Io qui nella sala di ingresso da cui si accede alla piscina, mentre lei, la quasi dodicenne si muove immersa nell’ azzurro tiepido, inzuppato di cloro. Come sempre mi accomodo nella mia postazione, l’unica con tavolino annesso, rifilato in un angolo anonimo. Appoggio il mio pc e mi siedo con la musica nelle orecchie. Sono la mamma con il computer che non socializza con nessuno. Inalo cloro, mi illudo che così l’ispirazione arrivi meglio e prima. E’ pieno di padri la piscina, con il compito dell’accudimento. Bello. Provo un piacere riposante nel vederli concitati come mamme stressate. Io invece aspetto. La ragazzina attraversa il tempo di mezzo in cui l’autonomia diventa, ogni giorno di più, una realtà consolatoria.
Oggi l’ispirazione non arriva, accidenti. Forse non c’è abbastanza cloro nell’etere. La stanchezza non aiuta, fa distrarre. Ho una montagna di carte che mi aspettano nello studio di avvocata, nel quale approderò dopo, senza entusiasmo.
Penso e mi distraggo. Guardo le persone che passano e aspettano.
Penso. Al libro che ho finito di leggere con dentro la vita di una donna straordinaria della quale è impossibile non innamorarsi.
Penso che giorno 21 la ragazzina non sarà più undicenne. Vorrei scriverle un post, di quelli che vengono da dentro dentrissimo.
Penso all’ottenne, al suo giudizio in pagella, che leggo e rileggo. Le maestre lo hanno dipinto nella sua essenza. Loro lo vedono. Le maestre della scuola pubblica.
Penso a un cerchio che si è chiuso. O forse non era un cerchio ma solo un tratto della linea retta sulla quale mi trovo. La corda che sostiene la mia vita. Un tratto faticoso, prezioso, difficile, importante, vero che ho concluso tra lacrime felici e abbracci. Penso alla distanza e alla lontananza e sorrido finalmente.
Penso ai calzini spaiati nei cassetti, abitanti dei 90 mq. La dodicenne li indossa a volte. Così, perché le piace. Anche la sua mamma. A volte. Anche lei ama i calzini spaiati nella loro sfrontata incompletezza.
Penso ai momenti di silenzio che non sempre trovo.
Penso ai pensieri e penso che penso troppo a volte.
Penso alla mia città addolorata.
Penso a un’amica che mi ha spiegato cosa è la vita quando il corpo diventa debole per la malattia. E la penso, e la penso. Tutti i giorni.
Penso agli abbracci e ai baci di cui non posso fare a meno. Da dare e da ricevere.
Penso alla follia che sana e salva e alla leggerezza e alla cialtrona allegria antidoto allo smarrimento.
E penso, penso e penso.
E penso anche che questo post è davvero troppo lungo. E quindi non vi tedio più.
Baci abbracci e pensieri belli a tutti voi.
Tizianeda
– “Dai non ti lamentare che sei stanco, stiamo tornando a casa, e poi guarda che bello, camminiamo abbracciati come due innamorati”
“Allora dovevamo farlo il giorno di San Valentino, mamma”
“Dici, ottenne? Hai ragione dovevamo farlo anche a San Valentino…”.
