Posts Tagged ‘pensieri’

Le dita di mia madre

– Tizianeda mi sa che vado via.
– Dove te ne vai, mamma vecchietta?
– Sopra.
– Dalla signora Romeo?
– No, in cielo da tuo padre.
– Oh figlia, lascialo un po’ in santa pace. Dopo cinquant’anni di matrimonio, credo abbia diritto di riposarsi.
Mia madre scuote la testa, e ride. Poi le dico altre amenità e qualche sconcezza, ché tanto ormai non si arrabbia più, o mi sgrida senza convinzione, o speranza di redimermi. L’abbraccio, piano, che c’ha le ossa di gesso, anche se, quando ti stringe con le mani un braccio, ha la forza giovane. Forse il calcio è tutto nelle dita. Per il rimestio, nello spazio lungo di una vita. Per l’arte della presa, che impari sin da piccolo. Per il coraggio del lancio, per gli intrecci che sanno fare, per gli adii impressi nella memoria del tatto. Per i tagli di lama e le bruciature nell’attimo della distrazione. Perché dalle dita impari a contare, impari il ritmo sopra i ripiani. E per le carezze, e per la rabbia nei nodi del tempo, per ogni cosa riposta, o dimenticata.
Devo andare. Le dita di mia madre si allentano, fino a lasciare il braccio. Le dico ancora qualche amenità. Lei scuote la testa rassegnata. La bacio. Le dico “torno”.
Le dita non posso stringere a lungo, altrimenti lasciano segni sulla pelle. In fondo, anche questo, le sue dita lo sanno.

Tizianeda

Ancora

“Mi sento come se non avessi più le braccia”, dice mia madre.
Deve essere così che accade, quando la vita partorisce al contrario presenze consolidate nelle ore e nei gesti. Non si spezza il cuore. Quello è ostinato, continua, con il silenzio e il battito, rumoroso quando tace. Come rumorosa è l’assenza, che si è presa in pegno le braccia di mia madre, diventata figlia a noi figli.
Arriva il momento del rimestio dei ruoli. Un ribaltamento. L’immagine allo specchio esce fuori.
La prendiamo per mano quando usciamo, io e i miei fratelli. Sgraniamo le raccomandazioni delle madri. Trattenendo l’ansia, come si fa con i figli. Non aprire la porta, non uscire con la borsa, stai attenta, copriti, non affacciarti sul balcone a salutare i nipoti per strada quando fuori è freddo, mangia. Lei sorride di queste attenzioni e puntualmente, le disattende. Senza braccia, esce, prende il vento, brucia le pietanze sul fuoco acceso, ci manda a quel paese, parla, parla tanto. I vecchi hanno un bisogno affannato di parole e della nostra pazienza, per ripagare le attese. Per quella tenerezza che ancora una volta ci salva, da questo urlare che è la vita, che ci tiene stretti a un àncora, o a un ancora, come ancora è Natale, come ancora è qui e ora.

Tizianeda

Appoggiare la guancia sul palmo della mano

Il telefono che squilla. Mia figlia. La voce adulta. Mamma ti devo dire una cosa. Lei che ride. Io con lei. L’attimo di tregua atteso. Il colore in mezzo ai grigi. La lontananza che non pesa. Saperla felice. Mia madre che dice santi e madonne, per incoraggiare gesti. Mia sorella, mio fratello. Pensarli bambini. Pensarci ancora da adulti. Scherzare con la madre, osare battute. Lei che si arrabbia, ma non è vero. Ridere. La casa di ora, la casa di allora. Mio padre. Lo sposo. I suoi occhi. Mio figlio. Se lo guardo. L’acqua che sale. Distogliersi per non traboccare. Lui che cucina. Farsi domande. Rimandare le risposte. La granita di mandorle e panna. Il gelato. Lo vuoi il gelato, ripetuto più volte. Mia madre. Stare in silenzio. Dire al mare. Sognare il mare. Tutte le notti. Svegliarsi con il sale addosso. Stare. Continuare a stare. Diventare madre di figli che hanno generato. Asciugare le parole. La pioggia. L’autunno a giugno. Il tempo che gioca. Le foglie che non cadono. Però. Le foglie verdi. Il pescatore che sorride. Gli amici. Le donne che ti sanno. Gli uomini. Riconciliarsi. Forse. La bellezza delle mani. Guardarsi. Sistemare le parole. I piedi nudi sul pavimento. Sempre. Il collega che parla di Pitagora. Le tristi carte. Le tristi carte. Cercare le parole. Farsi trovare dalle parole. Nascondersi. Questa città che non riesci a voler bene. Sedersi. Aspettare. Appoggiare la guancia sul palmo della mano.

