Per ogni abbraccio non dato

Abbiamo giocato per quasi tre mesi a “un due tre, stai là”. Stai là nella tua regione, stai là nel tuo comune, nella tua città, dentro la tua casa. Lo abbiamo fatto, abbiamo obbedito. Abbiamo comprato farina e lievito, abbiamo impastato e aspettato. Le strade sono diventate cartoline, fotogrammi di deserti western senza pistoleri. E poi noi, nascosti e fermi, abbiamo delegato la nostra libertà, per proteggerci, perché la paura fa fare cose pazzesche all’uomo, così come l’amore. Siamo saliti sulle terrazze, abbiamo lasciato crescere i capelli, ascoltato la matematica dei malati, dei guariti, dei morti. Abbiamo fatto del futuro palline accartocciate.  Poi è arrivato il momento di aprire le porte. Lasciandole socchiuse.  Ci è stata restituita una libertà con i “ma”. Sport all’aperto, ma a due metri da tutti. Locali ni, assembramenti no. Baci? Per carità. Pomiciare? Peggio della morte nera. Chiese forse sì, teatri boh. La saliva non è mai stata così centrale nei nostri pensieri. Gli amici li puoi vedere ma non toccare, in macchina devi stare dietro,  i capelli te li taglia  Dart Fener, ché ti chiedi come minchia fanno i parrucchieri a non farti un buco in testa bardati come sono. Tutto questo per un virus stronzettino che pasteggia dentro di noi con noncuranza, predatore, come predatori siamo noi umani,  da sempre, con la terra dataci in prestito. Siamo disorientati e fragili, ora. Stanchi di uscire come dei giustizieri mascherati solitari. Tutti super eroi, con la kriptonite nelle tasche. Ora patiamo la lontananza e l’assenza dell’altro e forse di noi stessi. Capiamo come questa sottrazione di vita e di vite, è divenuta particella di ossigeno che respiriamo.  Capiamo quanto gli altri sono tutto ciò che ci resta, sono cura, per quanto provvisoria, dei nostri tratti fragili. E stiamo lì a cercarci, come amanti clandestini, nella memoria da ravvivare, di ogni abbraccio non dato.

Tizianeda

Otto

Ciao Blog, che oggi sono otto, otto anni che stiamo insieme. Otto che è il numero perfetto in questo tempo così palindromo. Che è uno sforzo di sguardo in più e altrove, verso un infinito che i giorni richiamano. Otto a ricordarmi che si può fare, che si può deviare dalle strade sicure, sapendo che c’è anche pazzia e disperazione nelle scelte di tragitti sconosciuti, come una voce irresistibile. E forse lo era un po’ disperato, anche il Dio in cui non credo,  per volerci così presenti e impacciati nella vita, per crearci, pur così deformi e orribili a tratti. Ma non deviamo Blog, che su certi terreni, di questi tempi arrabbiati è bene non sostare. Oggi è giorno di festa. È la festa dell’osare, ché senza di te molto meno sarebbe accaduto. Meno storie, meno ricordi da conservare, meno incontri, meno stupore e sguardi, e sempre meno, meno porte da aprire e stanze in cui sostare, meno scrittura da sperimentare. Rinchiusa a domandarmi cosa mi mancasse. E nella vita a furia di chiedersi cosa, finisce che ti perdi il molto che potrebbe accadere. E scusa se c’è stato un tempo che avrei voluto smettere con te, come si fa con un amante che ti ha deluso,  ché mi sembravi non più vero, non più me. Era il tempo della scoperta di altre identità, meno morbide meno rassicuranti, e di nuove parole. Poi mi sono arresa alla consapevolezza che in ognuno c’è un condominio e amen. Ed è come dare un party, con quelli che bevono e quelli che invece prendono il succo d’arancia perchè poi devono guidare per riportare tutti a casa sani e salvi. E tra levate di cuore e anima, tra il precipizio e l’ostinazione di un passo davanti all’altro, nel tentativo a volte maldestro e inutile di trovare un ordine nel casino cosmico delle cose, volevo dirti che non smetterò di raccontare la meraviglia che mi cade addosso. Resta sobrio, però, ché poi dopo il party, sarai tu a dover guidare per riportarmi a casa.

Auguri Blog e auguri a me e alla ostinazione e alle passioni che si nutrono di ossessioni e che ci fanno dire fare e baciare e abbracciare (gli ultimi due spero presto prestissimo).