– “Ma Tony puoi arrabbiarti così, che poi ti senti male? Quattro storti sono” (dicesi “storto”, colui che ignora di avere una massa celebrale offerta in dotazione dalla natura, e le grandiosi possibilità che ne derivano da un suo uso appropriato). “Mi hanno inssultato quei dissgraziati…” “Ciao cosa succede?” “Alcuni ragazzi in macchina lo hanno ingiuriato e mi sono fermato perché si stava sentendo male per quanto urlava” “Infatti passeggiavo con il mio ottenne e abbiamo sentito gridare” “Ma si può essere così…tutto bene ora Tony?” “Ssì, io non ssono più giovane e mi ssento male” “Lasciali perdere, te l’ho detto, storti sono… posso andare ora, stai bene, sicuro?”…
Tony, è un signore conosciuto da tutta la città sbilenca. Ha capelli spettinati e tanti a circondare la faccia come un’aureola, l’aureola dei santi di strada. Ha gli occhi che sembrano lontani dietro le lenti opache e impolverate, ha un cappotto grigio e consunto, la sua divisa invernale da più di quarant’anni forse e un sorriso sostenuto da pochi denti superstiti, che gli fanno pronunciare le “s” come un bambino. Punti collegati che ti raccontano un modo altro di stare al mondo. La città lo ama e lo accoglie restituendogli i sorrisi che regala a tutti. E poi ci sono gli “storti”, che ingiuriandolo, gli provocano un dolore rabbioso da qualche parte. Un’occasione irrinunciabile, per divertire la loro brutale superficialità.
– “Mamma quei ragazzi sono stati cattivi, dovrebbero andare in carcere” “No ottenne, avrebbero bisogno di qualcuno che gli raccontasse la gentilezza e che gli facesse capire che certi gesti hanno conseguenze sulle persone, che le fanno soffrire. Forse nessuno gliel’ha insegnato”
“Mamma, io sono gentile vero?” “Sì tesoro tu sei un ragazzino molto gentile…anche il signore che si è fermato per consolare Tony è gentile. Hai visto che sguardo buono che aveva e come era addolorato? Il mondo è pieno di persone così, per fortuna. Anche noi dobbiamo essere così”
“Sì mamma…”
“E’ stato bello passeggiare abbracciati”
“….”
Tizianeda
Lui, l’ottenne, alla bambina M. – quella che con le ciglia lunghe lunghe che sembrano truccate, e che con un modo lieve di sorridere e muoversi ha conquistato il suo sguardo meravigliato – regalerà un lecca lecca a forma di cuore. Alle sue amiche scriverà una lettera, una per ciascuna, così come al suo amico G.
Lei, la quasi dodicenne, mostrerà tranquilla noncuranza, come se certe stupiderie leziose non la riguardassero. Come se l’esplosione della pre-adolescenza con i suoi effetti collaterali le conferissero una forza indifferente, una barriera magnetica, una strafottenza rassicurante. Come se, appunto.
Lo Sposo Errante, terrà tra le braccia il suo fidanzato basso elettrico supersonico, guarderà estasiato il complesso albero genealogico che ha ricostruito con cura e amore, ascolterà su vinile Joni Mitchel e altre meraviglie musicali, con cui in questi anni ha cercato di educare le orecchie analfabete e grezze dei tre quarti della famigliola. Dirà qualcosa di carino a Tizianeda, che forse lei dissacrerà perché in certi momenti le scatta in automatico, come l’ora legale, la cretineria adolescenziale. O forse no, lei non dirà nulla e sorriderà felice, perché quest’anno si sente più ispirata, romantica, fragile, forte, accogliente, divertita e cresciuta, libera e liberata e non avrà bisogno di scudi protettivi della sua vulnerabilità.
E Tizianeda, insomma io, che mi sento così, quest’anno, manderò baci e pensieri alle persone che – ognuno con il suo modo speciale di stare ed essere – hanno riempito di bellezza e gratitudine la mia vita. E continuerò a farlo anche quando il giorno di San Valentino sarà stato soppiantato dai minuti le ore e i giorni che seguiranno. Perché è bello trovare nelle persone che ami un motivo in più per proseguire.
Un bel bacio a tutti voi.
Tizianeda
“Ottenne, basta, in un’ora lo avrai fatto almeno 10 volte”
“Mamma, ma io mi sento malissimo…”
“Sì, ma la febbre non cambia ogni due minuti. Se non la smetti di misuratela nascondo il termometro”
“Ohi ohi…sto malissimo…senti la fronte quanto è calda…”
“Hai solo 37 e mezzo di temperatura. Non è alta…posa il termometro”
“Ho un mal di testa fortissimo e mi fa male la pancia…che dolore…ho bisogno di altri fazzoletti, ho il raffreddore più potente del mondo…”
“Li stai spargendo ovunque…aspetta ora prendo la sciarpa di lana arancione e te l’avvolgo attorno alla testa. Con me funziona”.