Tizianeda

Rammendi

La tarme abitano i cassetti dell’armadio e del comò. Dal tempo delle nonne, dei luoghi in penombra dell’infanzia, dei serrati bauli di lenzuola, profumati di lavanda, appesantiti dalla naftalina. Popolano l’antico, l’andato, l’appena ricordato.
Sanno il sapore di magliette, pigiami, dell’appeso nell’armadio, del piegato nei cassetti. Peggio per te mi dico. Le tarme si prevengono. Ma non con le palline, dalla consistenza di supposte, che tua madre ha sempre usato. La puzza bianca sulle vesti, che scacciavano le tarme e anche i ragazzi. Che erano meglio i buchi.
Oggi, guardo il cerchio vuoto nella maglia nera che mi piace, che potrei rammendare, ma tra le mie dita, il rammendo è peggio. Esperta in cucito ingarbugliato, faccio grumi di filo, ché a cucire non ho mai imparato, né mai cercato. Con la cassetta che risuona di rocchetti colorati. Regalo sperato e sempre disatteso. Ago e filo, tra le mie dita, seguono confuse traiettorie di imperfezione. Ed è meglio il buco, sulla maglia nera che mi piace tanto. Oppure meglio chiedere, cercare altro ago, altro filo, altre mani che sappiano consolare quel vuoto costruito dalla tarma, architetto invisibile dentro i cassetti e l’appeso nell’armadio.
E intanto esco, per comprare prodotti scaccia tarme dalle mie cose. Stupide bestiole. Ma non la naftalina dall’odore di stanze chiuse. Prendo strisce profumate, un invito con gentilezza ad andare. Poi cercherò le dita buone, manderò un messaggio, comporrò un numero di telefono. Metterò in una busta la maglia con i buchi e gliela porterò. Avrò il mio rammendo invisibile dalle mani che ho cercato. Che è bello chiedere, ogni tanto, sapere che esistono i ripara-buchi delle tarme. Poi, ricambierò con un abbraccio, un bacio, un tempo dedicato ai sorrisi. Qualche buco, così, forse, riuscirò a ripararlo anch’io, senza saperlo. L’ago e il filo che so usare.

Tizianeda

La pausa dal rumore

Ciao voi due, abitanti antichi del mio corpo. Che siete cambiati ogni giorno in quel tempo lì, dentro la mia pancia, con il suono delle cellule.
Ciao voi due, che la casa ora è fuori e ci siamo tutti dentro.
Ciao Domenico, che la voce ha un suono strano e hai quel corpo ossuto e ti dico, è troppo, mangia. Ciao, che ti allontani e a volte ti scosti dai miei gesti, come sai fare tu, con gentilezza. E so che è così che deve essere. Ciao che ho imparato l’abbraccio con destrezza. Di nascosto, in uno stringere di occhi, quando i tuoi sono altrove. Perché devi andare e l’infanzia non è per sempre, e il per sempre non esiste. Esiste qui, ora, l’attimo, il giro d’angolo, l’arrivo, l’andare, l’allontanarsi, lo scostarsi del passo, la libertà dei gesti che è indipendenza. E mi piace vederti così, nella solidità del distacco necessario, che fa respirare entrambi.
Ciao Agnese, che ti avvicini, dentro il silenzio delle donne, un attimo prima del suono che dice. Che mi chiedi, mentre esplori la vita. E ascolto i tuoi racconti che mi appoggi sui palmi delle mani. I tuoi sfoghi di voce, le tue richieste.
Ciao, che mi sveli l’affronto delle fragilità e la costruzione di una forza ricercata. Ciao che so che di un figlio non si sa mai abbastanza, come in ognuno. Una parte è rivelata, una parte è da coprire in stanze segrete. Ciao che sono qui e tutto si ferma quando ti sveli e fermo le mani e fermo i passi, entro in questo tempo concesso, in questo mondo allegro e malinconico da accogliere come un regalo.
Ciao voi due, che siete la pienezza di un sentire che non so dire. Che può sbriciolarsi il mondo dentro e fuori di me, può sbriciolarsi, eppure rimane il nucleo, la solidità di madre che voi nutrite senza saperlo.
Ciao che siete belli e faticosi, ma neanche troppo, la fatica normale dell’attenzione. Che siete l’attimo silenzioso del battito, quanto tutto è fermo. La pausa dal rumore.