Tizianeda

Mamma passero

“Posso pettinarti i capelli, Tizianeda?”
“Davvero vuoi farlo, mamma vecchietta?”
“Sì”
“Va bene, domattina vengo e procediamo”
E così l’indomani ho attraversato il pianerottolo e sono andata da lei.
Ci somigliamo di più da quando indossiamo le mascherine, abbiamo lo stesso becco bianco. Metà umane metà uccelli. Mia madre mi fa sedere, porta spazzole, pettini e il ferrettino. Cazzo il ferrettino. Sono pronta, catapultata nel ritorno al passato. Noi bambine degli anni ’80 eravamo un po’ tutte così. Cento colpi di crespo e ferrettino. L’anarchia tricologica non era contemplata nel grande libro delle madri. La lascio fare. Lei mi ricorda di quando i miei capelli erano tanti, lunghi, ricci, neri, quasi blu di quanto erano neri e lucenti. Poi me li spazzolava, però. Quei capelli non ci sono più, mamma, le dico. E neanche quella ragazzina. E tante altre cose ancora, che a furia di fare buchi nelle suole, le ho seminate. Non si arrende. Spazzola, cambia riga, fa la frangia. Tanto il trend della pandemia è capellidimerda. Il crespo li valorizza. Ridiamo dentro ai becchi. Da quant’è che non ti bacio, mammina? Ecco ha finito, è l’ora del fermaglio. Non si capacita di quei riflessi rossi che ho in testa. Perché, mi chiede. Non so spiegartelo il perché. Perché è così, perché devo cambiare, altrimenti mi sento perduta, perché sono abitata da moltitudini e una di queste ha i riflessi rossi. E comunque ora il rosso è sbiadito, è piuttosto colore pandemia. Ci guardiamo allo specchio. Siamo carine, le dico, con questi becchi bianchi.
Lo so che volevi ritornare madre, pettinandomi, sentire che la vita non sfugge tutta, che c’è qualcosa che si può appuntare, come un ferrettino, tra i capelli, apparentemente domati.
Devo andare. Le moltitudini chiamano, mamma. Torna, mi dici. Piccola, sull’uscio, con il tuo corpo da passero. Torno, certo che torno, e poi giochiamo. Facciamo che tu sei la madre e che io sono la figlia.

Il disegno meraviglia è di Fabiana Canale

Tizianeda

Pandemia blues

La mamma vecchietta, mi ha detto che ormai può uscire. Ha sentito al telegiornale che di contagi e morti non ce ne sono più e che gli esami di maturità si faranno il 14 maggio. Non so su che canale si sia sintonizzata, certo non italiano. Non è stato facile convincerla, che così non è. Tanto lei, mi dice, di corona virus sicuro non muore e me lo ripete tutti i giorni come un mantra. Poi fa il lunghissimo elenco di tutte le sue possibili cause di morte. La invito ad aspettare allora, perché ora non sarebbe opportuno. Lei dice va bene e poi cambiamo argomento.
Oggi, mentre la guardavo pensavo che ha sacrificato l’infanzia dentro una guerra, che lì la paura e la fame e le mancanze erano tante e profondissime e c’erano pure i pidocchi. E ora si becca la reclusione a casa, per questa merdina piccola che ci ha messi tutti all’angolo. “Minchia che sfiga mamma, le dico”. Lei ride e mi ripete il solito mantra. Rido pure io. Poi le dico due sconcezze, che tanto non si arrabbia più da quando la vecchiaia l’ha resa più libera. E penso che vorrei davvero, ora, potermi affacciare al balcone solo per guardarla attraversare la strada e intenerirmi a osservarla camminare oscillante, come un marinaio appena sceso dalla nave in tempesta.
E invece sui balconi ci stiamo per quei momenti un po’ così, i momenti di pandemia blues, che è quando ti chiedi “e ora che faccio?” E ti interroghi sulle strategie di resistenza, come una puerpera strafatta dai balzi ormonali e un bambino che piange e scacazza. A tratti, ti senti smarrita. Poi passa. Anche se la Storia, sta un po’ troppo scacazzando ultimamente sulle nostre teste. E così arrivano quei giorni, inevitabili, che la pandemia blues ti fotte e aspetti solo di ritornarti e te lo ripeti come il mantra di tua madre. Passa, Tizianeda, mi dico, passa con i progetti in testa, le gesta, le armi e gli amori e una buona squadra con cui affrontare il caos. E ti senti anche fortunata dentro questa sfiga collettiva. Anche se in certe ore c’hai una voglia matta di uscire e di andare a mare, come nella vita di prima. Ma intanto aspetti, con questo cuore collettivo a più battiti che scalcia e batte e spariglia e ti fa restare a casa.
   
