Se non muoio

Un giorno di un po’ di tempo fa. Conversazione chat tra amiche, su una difficile decisione da prendere.

E1: Vieni con noi al concerto?
E2: Sì se non muoio …
E1: Bene, stiamo organizzando il pulmino. Guida T
E 2: Ma vero?
T: Sì. Le probabilità di morte sono elevate, confessatevi prima
E1 : Deve guidare la sua macchina nuova, è una prova per lei e noi saremo al suo fianco per sostenerla, se non moriamo
T: Non arrivo con i piedi ai pedali, ma guido tipo étoile, sulle punte. Prendo la Nazionale
E2: Arriveremo a concerto finito
E1: No no in autostrada
T: Ma no, partiamo presto
E2: Se vabbè
T: No da sotto
E1: In autostrada
E2: Così al concerto pure il gard rail ci portiamo
T: Sarà bello fare come Telma e Luise, insieme ci teniamo per mano, pure io vi tengo per mano mentre guido
E2: Io non voglio morire
R: Appuntamento ore 17,00, merenda a sacco
E2: Io vengo con Lirosi (n.d.a.: lineapulman) … io tu e Lirosi
E1: Porto il thermos col caffè
R: Poi ad Archi (n.d.a.: quartiere della città) facciamo la pipì
E2: Io porto le medicine e le salviettine
T: Che cretine
R: A Catona (n.d.r.: paese limitrofo) ci ripassiamo il rossetto, per le 22,00 saremo a Villa
T: E invece supererò il mio limite di velocità e quando arrivo a 50 km orari, morirete di paura
E1: Ma non è meglio che ci portiamo il cambio?
E2: Troviamo chiuso
R: Poi ci accampiamo per il ritorno a Pentimele ( n.d.a.: quartiere della città) e torniamo a casa per le sette del mattino
E2: Sì che almeno andiamo alle bancarelle. Il tempo di tornare ed è di nuovo “Festa di madonna” (n.d.a.: Celebrazione religiosa cittadina che si tiene nel mese di settembre)
T: Non capite un (censured), io sono un’artista della lentezza
E1: Porto un drink così ci rilassiamo prima durante il viaggio
R: Io porto i tramezzini, E2 la musica e lei guida … che emozioni
T: Io pure voglio bere prima
E1: No tu guidi
E2: Sì così ci fai sbattere mura mura (trad: contro i muri)
R: Ti preparo il cartello “NON PARLARE AL CONDUCENTE”
E1: Ma le lattine dietro?
E2: Chi ndi maritammu (trad: con chi ci siamo sposate)? Sarebbe un tocco di classe arrivare così.
T: Meglio le trombette e le bombette, per festeggiare tipo vittoria
R: “Just survivor”
T: “We are the Champion”…

Le quattro donne, sono vive. T. quella sera non ha guidato la sua automobile. T. sostiene di avere una guida creativa, le sue amiche sostengono altro. E non solo loro.

Ogni riferimento a nomi, cose, città e quant’altro, è purtroppo vero.

Tizianeda

Piccoli gesti amorevoli

Tua madre ti fa figlia bambina, con il regalo amorevole di un dolce pasquale a forma di colombella. Per un po’ il mondo è grande e verticale, gli oggetti irraggiungibili, i polpacci oscillano tra le gambe delle sedie e i tavoli, sono rifugio possibile di tristezze, inspiegabili per una piccola somma di anni.

Torni grande poi e con il peso amorevole delle madri, mentre impasti polpette, che non saranno mai come quelle della nonna santa Gina e pazienza, che per ora ci si deve tutti accontentare e tra le dita maneggi il mistero dell’accudimento, che si tramanda senza dirlo.

Di nuovo sei bambina, in questo lunedì monco e un po’ malinconico, e ti fai consolare dalle nespole sbucciate da mani antiche di uno zio, che in questi attimi fermi diventa anche il tuo. E assapori il raccolto mattiniero di un albero piegato dall’allegria della frutta, e ti si appiccica sulle mani la dolcezza arancione di un gesto amorevole.

