Diciannove

Ciao tu, mio tu, che ogni anno è così, puntuale, a ritrovarci per dirci quel che c’è. Dentro un gomitolo che io sono madre e tu figlia, che è un sentire strano e antico come è amore mai scontato, ma caro e prezioso e taciuto e innominabile. Ciao tu che sono diciannove ed è tempo che corre e sembrava ieri che c’eri all’improvviso come il punto e a capo di entrambe. Ciao, che lo so che questo crescere di ore e di pensieri ha un suono strano, come un sentire diverso di ogni cellula di carne e vorrei davvero, vorrei, che ti guardassi senza l’ostacolo dei pensieri. Ciao ostinata fino al nervoso in ogni cosa che dici e che fai. Ciao e non sempre è facile, lo so, che la vita è architettura di scale, dentro cui annusare le sfumature tra gli estremi. Ciao, che vorrei baciarti ora, mentre dormi che per la prima volta sono altrove. Guardarti nel sonno, pronunciarti alle orecchie oracoli di fiducia, seminarli nei sogni. Ciao tu, che misuri le scelte, fa’ del tuo corpo uno spazio abitato in cui sentire il sacro. Ciao Agnese, che bel nome Agnese, scelto con cura, per te, quando eri promessa di carne, dentro la mia terra d’acqua. Nominata prim’ancora di tenerti così, sangue e grido. Portati con l’amorevolezza delle belle giornate, spalancati a porte finestre, mia tutta bella, mia ragazza a tratti  spaventata. Accogli la paura, se necessario, e quella voce che trema quando la racconta, come note stonate che ci rendono veri. Scriviti addosso parole che piacciono a te soltanto, fanne tatuaggio e pensiero. Fallo ora, mia coraggiosa, testarda ragazza. 

Auguri Agnese auguri mia tutta bella.

Tizianeda

Zucchero e caffè

La nonna Bianca, la nonna che mi ha lasciato il suono di un nome nuovo, Tizianeda, perché crescendo ricordassi la bambina sghemba che ero, non permetteva alla dimenticanza di non farle  acquistare pacchi di zucchero e caffè, da tenere da parte. Quando è morta, ne trovammo tanti, nascosti e stipati, in un mobile. Mia madre diceva che era stata la guerra a farle avere questa abitudine. La guerra con la mancanza di tutto. E dove ci sono mancanza e sottrazione dentro una frattura che divide il prima dal dopo, si sa, resta un sigillo di paura che ti porti nel futuro. Nascosto,  come i pacchi di zucchero e caffè, che la facevano sentire al sicuro. Così ne faceva salvagente, preghiera, memoria , un po’ come con il pane, che mio padre comprava a chili che non si consumava in giornata e lui poi ci faceva le zuppe con il latte. Le dispense piene sono state la risposta dei nostri avi alla paura scampata per un mondo improvvisamente impazzito, vinto dall’odio e dall’assenza, in cui si sono dovuti reinventare una vita diventata fragile e affamata. Il lutto mai del tutto elaborato, o, forse, solo la reazione dei sopravvissuti, che non avrebbero voluto mai più farsi trovare impreparati.

Mi chiedo, oggi, quando tutto questo nostro pandemonio sarà finito, cosa porteremo nel futuro come sigillo. Qual è la mancanza che ci sta segnando dentro questa strada che ha diviso in due il tempo, come una faglia prodigiosa. C’è una normalità  sottratta sopra un cielo non attraversato da aerei e bombe, dove i padri non sono scomparsi per uccidere altri uomini, dove il dentro e gli schermi dei pc sono il microcosmo in cui organizzare le ore e il fuori è carta velina. Dove il corpo è perimetro prepotente di una nazione di carne da proteggere dagli altri corpi e la fame non risiede nello stomaco, ma altrove.  Non ho risposte. Forse non è necessario averne una.  Non quanto una riserva di zucchero e caffè in dispensa, preludio buono dei primi passi appoggiati su ogni risveglio, in cui dovremmo sentirci astronauti attenti, con il cuore bambino. La nonna Bianca aveva ragione. L’unione alchemica di zucchero e caffè, è, in fondo,  il primo vero atto di fede e di pacere, verso il giorno che arriva. 