Poiché “La legge di Murphy” è sempre in agguato, ai due giorni spensierati vissuti da Tizianeda nella città di Roma, è succeduta l’apocalisse nella forma di un ottenne influenzato, accessoriato di raffreddore, febbre, mal di pancia e mal di testa. Eventi che rientrerebbero nella normalità della stagione invernale, se non fosse per l’approccio emotivo della vittima, agli attacchi virali.
Così i 90 mq si sono riempirti di fazzoletti umidi, il cui contenuto sacro è stato esibito come le reliquie di un santo ai fedeli e per tre giorni il maschio piccolo di casa, si è abbandonato a struggenti lamenti, che hanno destabilizzato la quiete della famigliola. Per alleviare i dolori di testa, Tizianeda ha inoltre avvolto il capo dell’ottenne in una calda e arancione sciarpa di lana, trasformando la sua testa, che sporgeva appena dal piumone, in quella di un colorato fachiro, il cui kit di sopravvivenza includeva una ciotola raccogli-vomito, perché non si sa mai.
Così il fine settimana dei quattro è scorso tra abbandono fraudolento di fazzoletti, dolori addominali, mal di testa e lamenti teatrali che al confronto, i canti dei cori greci sembrano barzellette cialtrone.
Tizianeda
La felicità è la bellezza che ti entra dentro gli occhi, dal finestrino di un aereo che decolla. E’ il mare placido, un foglio ruvido color carta da zucchero. E’ la prospettiva sbilenca, sono le nuvole sparpagliate e appoggiate sul dipinto in movimento, che se non fossi lì con il cuore accelerato, non potresti vedere. Così la paura si fa piccola e innocua, quasi simpatica.
La felicità sono i tuoi passi placidi senza la compagnia di nessuno. Sola a muoverti dentro una città grande grande, dalla bellezza troppa. E’ la distanza che senti di poter finalmente abitare, i pensieri fluidi e quel sorriso che proprio non riesci a levarti dalla faccia. E pazienza se domani le rughe attorno agli occhi saranno più profonde. E’ la lontananza che vivi come una rivelazione, come un bel posto dove rifugiarsi, a volte. E’ la improvvisa percezione che il tempo è un vento che ha smesso di soffiare troppo forte. Ecco, tutto questo è la felicità.
La felicità sono tre M e una I, che casa loro, quando approdi in quella città dalla bellezza sfacciata, è da ormai quindici anni anche casa tua. Da quanto la nipote M., aveva otto anni. Da quando la nipote I, era una promessa dentro il liquido primordiale della sua mamma. Da quando hai conosciuto la sorella dello Sposo Errante e suo marito, oggi zia M e zio M. La felicità è questa casa appoggiata sulla città di Roma.
La felicità è il primo pomeriggio, arresa tra i cuscini di un divano bianco. E’ leggere oziosa e in silenzio con la compagnia lieve della nipote I. “ Zia studio in questa stanza, così stiamo insieme”. Un silenzio perfetto e presente. Sì la felicità è anche questo.
La felicità è la mattina dopo con tua nipote M., che ti regala al ritmo di racconti e parole, pezzi della sua vita di studentessa universitaria, la sua sensibilità unica, il suo sguardo aperto al mondo, i progetti fuori dall’Italia, dove essere giovani è un valore da proteggere e considerare.
La felicità è seguire solo i propri ritmi come quando viaggiavi ed eri ragazza. Nel tempo in cui le soste pipì, cacca, i sono stanco, ho fame, ho sonno, quando ce ne andiamo, mi sto annoiando, non rientravano tra le priorità della tua vita. Sì la felicità vuole anche questo, ogni tanto.