Tizianeda

Pensieri spettinati

Ti muovi ossuto per la casa, i capelli spettinati proprio come i miei. L’anarchia è concentrata in miriade di ciuffi castani. La tua voce sta sprofondando, a ricordarmi che la vita è un continuo mutare di ere. Il tuo sguardo è altrove, concentrato in pensieri che a volte dici all’improvviso, a rivelarmi storie di pianeti e universi. Non le lasci più sui fogli bianchi, come quando eri bambino e ti disegnavi volante in mezzo a stelle lune e lontananze siderali. Fai ricerche solitarie, senza dire. Vorrei abbracciarti più spesso, per la mia attitudine al tocco dei corpi amati e per il trasporto che sento. Non lo faccio per non invadere spazi di pudore. Ieri tu lo hai fatto, all’improvviso, senza dire. Mi hai abbracciata sostando, sostandomi, sostenendomi. Ti ho lasciato fare senza dire, ricambiandoti. L’abbraccio non è un fare solitario. Poi sei andato via, come se nulla fosse successo, senza dare importanza alla potenza del gesto. Sei un ragazzo gentile. Le professoresse si beano dei tuoi vorrei, potrei, gentilmente, per favore, del tuo linguaggio da vecchio Lord inglese, abituato a caminetti e pipe e costruito chissà in quale tempo. Le ragazzine ti sorridono, per la tua assenza di aggressività e sbruffonaggine. A me questo piace. Voglio pensare e credere che sarai sempre così, un uomo gentile che ama e rispetta e rifiuta ogni stereotipo ottuso sui ruoli. Voglio pensare e credere che non ti farai contaminare da pensieri distorti e che la tua solidità delicata di adesso, ti farà schierare dentro ogni battaglia di libertà e amore, accanto ad altri uomini, accanto alle donne, di cui saprai percepire e rispettare il complesso sentire.

Tizianeda

Se dici

Se dici sedici, dici Agnese. Sedici, che dentro ci sei cascata con un balzo e non so quando e non sai come. Sedici con la possibilità del se e la forza del dire.
La vita ci supera Agnese, tu sei nata per correre con lei. Se ti viene l’affanno, allenati. Rafforza il cuore, rafforza la schiena e i piedi, rafforza gli occhi, rafforza le parole, ridi, salta, cadi, rialzati, ascolta le ore. Non fare per la fretta di qualcun altro. Stai a terra se ti va, toccala la terra, tocca il tuo fondo, resta indietro, osserva, impara. Guarda gli occhi del pozzo, sbaraglia la tristezza, chiedi al tuo io fedele di sostenerti, riconosci gli inganni. Non farti incantare dall’amarezza. Guarda fuori e non ti impantanare nel dentro. Senti la tenerezza, ascolta il respiro del mondo. Trova l’antidoto se i pensieri si avvelenano. Tieni accesa la luce, spegnila se è del buio che hai bisogno. La differenza di toni la crei tu, non un interruttore. Siediti, cammina, apparecchia la tavola a te stessa, mangia, scrivi lettere d’amore, non scappare dalla pioggia, viaggia, sali sui treni, arrabbiati, riempi i fogli dei tuoi pensieri, scatta fotografie, scopri parole nuove, usale per dirti l’indicibile. Porta abbracci, la morbidezza di ogni tempo amante e amato. E’ tutto dentro di te, non renderti estranea, riconosciti davanti allo specchio, balla, non vergognarti, senti il tuo pudore, suda, ascolta il battito di ogni incontro, guardalo dentro gli occhi, innamorati dei tuoi passi. Rivelati al corpo, senza fretta, poco a poco. Bussa alla tua porta, se non ti rispondi insisti, scegli con cura gli amici e gli affetti, non tradirli, non tradirti, ascoltati, sbaraglia i pensieri ottusi, impara a sciogliere i nodi, ma prima ancora a farne di forti, abitati ovunque deciderai di andare. Sei libera, non avere paura, continua ad avere il coraggio di adesso, e l’entusiasmo di questo tempo fresco. Se la paura ti porterà dentro stanze chiuse, graffia i muri se necessario, sfonda le porta a spallate, il tuo corpo è possente. Se dici Agnese, riconosci il tuo nome, solo tu puoi sapere perché ridi e perché piangi, perché stai in silenzio, perché avanzi stando ferma e quando stai ferma perché lo fai. Corri più forte della vita. Se dici Agnese, dici amore.
Auguri spinosa e morbida ragazza, auguri Agnese, donna a me assai bella.

