2017 archive

A Natale, ma anche a tutti voi

A Genoveffa e Anastasia perché a quelle due è stato negato un lieto fine.
Al cuore del cervo ucciso dal cacciatore e al cacciatore che pensava di ingannare la regina.
Alla regina di Biancaneve che nessuno ha mai amato, al suo rancore amaro.
Alle matrigne cattive, che non sono cattive, sono infelici.
Alla strega senza nome di Hansel e Gretel, a quando era bambina e si rimpinzava di caramelle, ciambelle, zucchero filato. Al bosco oscuro che le è cresciuto dentro, prima ancora di abitarla fuori.
Al lupo di Cappuccetto Rosso e a tutte le donne che con lui corrono per salvarsi.
Al Brutto Anatroccolo e alla Bestia, all’imbarazzo di stare al mondo, al loro inconsapevole fascino.
A chi non cambia per dover piacere a tutti.
Alla Sirenetta, al delirio della terra, al richiamo dell’acqua.
A chi cerca, a chi non trova, a chi non si ritrova, a chi si perde.
Ai cibi mancanti sulla tavola , alle sedie vuote, ai sapori perduti, alla consistenza labile dei ricordi, alla ricerca ostinata della memoria.
A chi precipita il giorno di Natale. A chi precipita tutto l’anno.
Al silenzioso amore, alle presenze rumorose, alla felicità che spaventa, alla tristezza che si accomoda.
Al cellulare muto all’improvviso, ai messaggi chiusi dentro, agli aggiornamenti mai fatti, all’assenza di suono.
Al riposo delle orecchie, al riposo dalle attese.
A chi si commuove con la matematica e a chi piange per colpa della matematica.
A chi è buono, a chi ha l’attenzione del giusto e la giusta attenzione per l’altro.
Ai bambini, allo stupore di stare, alle loro voci di caramella.
Ai bambini sopravvissuti, agli adulti che sono diventati senza cedere all’amarezza, nonostante.
Al dolore, a quando incattivisce e allontana.
Ai figli e al cuore che espandono nell’attimo di uno sguardo, al loro odore che cambia, a noi che li annusiamo.
Alle dita, agli occhi, ai passi, a chi si svela, a chi sorride, a chi c’è, a chi è andato via, a chi resta, a chi torna, a chi non torna più, alla mancanza, al qui e ora, alle parole, al silenzio, al niente, al tutto, all’attimo che, alle stanze, alle piazze, al mare, alle mattonelle rotte, agli oggetti riparati, alle viti torte, ai buchi nella rete, al pezzo del puzzle in più.
A questo sentire, a questo vedere, a questo mai smettere, all’attesa, al respiro e al battito compagni di avventura, al loro dirsi e tacersi.
A Natale, ma anche a tutti voi.

Tizianeda

Filastrocca di pan d’ora

Un ferro da stiro mi puoi regalare,
mi stiro le lacrime per poi consolare.
Ti abbraccio nel letto con un nuovo pigiama,
mi avvolgo mi scaldo con la sciarpa di lana.
Ti porto con me, così riposiamo
e non ho più paura di dirti ti amo.
Un grembiule fiorito lo lego sui fianchi,
mi asciugo le mani, ti passo davanti.
Così poi balliamo tra letti e divani,
ti rido sul collo, non penso a domani.
E quando la notte si va approssimando
cucino cantando, tu assaggi guardando.
Una donna è di più di una scritta sul muro,
di un regalo non chiesto, di un oggetto dorato,
di un’idea assai irritante di un creativo sbagliato.
Non trattateci sempre come brave bambine,
da tenere ammansite, da vedere asservite.
Siamo pane che cresce sotto teli di lino,
siamo vento e tempesta che si placa al mattino
siamo mosto che bolle nel silenzio di un tino.
Siamo d’ora e di ieri siamo quel che vogliamo
siamo le trasformiste di questo circo assai strano.
Se davvero un regalo ci volete poi fare
cancellate le scritte che ci fanno arrabbiare.
Riscrivete parole che noi porteremo
come acqua da bere nel cammino assolato
come corsa festosa che ti accelera il fiato
come vento che soffia e che ci fa sollevare
come la libertà che conosce il suo andare.
Come un amuleto, come un portafortuna
come un bacio improvviso sotto il vischio o la luna.