Tizianeda

Nonostante noi

La pandemia  mi ha imminchionita. Il primo segnale è arrivato dagli occhiali e dalla mascherina. Il mio incontro ravvicinato con la dimenticanza. Esco. Cammino, guardo il mondo. “Minchia che è strano stamattina”, mi dico.  Ci sono  facce senza contorni che salutano. Non leggo le scritte delle insegne. Tutto ha un suo ordine sfocato. È bellissimo. Capisco. Torno a casa. Tolgo mascherina, cerco gli occhiali, per mezz’ora. Do  la colpa alla gatta che si fotte tutto. Invece sono in un posto nascosto, per evitare che la gatta si fotta gli occhiali. Lo avevo dimenticato. Esco. Le genti mi guardano come fossi l’angelo della morte sceso in terra per portare l’apocalisse. Ho lasciato la mascherina su tavolo. Torno a casa. La famiglia mi guarda come una nuova specie di pesce tropicale su Superquarck.  Loro dicono che ero così pure prima. Io rispondo che è colpa della pandemia che tutti i neuroni si è portata via. Saluto la gatta con più affetto, perché mi sento una brutta umana per averla accusata. Che poi la pandemia mi ha così imminchionita che sono anche diventata total gattara. Così, invece di uscire, sto mezz’ora con Priscilla (Tàlia, ovvero dell’immobilismo,  dorme e se ne fotte del mondo) chiamandola “bella della nonna”, che mi pare troppo pretenzioso dire “bella di mamma”. E così con la mascherina e gli occhiali appannati, sto ancora a casa, ché Priscilla mi ha preso il cuore e ho deciso che è il mio Daimon. “Mi somiglia, vero?”, “Sì sì mamma, uguali”. “Guarda abbiamo lo stesso sguardo tra lo smarrito e il vivace con brio”, “Preciso preciso Tiziana”. “Affettuosa  come me in un mondo di anaffettivi” “Ma non dovevi andare a lavorare?”, “Vero, ma la pandemia mi ha imminchionita”.

Non ci credono ma è così. Sono così imminchionita che la sera alle dieci sto in narcolessia seria. Pure prima quando tutto era meno anormale di adesso, ma ora è peggio. È che dopo una giornata a guardare il mondo, a cercare di leggere le profondità e tutti ‘sti abissi che ci circondano, e, a volte , a sentirmi smarrita per l’umano e il disumano, per l’innocenza tradita e il male che si pulisce sopra le sue suole lorde, ogni neurone che ha partecipato alla visione del ballo osceno, mi supplica di addormentarlo, come una madre buona. Anche se sogno mondi distopici dove tutti sono incazzati e neanche un gatto con cui giocare. Per fortuna poi mi sveglio,  e anche se c’è la pandemia,  i miei libri sono ancora  sul comodino, le gatte hanno fame, i figli sono nella stanza accanto, una mano mi accarezza,  ho sempre voglia di caffè e biscotti  e di vedere come va a finire il giorno, il disordine della casa è lì, a dirmi che gran casino sono,  e il mattino del sud sa ancora una volta di antico, con la sua luce che solo qui c’è, a ricordarci quanto ci ami, nonostante noi, che forziamo il buio.

Tizianeda

Lo stesso fiato

Arriva puntuale il bisogno  di misurare, di contare, di definire i bordi, di cucire gli orli. Di salutare un anno che va via, come fosse una persona, che afferra una valigia, un cappello e un cappotto abbottonato e prende un treno, per un altrove a noi estraneo o metafisico o solo sognato.

E gli facciamo la radiografia, anche se mai come quest’anno, l’anno si è svelato, dalle nostre abitazioni, coi filtri delle assenze, con le nostre costrizioni, con molte imprecazioni e l’impazienza di tornare interi. Anche se poi interi non siamo stati mai.