   
 
Tizianeda

Le cose che ci cambiano

La prima volta,  di un sentire  mutato, è fiorita nel  ventre.  La seconda dentro una pandemia. Lei, si è presa le ore dello spazio fuori e la geografia di un fiatare che avevo dimenticato, con un seme di  spavento e di grazia. Un punto e a capo. La  commozione di un altro amare e soffrire. Come la maternità  che ha rimestato  geografie, confini, il corso dei fiumi, il moltiplicarsi delle stagioni. Un meteorite schiantato nell’utero. Ha regalato  annusi allargati. Un mai più come prima. Un inghiottire diverso di lacrime. Da subito. Il pianto di una donna abitata è due, è un raddoppio di fiato, è lo spavento dell’accadimento.

Così la pandemia, ci ha ingravidato i sensi e le ombre. Ci
chiede uno sforzo di attenzione e di gesti, di grazia e tenerezza. Un rimando
di rabbia e rancori. Quando partoriremo questo tempo dal sapore di acciaio, con
le unghie mangiate a furia di nervi, spettinati, piccoli e grandissimi, confusi
e accecati dalla voglia di luce,  forse
migliori, uscendo dalle case increduli, lentamente per non perdere gli istanti,
ci guarderemo dentro gli occhi vicini a sentirci. Le punta delle dita
toccheranno lo strazio della mancanza dei corpi, e forse, in quel momento,
capiremo cosa siamo diventati,  chi
abbiamo trattenuto davvero dentro di noi custodendolo nel segreto del ventre e
chi invece nel delirio dei giorni lo abbiamo lasciato andare, perché la Storia
ci ha rivelati tutti. E scopriremo che le cose che ci cambiano, sono  un parto di vita,  che ci restituisce nudi.

Tizianeda

Sospesi

 Mia madre mi dice di stare chiusa in casa, di
riguardarmi,  specie quando tossisco. Sì
ho la tosse. Io inizio a pensare che abbia una figlia immaginaria con cui mi
confonde, che se la spassa ed esce tutte le sere. Io che invece sono una
cultrice delle otto ore di sonno notturne e i posti dove mi piaceva andare, i
luoghi delle meraviglie,  peraltro in
orari quasi da parchetto geriatrico, la domenica pomeriggio,   sono
chiusi per decreto e questo fa male davvero.

Io a mia madre dico di
non uscire. Ma se a lei togli la messa e la parrocchia, diventa nervosa. Le
chiese sono aperte, ancora. Basta stare ognuna in una panca diversa, mi
risponde,  che tanto ormai il pubblico è
poco e c’è spazio tra di loro. Dio si prega senza sfiorarsi.

Un amico dice che bisognerebbe
parlare di Rilke. Ma non ne ha voglia nessuno di questi tempi. Eppure ci
farebbe bene essere  pazienti  verso tutto ciò che è irrisolto nei nostri cuori
e poi, se la poesia non aggiusta le nostre vite difettose, tuttavia scava fosse
segrete nell’anima e ci fa sentire meno soli.  

Quelli che invocavano
l’asteroide hanno smesso di farlo. Che  pare che un asteroide passerà davvero  vicino alla terra, senza toccarla. Questo a
ricordarci che quando ci sembra di  controllare tutto, anche le nostre battute, la
realtà  piscia sopra le nostre certezze.

Gli integralisti dell’aldilà
dicono che la colpa è dei peccatori. Che mi spiegassero allora perché i bambini
soffrono per cose indicibili. Che me lo spiegassero, questi cultori di un dio a
basso costo, il dolore dei bambini.

È un tempo strano
questo, per noi abituati a vivere dentro tacche segnate. Dentro geometrie che
ci regalano illusioni di onnipotenza.

Tutti dicono qualcosa.  Vorrei saperlo fare anch’io. Invece mi limito a tossire dentro il gomito e mi basta  sapere che i miei figli attraversano i giorni meglio di noi adulti, sapere che mia madre è così resistente da cadere mille volte e non sbriciolarsi mai. Mi basta sapere che continueremo a incontrarci e che non smetteremo di annusarci, anche se da lontano.  E penso al dopo,  quando questa mestizia sarà finita. A quel preciso istante, che guardandoci capiremo che la paura è passata, o abbiamo imparato a domarla. E voglio credere che il ricordo di questo tempo sospeso e incredulo, lo trasformeremo in poesia, bellezza, amore. Altrimenti, non sarà servito a niente.