Tizianeda

Dodici

“Mamma sa fare cose belle con i cibi a caso nel frigo”, hai detto l’altro giorno a tavola. E’ vero. Vengono fuori meraviglie con quanto c’è. Si prende questo e quello, si mescola, si inventa e arriva sulla tavola l’inaspettato. Come è successo dodici anni fa, quando sei sbucato dalla mia pancia. Sorridevi? Non ricordo piangessi. Devi essere nato così, sorridente. Che bel modo che hai avuto tu, Domenico, di salutare la vita. Io ero pronta, sai, per accoglierti come un bel piatto saporoso, nonostante il mio contenitore-corpo difettoso. Ti ho assaggiato baciandoti, ti ho annusato, mi sono fatta consolare dalle tue consistenze di carne e sorrisi tenute tra le braccia. Ti ho potuto accogliere come meritavi, ché tua sorella aveva già lavorato per te, era stata maestro e fatica abituata. Anche se il mio lavoro è stato strappo e nostalgia e correvo e correvo, per i nostri attimi intimi che mi riprendevo la sera e la notte, con la fatica insaziabile delle madri. E tu sorridevi e sorridevi e guardavi e ascoltavi e imparavi e mescolavi gli ingredienti della vita, le lettere, i movimenti, le visioni, l’allegria, gli attimi torvi, l’amore. Quanto è bello l’amore e non deve spaventarti anche se non te lo posso dire tutto il mio, neanche oggi che sono dodici anni e ancore di più oggi che sono dodici e cresci in pudori e distanze. E quasi ti dispiace, lo so, ma io ti lascio andare ed è il mio regalo per te in questo vai, mio amore, che sei bello e sorridi mentre vai con le mani in tasca e poi sorridi ancora. Che bell’ingrediente che ti ha dato il caso. Questo sorriso che è una storia. Che bella pietanza sei, che regalo mi ha fatto la vita.
Auguri mio bel ragazzo, auguri piccolo grande Domenico che va.

Tizianeda

Le bambine corrono sui tetti

Corrono di notte sopra i tetti delle case. Fanno capriole, ridono spettinate e scalze. A volte si fermano, guardano il lato occulto della luna, ma giusto un po’, per non affondare in cupe malinconie. Sentono il loro respiro adulto. E’ della donna che sono diventate, che dorme sotto il tetto. A volte la chiamano quando si inceppano, perché si prenda cura di loro. A volte chiamandone una accorrono tutte le altre. Si mettono in ascolto, tendono le mani. Corrono le bambine di notte sopra i tetti, mentre le donne che sono diventate sognano dentro respiri stanchi. Corrono, sono come il vento, sono il silenzio della notte che cattura i rumori del buio. Corrono per farsi guardare dagli occhi nascosti della luna e dalle foglie che si rinnovano a ogni stagione e fremono non viste. Corrono per farsi guardare dalle code dei gatti, dalle civette tra gli alberi, dalle scope delle streghe, dalla musica in fuga dalle case, dalle luci accese delle stanze, dai voli degli insetti, dai gesti ripetuti, dalle briciole di pane, dal vino, da presente, dal futuro. Corrono lasciandosi alle spalle quello che sarà, le linee storte, le voci dissonanti, quel momento che, quell’attimo in cui. Corrono per ogni minuto irrigidito, così manipolarlo e comporne un’armonia. Le bambine corrono sui tetti, fanno le capriole, si fanno prendere dal vento, si lasciano posare fiduciose. Sbirciano le vite, con occhi affamati. Guardano dormire la donna che sono diventate, le bisbigliano parole dentro le orecchie, le soffiano sul collo, le prendono la mano, la baciano nel sonno. Le bambine che corrono sui tetti a volte si fermano, stanno in attesa della donna che sono diventate, quella che dorme qualche piano più giù. E quando quel richiamo tacito la sveglia, allora anche lei sale sui tetti. Si siede accanto alla bambina, contemplano in silenzio la notte, pensando che in fondo, da quell’altezza lì, il buio non fa poi così paura.

Questo post è dedicato a una bambina, al nuovo taglio di capelli che l’ha resa torva, alla donna speciale che diventerà anche grazie ai tagli sbagliati, all’arte di riderci sopra che imparerà.