E poi su una collina ventosa di spighe ti regalano storie, di padri, di madri, di tempi lontani, di amori attesi e desideri affidati alla carta e alle parole. E in questo ascoltare impastato di vento, non sai più se sei madre o figlia. Che importa, in fondo. E’ bello ed è fermo come la malinconia, che tanto poi passa, con qualche piccolo gesto amorevole che arriva, come un prodigio.

Tizianeda

La stanza delle donne

“Nel tuo libro c’è un capitolo che si intitola “Donne che amano le donne e quindi se stesse”. Scriverai qualcosa sulle donne che odiano le donne?”
“No penso proprio di no. Magari scriverò sugli uomini, se riesco a capirci qualcosa”
Così ho risposto alla domanda fatta durante la presentazione del mio libro.
Poi ho spiegato perché non potrò mai scrivere nulla contro le donne. Non perché noi donne siamo meritevoli di eterna e imperitura beatificazione, di lodi incontenibili alla perfezione e alla bontà, per l’assenza di zone d’ombra dentro cui, al contrario, ci si può perdere come in un bosco maledetto. No. So bene che sappiamo essere spietate e nemiche le une verso le altre. Ma non ne scriverò, perché come ho spiegato all’attento uomo che mi ha formulato questa domanda, io delle donne ho conosciuto l’accoglienza e la consolazione. Dalle loro mani e carezze, dai loro abbracci, dalle loro confidenze e parole, dalla leggerezza che mi ha fatto ridere anche quando avevo voglia di piangere. Perché dalle donne sono stata generata, dal loro amore e dal loro esserci. Mi hanno partorita mia madre, mia figlia, mia sorella, le mie amiche, le mie nonne, le cugine, le donne del passato con il mio stesso sentire, di cui porto i linguaggi antichi e nascosti dentro di me. Non potrei scrivere un libro contro le donne, anche se so che non siamo dolcemente complicate, perché ogni complicanza è fastidiosa e respingente, ma so che in ogni parto addolorato della vita, le donne stanno. Anche gli uomini, per carità. Tanti insegnamenti anche da loro, tanti padri. Li osservo per il molto che c’è da imparare in questo essere così abili con le operazioni spicciole della vita, mentre noi ci perdiamo dentro labirinti di specchi. Ma le mani conosciute che hanno saputo reggere il peso delle assenze sono femmine. Le donne sanno tracciare attorno, quando arriva il momento, cerchi di protezione. E se so quanto spietate sappiamo essere, ché nella distruzione usiamo la stessa furia con cui generiamo, se riconosco che il cuore è il nostro ventre dentro il quale si nascondono universi e abissi, anche se so bene tutto questo, delle donne non posso che dirne la forza che si rinnova a ogni inciampo e l’amore che chiede parole esatte che non confondono e la tenerezza dei demoni, innocenti nel loro desiderio di essere riconosciuti e la bellezza prepotente degli strappi di silenzio e dimenticanza.
Non scriverò mai delle donne che odiano le donne.
Sarà meglio allora parlare degli uomini, quando mi arrenderò del tutto alla loro semplicità indispensabile.
Intanto osservo il primo uomo generato, i suoi passi, il suo modificarsi, la sua ricerca di tenerezza e abbracci. Il primo uomo di soli undici anni al quale insegnare ad amare le donne, per quella parte di sé femminile che anche lui si porta dentro, da riconoscere e rispettare.
Io intanto lascio che le donne mi prendano per mano e sarò anche io a farlo, per non dimenticare il nostro linguaggio segreto, di sguardi, di parole, risate, silenzi, accorrere, rimproverare, aspettare. Un linguaggio che riveliamo quando sappiamo di non essere ascoltate, dentro stanze tutte per noi.