Eppure lui mi ha insegnato, maestro senza concessioni, l’impermanenza e il resistere delle  passioni. Ho ricucito pezzi di trame perse e ho osservato ché dentro a ogni assenza, da questa lontananza, nel perdonare e perdonarsi c’è spazio all’indulgenza, si lascia l’amarezza, si torna all’essenziale. E non mi serve niente se non saper contare, non di ogni cosa il quanto, ché l’infinito è fatto per i poeti e i santi. Mi serve respirare, sapere che il dolore non è il mio piedistallo.

Mi servono le sedie, così per riposare, e un posto sempre vuoto, così per aspettare. Perché io so che il molto, ma anche il poco poco, nascosto nasce in grembo, se i piedi sono a terra, la testa in un miscuglio di voci e labirinti. Ma so con maggior forza che chi mi è stato accanto in queste ore lunghe, anche se chiudo gli occhi e cerco con la mano,  lo riconosco al tatto e come in uno specchio, chi afferra e chi è afferrato, sono lo stesso fiato.  

Tizianeda

La scelta del proteggere

Per la prima volta dopo vent’anni (vent’anni sigh!) nei 90 mq non monteremo l’Albero di Natale. Non per un ravvedimento improvviso, per un’austerità ricercata o un integralismo dell’ultimo momento. Non si farà – con le musiche, i ragazzi che appendono palle e orpelli tamarri, lo sposo che  fa quasi tutto il lavoro e io che creo confusione –  per gatta Tàlia. Lo scorso anno, attratta da quel monolite colorato e sbrilluccicante, dalle forme insolite, o per un ennesimo disagio interiore cui pare abbia talento, ha leccato e mangiato aghi di pino finti, polverine dorate e chissà cosa altro. Risultato: ricovero, operazione e chimmibeni natalizia. Non si fa, si è sentenziato senza esitazione. Perché alla fine è meglio avere una gatta Tàlia viva, che  un albero di Natale finto. Non si farà perché gatta Tàlia, benché ci guardi con il disgusto di chi sa di essere un essere superiore, va protetta, anche dalle sue ottuse abitudini onnivore.  È un non fare, che scardina consuetudini familiari, ma che cambia i significati, le visioni e le priorità. Del resto, questo sarà il Natale dell’ assenza e del desiderio e non certo per l’albero mancante. In questa attesa, che gli eventi incontrollabili ci hanno imposto da quasi un anno, celebreremo l’unica  scelta possibile, la scelta del proteggere. Nonostante la mestizia di un tempo straordinario che agisce per sottrazione e che impone, nella distanza, la forma dell’amare e della cura.

Tizianeda

Quando quindici?

Ciao ragazzo. Quindici, minchia quindici. Quando quindici? Dov’eri in questo tempo, così impegnato a crescere, in  trasformazioni pirotecniche del corpo. Quando quindici, ragazzo? Che eri bambino dietro l’angolo svoltato, tu che le ossa si allungavano a sorpresa, e io a rimpicciolirmi accanto. È sul petto che ti arrivo ora, a un passo dal battito che non mi fai ascoltare, perché gli abbracci  sono all’improvviso e  appena, così, per non farti imbarazzare. Ciao ragazzo, che non so in quale mondo scavi i tuoi pensieri che a tratti ti riveli, e mi sorprendo come davanti alla scoperta di un tesoro. Che hai un mondo nascosto che non dici, perché non è importante  raccontarti, ma solo esserci un passo dopo l’altro, rivelarti a te, con la naturalezza di chi non deve dimostrare. Ciao che fuori sei fermo e dentro colorato e senti il mondo e il suo boato e con il fiato ti sembra di mancare, a volte, in questo andare, perché la vita tu la sai annusare  senza bisogno di sforzi di parole. E mi piace quando mi sorridi dall’angolo dei timidi, ché questa mamma circo non la vuoi cambiare. E a me non resta che guardarti, guardarti allontanare. Ché se  la vita mi aveva regalato una bambina che per la prima volta mi ha detto come amare, tu hai completato uno stupore già iniziato. E allora ciao ragazzo, mio tutto bello, ciao, sottile come un giunco, ciao, non smettere di essere gentile, ché questo mondo è monco e va sorretto.

Auguri mio bel ragazzo, auguri mio bel Domenico.

