La raccolta fondi, la Donna Dolce e il Signor Maschione Alfa

Sabato, ore 15,00 circa, Tizianeda e la tredicenne insieme. In una piazzetta della via principale della città sbilenca, un piccolo chiosco. Alcune donne raccolgono fondi per un’opera benefica.
“Signora, scusi, vuole dare il suo contributo per il nostro progetto?”
“Ehm…cos’è? State costruendo un palazzo…ah…ok…ecco. Metto in questo salvadanaio? Posso sapere qualcosa in più. Anche chi c’è dietro questa opera e la vostra comunità’”
“Certo. Il fondatore della nostra comunità è Tizio Caio (nome fittizio), l’opera è continuata da Tal dei Tali (altro nome fittizio)”
“Signora che Raccoglie Fondi, lei ha un viso così bello e pulito e sereno …ma, ecco, ora le devo chiedere una cosa che non ho mai fatto in vita mia … le devo richiedere indietro i soldi. Non riesco proprio a dare a Tal dei Tali il mio contributo economico, per quanto piccolo. Ecco vede, ho una visione del mondo e della vita opposta a quella della vostra guida spirituale. Tal dei Tali fa dei discorsi terribilmente omofobi e osteggia tutto quello per cui mi batto e non mi piace proprio. Le ripeto mi spiace per lei che ha un viso e dei modi così dolci…ma di questo signore…ecco, non mi fido, mi spiace”
“Non ci sono problemi signora, glieli restituisco, ma vorrei spiegarle che…”
Così Tizianeda e la Signora Dolce che Raccoglie Fondi hanno iniziato a parlare, con calma, ognuna a spiegare i propri punti di vista. Hanno parlato di famiglia, matrimonio, figli, diritti, rivendicazioni, omofobia e tutte quelle cose per cui Tizianeda si batte perché ci crede. Poi, mentre le due donne parlavano e si confrontavano, all’improvviso è intervenuto un signore, seduto su una panchina vicina, anche lui parte dell’entourage raccolta fondi. Il signore fino a quel momento silenzioso e stravaccato sul sedile, si è risvegliato dal torpore pomeridiano e ha tenuto una lectio magistralis da maschione alfa. Ha parlato di famiglia naturale, di ciò che è normale e ciò che invece non lo è. Che il fine dell’essere umano è la procreazione, che lui non ha nulla contro i gay ma, però e che se ne stiano a casa e tutte quelle amenità che ormai Tizianeda ha sentito più volte raccontare, come un disco rotto e bloccato sempre allo stesso punto. Da par suo, Tizianeda sa che smontare da un punto di vista anche solamente logico il pensiero espresso dal Signor Maschione Alfa è gioco da ragazzi, ma sa che le probabilità di convincerlo, sono pari a quelle che lei cresca all’improvviso di 20 cm. Così dopo aver parlato, ha augurato a lui di far l’amore con sua moglie solo per procreare, di avere centinaia di figli, ma soprattutto che nessuno di loro sia omosessuale (statisticamente difficile). Per il figlio ovviamente e non certo per i possibili turbamenti del Signor Maschione Alfa. Poi ha salutato la Signora Dolce che Raccoglie Fondi, si sono strette le mani e ognuna è ritornata alle proprie vite e ai propri percorsi.
“Tredicenne cosa c’è? Non hai detto una parola per tutto il tempo…cosa fai piangi?”
“Mamma non posso credere che quel signore abbia detto quelle cose terribili, ho una tale rabbia …”
“Amore mio, per questo mamma si batte tanto. E nessuna rabbia ché non serve a nulla. Le parole e la gentilezza arrivano ovunque invece. Hai visto  come è stato bello confrontarsi con la donna, anche se abbiamo posizioni differenti? Quanto al Signor Maschione Alfa non possiamo far nulla, è proprio irrecuperabile, speriamo bene…dai torniamo a casa, il mondo cambierà tesoro, lo sta già facendo”.