Tizianeda

La mamma vecchietta (o nonna sul pianerottolo), Tizianeda e la quindicenne

– Sai Tizianeda, sto invecchiando. Faccio brutte figure con le persone che incontro, perché mi salutano affettuosamente e non le riconosco.
– Ma no, mamma vecchietta. Sei sempre stata così. E anche io ho lo stesso problema. E’ colpa dei geni. Abbiamo quelli rimbambiti.
– Dici?
– Certo. E poi a ottantacinque anni, scusa, che ti importa. Ma lo sai che sei in un’età in cui godi della massima libertà?
– In che senso, Tizianeda?
– Nel senso che puoi fare e dire tutto quello che vuoi, anche le parolacce e mandare a quel paese le genti. Al massimo pensano che sei vecchietta, che hai l’arteriosclerosi e non ti dicono niente.
– Sei proprio pessima, tu…
– Nonna, sei ancora qui?
– Sì nipote.
– Mamma hai notato come la nonna si è ripresa, fino a un mese fa era a letto piena di dolori, poverina.
– E’ vero quindicenne. Mamma ma che sostanze ti ha prescritto il medico, così le prendo anche io…
– Prendo …. e poi … e poi … e poi … e comunque è vero mi sento meglio. Per esempio salgo sulla scala fino in alto e mentre salgo intanto recito l’avemaria.
– Mamma vecchietta, sei matta, è pericoloso! Poi voglio vedere quante avemarie recitiamo noi, se cadi.
– Va bene ho capito me ne vado! E ora tu, nipote, perché ridi?
– Niente nonna, è che sono già quattro volte che dici che vai via e invece sei ancora qui…
– Me ne vado

– Quindicenne?
– Sì mamma?
– Ma la nonna è andata via? Non ho sentito la porta di ingresso aprirsi.
– Neanche io mamma. Vado a vedere…
– Nonna!
– Sì?
– Che fai?
– Guardo tra i libri di tua madre se ce ne è qualcuno che posso prendere per leggerlo.
– Mamma che genere vuoi? Introspezione, cerebrale, erotico,sesso, amore, avventura, minimalista, surrealista, intimista, fantasy, horror …
– Dammi un bel libro d’amore, ché gli ultimi che ho letto erano cupi.
– L’amore al tempo del colera?
– Quello è mio e dovresti restituirmelo.
– Non credo che lo farò, mamma vecchietta. Va bene, prendi questo. E’ leggero e frivolo, così ti diverti e non sali sulla scala.
– Va bene. Ora vado via.
– Ciao nonna, fra un poco vengo da te così studiamo il greco.
– Ciao mamma vecchietta. Poi fammi sapere se ti piace e non sostare sul pianerottolo.
– …

Tizianeda

Sabinella bella bella

Ehi, ehi tu, Sabinella bella bella, stai festeggiando nel posto in cui ora sei? Ballerai? Organizzerai una festa, sorriderai, parlerai tantissimo, manderai scherzando a quel paese tutti? Ti vedo sai. Tu, ci vedi, ci sai e senti? Ci vieni a trovare nei sogni? Nei miei sì, sei arrivata, tempo fa, per benedirmi, senza cazziatoni. Che erano belli i tuoi rimproveri, così amorevoli e indulgenti. Ma tu lo sai che questo, per me, non è periodo di rimproveri, ma di sorridenti benedizioni. Tu sapevi sempre, accidenti a te e ora ancora di più. Sai che faccio oggi, che è il tuo compleanno? Entro in quel luogo, uno di quelli che ormai guardo solo dalla strada. Ho letto che ti ricorderanno e leggeranno tue poesie. Pensa, ti ho anche sognata dentro un libro di poesie. Componimenti e fotografie con dentro te, sorridente. Costava quattro euro, il libro, nel sogno. Quattro, il mio numero preferito e non chiedermi perché, non lo so proprio. Lo compravo, ma lo dimenticavo, come al mio solito. Distratta anche nei sogni. Oggi, in questo posto qui, che non frequento ormai più, vengo ad ascoltarle queste poesie. Le tue che non ho mai letto e che non sapevo componessi. Solo tu potevi farmi rientrare in una chiesa. Tu riuscivi a farmi fare tante cose. Perché eri speciale e indomita, come le anime bizzarre e poco allineate. Spirito libero e inclassificabile, dalle profondità sconosciute.
Mia inclassificabile amica, sai cosa mi manca di te? Cazzo, tutto mi manca. Hai visto l’ho detta. Non ho resistito. La parolaccia intendo. Che belle le parolacce, vero? Quanto ci piaceva dirle, quando chiacchieravamo.
Quanto avrei dovuto esserti più presente in quegli ultimi tuoi tempi. Commettiamo sempre l’errore di pensare di essere infiniti. Mi hai dato l’ultima lezione, andandotene da questo mondo di corpi e materia. Ma tanto lo so, che non smetterai di insegnarmi altro. Troveremo un modo per comunicare ancora. Tu lo hai già trovato. E chi ti ferma a te, amata amica. Chi ti ferma?
Buon compleanno Sabinella bella bella. Ci si incontra oggi, anima luminosa, tra le tue parole.