Tizianeda

E’ tutto qui

“Tizianda, ma poi il libro lo avevi trovato!”
“No, signora T., purtroppo no”
“E invece ero convinta di sì, perché era sul tuo comodino”
“Ma proprio quello mio? Quello con la dedica ai miei figli?”
“Sì proprio quello”
“Grazie che sollievo. Se penso che avevo guardato anche lì e non lo avevo visto…”

Tizianeda in questi giorni era convinta di avere perduto il suo libro “La medaglia del rovescio”, quello che è tutto usato, piegato, sottolineato, che dentro ha fogli di riviste con ricette mai cucinate, anche se non ricorda perché siano lì, quello unico con la dedica ai suoi figli. Si sentiva un po’ smarrita, perché ormai con Libro, che è diventato un entità dotata di sua vita e personalità, lei ha un rapporto simbiotico e amorevole. E’ il libro che porta con lei quando va in giro a parlarne, è il suo amuleto nei momenti di tempesta e lontananza, che le racconta una parte intima di sé che a volte dimentica, presa dai deliri dell’esistenza.
Eppure lui era lì, sul suo comodino abitato da molte presenze e non lo aveva visto, cercandolo nei posti più strani della casa. Era lì per i suoi occhi, che invece lo hanno attraversato come un fantasma. E Tizianeda ha pensato a quante volte cerchiamo chissà dove ciò che crediamo di avere perduto per sempre, o smarrito e non ci accorgiamo che è stato sempre vicino a noi, tra i nostri luoghi abitati e familiari. Non vediamo, per chissà quale strano meccanismo del nostro sentire, che offusca e cancella, o distrae anche l’evidente. Succede anche con ciò che materiale non è. Succede con i gesti, con le parole, con le visioni di bellezza, con la felicità. Succede che non cerchiamo dove dovremmo, o non ci soffermiamo dove potremmo. Succede che ricerchiamo altrove quello che è qui e ora. Non è sempre così, ci sono anche gli altrove da raggiungere con il loro apparire sorprendente. Che poi, a pensarci sono degli altri qui e ora da riconoscere, quando arrivano.
Quindi, il suo trofeo della felicità era lì, tacito e presente, mentre lei si struggeva pensandolo perduto. Era lì con la dedica unica ai suoi figli, che anche se, ingrati, non lo hanno letto, con la scusa del “sappiamo già tutto, mamma”, continuano a essere la sua medaglia, il suo rovescio, vero senso della parola amore.

Epilogo delirante

“Però, Libro, quando hai visto che ti cercavo potevi chiamarmi, dirmi per esempio: ehilà sono sotto tutti gli altri”
“Tizianeda, ma sei pazza, come facevo a dirti tutto questo, sono ancora troppo piccolo. E poi eri tu che dovevi vedermi. Io ci sono sempre stato”
“Ho capito. Devo trarne un profondo insegnamento da tutto questo. Cosa, dunque?”
“E’ semplicissimo. Devi essere meno rincoglionita, Tizianeda”
“E’ tutto qui?”
“E’ tutto qui”

Tizianeda

I “te lo avevo detto” che non aiutano a crescere

“Pronto, mamma”
“Quindicenne…”
“Volevo dirti che sono salita sul pullman che porterà me e i miei amici in montagna e che è partito”
“Bene, mi raccomando guarda sempre la strada davanti a te e divertitevi”

“Pronto mamma”
“Quindicenne…”
“Volevo dirti che ho appena vomitato, ma tranquilla l’autista si è fermato appena in tempo e ho vomitato sulla strada”
“Ecco questo è consolante”
“Anche la mia amica ha vomitato, subito dopo di me”
“Non vi faranno più salire sui pullman. Ora come state?”
“Benissimo mamma, tranquilla (si ode risata)

“Pronto madre”
“Santo cielo, quindicenne”
“Volevo dirti che l’area pic nic qui in montagna è tutta bagnata e ci sono nove gradi. Ci sai consigliare un posto dove andare?”
“Tornate nella piazza del paese e cercate lì”
“Ok madre, grazie”
“Prego, figlia”