Tizianeda

Come solo i bambini sanno

Click! Le ha viste sotto il tavolo e non ha resistito. Era mattina nell’ora della prima colazione, della voce impastata di sogni, dei movimenti lenti, dei capelli sparati in testa, del bacio del buongiorno, del latte caldo nella tazza, del miele, degli occhi cisposi, dell’odore di cuscino sulle guance. Lui era scalzo come al solito, in canottiera e mutande, con lo sguardo fisso altrove, come al solito. Si è seduto al suo posto, è rimasto immobile per un po’ e in quell’attimo Tizianeda ha fatto “click”. Ha fotografato da sotto il tavolo, le gambe del novenne penzoloni sulla sedia, i piedi sospesi nel vuoto a qualche centimetro dal pavimento mollicoso del mattino. Lo ha fatto perché quell’immagine le è apparsa bella, come bella e irripetibile è l’infanzia. E’ un po’ che Tizianeda osserva questa foto scattata in un mattino qualunque dei 90 mq. La osserva e non trova le parole per dire che, per dire cosa. Osserva quei piedi poggiati sul vuoto e forse il bello è tutto lì, è nella calma placida che solo i bambini sanno, nella fiducia distratta per il pavimento che tanto c’è sotto e che quando scivolano giù, li acciuffa e libera.
Stasera ha di nuovo ricercato quell’immagine, come un talismano consolatorio. L’ha ricercata dopo aver sentito al telefono una madre, la madre di una sua amica. E la madre parlava e dava a Tizianeda le notizie sulla figlia e una mano reggeva il telefono poggiato all’orecchio che ascoltava e ascoltava in silenzio e l’altra mano preparava rapida la cena imminente ed è stato un po’ come avere un’anima divisa in due ed è stato un po’ come la vita che ti racconta quello che non vorresti e nello stesso tempo non smette mai di chiamarti con le sue urgenze minute. E poi è tornata a guardare la fotografia dei piedi sospesi del novenne. Perché vuole continuare a credere nel pavimento sotto che sorregge il vuoto e acciuffa, credere come solo i bambini sanno.
E questa foto, non proprio a fuoco e imperfetta come la vita, ve la regalo.

piedi penzoloni

Tizianeda

Famigliola days

La famigliola di Tizianeda è composta da una mamma, un papà, una tredicenne e un novenne. Una famigliola come tante, nulla di straordinario. Tizianeda sa che nella sua famigliola ci sta bene. Certe volte vorrebbe fuggire in un posto lontano e irraggiungibile, è vero, ma sa che quei 90 mq sono il luogo dove vuole tornare sempre. E sa che il fatto che la sua famigliola sia una famigliola come tante altre, non è tuttavia l’unico modo di essere famigliola. Mica il mondo gira attorno ai 90 mq! Cosa che sarebbe molto molto terrorizzante, a ben pensarci. Tizianeda sa, come lo sa lo Sposo Errante e lo sanno quei due minori che vagano per le stanze, che ci possono essere altri modi di essere famiglia con la stessa essenza e cuore della loro. E’ famiglia quando c’è un solo genitore, perché l’altro non c’è più, per uno dei tanti motivi della vita bestia. E’ famiglia quella in cui i figli non sono arrivati. E’ famiglia quella che ci si sposa nella certezza propria di un sacramento religioso e quella che ci si sposa nella certezza propria di un rito civile e anche quella che si decide di non volere né l’uno né l’altro ma insieme si sta bene uguale. E’ famiglia quella in cui ad amarsi sono un uomo e una donna, due donne o due uomini. Per non parlare di tutti i modelli di famiglia che ci sono nel mondo. Ma mi fermo qui per sintesi. L’importate è potere scegliere, l’importante è avere tutti gli stessi diritti, l’importante è sapere di essere in una società inclusiva, dove un modello diverso dal nostro (ma poi diverso in che senso?) è considerato normale, perché ognuno calza la scarpa che si adatta al proprio piede. Almeno così diceva mia nonna. Che poi ve le immaginate tante persone in giro a camminare, correre, guidare e sbrigare le mille faccende della vita con scarpe enormi o strette strette. Sarebbe un gran disastro, tutti a sentirsi scomodi e fuori posto, tutti di cattivo umore, tutti a camminare sghembi con un passo che non è il proprio o pieni di piaghe doloranti. Provate voi ad andare in un negozio e comprare delle scarpe di una misura non corrispondente alla vostra o a farvi convincere dal commesso zelante a farlo. Sarebbe una follia, una cattiveria. Sarebbe ingiusto. Sarebbe un furto al benessere dei propri piedi e del proprio passo unico e inimitabile. Come se per esempio imponessi alla cugina tacco 12 di indossare le ballerine. Me le lancerebbe contro. E non potrei proprio biasimarla.
Un saluto allegro a tutti voi e indossate le scarpe che vi piacciono. E poiché i tempi sono come sono, mando un bacio a tutti ma proprio a tutti.