Tizianeda

Questa casa è una sit-com

“Ma hai notato, sposo, che ormai nei nostri 90 mq è un continuo andare e venire di genti?”
“Direi, Tizianeda”
“Sembrano la location di una sit-com degli anni ’80. Hai presente? Quelle che tutto si svolgeva dentro un appartamento con i protagonisti e poi gli altri personaggi entravano e uscivano dalla porta di ingresso, che non era mai chiusa e io, quando le guardavo, mi dicevo che era un tantino irreale”
(sospiro rassegnato dello sposo)”
Ci sono giorni in cui i 90 mq della famigliola sono più trafficati della tangenziale nell’ora di punta, del Corso Garibaldi il sabato sera, del Bar di Guerre Stellari anche di notte. E Tizianeda, a volte, viene risucchiata nella realtà virtuale di una sit-com, tipo Matrix, però un Matrix del sud suddissimo. Questo pensiero le sovviene, tutte le volte che, tra i deliri della giornata, cerca uno spazio solitario tutto per sé per scrivere. Quando invoca la benedizione di Virginia Woolf che di questa ricerca è diventata vessillo e martire e Alice Munro che ha raccontato la difficoltà di una donna di chiudere la porta dimenticando il mondo fuori, con grazia, ironia e una cerca distaccata rassegnazione. E proprio nel momento in cui arrivano le parole sullo schermo del pc, la sit-com dei 90 mq inizia. Puntuale come una trasmissione televisiva. E così giunge la mamma vecchietta, detta anche la nonna sul pianerottolo, che fa domande, racconta le vicende dei suoi interni con padre, dice a Tizianeda che fa troppe cose e che è sciupata. Poi esce la mamma vecchietta, ed entra la cugina coetanea dell’undicenne, poi entra il cugino più piccolo e mattissimo. Ed è un proliferare di minori in giro per i 90 mq. Poi arriva la quindicenne che chiede se può venire la sua amica. Poi arriva la zia Dada, che Tizianeda, non c’ha mai tempo per lei, e forse, la zia Dada, ha ragione. Poi esce la zia Dada, ma ritorna la nonna vecchietta. Poi arriva l’undicenne che deve stampare una ricerca. Poi arriva lo zio Peppino, una telefonata, l’amica della quindicenne, la nonna vecchietta, padre che ti chiede cosa mangi, l’amministratore del condominio, il postino, i Testimoni di Geova, i rappresentanti di un aspirapolvere che non hai mai avuto, dei tipi che dicono di essere dell’Enel, la nonna vecchietta. Intanto Virginia non è più alla destra di Tizianeda e Alice se la ride alla sua sinistra. Tizianeda continua a specializzarsi in scrittura estrema, viste le condizioni ambientali dei suoi 90 mq. Forse riuscirà a finire quello che ha iniziato, oppure scriverà la sceneggiatura di una sit-com del sud suddissimo, che tanto non deve inventare niente.

Tizianeda

Sfida accettata

Sfida accettata.
A ogni risveglio, a ogni appoggio di piedi sul pavimento, che non c’hai voglia di iniziare. E se è lunedì è peggio e se è martedì è uguale.

Sfida accettata.
Quando decidi, invece, che no non ti alzi stamattina e vadano tutti a quel paese. E sotto il piumone, caldo del tuo corpo notturno, continui a starci. Ti fermi lì, arresa, nella beata solitudine di te stessa. Ché non sentirsi indispensabile, è liberazione.

Sfida accettata.
Quando taci. Che le parole, a volte, sono un inciampo, che tanto hai tutto dentro, hai tutto dentro e quello che sei e sai, ha un rifiuto di suono. E guardi e taci e cammini, sulla linea retta del tuo non dire, la tua verità.