Tizianeda

Sii dolce con noi, sii gentile

Ciao, sei arrivato finalmente. Un’attesa di un anno. Gestazione di 12 mesi, come i cavalli. Duemiladiciassette ti ha partorito, scomparendo dentro di te. Fa cose strane il tempo che scorre. Una magia bizzarra. Non credi? La madre si perde nel figlio e il figlio nasce più vecchio della madre. Non poteva che succedere allo scoccare della mezzanotte, questa magia. Accadono eventi strani nell’ora di mezzo del buio. Finiscono gli inganni delle fate, Cenerentola perde una sola scarpa per paura e vergogna, la carrozza ritorna zucca, gli stracci si riprendono il vestito della festa, la verità delle cose si rivela, e salutiamo l’anno che muore di parto, abbracciandoci come sopravvissuti, riempiendoci di baci, tenendoci stretti tra l’addio e il benvenuto, tra il sollievo e il bisogno di inizio, tra finalmente e speriamo. E’ bello il tuo nome, sai. Il finale sa di infinito e di possibilità. Sembri simpatico. Sii gentile anche, concedici le tregue che non abbiamo ancora avuto, concedici le rese che non ci siamo regalati e le consolazioni, nonostante i pezzi perduti nei giorni chiusi come porte alle nostre spalle. Concedici la clemenza e l’accoglienza e se non le sappiamo, dacci incontri e occasioni che ci dicano come si fa. Dacci specchi che non ci ingannino e strade senza troppi trabocchetti ed enigmi irrisolvibili. Sii gentile, ché la gentilezza è come gli uomini che sanno fare il bucato e cucinare. La gentilezza è sexy. Facci diventare sexy, perché il cinismo ha stufato nel suo sembrare così alla moda. Facci essere fuori moda, come vecchie signore naif. Lasciaci aprire ai paesaggi.
Fai come le madri che guardano i figli dormire, mentre scompaiono nella visione di innocenza. E non importa l’età dei figli e delle madri. E’ sempre lo stesso vedere. Guardaci dormire e sii dolce con noi, sii gentile. In fondo, è breve il tempo che ti resta*.

*Mariangela Gualtieri (semi cit.)

Tizianeda

Le bambine corrono sui tetti

Corrono di notte sopra i tetti delle case. Fanno capriole, ridono spettinate e scalze. A volte si fermano, guardano il lato occulto della luna, ma giusto un po’, per non affondare in cupe malinconie. Sentono il loro respiro adulto. E’ della donna che sono diventate, che dorme sotto il tetto. A volte la chiamano quando si inceppano, perché si prenda cura di loro. A volte chiamandone una accorrono tutte le altre. Si mettono in ascolto, tendono le mani. Corrono le bambine di notte sopra i tetti, mentre le donne che sono diventate sognano dentro respiri stanchi. Corrono, sono come il vento, sono il silenzio della notte che cattura i rumori del buio. Corrono per farsi guardare dagli occhi nascosti della luna e dalle foglie che si rinnovano a ogni stagione e fremono non viste. Corrono per farsi guardare dalle code dei gatti, dalle civette tra gli alberi, dalle scope delle streghe, dalla musica in fuga dalle case, dalle luci accese delle stanze, dai voli degli insetti, dai gesti ripetuti, dalle briciole di pane, dal vino, da presente, dal futuro. Corrono lasciandosi alle spalle quello che sarà, le linee storte, le voci dissonanti, quel momento che, quell’attimo in cui. Corrono per ogni minuto irrigidito, così manipolarlo e comporne un’armonia. Le bambine corrono sui tetti, fanno le capriole, si fanno prendere dal vento, si lasciano posare fiduciose. Sbirciano le vite, con occhi affamati. Guardano dormire la donna che sono diventate, le bisbigliano parole dentro le orecchie, le soffiano sul collo, le prendono la mano, la baciano nel sonno. Le bambine che corrono sui tetti a volte si fermano, stanno in attesa della donna che sono diventate, quella che dorme qualche piano più giù. E quando quel richiamo tacito la sveglia, allora anche lei sale sui tetti. Si siede accanto alla bambina, contemplano in silenzio la notte, pensando che in fondo, da quell’altezza lì, il buio non fa poi così paura.