Tizianeda

Non pervenuta

Domenica sera.

“Sei agitata tredicenne?”
“Sì mamma, ora mi sento agitata”
“Ma no tesoro vedrai che andrà tutto bene, lo sai quello che devi fare, non avere fretta, rifletti e poi scrivi…mi raccomando la grafia, la consecutio temporum, le ripetizioni, la punteggiatura, i periodi non troppo lunghi…”
“Mamma…lo so”
“Ok, ora però vai a dormire”
“Spero di riuscirci”
“Vuoi che mi sdraio un po’ con te?”
“No, tranquilla”
“Novenne, anche tu lavati e vai a letto ché domani inizi il campo estivo e ti devo svegliare prima del solito”
“Mi devo fare la doccia?”
“Tu che dici?”
“Mamma…”
“Sì novenne?”
“Domani c’è anche il dentista!”
“Domani, ragazzi, sarà una giornata lunghissima”

Lunedì mattina.
La tredicenne si è alzata dal letto, si è lavata, vestita di nero, ha mangiato un po’ di frutta, ha preparato lo zaino, per rilassarsi si è stesa sulle unghie lo smalto “tredicenne anche lo smalto nero?” “certo mamma” . Tizianeda anche se non lo fa ormai da un pezzo, l’ha accompagnata a scuola, ma si è fermata un po’ prima, si sono abbracciate e poi l’ha guardata fino a che non si è confusa con la massa di adolescenti pronti per l’esame di terza media. Le ragazze stavano fitte fitte a parlarsi in gruppo, alcuni ragazzi hanno iniziato a giocare a pallone. Poi sono stati disturbati dal richiamo degli esami. Il pallone non si sa dove sia stato sistemato.

Lunedì pomeriggio
Anche il pomeriggio è stato bellissimo. Tizianeda dopo svariati incastri è andata con il novenne dal Signor Hopauradite Dentista, per curare due delle quattro carie che crescono allegre tra i suoi denti. Lì i bambini entrano soli nella stanza del dottore, dopo essere stati preparati negli incontri precedenti. Così ha fatto il novenne e quando è uscito vittorioso ha corso per la sala d’aspetto, ha saltato, gridato, per poco non ha abbracciato la mamma sbagliata e ha iniziato a parlare vorticosamente anche se aveva del cotone in bocca. “Che sostanze gli avete dato? Parla quattro volte più del normale…santo cielo!” “Signora che fatica con suo figlio, solitamente con l’anestesia i bambini si rilassano” “Ehm mi spiace assistente paziente…ma per quanto tempo ancora sarà sotto l’effetto delle droghe?”.

Domani gli esami e le prove continuano. Un po’ per tutti. La tredicenne si è esercitata con numeri e altre diavolerie strane, il novenne continua a parlare senza sosta, lo Sposo Errante, sceso dai treni, ora suona con  il suo fidanzato Bassoelettricosupersonico, Tizianeda si sente non pervenuta.

Però un saluto allegro ve lo manda uguale!