Tizianeda

Diciotto

Se ritorno al segreto del tuo essere un mondo, se ritorno al mio ventre cambiato. Se riavvolgo il mio tempo, veloce, al momento che c’eri, al segno che eri, nel cessare del sangue, nelle voglie di sale, nella pelle tirata e alla pancia abitata. Nello sperdermi, al mio caldo in inverno, alle torri crollate e a me che cadevo come Alice nel buco, dentro un ventre, anche io a cercare le uscite.
 Se percorro i miei passi, la prima volta a guardarci, alla rabbia e al tuo pianto, al mio inadeguato canto. Se ritorno e poi vado, tu immensa e piccina, se ritorno ai tuoi occhi, ai tuoi occhi a sorpresa, se mi fermo io sento la carne, il ricamo segreto, il respiro, il tuo fiato. E mi resta il mistero, questo amore incantato,  che tu mi hai soffiato, spaventando l’abisso.
Sei Agnese,  con il nome arrivato da una nonna un po’ maga che sapeva sentire. Come te che sei qui e sorprendi i pensieri che hai placato il mio ieri.
E l’augurio da me che sono solo tua madre è di amare, cantare, di fare capriole, abbracciare il dolore, continuare ad andare, di guardare gli abissi e di farne stupore. Di abitare il tuo corpo, di sentirlo pulsare, perché è tuo, perché è sacro, perché è ricco raccolto.
E sei gioia e sei incanto, sei silenzio e segreto, libertà di sentire, di assaggiare la vita, sei la voglia e la forza per imparare a fiorire.
 
Auguri Agnese, auguri mio amore, auguri mia tutta bella.

Tizianeda

Nancy e TamaTrump

La storia è andata così. Donald Trump arriva al Congresso. Deve fare un discorso. Lì nell’aula c’è una donna, Nancy Pelosi, la speaker della Camera. Mica pizza e fichi. Donald le consegna le pagine del suo discorso, Nancy porge la mano a Donald per salutarlo. Il tamarrazzo  le volta le spalle e la lascia con il braccio sospeso. Nancy che fa? Aspetta. Ascolta in silenzio il discorso del tipo. È incazzata nera in realtà. Anzi peggio. È incazzata nera con un uomo.  Lei è già magma sotto la terra. Però non può mica dare di matto. Allora Nancy sta. Stabat furente Nancy al Congresso.  Poi TamaTrump finisce il discorso. Lei, non si adegua alla folla acclamante, lei strappa i fogli che le erano stati consegnati. Strappa le parole di Tramp, che è come vederle cadere e frantumarsi. Poi va via.  Sembra una roba semplice. Non lo è. Era sola, mentre tutti applaudivano al re nudo. Ha azionato il menefottismo interiore Kantiano, ha avuto coraggio, e si è schierata. Dalla sua parte. Non ha ascoltato la brava bambina, non è stata asservita e quieta. Non ha rinunciato a se stessa.  Ogni dissonanza andrebbe stracciata, ogni parola che offendo, ogni gesto che umilia, ogni sguardo che nega la nostra umanità, ogni tentativo di renderci insignificanti.  Nancy lo ha fatto. Ha risposto all’uomo più potente del mondo con un gesto, svelandolo nella sua drammatica miseria.  Perché i gesti più che le parole, ci qualificano e condizionano, sono la nostra geografia. Ogni gesto fatto, così come ogni gesto mancato sono un graffio nell’anima, la traccia di una strada che può innalzarci o condurci verso un precipizio.  Poi, Nancy – mentre Trump stringeva mani, riceveva pacche e lodi, senza sapere di essere stato oscurato  dalla donna alle sue spalle e un passo indietro e  che non era riuscito a rendere piccola e inerme –  è andata via sul suo pezzo di strada tracciata. Anche per noi.

