Ott
La mattina, dopo aver salutato la undicenne e il settenne inghiottiti dalle scale pubbliche della scuola, va verso il mare che tocca la sua città, come un amante a volte timido, a volte ardito e passionale, a volte rabbioso. Fa sempre la stessa strada, percorre le stesse vie che scendono giù. La sua fedele processione solitaria e geometrica. Poi arriva su una terrazza che è di tutti e sembra non finire mai, e si chiama Lungomare Falcomatà. Ed è come un balcone aperto di una reggia sospesa tra il cielo e le nuvole, che guarda tutta quell’acqua in movimento e lontano dall’altra parte del mare, l’isola, con la sua fila di montagne viola e bitorzolute. Arriva lì in quello spazio arioso, dentro un tempo di quaranta minuti di movimento a passo veloce, prima di cominciare ad incastrare le sue tante vite da tenere compatte. E mentre cammina con la musica nelle orecchie, guarda. Guarda tutto quello che le si muove intorno. Guarda i gabbiani sospesi sopra la sua testa, con il becco aperto, tonti e felici, guarda le nuvole che si spostano rimbalzando, guarda gli alberi giganti, con le foglie grandi e dure, con le radici che serpeggiano attorno alla terra, come danzatrici del ventre bonissime e forti. Guarda le signore che corrono composte, con il rossetto sulle labbra e forse la borsetta nascosta. Sorride ad un signore, sempre lo stesso, che ricambia gentile e chissà, prima o poi glielo dirà che ha lo stesso sorriso di suo fratello, del sindaco della sua città sbilenca, quello amato che non c’è più. Ormai da troppo tempo.
Poi scende da quella terrazza lunga lunga lunga, per avvicinarsi ancora di più al mare, che se vuole lo può toccare e se spegne la musica nelle orecchie, sentire.
Lì vede i ragazzini che a scuola non ci sono andati e ciondolano con un sorriso imbarazzato alcuni, mentre gli altri, i più sgamati, si muovono spavaldi. Guarda gli innamorati giovanissimi, che il mare non può nascondere i loro baci e gli abbracci, scambiati tra il rumore dell’acqua e la sabbia. Guarda una donna vestita di rosa, che cammina con i piedi dentro l’acqua e fa roteare le braccia. Guarda i vecchi con la canna da pesca, che chissà se lo prendono qualche pesce o sono semplicemente lì, ad aspettare che il mare restituisca qualche ricordo. A volte guarda la gente e costruisce storie nella testa, perché, boh, non lo sa perché. Come quell’uomo e quella donna seduti sulle scalinate dell’Arena dove in estate fanno gli spettacoli, che lei parlava parlava e si toccava i capelli neri e ricci e lui annuiva con la sua faccia bianca, ma si capiva che non sentiva le sue parole, chè la guardava confuso negli occhi e forse neanche lei capiva i suoni che dalla sua bocca si poggiavano sulla bocca di lui.
E a volte anche incontra. Come la sua amica che fa le polpette di melenzane più buone dell’universo, che camminava con la felpa verde addosso, che è dimagrita ed è ritornata come quando quindici anni fa l’aveva conosciuta. E si sono abbracciate, perché è bello incontrarsi in posti con il mare accanto, che non te lo aspetti.
E poi ad un certo punto il mare deve finire e lei tornare, per azionare la macchina di sofisticata ingegneria che è la quotidianità, anche se lei nelle materie scientifiche è sempre stata un disastro.
E insomma, si deve proprio allontanare da quel posto odoroso. Ma tanto il mare lo sa, che dentro di lei c’è già la nostalgia. Lo sa che Tizianeda, da lui, presto, ritorna.
Bellissimo Tizianeda! Sei riuscita a descrivere l’incanto dell’angolo più bello della nostra città con la poesia e lo stupore che si rinnovano continuamente anche in noi poveri spettatori non egualmente dotati ! Un abbraccio.
Wow…
ciao Tiziana, è tanto che volevo tu sapessi quanto i tuoi post mi mettano di buon umore.
“la mattina davanti al mare” è il mio preferito. Sara’ per nostalgia, ma lo leggo e lo rileggo, e mi incanto e mi commuovo, sempre. La magia che si compie da quell’incontro di terra, mare e cielo accompagna e accarezza il cuore di quelli che ci sono nati in quel sud suddissimo, Amatissimo. Baci, Lucia.
Ma mille baci sud suddissimi a te cara Lucia!!! E grazie.