Tizianeda

E sarà bello

Ehi ciao. Come va? Che periodo questo. Vero? Cose che accadono. Non tutte ci piacciono. Anzi alcune sono una gran bella schifezza. Ma per me è diverso, per me che la resilienza l’ho capita subito e imparata presto. Tu lo sai. Sarà che sono donna o è la visione della vita che è differente che mi porta a cercare la bellezza, incessantemente, anche nelle pieghe di bruttezza e nelle stanze buie. A cercare parole come coperte che consolano.
Questo tuo viaggiare, da un po’, ti è diventato pesante come un cappotto stretto indossato fuori stagione. Non sempre i treni continuano verso la direzione che ci sembra giusta, che ci piace. A volte deviano mentre siamo sopra in corsa.
Io sono chi resta nei 90 mq a sbrogliare la giornata, a compattare il tempo. Tu sei chi  sa l’alba. E’ più difficile per te o più facile? Non importa in fondo. E’ così.
Io  quella che  rimesta nei cassetti a cercare risposte e visioni. Tu che sei i piedi per terra, tu che sei a fuoco e irremovibile come roccia, come tu sai, come a volte quasi mi spaventa. Però io che sono qui e incoraggio e rido e ballo sfrontata sul filo del funambolo che oscilla e vibra, che ondeggio il corpo e i pensieri, sai io a volte ho paura. Non per te, troverai il modo di sorprendermi anche in questo tempo qui incerto. Io lo so. Ho paura di questi miei progetti che tu sai, in questo spazio con contorni nuovi, e che non so dove mi porteranno. E’ che a volte il mondo sembra immenso. Ma il più delle volte fin troppo piccolo. E allora continuo pensando a questi ultimi tre anni che mi hanno salvato restituendomi la mia essenza. No, non è stata solo la scrittura, questo uscire dalla tana mostrando il volto e la voce senza troppi pudori. C’è stato altro e tu lo sai. C’è stata, come c’è da sempre la fame di vita, c’è stato che ho chiamato per nome i lupi nascosti nel bosco. E poi c’è, da un quando e un dove che non so, la voglia incessante e vorace di sapere come questa immensa e prodigiosa storia andrà a finire.
Ora ti saluto. Gli incastri sai. Poi un giorno di questi lo prendo io un treno all’alba. Vado via due giorni da mia cugina che mi reclama da troppo tempo. Sì per due giorni voglio essere solo cugina. Per due giorni smetto di essere quotidianità. Poi ritorno da voi e sarà bello, come sono belli i vostri sorrisi.

Tizianeda

L’amore al tempo del sud suddissimo

E’ venuto qui nella città sbilenca per la prima volta circa quindici anni fa. O forse venti. Tizianeda non ricorda. Lei con il tempo che scorre ha un rapporto strano. E’ venuto da una città lontana dalla sua. Una città che Tizianeda non c’è mai stata e tutti dicono sia bella, austera, elegante, aristocratica, educata e ordinata. E’ venuto un giorno e della città sbilenca si è innamorato. Perdutamente. Allora ha portato la sua barchetta a vela con cui andava per mare a Genova che è vicina alla sua di città. L’ha caricata sul portabagagli di una Fiat Panda. Ha attraversato strade circondate da un’Italia cangiante a ogni chilometro, l’ha piazzata sul mare del sud suddissimo e lì mentre imparava lo stesso mestiere di Tizianeda, non appena poteva, rinnovava il suo amore per questo posto strambo perdendosi con la barchetta tra onde e vento. Poi è partito, è andando all’estero, ha iniziato a lavorare per un’organizzazione internazionale, in posti dove nessuno ci vorrebbe andare, perché la lontananza perché la solitudine, perché il clima, perché abitudini diverse, perché devi essere bravissimo e preparato, perché in fondo una vita così deve andare d’accordo con quello che sei.
In queste settimane l’amico, che si è preso un periodo di pausa dal suo vagare, ché tanto non ha fretta, è ritornato nella città sbilenca. Così per nostalgia, perché nei luoghi dell’anima si ritorna prima o poi. E sabato sera, nei 90 mq – che c’erano anche la zia Dada e lo zio Peppino con famigliola e i nonni che si festeggiava un compleanno e l’aria era carica di confusione e voci e grida e corse tra le stanze e bambini che interrompevano discorsi – c’era anche l’amico che ama la solitudine, che dalla sua vita è stato per una sera catapultato nel delirio di una famiglia allargata, meridionale, confusionaria.
Poi prima di andare via ha fatto la dichiarazione d’amore più bella che si possa fare a una persona. O a un luogo. “E’ che da voi ci sono una luce e dei colori unici. Anche il caos qui fa parte dell’arredo. E quando vado in giro e guardo gli orizzonti sul mare, li paragono tutti a questo dello Stretto e nessuno, nessuno regge il confronto…”.
Tizianeda lo sa che una cosa è vivere la quotidianità e le fatiche di un luogo e un’altra é starci per un po’ di tempo assorbendone il meglio. Ma sabato sera non si è voluta soffermare su questo. Perché ha provato una gioia piena nel sentire tanto amore per la sua città sbilenca, nel sentirla essere l’eletta di un uomo del nord nordissimo che tanto ha viaggiato. La città sbilenca eletta luogo dell’anima, come lo sono tanti altri per ognuno di noi. Perché non importa da dove vieni, chi sei, come sei stato educato o quale sia la tua cultura. Con i luoghi come con le persone l’amore succede così, all’improvviso. Ed è un’alchimia misteriosa e insondabile. E’ un’alchimia della nostalgia e del ritorno.