Nel giorno di tutti ma proprio tutti i Santi, la quindicenne, ha fatto una gita in montagna, con i suoi amici altrettanto quindicenni. Con il pullman, per la prima volta. Si è dovuta così districare con l’acquisto del biglietto, con il riacquisto del biglietto, perché il primo era sbagliato, con le curve di montagna, l’autista Barrichello, il suo primo vomito da viaggio verso i monti da sola, un’area pic nic vivamente sconsigliata da adulti più consapevoli, il tempo da gestire in compagnia, il freddo. Tutto questo in un luogo fermo, che in questo periodo dell’anno ha i colori appassionati degli animi chiassosi. Come l’adolescenza che non sa di estate, ma è mutevole e capricciosa come l’autunno in montagna. Così i quindicenni, ormai convinti che non fosse il quindici agosto, ma il primo novembre, hanno trovato rifugio in una taverna, previo acquisto di panini montanari.
C’erano molti “te l’avevo detto” in quello che è successo in montagna il giorno di tutti ma proprio tutti i Santi, alla quindicenne e ai suoi amici. Ma Tizianeda è convinta che con i “te l’avevo detto” non è mai cresciuto nessuno. Anzi. Tizianeda pensa che si cresce sbagliando il biglietto che ti deve portare altrove, si cresce guardando dritte le curve che ti portano in alto, si cresce anche vomitando, si cresce capendo che certe idee sono una cazzata e cercando la soluzione, si cresce allontanandosi dalla protezione preventiva dei genitori e dai loro postumi “te lo avevo detto”, che mettono solchi e distanze, che costruiscono insicurezze, che sono un dito sterile puntato ai loro errori.
Poi per tornare in città, i ragazzi e le ragazze hanno nuovamente preso il pullman. La quindicenne si è seduta vicina al conducente, ha guardato in avanti, non ha vomitato e non ha mai chiamato sua madre. A Tizianeda ha detto che si è divertita e che era molto stanca. Non sa se ritornerà ancora in montagna con il pullman, ma quella sera era sorridente e serena. E questo basta.

Tizianeda

La filosofia, l’impasto e la gatta

La quindicenne è seduta alla mia sinistra, la gatta Tàlia alla mia destra, io sono al centro in piedi. Siamo sistemate ai tre lati del tavolo della cucina. La ragazza ripete le lezioni di filosofia, io impasto farina e lievito, la gatta ci osserva e risponde solo se interrogata con il suo articolato linguaggio. Tàlia di piace Parmenide? Miao. E Anassimene? Miao. Anassimandro? Miao. Vuoi mangiare? Miao. Lo conosci Kant? Miao. Ci vuoi bene? Miao. Io continuo a impastare dentro al piatto smaltato bianco che era stato di mia nonna. Vorrei avere la stessa coerenza di pensiero di Tàlia, ma ho studiato filosofia molti anni fa, come la quindicenne, e sono perduta per sempre.
Tutto scorre, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, ciò che è è ciò che non è non è, la tartaruga riesce a trovare sempre il modo di fottere Achille, già messo male con il tallone, che non la raggiunge mai. Guardo Tàlia, per vedere se lei c’ha capito qualcosa di questa tartaruga. Tra animali, magari. Mi dice “miao”. Le rispondo: “anche io, Tàlia”, mentre sistemo le consistenze della materia. La ragazzina scorre, io non affondo mai le dita due volte nello stesso impasto, Tàlia se ne frega, come la tartaruga di Zenone che non sa neanche che sta uccidendo l’ego di Achille. Zenone che non è più, se la ride da qualche parte, Anassagora ci ha lasciato semi, di cui pare sia fatto anche il mio impasto, che forse non è quello che è, ma faccio come Tàlia. Non ci penso. Siamo una scuola filosofica noi tre. Forse stiamo svelando i segreti dell’esistenza, senza saperlo. La quindicenne ci ricorda le meraviglie e gli abissi incomprensibili della mente, io li contrasto con l’apparente permanenza della materia, che ci rassicura. Poi c’è il maestro del simposio, la gatta e il suo miaopensiero. Ci guarda, immobile e distante dal nostro dire e fare umano. Sbadiglia, si stiracchia, salta dalla sedia. La lezione è finita, o forse no. Si accomoda davanti alla sua ciotola vuota. Aspetta. Achille ancora insegue la tartaruga, il fiume scorre, i figli crescono, le mamme imbiancano, niente è come sembra, niente è come appare. Solo una certezza. L’ha incarnata in sé Tàlia, attraverso l’osservazione senza pensieri. Presto qualcuno prenderà la scatola dei croccantini e le riempirà la ciotola. Lei intanto aspetta e sa senza saperlo.