Tizianeda

Colors

Il tempo si è nascosto negli specchi. Anche io  guardo il mio riflesso, l’immagine si ferma sulla faccia. Invecchierò dentro una mascherina, penso.

Lo spazio si è collassato, si ridisegna, il sotto, il sopra, le prospettive, le strade, le piazze, le parole. I colori sono le spettro di un destino.  Esco dai miei pensieri, entro nel mio spazio abitato.

Agnese è tornata dalla sua casa di universitaria. Le lezioni si faranno a distanza. È qui. Siamo tutti qui nei 90 mq. Spiega la matematica a suo fratello. È tardi, lui studia, lei usa un linguaggio che non capisco. Il linguaggio dei numeri, degli incastri con risultati certi e di un affetto di cellule che loro sanno. Ascolto. Osservo da lontano. È uno spazio e un tempo che posso decodificare questo. Mi quieta. È facile da sentire e vedere.  Fuori il disegno, invece, non mostra i perimetri. È  una macchia scomposta e poco amichevole. “Cosa vedi Tiziana Bianca”, mi chiede il mio psicologo immaginario? Cosa rispondo a questo, mi dico. Io vedo un dito medio alzato. Glielo dico? E se poi pensa che c’ho un disagio?

“Vedo un gattino”, mento. “Hai proprio un disagio” mi risponde scuotendo la testa e scompare.

Vabbè mi corico. Entro nella mia capsula onirica, come il tenente Ripley dopo che ha ammazzato l’alieno. Mi chiedo come faccia a mantenersi figa, salda e con un intimo  Ace candeggina dopo tutto quel bordello. Magari la sogno e glielo chiedo. Ma sì, chi se ne frega. Mi tengo il mio bianco grigioperlato, la mia inadeguatezza, i segni di stanchezza della sera, tanto mica devo ammazzare alieni, io. C’è solo un’esistenza collettiva molto incasinata per adesso, a cui dell’intimo splendido splendente frega ben poco. Ché poi a ben pensarci, io, ce l’ho tutto colorato.

Tizianeda

La stanza di mia madre

La mamma vecchietta me lo mostra. È soddisfatta. Ha acquistato un giubbotto  fucsia. La riparerà dal vento e la renderà più visibile per le strade.

“Devi metterci le pietre nelle tasche, mamma, ché se c’è vento, ti vola sicuro”

È contenta mia madre. Lo indossa, così vedo anche io come le sta. Mia sorella  scatta foto. Giochiamo nella camera da letto tra specchi e  mobili scoloriti. Giochiamo perché impariamo da subito i trucchi per dimenticare  le nostre nature provvisorie. Mia madre ci sta insegnando il futuro, o almeno a crederci ancora, a persuaderci di vivere resistendo.

Indosserà il giubbotto quando esce, e quando andrà nell’unico luogo mondano che frequenta: la chiesa. Per fortuna che non gliele hanno chiuse a mia madre le chiese. Specie in questo tempo qui, in cui le geografie interiori stanno andando al diavolo, e ci costringono a ridisegnare spazi e a trovare profondità.  Vorrei dirle che hanno però chiuso i teatri e che nessuno ha spiegato il perché.  Che ognuno ha bisogno dei propri luoghi per decodificare meglio la vita e anche la morte, per sentirsi meno soli. È così che fanno la poesia, la letteratura, la musica e la bellezza quando assumono la sostanza della narrazione, dentro luoghi dove si rinnovano miracoli. Proprio come accade ora, nella stanza di mia madre, dove la tenerezza ci unisce, un giubbotto fucsia  ci rende coraggiose, anche se fuori il vento soffia forte e abbiamo bisogno di pietre da mettere nelle tasche.

