Darci un taglio

Come prima cosa, sono
andata a guardarmi allo specchio, come seconda
mi sono detta: che minchia ho fatto, come terza ho cercato di
dimenticare le parole pronunciate dalla madre, che si trovava giusto
appunto sul pianerottolo di casa, al mio rientro dalla parrucchiera.
“Figghia che cumbinasti, sìì paccia, mah!” che tradotto significa: “Sei la solita dissennata, qual è il disagio
interiore che vuoi esprimere, figlia mia?”.
Cosa spinga una donna a modificare radicalmente l’assetto
dei suoi capelli, la scienza ancora non lo ha scoperto. Ma succede che
un bel giorno ci svegliamo e decidiamo. E’ un po’ come il quadro che
frana all’improvviso. E così accorciamo, cambiamo colore, taglio,
intenzione dentro quel luogo colorato e onirico, pieno di feromoni e
acidi delle tinte, di chiacchiere, di specchi a cui riponi tutte le
aspettative estetiche.
Quel luogo che entri Miserynondevemorire e vorresti uscire Jennifer Lopez.
“Tagliamo” ho detto a Teresa. E lei serafica, certa della sua arte, lo
ha fatto, nella sua casa-laboratorio, rifugio, dispensatore di
aspettative e possibili felicità, o di terribili delusioni in cui la
tipa di Misery potrebbe vincere e Jenny andare via con il suo culone
perfetto. Ma Teresa sa, e ha proceduto con destrezza e non si è fermata,
anche quando ho accennato timidamente: mamma mia sono corti assai e lei
ha risposta: ancora non abbiamo finito e ha continuato a tagliare con
piglio chirurgico e la sicumera di Edward, svelandomi il volto.

Perché è questo il punto. Il volto, che compone la geografia dell’anima,
la narrazione spietata delle nostre ore interiori, senza la boa di
ciuffi e ricci. E allora che fai? Stai e ti guardi, anche se c’è un
certo dolore nel rivelarsi a sé. Guardi il volto restituito dallo
specchio, la tua nudità e senti che è tutto lì, che il primo sguardo da
cercare deve essere il tuo. E ringrazi te stessa per la follia e le
inquietudini, per le fragilità esibite che a volte vincono sulla paura
di mostrarle e per la tenerezza di chi ti sta accanto, nonostante i
nostri fantasmi, o forse, proprio per questo loro abitarci.

Tizianeda

L’intuizione del liutaio

Si avvicina con un gesto. Poggia le mani sulle sue guance, lo
accarezza, gli dice: “bello” e poi lo abbraccia. Agnese e suo padre. La
diciassettenne e lo sposo un tempo errante e oggi abitante stanziale dei 90 mq.
Lui ripone la sua giornata torva altrove, si ammorbidisce. Lei si allontana con
la grazia e la forza di chi sa il necessario e il tempo esatto. Li guardo,
faccio i miei commenti stupidi, rovino tutto io a volte. Non sanno, invece,
quanto  mi riposi  la fugace perfezione che la vita ancora mi regala.
E penso. Penso ai gesti. Senza parole, o con pochi suoni ad accompagnarli, perché
il più non serve. I gesti si imparano,  si assorbono, osservando la grazia degli
altri, contagiosa come una cura del fare. Oppure no. C’è un principio che li
innesta, c’è una memoria del prima, che si riattiva ogni volta che il mondo
fuori ne reclama l’urgenza e tu sai già la risposta, sai le braccia, rifugio
del bambino addormentato.

I gesti e le parole. Ci penso spesso ultimamente. Vengono dal corpo entrambi, la stessa genesi. Sono fratelli da accordare, come le note. Siamo  liutai senza più memoria, perché i giorni ce la strappa a morsi e lividi. Perché noi. Difettosi e piccoli, che del dolore e dell’aria attorno ne facciamo poltiglia.

“Bello”, dice Agnese a suo padre. E’ bastato un attimo. E’ bastato
che non fosse dentro uno schermo qualsiasi, è bastato che non fosse arrotolata
su se stessa, è bastato quel giorno, per altri giorni di altrove. Ma in quel
momento è bastato.

Un gesto, una parola, e prima ancora l’intuizione del liutaio
che sente le note smarrite.

I gesti e le parole. Quelle pronunciate. Perché non è vero che queste volano via. Rimangono anche loro, come quelle scritte, forse anche di più. Le parole pronunciate dentro i gesti si posano, diventano boa e confine, se pure momentanei. Giù e dentro i nostri spazi incomprensibili e rumorosi.