La felicità è tornare a casa, dopo due giorni in quella città tanta. Trovare i due minori ancora svegli – “bambini non dormite è tardi” “vi aspettavamo mamma” – spalmati tra le lenzuola e i cuscini del lettone, che non hai il coraggio e il cuore ti imporgli i loro letti. Addormentarti felice insieme a loro, anche se sai che in due giorni come questi, ogni tanto vorresti ritornarci.
Tizianeda
“Ah sei qui…ti apro il cancello così entri con la macchina”
“Ehm…a dire il vero sono qui fuori davanti al cancello, ma l’auto non parte più ed esce fumo dal motore. C’è anche un bel po’ di puzza di bruciato…però che fortuna almeno sono arrivata!”.
A volte la domenica pomeriggio, Tizianeda attraversa tutta la città con la vettura che sferraglia e cerca di resistere alle intemperie del tempo e alla distratta gestione della guidatrice, per andare dalla sua amica tutta bella MGL. Lo fa per compiere i suoi esercizi di lontananza di cui forse un giorno vi parlerò, perché avere una meta rassicurante è come un bel premio e perché la sua amica tutta bella MGL, ogni domenica prepara torte e dolcetti, che accompagnati al caffè o al tè sono un toccasana per l’umore, l’anima e il bisogno di affrontare il lunedì con maggiore ottimismo.
E mentre Tizianeda guardava il cofano della macchina sputacchiare fumo, come il vulcano dall’altra parte del mare, il marito di MGL, spostava l’automobile ferma come un monolite molesto, la introduceva al di là del cancello e poneva a Tizianeda una elementare domanda: “Ma c’è l’acqua nel radiatore?”, causando probabilmente nel volto di Tizianeda la stessa espressione di un alunno asino, dinanzi alla scoperta dell’insegnante sulla sua ennesima impreparazione.
Prima di risolvere l’arcano, Tizianeda è entrata in casa di MGL, si è goduta il suo momento di tè e biscotti che nessuna autovettura in crisi di identità aveva il diritto di rovinare, si è riconciliata con l’universo, il suo karma e le avversità quotidiane. Poi è ritornata dall’oggetto sferragliante, il marito della sua amica tutta bella MGM, ha scientificamente accertato che il radiatore era più asciutto di un maratoneta disidratato, e dopo averla dissetata, l’auto è ripartita, come se nulla fosse successo.
Ora può anche arrivare il lunedì.
Tizianeda
“Ma come fai a fare tutte queste cose…i bambini, il lavoro, il blog, gli articoli sul giornale on-line, riesci anche ogni tanto a ritagliarti degli spazi tuoi…come fai?”
“Disciplina. Rigida disciplina. Perché altrimenti, è vero, non riuscirei…non perdo tempo, mi prefiggo obbiettivi, stabilisco gli orari, anche per smanettare sul cellulare, non mi perdo in inutili e improduttivi pensieri, faccio check-list. Perché vedi se uno vuole, il tempo per fare tante cose lo trova. Basta essere organizzati…”.
Quando Tizianeda ha proferito a sua sorella la zia Dada tali solenni parole, non era né sotto l’effetto di stimolazioni allucinogene, né in uno stato di torpore soporifero e neanche affetta da un’amnesia temporanea. Probabilmente per un misterioso processo della mente, un altro io nascosto, quello equilibrato, organizzato, composto, lucido, sempre presente a se stesso, votato al sacro altare dell’efficienza, e inspiegabilmente relegato nelle retrovie dell’oblio, stava parlando per lei.
Perché Tizianeda -che non crede di essere disciplinata, metodica, portata a una gestione schematica del tempo – cerca di tenere compatte la sua e le altre vite che le ruotano attorno, con fatica, a volte con affanno e a volte con un po’ di allegra incoscienza. Perde tempo a pensare, ragionare, leggere quello che le capita sotto gli occhi, chiacchierare, si fa sedurre dal suo aggeggio elettronico e dai vertiginosi molteplici mondi che lì dentro trova, dalle conversazioni on-line, dai social.