Tizianeda

Come una gatta

La gatta Tàlia rosicchia fili come i topi e piscia sul divano. C’ha un disagio. Ci guarda torva come se fossimo noi i colpevoli. Come glielo spiego che non funziona così la vita. Che la stanzialità appartiene ai gatti e non agli umani. A lei che è cultrice della immobilità sul cuscino. È arrabbiata perché l’unico essere vivente che  ha scelto di amare disinteressatamente, Agnese, è uscita fuori dalle sue traiettorie quotidiane. Al sud, è cosa frequente che si vada a studiare altrove dopo i diciotto anni. Anzi, a Tàlia è andata bene. Agnese non sta a troppi chilometri da qui e può tornare il fine settimana a casa, almeno ogni tanto. Anche se la Calabria  è la teoria della relatività delle distanze e la patria delle bestemmie del viaggiatore. Qui la geografia è un’illusione ottica. Ma questo non è un post sulla Calabria. Anche se si scrive spesso  di ciò che è controverso e richiede narrazioni multiple perché la realtà è un caleidoscopio. Un po’ come la maternità. Questa roba che sembra tanto astratta e invece si pianta negli organi del corpo. Quando ho salutato Agnese nella sua casa da studentessa nella città altra, abbracciandola, mi sono chiesta dove sentissi il cambiamento di prospettive. Nel corpo, intendo. Perché c’è sempre un sentire di cellule in ogni accadimento, specie quando questo riguarda le persone che amiamo da dentro. L’astrazione è per pochi privilegiati. Mi sono chiesta se mi facesse male da qualche parte. Non ho sentito dolore. Come non lo sento adesso che Agnese non abita le stanze dei 90 mq. Mi basta saperla. È serena, studia, lei sa che c’è il luogo metafisico del ritorno e mi piace che sappia abitarsi. Nella sua solitudine si accomoda come un gatto sul cuscino. Per questo, credo, le mie cellule sono calme quando la penso lontana e non ho bisogno di chiedermi che genere di madre sia. So che Agnese continua a scorrermi dentro e a ogni suo ritorno, tanto, l’annuserò forte, come una gatta.

Tizianeda

Io non lo so

C’è un prima e un dopo? C’è una linea che si sposta  in avanti, perché così ci hanno insegnato a contare la vita?  Un prima e un dopo di questa frattura. Ci accorgeremo di essere cambiati. Non lo so. Meno tolleranti, meno indulgenti, o più spaventati, o più adulti, o regrediti, più egoisti, più empatici, più qualcosa e meno altro.  Oppure  come prima saranno gli alberi, le case, il mutare ingannevole delle nuvole, gli arrivederci e gli addii, le mattonelle calpestate e le fughe incrostate dai nostri passi. Il respiro, la pausa del battito, il fermarsi del sangue nei giorni di paura. Le canzoni ci porteranno altrove con i ricordi. Oppure uguali le iridi di chi  invade lo sguardo, l’angolo delle labbra di chi non abbiamo amato mai, le panchine nei parchi, le mani estranee, i tavolini nei bar, la carta caduta sul marciapiede e poi raccolta senza attenzione, gli sguardi rubati.  Continueremo a impastare figli dentro amplessi segreti, a non  credere nella morte sapendola,  insegneremo  passi e attese, imparando dagli altri nuove andature, o dai precipizi cucendo, nella fretta del vuoto, paracaduti. Io non lo so. Ne faremo impasto di disillusioni e impazienza. Saremo  come ci siamo lasciati, oppure no, il tempo sarà più rapido e inclemente. Oppure no. Avremo  il coraggio della domanda avvelenata. Forse la smetteremo con l’aggressione dei  punti esclamativi, con lo sberleffo dello stupore da due soldi. Abbiamo nascosto qualcosa sotto le ore, nelle orazioni sussurrate,  tra le briciole cadute dalle tavole imbandite, sotto la polvere di un’abitudine imparata a memoria. Cosa? Chi? Io non lo so. Anche riducendo a seme piccolo questo “io” che mi ingombra il respiro, non lo so. Cerco dentro la frattura, ne faccio scavo e archeologia, ascolto i poeti e il furore dei matti. Aspetto imparando dai gatti. Lascio fare al vento, che passa roteando come un Derviscio. Mi quieto facendomi piccola con lo sforzo di un d’accapo. Un’altra volta ancora. Guardo il corpo dei miei figli espandersi. Mi metto in ascolto del rumore delle ossa e dei tendini che crescono. L’incomprensibile che non so.

Tizianeda