Questo post è dedicato a una bambina, al nuovo taglio di capelli che l’ha resa torva, alla donna speciale che diventerà anche grazie ai tagli sbagliati, all’arte di riderci sopra che imparerà.

Tizianeda

E’ tutto qui

“Tizianda, ma poi il libro lo avevi trovato!”
“No, signora T., purtroppo no”
“E invece ero convinta di sì, perché era sul tuo comodino”
“Ma proprio quello mio? Quello con la dedica ai miei figli?”
“Sì proprio quello”
“Grazie che sollievo. Se penso che avevo guardato anche lì e non lo avevo visto…”

Tizianeda in questi giorni era convinta di avere perduto il suo libro “La medaglia del rovescio”, quello che è tutto usato, piegato, sottolineato, che dentro ha fogli di riviste con ricette mai cucinate, anche se non ricorda perché siano lì, quello unico con la dedica ai suoi figli. Si sentiva un po’ smarrita, perché ormai con Libro, che è diventato un entità dotata di sua vita e personalità, lei ha un rapporto simbiotico e amorevole. E’ il libro che porta con lei quando va in giro a parlarne, è il suo amuleto nei momenti di tempesta e lontananza, che le racconta una parte intima di sé che a volte dimentica, presa dai deliri dell’esistenza.
Eppure lui era lì, sul suo comodino abitato da molte presenze e non lo aveva visto, cercandolo nei posti più strani della casa. Era lì per i suoi occhi, che invece lo hanno attraversato come un fantasma. E Tizianeda ha pensato a quante volte cerchiamo chissà dove ciò che crediamo di avere perduto per sempre, o smarrito e non ci accorgiamo che è stato sempre vicino a noi, tra i nostri luoghi abitati e familiari. Non vediamo, per chissà quale strano meccanismo del nostro sentire, che offusca e cancella, o distrae anche l’evidente. Succede anche con ciò che materiale non è. Succede con i gesti, con le parole, con le visioni di bellezza, con la felicità. Succede che non cerchiamo dove dovremmo, o non ci soffermiamo dove potremmo. Succede che ricerchiamo altrove quello che è qui e ora. Non è sempre così, ci sono anche gli altrove da raggiungere con il loro apparire sorprendente. Che poi, a pensarci sono degli altri qui e ora da riconoscere, quando arrivano.
Quindi, il suo trofeo della felicità era lì, tacito e presente, mentre lei si struggeva pensandolo perduto. Era lì con la dedica unica ai suoi figli, che anche se, ingrati, non lo hanno letto, con la scusa del “sappiamo già tutto, mamma”, continuano a essere la sua medaglia, il suo rovescio, vero senso della parola amore.

Epilogo delirante

“Però, Libro, quando hai visto che ti cercavo potevi chiamarmi, dirmi per esempio: ehilà sono sotto tutti gli altri”
“Tizianeda, ma sei pazza, come facevo a dirti tutto questo, sono ancora troppo piccolo. E poi eri tu che dovevi vedermi. Io ci sono sempre stato”
“Ho capito. Devo trarne un profondo insegnamento da tutto questo. Cosa, dunque?”
“E’ semplicissimo. Devi essere meno rincoglionita, Tizianeda”
“E’ tutto qui?”
“E’ tutto qui”

Tizianeda