Con le mani in tasca

Bello, sei bello con le mani sempre in tasca, che giri per casa e ti guardo, di nascosto, anche se a volte te ne accorgi e ti giri e mi dici “che c’è?” e io “niente” e ci sorridiamo e poi torniamo ognuno alle nostre cose. Un attimo innamorato, che ricompone le nostre esistenze provvisorie. E io a darmi strane spiegazioni al tuo improvviso modo di stare e muoverti, così scanzonato e indifferente. Ci ho ricamato sopra un’interpretazione autentica, un trattato sulla crescita, sulla complessità della natura maschile, quando complesse e non interpretabili finiamo per essere sempre noi. Ma non è colpa nostra se questo corpo di donna è un meccanismo ciclico ed ellittico difficile da disegnare e voi siete una linea retta sulla quale rotoliamo sopra. E te l’ho chiesto, undicenne, perché cammini sempre con quelle mani in tasca, che mi fai impazzire gli occhi. Ed ero certa, ero certa che nella tua risposta avrei scoperto il mistero di tutti gli uomini, che da un po’ osservo da lontano come una studiosa, per scoprire anche parti di me sempre ignorate. E tu, mio amore, che ti allontani con le mani in tasca, hai sorriso, come sai fare. “Che domanda è questa, mamma”, mi hai detto. “Rispondimi” ti ho detto seria, come fossi sulla soglia di una scoperta nuova, di quelle rivoluzionarie che ribaltano i dogmi precedenti.
“La risposta è semplice, mamma”, hai detto senza fretta, con bellezza. E’ così che ci fregate. Questa tenerezza. Mi hai guardata come si guarda un essere stano e poi hai risposto, indifferente ai dogmi che ho la presunzione di ribaltare: “cammino così, perché ho le mani fredde”.
E poi sei andato via. Con le mani in tasca, lentamente, tranquillo, semplicemente.

Tizianeda

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