Tizianeda

Ottantotto

“Mi sembra che sto rubando gli anni al
Signore”

“In che senso mamma vecchietta”

“Che ancora sono qua”

Ci risiamo. La mamma vecchietta e l’aldilà. Un gioco da ragazze. Di Ottantotto anni. Se sa che lo scrivo si incazza. Ma neanche tanto. Non fatele gli auguri domani se la incontrate, però, che poi capisce che le ho spoilerato il compleanno. Lei che di questa vita un po’ si è suddiata e pensa di essere una ladra di anni. Capirai poi a chi li ruba gli anni. Al Signore Gesù in persona. Che è un po’ come rubare ai ricchi per dare ai poveri. Cioè a noi figli, ai nipoti e a chi le vuole bene. Che vorrei avere davvero le sue certezze sull’aldilà, io che già in questo aldiquà credo a tratti e mi ritiro dentro tane silenziose. Che vorrei davvero mi bastasse un rosario, da sgranare come un mantra  che ti connette al divino. E vabbè mamma vecchietta in questo non hai vinto. Peccato che la fede non si passi come i geni. Peccato. Però che belli, mamma vecchietta, i tuoi 88 anni. Hai doppiato l’infinito. Hai vinto strafottendone della mortalità degli umani, come cosa buona e giusta. Così fanno le ragazze ribelli. Tu mi piaci. Molto di più adesso di quando eri madre di figlia con la rabbia nascosta nelle tasche, il mio cibo mal gradito che non sapevo dove nascondere. Non ci siamo capite. Non ci siamo potute parlare. Non era quello il tempo. Ci siamo incontrate da qualche anno. La vecchiaia è un regalo che si fa ai figli, è un permesso di tenerezza. Non importa che sia solo adesso.  Sai cosa dice Bollea, quel neuropsichiatra che ho letto perchè avevo paura di diventare una madre disastro? Che le madri insegnano ad amare. Non a essere perfetti, o forti, o senza errori, o difettosi. No. Ad amare. Che non è una cosa che so definire questo amore. Mi scivolano le parole ogni volta. Provo a cucire lembi però, con ogni inesattezza di suono e ne faccio alfabeto. E non importa che tu non mi sappia intera. Perché alle madri mica si può raccontare tutto. Non importa. Mi basta questa tenerezza e la tua voglia di essere sempre madre, anche se ormai, da un po’, tu ci sei figlia.

Auguri mamma vecchietta. Auguri
ragazza ribelle.

Tizianeda

I figli prendono

“I figli non danno niente, prendono e basta. I figli non danno niente, prendono e basta. Dico bene?”.
Questo mi ha detto, ripetendolo due volte, per rafforzare la verità del pensiero, una donna, dentro una bottega, mentre aspettavamo di scegliere formaggi e insaccati. L’ho guardata. Sembrava stanca. La mia voce interiore mi diceva: zitta Tiziana, zitta, non fare i tuoi soliti sermoni del cavolo, sulla bellezza della maternità. Perciò ho blaterato qualcosa. Tipo… un sermone del cavolo sulla bellezza della maternità, facendomi mandare affanculo dalla mia voce interiore, mentre la donna stanca mi voltava le spalle e sceglieva il prosciutto. Così sono andata via con il mio sacchetto di spesa, pensando alla stronza moralista del cavolo che sono. Perché la donna stanca ha ragione. I figli prendono. Da subito prendono. Per prima cosa prendono  il sangue, appena sono una promessa di vita dentro il tuo utero. Sono l’eucarestia dei  valori sballati. Prendono lo spazio. Senza chiedere il permesso spingono  cuore, fegato, polmoni ai margini del campo e si piazzano al centro. Prendono le forme del corpo e della pelle che si stira, dilata, resiste, perde. Prendono le ore della notte e del giorno e il tempo che viene dopo e il fiato che usi per correre e una buona parte del conto corrente e il pensiero del futuro, il loro, in questo mondo che francamente, a volte, è una strada  di cocci di vetro e sputi di rabbia. E questo e quello prendono. E la donna stanca ha ragione a essere così stanca con tutti questi pensieri nella testa. Perché i figli ti prendono la ragione, per sempre. Che stai lì a chiederti, come si fa ad innamorarsi così, di questi invasori del cuore e delle viscere. Questi spacciatori di immortalità illusoria, che ti viene da accasciarti, a volte, per il sentire irrazionale, per l’innamoramento che ti rende intollerante a ogni altro amore. I figli prendono. La possibilità di lasciarti andare, prendono. Di impazzire quando la vita è tempesta. Prendono la tentazione della resa, di abbassare lo sguardo, di dimenticare la forza dell’attesa e del nostro stare al mondo. E ti prendono gli occhi tuffandosi dentro, maghi di incantamento, ladri di orizzonte, rammendatori delle nostre fragilità.   Ha ragione la donna stanca dentro la bottega. I figli non danno. I figli ti prendono, così come sei.

Tizianeda