Tizianeda

Pause

– Stai con me che mi fumo una sigaretta.

– Va bene madre, allora prendo un sigaro e facciamo le viziose.

Così è stata la mattina tra me e la mamma vecchietta, verso le undici. Lavoravo, poca voglia, molto sonno, colpa del cambio di stagione. Il peggiore tra tutti. Il passaggio dall’estate all’autunno. Il capro espiatorio per l’accidia, il sonno compulsivo, la stanchezza cronica da scalatore di Everest senza bombole, il nervoso cha a tratti sale e non sai perché, il pianto facile, il colon irritato, l’intolleranza al genere umano, l’intolleranza agli specchi, alla sveglia, al clima che cambia come nell’armadio di Narnia che entri con il sandali e il pareo e ti ritrovi in mezzo ai ghiacci antartici, a Jennifer Lopez bona come chi ha venduto le sue cellule al diavolo ma poi ha deciso di diventare paladina delle cinquantenni normocellule  e intollerante quasi a tutto insomma. Nel cambio di stagione puoi. Non è colpa tua. E’ lo sdoppiamento con triplo salto mortale e supercazzola prematurata della personalità. E’ la fine irreversibile delle vacanze, è la fatica del corpo pervaso da zombità e dominato da narcolessia. La mattina mi trovavo appunto in questa condizione di disagio meteoropatico, vinta dal pensiero dell’imminente trasferimento di studio, circondata dalle tristi carte che mi guardavano come un monaco del medioevo che ti ricorda che devi morire e pure male. E così sono andata a trovare la mamma vecchietta, ché su di lei il cambio di stagione ha l’effetto di un moscerino contro il parabrezza di una Ferrari sul circuito di Monza. Intenzionata a bere un po’ del suo caffè freddo per poi tornare immediatamente alle incombenze. Perché nel cambio di stagione disciplina e forza d’animo devono vincere sul male. Ma siccome nella vita le buone intenzioni rimangono nel limbo del “lo faccio dopo”,  il caffè l’ho accompagnato al gelato e poi sono passata al salato e poi la mamma vecchietta mi ha tentata con la lusinga di una pausa prolungata di cinque minuti che sono diventati più infinito. Così siamo andate in salotto e abbiamo fumato. Lei la sua sigaretta, io il sigaro. E mentre ero lì, ho pensato che era la prima volta che facevamo questa cosa qui, la mamma vecchietta ed io, rilassate a chiacchierare, unite dal vizio, come vecchie tabagiste. In realtà la madre monologa, io ogni tanto rispondo, lei sente quello che vuole. Ha l’udito selettivo da saggezza, chiamato impropriamente sordità. In quei momenti ogni paturnia climatica esistenziale è svanita e ogni cambio possibile mi è sembrato superabile davanti a questa donna di ottantasette anni, a tratti naif, che ha sempre argomenti su cui conversare, che fa tutte le parole crociate della settimana enigmistica vergandole di rosso, che compra e legge libri, che si è organizzata il funerale e ride della morte, che ogni pomeriggio alle sei recita e canta i rosari con i preti della televisione e che si è adattata agli ultimi cambiamenti della sua vita, come un monaco zen portato all’improvviso su un altro pianeta.  Poi i nostri vizi sono stati fumati, io ho avuto un rigurgito di responsabilità e sono tornata tra le carte da traslocare. Ogni cosa, però, in quel momento, mi è sembrata più facile.

Tizianeda

Una vita di M

La donna nasce, vive, muore, nel triangolo delle Bermuda delle tre M: menarca, mestruazioni, menopausa. Il profondo rosso femminino. Il mangia, prega, impreca delle ovaie. Quando il Menarca, si preannuncia alle porte del tuo utero, come la campane di un monacono Tibetano pellegrino, d’incanto, ti elevi al rango di “signorina”. Tua madre piange, i parenti di sesso femminile si congratulano e tu ti senti l’iniziata di una setta segretissima quando invece sta soltanto iniziando la tua vita di M. Tre in tutto. Negli anni ottanta se avevi le mestruazioni eri “indisposta”. Si cresceva con la malattia del ciclo e non dovevi dirlo, anche se i crampi addominali ti squarciavano i sentimenti. Gli assorbenti si nascondevano sotto la biancheria, tipo i maschi con le riviste con Moana Pozzi in copertina. Poi è arrivata la SPM. L’acronimo del terrore. La sindrome pre mestruale che scatena l’ Armageddon. Il punto M che se lo tocchi muori.  Quando sei giovane e hai un ritardo  potresti essere incinta. Quando non sei più giovane e hai un ritardo le amiche per rincuorarti ti elencano gli effetti devastanti della morte nera: la menopausa.  Così ti viene la menopausa isterica anche se sei incinta e dopo nove mesi di caldane, di pancia gonfia e di consigli inutili, partorisci tre gemelli. Tutti maschi. Per dimostrare quanto ci siamo evoluti,  sui pacchetti monouso degli assorbenti hanno stampato  scritte intelligenti e surreali. Tipo che è una figata piangere in quel periodo lì e che durante l’ovulazione sei bellissima e luminosa. Anche se poi la verità dello specchio ti mostra una donna  color verde vomito che piange vinta dalla saudage ovarica, da demoni ormonali e ti chiedi perché non sei un pubblicitario della Lines, o meglio non ti trovi davanti un pubblicitario della Lines, giusto per dargli una craniata ché c’hai la sindrome e ti devi sfogare.