Tizianeda

La mamma vecchietta, il nosocomio e la poesia

Lunedì mattina Tizianeda ha accompagnato la mamma vecchietta in ospedale, per delle innocue analisi al reparto di genetica. Il motivo preciso di questo controllo Tizianeda non lo ricorda, benché la zia Dada, sua sorella più grande di un anno, glielo abbia spiegato più volte. Ma come le succede sovente in questo periodo, lei ha fatto “sì” con la testa e ha detto “tranquilla vado io”, confidando sulla capacità di acquisizione dei dati medici genitoriali della compita zia Dada. Così lei e la mamma vecchietta, seduta sul lato passeggeri, sono partite in macchina. La mamma vecchietta, che fa parte della sempre più nutrita schiera di detrattori della Tizianeda automobilista, per tutto il tragitto ha mostrato una certa freddezza di nervi e un consistente auto controllo. Tizianeda questo lo ha molto apprezzato. Le due parenti strette, giunte sul luogo, si sono recate nel laboratorio preposto, sotto la guida della più energica, lucida e dal passo veloce delle due: la mamma vecchietta. Poi mentre la mamma vecchietta attendeva il suo turno all’interno dell’ospedale, Tizianeda è stata mandata da un medico in un’altra ala, per reperire le provette. Il medico le ha spiegato dettagliatamente dove recarsi. Tizianeda, come le succede sovente in questo periodo, ha fatto sì con la testa e poi si è persa. Però, sempre come le succede sovente in questo periodo, ha ritrovato la retta via ed è tornata trionfante con le provette in mano dalla mamma vecchietta. La mamma vecchietta quando l’ha vista si è commossa, come il padre del figlio prodigo. Tizianeda ha abbracciato la sua mamma piccola e le ha detto di non preoccuparsi ché anche se l’avessero rapita, l’avrebbero restituita subito per sfinimento. Quando le due donne consanguinee sono entrate nella stanza, Tizianeda ha notato l’infermiera che sedici anni prima la teneva stretta tra le braccia, mentre un’anestesista poco gentile le infilavano un grosso ago nella schiena. Stava per nascere sua figlia e Tizianeda cantava per non sentire la paura delle gambe che sparivano dai sensi. Tizianeda guardando la donna nella stanza delle analisi, ha sentito un’emozione potente e l’ospedale brutto è sparito. Così ha deciso che l’ospedale non lo chiamerà più ospedale, ma “nosocomio”, che è una parola più poetica, che fa anche rima con manicomio. Ché il nostro nosocomio è anche un manicomio pieno di caos e dolore. Eppure, come può accadere in ogni istante, anche in quelle stanze brutte appaiono scorci di poesia a cui aggrapparsi. Come riesce a fare la memoria, per esempio, che ha trasformato un taglio antico sulla pancia, in una porta attraverso cui, quasi sedici anni fa, una bambina è passata.

Amiche e amici, questa domenica sarò a Roma a parlare di ciò che il libro “La medaglia del rovescio” racconta. Nella locandina troverete tutti i dettagli. Io vi aspetto amorevoli.

Tizianeda

Le attese delle madri

Aspetto sul viale che si chiama della Libertà, tre volte a settimana, per più di un’ora. Aspetto che escano, lei e la sua amica, poi torniamo a casa, quando ormai è sera. Porto il mio pc, un libro e la stanchezza di una giornata. Mi chiudo dentro la macchina, parcheggiata sotto un lampione. La macchina trema a ogni passaggio di vetture, camion, autobus. Il viale è costruito sopra una fiumara. E’ come un ponte. Però, invece di unire due sponde, ha impedito all’acqua di passare. E allora il viale vibra, con la fiumara asciutta e arrabbiata sotto, con la mia macchina sopra e con me, dentro la macchina, che aspetto. Siamo matrioske. La più piccola sono io, il cuore pulsante in attesa, a pochi metri della palestra dove la figlia impara a dare calci e pugni. Lo chiamano kick boxing e così sia.
Le madri aspettano, imparano da subito. Nove mesi tanto per incominciare, tanto per gradire. E’ un’attesa che cresce e che pesa ogni giorno di più. L’attesa è uno spazio prepotente, è il cortile di una scuola, è la fila, è un telefono che non risponde, è la notte, la porta del bagno chiusa, un corpo che non mostra più le nudità, è distanza necessaria, sono parole da cercare, silenzi da rispettare, ossa che si allungano, un pensiero che matura, l’odore del cloro, palloni che rimbalzano o rotolano su un prato, le partenze, i ritorni, lasciarli andare, sapere e non sapere.
L’attesa è come i baci dati nel sonno. Una presenza che non ingombra, la matrioska nascosta, quella piccola, la più forte che regge le altre.
Intanto aspetto sul viale che si chiama della Libertà, anche se ha impedito all’acqua di scorrere. Aspetto, mentre mia figlia impara la fatica e la forza del corpo. Aspetto, con la pazienza di Penelope, ma senza disfare tele, da ricomporre il giorno dopo. Non ne ho bisogno. Aspetto e scrivo, aspetto e leggo, oppure chiudo gli occhi e mi riposo sulla macchina che vibra e sogno fiumi liberi che scorrono.