Sfida accettata.
Quando non ti arrendi all’incomprensibile, ai gorghi, a te e ai tuoi limiti torvi. Quando non cadi nel tranello dei pensieri e il mondo fuori lo vedi per quello che è, nei suoi racconti e misteri. A ogni passo e suono, a ogni rivelazione di corpo e materia.

Sfida accettata
Quando diventi madre e non importa se di sangue, ma basta che sia di cuore e sentire.Quando un amore, un giorno da sbrigare, un dolore che cola, quando un’idea, un coraggio, un inciampo, una dimenticanza, quando orgoglio e pregiudizio, quando tu, vulnerabile, profondo come un dio e quando il cuore che trabocca e dici e ora? E ora? Quando il tempo che gioca e diventi il suo ricamo.

Sfida accettata, perché non c’è sfida da accettare, da accogliere o fare a pezzi. C’è questa roba strana, questo garbuglio di lana, da farci una sciarpa, un maglione, uno scialle, dei guanti da indossare. E ci siamo noi, ci siamo noi, dono di ventre, unica sfida accettata.

Tizianeda

Pensieri fioriti di marzo e un invito

Il ragazzino, vuole imparare a cucinare. Sa che l’aglio ha un’anima da estrarre, prima che l’olio bollente lo catturi per liberare i suoi profumi. Ha scoperto il prodigio alchemico della farina e dell’acqua. E’ orgoglioso della pasta e lenticchie che ha preparato. Un gesto custodito nelle dispense delle nonne e nella memoria, che viene tramandato come una mappa genetica. Il ragazzino, che un giorno, ha chiesto alla nonna santa Gina l’esatta procedura per la preparazione del sugo e Tizianeda sa che un po’ della loro umanità è dentro quelle ricette e nei gesti di mani, che sanno dire l’amore più delle parole. E Tizianeda lo guarda cucinare e non riesce a non pensare a quanto belli gli uomini siano in questo mantra del gesto, dell’accudimento e del piacere.

Una donna stanca in una sala d’aspetto che Tizianeda conosce, che è madre e moglie e lavora anche e tanto. Che è un corpo a cui tutti chiedono il sacrificio di scomporsi in mille piccoli pezzi, perché tutto sia perfetto, perché gli assetti vengano mantenuti, perché è giusto, dicono. E parlano, parlano lei e la donna. E Tizianeda le dice che no, che la glorificazione del sacrificio è un imbroglio. E vorrebbe parlare al suo cuore donna. E si abbracciano, si abbracciano tanto e Tizianeda vorrebbe portarsela nei suoi 90 mq e accudirla per un po’ e far cucinare per lei un buon piatto consolatorio dall’undicenne, come la “carbonara” che a loro piace tanto.

Un viaggio verso una città del nord, che dicono bellissima. Non da sola ma con la quindicenne, che se le dici partiamo, dopo cinque minuti ha la valigia pronta. Che Tizianeda quando si allontana, combatte con la stanziale provinciale che è in lei e si concentra per non distrarsi, per non dimenticare sciarpe e ombrelli sui sedili, per non far cadere oggetti che regge tra le mani, in un tripudio di ansia da prestazione e sindrome da Dea Kalì. Ma tanto è inutile, quella è la natura e le braccia sono due. E sua figlia sorride e le dice “sei un disastro”, con buona pace della donna imperfetta che è.

La donna imperfetta che sono. Le donne imperfette che sono in me, dentro questo mese di marzo, che è un mese di passaggio, di transizione, di fioriture di mandorli e mimose. E poi dentro c’è l’8 marzo, che a pensarci è un numero bellissimo. Una parola palindroma e duttile come le donne. Che se lo guardi riconosci morbidezze tue, se lo sdrai ti conduce nel gorgo inafferrabile dell’infinito, se lasci andare la cicatrice dell’apostrofo, diventa verbo, azione, corpo che attraversa l’aria con forza. E anche io l’otto marzo lotto. E così in tutti quei giorni in cui il riposo non sarà possibile. Per me, per tutte le donne dentro di me, per tutte le donne fuori e per gli uomini che amando le donne, inconsapevolmente, imparano ad amare se stessi.