Questo per dire che vivere una vita di M non è sempre facile. Ma ciò che è naturale spesso è reso complicato da definizioni e giustificazioni e da una invasiva schizzofrenia che ci vuole perfette e performanti. La donna e i cicli sono legati e imprescindibili e la donna è davvero mobile, ma non nel senso di quella canzone stupida. Tutto si muove e accade dentro, come un ingranaggio. Non così dissimile dai tanti ingranaggi dell’universo di cui contempliamo la magnificenza e la grandezza, quando poi dovremmo soffermarci a guardare anche la nostra. E pazienza se il colorito è verde vomito, e a tratti ci trasformiamo in esseri spaventosi e di una fragilità che ci schianta sopra il pavimento. O forse, è proprio per questo, che dovremmo amarci di più. 

Tizianeda

Preghiere

La trovo seduta sul divano, sgrana fagioli, sembra una bambina. E’ brava a sgranare, mia madre, abituata com’è con i rosari. Quando ero piccola, come sembra lei ora, li dicevo anche io i rosari. Da sola tutte le sere, tipo fissata. Ma non sono mai stata disciplinata, men che meno con Dio e così ho smesso. Mi sembrava non finissero mai tutti quei grani e che mi bloccassero dentro un tempo infinito,  da occupare meglio in giochi o sogni. Mia madre no. E’ una vita che dice rosari e sgrana con disinvoltura. Dice che prega pure per me che non lo faccio e che ai dogmi preferisco dubbi e domande, che la parola “peccato” l’ho sostituita con “responsabilità”, anche che se a volte mi sembra di disattendere anche questa. E piuttosto che in un al di là, preferisco credere nell’al di qua, avendo più bisogno della nostra fiducia, messo male com’è. Intanto mia madre sgrana fagioli e più spesso rosari, come un mantra che le restituisce un centro e l’aiuta a vivere meglio e fregarsene della morte, almeno la sua. Che tanto lei il suo funerale se lo è già bello organizzato, con i canti e le parole da  scrivere sul manifesto e ci manca poco che lascia, al prete della parrocchia, la predica da dire. E ci ride sopra, che lei, pure alla morte sa pezzo pezzo, che piccola com’è, magari la scambia per una bambina e se la dimentica.

Intanto mia madre sgrana i fagioli seduta sul divano, mi siedo accanto. Parliamo del giorno che è trascorso e di chi lo ha popolato, delle persone a cui vogliamo bene. Le nominiamo una ad una. Mia madre non lo sa, eppure su questo divano che è qui forse da sempre, io e lei, stiamo pregando insieme.

Tizianeda

Voi due

Ciao voi due, che da un po’ non abito queste stanze che  mi accompagnano e mi riportano a un nucleo
ancora cercato,  da più di sette anni. Ho
lasciato che agosto passasse, ed ora in questo mese transumante,  è iniziato l’anno nuovo. Ciao che settembre è  ricominciare da uno, dopo lo zero che è stata
l’estate, che non sto qui a raccontarvi tutto il sentire e il vedere e il
tacere e il dire di questo carnevale che a volte è la vita. No, che le
complicanze dei grandi e i loro buffi costumi, sono racconti ostili alla
giovinezza. A voi i tratti sereni che mi riprendono per mano, a ogni sguardo,
dentro un quotidiano che è ritorno continuo.