Tizianeda

Tizianeda, il bar e il magico mondo maschio

Tizianeda, da un po’, la mattina, al ritorno dalla sua camminata davanti al mare, finita la salitona ripida della sua città, si siede a uno dei tavolini all’aperto di un bar. Lì inizia a chiacchierare con i due astanti che bevono il caffè, dopo avergli sottratto il bicchiere d’acqua ancora intonso appoggiato sul tavolino. Non le importa se è sudata, spettinata, con le scarpe da ginnastica vecchissime e comode, i pantaloncini larghi e consunti come la maglietta. Non le importa, perché si sente a suo agio, come a un incontro tra vecchi compari in una bettola puzzolente, per giocare a tre sette o a ruba mazzetto. Uno dei due tipi seduti, lei lo conosce da quando era bambina, l’altro è il migliore amico del primo. Così si accomoda e i due, le disvelano il magico mondo maschio.
“Allora aiutatemi a capire il pensiero maschio. Magari ci scrivo qualcosa” “Tizianeda non c’è molto da capire, noi maschi siamo semplici” “Già siete proprio basici” “Sveglia, pipì, cacca, lavoro, donne, sport, passioni, amici, divertirsi, dormire. Questo siamo”. Loro lo dicono.
E in queste mattine, i suoi amici basici, le hanno insegnato parole che lei disconosceva, appellativi nuovi, visioni sconosciute, tattiche, preferenze anatomiche, raccontato esperienze di vita vissuta. Il tutto corredato da esempi efficaci, esplicativi e così illuminanti che si è sentita come messa al corrente del terzo segreto di Fatima. Le hanno spiegato, con grande onestà intellettuale, anche il motivo per cui a tratti si assentano e discretamente guardano altrove, con una tecnica che Tizianeda ha ritenuto perfetta e una capacità di osservazione quasi prodigiosa, che va dal generale al particolare. Non ne possono fare a meno, le hanno spiegato. E quel bar con i tavoli all’aperto, garantisce un panorama mutevole e ricco.
Però, tra una visione e un’altra, parlano. Tizianeda gli invidia la capacità di aprire e chiudere le stanze interiori. Lei che donna, le porte interiori a volte le lascia spalancate, creando incredibili correnti d’aria.
Tizianeda parla anche se poco e loro ascoltano con pazienza e poi si raccontano con calma, portandola in una dimensione meno contorta, a tratti cialtrona, ma anche felicemente leggera e lineare.
Lei non sa, se dopo queste sedute di autocoscienza mista, riuscirà a rassegnarsi pienamente alle profonde diversità tra i generi, o a porre le giuste distanze, o a non preoccuparsi più di non poterle comprenderle con le complesse categorie mentali delle donne, o a non scoraggiarsi davanti a inevitabili incomprensioni tra mondi. Sa però che tutte le volte che potrà, si fermerà con quei due che tanto la fanno sorridere e rilassare, ma con cui riesce a parlare di cose persino serie. Sa che comprendendo, ascoltando e accogliendo, può imparare impercettibilmente una certa libertà di visione, un distacco serafico, la bellezza e la fatica di un punto di vista diverso, sebbene non sempre condivisibile. Intanto continuerà a sedersi al tavolino del bar con loro, a rubargli l’acqua, a chiacchierare e a bloccarsi suo malgrado, dinanzi alla loro visione di una bella donna, che tanto li incanta, se pure per un attimo.

Tizianeda