P.s.: Oggi 3 marzo, presenterò il libro a Bergamo, nella saletta della Biblioteca “Gavezzani”. Se vi trovate da queste parti, o se siete lontani lontani ma sapete usare il teletrasporto per giungere rapidamente qui, sarò felice della vostra presenza.

bergamo

Tizianeda

Quindici

Ehi ragazza, ma come è successo, ragazza, che sei saltata dentro questa cifra luminosa? Quando è successo, dove eravamo noi tutti quando è esploso questo quindici, dal suono di un sorriso giovane, dal sapore gustoso di un cha cha cha, di un charleston e di un volo. Quindici, che a pronunciarlo mi si ingrandiscono gli occhi dallo stupore. Quindici che ha dentro il movimento tellurico dell’adolescenza, quindici che non sei bambina, quindici che la donna ha preso lo spazio nel tuo corpo. Il tuo bel corpo morbido di quindicenne che sa gli abbracci madre. Un corpo che porta dentro, come una mappa incisa dalla geografia dei sentimenti, l’istinto primordiale e femmina dell’accoglienza. Che è già nei gesti, nel suono della voce, nel sorriso ironico, nei passi, nei modi in cui mi prendi e appoggi a te e io mi lascio fare. E poi, poi ti lascio andare. Perché sono a un passo da dire e mille indietro, per lasciare che la vita sia la tua scoperta, per non anticiparti gli intoppi o mischiarli con i miei. In bilico tra la voglia di raccontare e la saggezza del tacere. E allora sto in silenzio e mi godo lo spettacolo della tua giovinezza che si trasforma. E ti bacio, oggi , in questi tuoi quindici anni appena nati, come madre, e come donna. Ti bacio per soffiarti la forza delle donne e la nostra potente vulnerabilità che impollina il mondo. Ma tutto questo, è già dentro di te.
Auguri Agnese, auguri mia luminosa ragazza a me bella.

Tizianeda

Dialoghi d’amore con un undicenne

“Undicenne …”
“Sì mamma”
“Ma tu, ricordi il primo amore?”
“Che domanda, mamma, certo”
“E me lo racconti?”
“Perché, non conosci la storia?”
“Sì, ma mi piace sentirla raccontata da te”
“Ok. All’asilo, c’era la bambina Federica. La più carina. E io la guardavo, la guardavo sempre e lei non mi parlava mai. Poi un giorno, ti ricordi cosa le ho regalato?”
“E certo che lo ricordo…”
“Un diamante dentro la scatola per gioielli! Quella che mi hai dato tu…che poi non era un diamante vero, ma lo abbiamo preso dalla scarpa di mia sorella che tanto a lei, la scarpa, non entrava più”
“Fortuna che ero lì, quando glielo hai portato. C’erano tutte le bambine attorno a voi e dicevano mamma che bello e avevano gli occhi sbarrati dallo stupore e secondo me volevano essere al posto di Federica. E poi?”
“E poi lei ho chiesto se voleva essere la mia fidanzata e lei ha detto sì”
“E poi?”
“E poi niente, gli altri bambini mi guardavano male perché anche loro volevano fidanzarsi con lei”
“Ma tu sei stato più coraggioso e veloce di loro”
“E sì”
“E poi che è successo. Stavate sempre insieme, attaccati?”
“No, certo che no. Mica potevo trascurare i miei amici per la mia fidanzata. Un po’ stavo con lei e un po’ con i miei amici a fare le nostre cose.”
“In effetti. Undicenne…”
“Dimmi, mamma”
“Ma quando hai lasciato l’asilo e siete andati in scuole diverse, tu hai continuato a pensarla?”
“Ovvio mamma, era la mia fidanzata. Ma poi se non vedi e non senti una fidanzata per almeno un anno, a un certo punto smetti di pensarla. E’ ovvio”
“Dici?”
“Sì mamma, fidati. Ora per favore possiamo smettere di parlare di queste cose, ché mi sono annoiato?”
“Sì undicenne, grazie”
“Prego, ciao”
“Undicenne?”
“Mammaaaa”
“Senti, ma a San Valentino ci facciamo gli auguri anche noi?”
“Mamma! Nooo”

Tizianeda