Ciao Agnese con i tuoi agguati di abbracci e quel tuo cuore a
un passo dalla malinconia. Ciao, così confusa in questo tempo di scelte future,
che ancora non sai, che ancora non sappiamo. E tuo padre ed io a farci vigili
anche per te. Ciao che sei un rifugio per i tuoi amici anche se taci anche se
non dici, così essenziale, così discreta. E questo mi innamora. Ciao che ci
sono i tuoi pezzi di mondo che non so, ma che intuisco e mi insegnano al passo
indietro, dentro questo spazio liquido che è il tempo.

Ciao Domenico che a settembre sarà liceo e già, tu, hai
iniziato. Ciao ragazzo gentile, così solido e sereno a dispetto del corpo esile
della fragilità conservata che è la tua forza. Ciao che i tuoi nuovi compagni,
dici, sono simpatici e tua sorella ora è più serena che ha sguinzagliato
guardie del corpo, i suoi amici, per le stanze del liceo. Ma tu, hai un modo
unico di difenderti dalle dissonanze, continuando sulla tua linea retta. Facendoti
amare. Sai mettere a fuoco i desideri senza farti influenzare, un dono raro,
che mi innamora e mi insegna.

Ciao voi due, che a volte vorrei fuggirvi e a volte lo faccio
per questo travolgente sentire, per questa travolgente fatica. Ciao che se non
avesse scelto il mio corpo, senza il privilegio del vostro amore, non ci
sarebbe stato il luogo del ritorno, il punto sulla cartina da segnare, il reale
e solido, dentro un mondo che forse non lo è.

Ciao che settembre è un mese strano di rimestii e di
ripartire e di propositi sempre disattesi e di scelte attese e troppe volte
rinviate.

Ciao voi due che dentro questo carnevale che è la vita,  mi mostrate il vostro volto, che mi innamora.

Tizianeda

Il mondo di Gaia

“Anche io ho scritto un libro, sai?” Così si presenta, prima che le chieda il nome. “Hai il nome della terra, sai?” ,  lei allarga gli occhi e mi inonda. Poi parla, Gaia, parla del suo libro, dell’amore per i gatti, i cani, la matematica, la lettura e sorride.  La vita è un posto bello, visto da Gaia. I grandi sono scomparsi, anche io e l’accumulo dei miei anni. C’è  lei, che mi chiede cosa   non capisca della matematica e io non so rispondere. Tutto, credo. Vuole sapere se ho figli, se c’è qualcuno che abbia la sua età, o almeno  gli anni vicini ai suoi. Le dico di no, vuole vederli. Le mostro le fotografie sul cellulare. Li osserva. Li studia. Poi sentenzia. Lui secondo me è più simpatico, dice, indicando Domenico. Le sorrido. Non lo so Gaia, a me piacciono tutti e due, da morire. Parliamo a voce bassa, per non disturbare i grandi. Ho sette anni anche io in quel momento, come lei sorrido con gli occhi enormi, invento storie magiche, dove il brutto non esiste, solo l’amicizia e i gesti felici, dove un gatto può diventare amico di un vulcano emerso dal mare, ho anche i denti storti, più di adesso. I grandi parlano e spiegano. Lei mi riporta, tenendomi per mani, allo stupore e alla meraviglia. L’infanzia ha il colore degli alberi,  è fresca, piena di fiducia. L’infanzia è gaia.

Tizianeda

Il linguaggio di Dio

Degli esami di terza media, l’unico ricordo che ho è la
domanda che non mi fece il professore di matematica. Nel senso che non me ne
fece alcuna. Troppo convinto che le mie risposte si sarebbero arrampicate su
logiche  creative, ma poco attendibili. Se
prima di allora calcoli, equazioni, problemi, equivalenze e altro, le
comprendevo come il messaggio di un  alieno  pronto
a disintegrarmi, dopo quel giorno il mio amore mai iniziato con la matematica,
è stato rinchiuso negli scantinati delle relazioni impossibili.

Perché il professore, con quel gesto, a cui non so se la mia
memoria ha aggiunto un ghigno beffardo, ha dato l’estrema unzione all’ area
celebrale, già compromessa dalla nascita, della intelligenza algebrica.

Vi è da dire che nel corso del triennio, gli effetti
collaterali che la matematica mi provocava, aveva riempito di stupore il prof
in questione. All’arcano mistero lui non era pervenuto a soluzione, neanche
facendo uso del complesso, perfetto, logico linguaggio dei numeri, che tanto sa
e spiega. Pare infatti, che la matematica abbia una formula per l’amore e che l’Universo
si racconti attraverso la perfezione di calcoli e geometrie. Dio, insomma,
parla con il linguaggio dei numeri e io non lo capisco. Che è un po’ come non
sapere l’inglese, ma pensando un po’ più in grande.