E in realtà non pensa affatto di riuscire a fare tante cose, come crede la sua amata sorella. Perché se potesse, farebbe molto di più per soddisfare la sua fantasia iperattiva, il suo bisogno a intermittenza di fuga o semplicemente la voglia di vedere con gli occhi e percepire con tutti i sensi quello che ha soltanto immaginato.
P.S: “In una manciata di secondi fu purezza in movimento, e ogni cosa gli divenne possibile. Era al tempo stesso dentro e fuori il proprio corpo, abbandonato all’aria e a quanto ciò significava: niente futuro, niente passato, e questo conferiva alla camminata una sfacciata disinvoltura”.
Attraverso lo sguardo del signore scrittore e autore di queste righe, Colum McCann, che ormai amo di un amore assoluto e grato, ho toccato la storia di Philippe Petit, un funambolo, che nel 1974, il 7agosto, ha passeggiato con grazia su un cavo teso fra le torri del World Trade Center. Quelle che non ci sono più.
Ecco, tra le tante cose che vorrei fare, c’è l’incursione nella vita del funambolo, così farmi adottare da lui per un po’, chiedergli di insegnarmi a camminare – lungo tutte le corde tese e sospese nel vuoto e nel tempo che scorre – con sfacciata disinvoltura.
Un saluto allegro, disinvolto e sfacciato.
Tizianeda
Inquietudine notturna:
“Santo cielo ottenne…mi fai venire un infarto! Da quanto tempo sei così in piedi a un centimetro dalla mia faccia? E’ notte fonda… Vieni sotto le coperte e smettila di guardarmi in quel modo…”
“Non ti volevo disturbare mamma…”
“Sei più inquietante delle gemelle di Shining”
“Come mamma?”
“Niente tesoro, lascia perdere, dormi”
Primi pensieri del risveglio:
“Mamma ieri sera alla festa di compleanno della mia compagna, la bambina M. era bellissima. Aveva una gonna a fiori e una camicetta…era bellissima”.
All’uscita della scuola:
“Mamma sono disperato. La bambina M., mi ha detto che vuole che rimaniamo amici…e basta!!”
L’agitazione notturna e le esternazioni mattutine, nascondevano la determinazione del maschio piccolo di casa, a chiedere alla bambina M – quella che ha le ciglia lunghe lunghe che sembrano truccate e che da ormai due anni all’ottenne suscita sentimenti contemplativi e aritmie cardiache– di convertire la loro amicizia in qualcosa di unico ed esclusivo.
La bambina M. – che oltre ad avere le ciglia lunghe lunghe e così nere da sembrare truccate, è anche dotata di una timida dolcezza – a un secco no, forse per istinto femminile innato, ha preferito un più diplomatico “restiamo amici”, affermazione perentoria che risiede nella memoria storica di quasi tutti noi, nonostante molteplici tentativi di rimozione.
La diplomazia della bambina M. tuttavia, per l’ottenne ha avuto lo stesso effetto doloroso di una nota della maestra o di una punizione che prevede il sequestro dei video giochi.
E quando c’è un cuore infranto parte la maratona delle consolazioni.
Così sua sorella, notoriamente pragmatica gli ha detto: “Cambierà idea”.
Suo padre, che ha esplorato la terra ardua e perigliosa della timidezza: “hai comunque avuto il coraggio di chiederglielo. Bravo!”
Il suo amico del cuore G., opposto e completamento dell’ottenne, che non si perderebbe d’animo neanche dinanzi a un’invasione di draghi sputafuoco, che probabilmente troverebbe fighissima: “non ti preoccupare ti presento la mia amica”, di cui pare sia innamorato anche lui. Ma si sa che l’amicizia tra maschi comprende spesso la condivisione estrema (qui ci sarebbe da scrivere un trattato femminista, ma Tizianeda, in questo caso, a dispetto della coerenza, non ha avuto nulla da ridire).
