
7. che la notte è bello dedicarsi al nomadismo sui letti.
8. che il silenzio è la vera forza
9. che scomparire è la vera forza
10. che scodinzolare non è necessario per essere amati
11. che l’obbedienza è un dettaglio
12. che l’indipendenza è un particolare
13. che non si hanno padroni tranne che se stessi
14. che l’amore può manifestarsi dentro la forza oscura delle fusa. Inquietanti, ipnotiche, figlie degli abissi
15. che se lo chiami non viene da te, sempre se non smuovi il pacco dei croccantini
16. che se lo sgridi ti obbedisce fino a che non ti distrai
17. che saper sorprendere è la vera forza
18. che se ti lecca forse ti ama oppure ti sta pulendo
19. che in una casa è presenza e consolazione misteriosa
20. che gli animali sono maestri, perché insegnano il rispetto e non sanno l’offesa

Gatta Tàlia con libro di Fabio Procopio in attesa che lo legga e lo ripeta alla famigliola

Tizianeda

Esercizi di lontananza

– Come? Parti, Tizianeda?
– Sì mamma vecchietta.
– E i bambini?
– Non sono bambini, e poi c’è lo sposo un tempo errante ma oggi ormai presente.
– E lui non dice niente?
– No, mamma vecchietta. E poi parto venerdì e domenica sera sono già a casa. E comunque non mi sto arruolando alla legione straniera. Vado dalla cugina tacco 12 che mi aspetta da un po’ e anche io.
– Mah!
Così Tizianeda, è partita. E’ salita in un pomeriggio caldo su un treno, di quelli del suo sud suddissimo, un po’ sbrindellato e sudaticcio e dopo due ore in compagnia di un ragazzo che ha occupato il tempo a recitare preghiere e torturare la bottiglia in plastica che teneva tra le mani, è giunta a destinazione. Lì c’era la cugina tacco 12 ad aspettarla, che c’avevano tutte due una voglia matta di vedersi e dirsi. La cugina tacco 12, la figlia della zia Sisa, la zia santa che non c’è più, che ha due sorelle meraviglia e guardarle, tutte e tre insieme, ti incanti, come in un film di Almodovar, colorato e pieno di vita. Che lì a Tizianeda la chiamano cuginetta, perché è la più piccola e in quella parola lei si accomoda e sistema come su una poltrona accogliente e morbida. Che ogni tanto ha bisogno di sentirsi così, cuginetta e basta. Che quando arriva, la cugina tacco 12 le apre una bottiglia di vino bianco che sa che le piace e lei lo può bere senza mal di testa postumo. E non c’ha neanche voglia di uscire quando è lì, se non la mattina per andare insieme a mare e stare dentro l’acqua a esercitare dimenticanze provvisorie. E ha riso e tanto con lei, come quando ha aperto l’armadio pieno di scarpe tacco 12 e ci ha giocato, come si faceva con i bauli pieni delle nonne.
Ora Tizianeda, è sul treno che è ritorno, e scrive. Ogni tanto guarda verso il mare dello jonio, quando l’offesa di certe case non le ruba lo sguardo.
Alla stazione, prima di partire, con la cugina si sono guardate negli occhi e abbracciate, si sono dette parole che solo loro sanno. “Torna” “torno, prometto”. Poi Tizianeda è salita sul treno, ma non si è seduta subito. E’ rimasta lì in piedi davanti alle porte chiuse a guardare la cugina. Mentre il treno partiva si è messa una mano sul cuore, come un’urgenza segreta. “Torno” le ha detto, allontanandosi dentro il movimento ferroso.

Tizianeda

La valigia perduta

In uno scambio distratto di valige quasi identiche, stipate nella pancia di un pullman che le stava portando all’aeroporto di Fiumicino, entrambe le ragazze avevano perduto la propria . Una era diretta al sud suddissimo, l’altra chissà dove. La prima si era accorta dello scambio all’arrivo. Piangendo, certa che la valigia con il suo contenuto non l’avrebbe mai più ritrovata, aveva consegnata l’estranea agli addetti della sicurezza. Quando davanti a lei l’avevano aperta per i dovuti controlli, la certezza, per la donna, si era trasformata in dogma. Poche cose, ai suoi occhi di pessimo gusto e inutili. La sua, invece, per i tre giorni a Roma, era stata riempita del suo colorato mondo di donna giovane. Cinque completi intimi, trucchi, vestiti, scarpe, orecchini e collane, una borsetta che le avevo portato da Parigi. Molto carina in effetti.
“Sì ma cinque completi intimi per tre giorni è proprio esagerato. Che ci devi fare con cinque completi intimi?”. Non è che le fossi stata di grande conforto, partendo con il mio pippone che non si deve piangere per gli oggetti perduti, anche se per la borsetta azzurra di Parigi che le avevo regalato, un po’ mi dispiacesse. Né quando eravamo giunte alla univoca conclusione che l’universo non sempre manda messaggi davanti agli avvenimenti della vita. Anzi a volte sembra proprio fottersene. Né quando, dinanzi alla comparazione tra i contenuti delle valigie, le avevo manifestato la certezza che la sua valigia si trovava comoda e svuotata in chissà quale paese straniero.
Poi però è stata ritrovata. E non come avevamo creduto, in un moto di entusiasmo da ragazze dei fiori , perché restituita onestamente dalla scambista di valige. C’eravamo già immaginate biglietti di ringraziamenti e prodigate in discorsi sulla bellezza dell’onestà e comprensione. La tipa, invece, accortasi dello scambio, in un moto di rabbia, l’aveva abbandonata all’aeroporto. Non si era preoccupata né dell’allarme che avrebbe potuto procurare, né della proprietaria e della sua ricerca disperata, chissà dove. La rabbia è piena di stupidità in fondo e conduce sempre verso strade interrotte. Forse era questo il messaggio cosmico che doveva arrivarci? Boh.
Ora la valigia, svuotata del suo contenuto è tornata. L’amica giovane è felice di avere recuperato ciò che credeva irrimediabilmente perso. Una storia a lieto fine, si può dire.
Vorrei trovare un significato in questo succedere. Credo che non lo cercherò, tuttavia. Le cose spesso accadono, tutto qui. A volte, ritengo, sia più saggio osservare i movimenti della vita, fluttuarci dentro, in silenzio, con leggerezza, in semplicità, in bellezza, assecondandoli. A mani nude.

Tizianeda