Per fortuna il Karma se da un lato ha tolto, dall’altro ha
graziato. Dopodomani il tredicenne chiuderà il suo triennio nelle scuole
secondarie. Sarò lì, serena,  ad
assistere ai suoi esami orali. E ad ascoltare la domanda, che molti anni fa, il
professore di matematica, non mi fece.

Tizianeda

Ed è una danza

Mia madre accende una sigaretta. Sembra una ribelle, con le rughe. Anarchiche, sparse ovunque. Mi mostra il libro che ha comprato. Quello della sera. C’è anche quello del giorno, grosso come un vocabolario. E’ troppo pesante per reggerlo a lungo a letto. Parla senza sosta, mia madre. Ogni tanto mi distraggo, controllo i messaggi sul cellulare, guardo i social, mi dissocio. Lei si incazza. Poi ricominciamo. E’ una danza.

Sono partita alla fine di maggio. Firenze. Con Agnese, la diciassettenne. Sono stata madre e basta. Con lentezza, serenamente.  Sentendoci. Oscillando, a braccetto. Senza dire, respirando, aspettandoci.   E’ stata una danza. Per tre giorni.

Gatta Tàlia che abita i 90 mq da quasi due anni, ha ingoiato
chissà quando un filo di spago. Le si è incastrato nello stomaco e lì si è
fermato. I veterinari l’hanno aperta, ritrovato il bandolo, ricucita. Poi è
tornata a casa. Agnese l’ha vegliata tutta la notte, come chi ama. Tàlia ha
avuto una reazione da Highlander appena ferito a morte. Un Highlander stressato,
tuttavia, che piscia senza ritegno ovunque. Nessuno osa dirle niente. La
lavatrice è stressata pure lei. Con Tàlia ho ripreso la siringa in mano, dopo
un anno. Ora so pungere anche i gatti.  I
figli la rassicurano con fermezza,  io
buco e inietto. Ed è una danza. Di noi tre, vicini e concentrati.

Ché la vita è tutto un movimento. A volte il ritmo ti piace e conosci i passi, a volte ti devi adattare e imparare velocemente, a volte non vorresti smettere, a volte dici “fatemi scendere”, ma continui   a muoverti. Continui a distrarti e a essere presente, ad allontanarti perché hai un urgenze di distanza tra te e il quotidiano, a ritornare, a cercare bandoli di fili di spago, per poi scoprire che se li è mangiati il gatto e sono cazzi. Ed è così che impari a vivere, o forse non impari mai. No, non si impara mai del tutto a vivere. Ed è una danza.

Tizianeda

Spaventosi e fragili

Io non so quando è stato l’attimo preciso in cui ho provato a
scrivere un testo teatrale. Non lo sappiamo quasi mai, quando avviene il
momento che, l’istante in cui. Succede. Come l’innamoramento. Sei lì che guardi.
Ascolti una voce, un dialogo, senti un rimestio di cuore e viscere, assisti a
un arrotolarsi di corpo e fiato, che ti piace così tanto da lasciarti scie di
pensiero, e poi ti dici: vorrei anche io. E lo fai perché sei inquieta, o
perché tra le parole e i silenzi ti accomodi, o semplicemente per tigna, perché
è difficile, o ancora perché capisci che dentro quella architettura da affidare
a carne viva che il foglio non trattiene, puoi liberare la voce, puoi far
danzare spettri, senza troppa paura. Raccontare l’indicibile umano, o il
piccolo piccolo, la miseria, gli abissi fragili, o la grandezza illusoria,
l’estremo dei sentimenti, e tutto quello che il pudore della pagina non ti
farebbe dire. Spingi l’acceleratore della poesia, osi, dileggi l’abisso in cui
ogni uomo o donna possono cadere, o da cui sono attratti.

E poi il testo che scrivi lo consegni, come un bambino , a chi sa farlo fiorire tra l’odore del legno e luci. Lo devi lasciare andare affidarlo e fidarti. Che è un esercizio pazzesco per chi, nella vita vera, aspira allo zen, ma si scontra con l’ardore del sentire. Che poi un po’ questa storia dell’essere zen ha pure rotto, ché questo siamo. Battito fragile da accettare, inciampo tra le cose. E le storie narrate, ce lo insegnano, in questo muoverci tra tenerezza e furore. In questo cercarci, per poterci finalmente specchiare e sentirci meno soli. Poco zen, e spaventosi e fragili.

Tizianeda