E infine la madre dell’ottenne, sempre obbiettiva anche quando a essere coinvolti sono i suoi figli. Sempre sagace, capace di trovare le parole esatte, consolatorie ma misurate, che rifugge dal ruolo di madre chioccia iper-protettiva, sempre a favore della libertà di scelta, soddisfatta dinanzi a figure femminili così decise, che certo non perderebbe la lucidità di pensiero dinanzi agli occhi dalla bellezza scura di quel bambino ossuto, insomma infine la madre ha detto…
…Non ve lo posso dire cosa ha detto. Non sono stata autorizzata.
Un saluto allegro a tutti.
Tizianeda
Ciao. Siamo un po’ più uguali adesso? E adesso, tu adesso, sei più luna e meno sole? O non è cambiato niente in fondo. O da qui, da questo attimo preciso in cui ti guardo, sei acqua che scorre e si allontana? Sei mare o terra? O sei semplicemente tutto? Sei cerchio che si scompone e ricompone ritracciando le stesse orme? Le tue, le mie, quelle di mia madre e di mia nonna, fino all’origine della vita? Sei calore e luce, sei di più, sempre di più? Sei ora come le stagioni, come le cose che ritornano? Sei una danza ellittica come quella della terra che si strugge per il sole, seducendolo? E’ cambiato lo sguardo nell’stante del tuo big bang? E’ più triste, il tuo sguardo, cosa vedi adesso? Lo senti il silenzio che ti scorre dentro? Lo puoi toccare il silenzio? Ti attraversa al ritmo del cuore e del ventre? L’universo si è spostato, forse. Impercettibilmente per tutti. Non per noi. Non per me. Sei più lontana o più vicina? Mi guardi. Sono stata la tua porta di ingresso al mondo. Una ferita aperta.
“Oh… che gran rottura di scatole…”. Non ho saputo dirti altro. Parole maldestre, sussurrate per le stanze. Non ti ho consegnato le risposte, che non mi hai cercato. Forse la risposta sei tu, qui e ora, nel tuo corpo che cambia. La risposta è questo mistero arcano che ci è stato consegnato senza chiederlo, di cui siamo padrone solide e sacerdotesse silenti.
Siamo un po’ più uguali adesso, ragazzina?
Tizianeda
“Mamma, il ragazzino della scuola di Inglese ha detto, se un sabato di questi, facciamo una passeggiata sul Corso insieme…sai è bravissimo a scuola…”
Santo cielo!
“Ehm…sì…vediamo…ne parlo con papà, undicenne”.
Perché quando il gioco si fa duro, e tu sei una madre che affronta l’adolescenza, con lo stesso approccio emotivo di un neofita degli sci piazzato in cima ad una “pista nera”, tiri fuori dal tuo arsenale personale, l’arma segreta: il padre. Utilissima per prendere tempo, in attesa che la tua vigliaccheria e impreparazione lascino il campo a un equilibrato e sereno approccio dinanzi ai cambiamenti epocali della prole. In attesa che la somatizzazione cosmica che minaccia il tuo stomaco attorcigliato, la smetta di ingarbugliare i pensieri. E anche in attesa che tu smetta di chiederti, perché hai avuto la ventura di abitare in una città del sud suddissimo, dove l’inverno, quello vero, non arriva mai, con conseguente possibilità, per le orde di adolescenti iperattivi , di passeggiare il sabato pomeriggio, sulla lunghissima via principale.
In ogni caso la ormai quasi dodicenne è in attesa di risposte. Intanto Tizianeda osserva la sua freschezza innocente, il suo modo lieve di scoprire la vita, l’entusiasmo di un’età che non tornerà più, il suo corpo che cambia, il suo sguardo da ragazza sulle giornate che le si muovono attorno e vibrano e sono un richiamo allegro, la sua emotività senza le strutture pesanti degli adulti… e il mal di pancia ritorna.
Tizianeda