Un saluto allegro e innamoratevi!

Tizianeda

Fughe, attese e il cappello di paglia

I quattro della famigliola hanno lasciato i 90 mq, così, per due giorni. Hanno percorso in auto per due ore le strade del sud suddissimo e sono giunti in una casetta di un paesello ordinato. Si sono fatti accogliere, coccolare, sfamare dai loro amici, perché a volte, hai proprio bisogno di questo fuggire. E così si sono incontrati con quest’altra famigliola che ha la casetta nel paesello, che era lì per qualche giorno, ma che vive dalla città più bella del mondo. Loro sono un papà, una mamma, un figlio di un anno più grande del novenne che parla tantissimo e una figlia che ha lo stesso nome della tredicenne, che di anni ne ha 12 e che, come la tredicenne, è nata nel mese di febbraio. Lì hanno passeggiato per borghi antichi che a ogni angolo c’erano panni stesi con sapienza, a sventolare nell’aria. Tizianeda a guardare quell’attesa di stoffe e acqua e quella quieta bellezza, ci sarebbe stata ore, ché solo nei posti di un antico surreale si vedono cose così.
Sono anche stati in un luogo che c’è il mare di cristallo e si mangia il gelato più buono del mondo. Lì Tizianeda ha acquistato un cappello di paglia vera con le falde larghissime. Lo ha acquistato e indossato immediatamente, come una turista che viene da lontano lontano a godere delle bellezze rigogliose del sud assolato. E si è sentita un po’ più svedese e un po’ meno hobbit, con questo cappellone magico sulla testa, con questo accessorio dal potere trasfigurante. Un po’ Jacqueline Kennedy glamour come lei non è e non sarà mai.
E mentre vagolava vicina al mare placido e sereno, ha pensato che ogni donna dovrebbe regalarsi un cappello di paglia vera con le falde larghissime a proteggerla, a lasciare che gli occhi stiano spalancati sul mondo fuori che gira con il suo fare insolito e bizzarro. Lo dovrebbero avere le bambine e le ragazze e le donne mature e quelle che il tempo gli è passato tanto. Tutte a indossarlo quando gli pare, a sentirsi protette e tutte un po’ sorelle. Così , come in una magia, sapersi vere e leggere. Le più giovani a ricordare lo stupore di una vita in divenire, l’impaccio di un corpo che cambia e che sperimenta, le più grandi a comprendere e insegnare con la forza accogliente di chi la vita l’ha conosciuta, con la pazienza e la clemenza di chi ha guardato i propri limiti e mancanze e quelle con millemila rughe sul volto, a preservare la memoria di un passato che non c’è più e così farne dono. Ciascuna a regalare alle altre qualcosa di sé e nessuna, nessuna a giudicarsi. E tutte a cercare di capire anche le distanze, così inevitabili e leggerle quelle distanze, decodificarle come un messaggio segreto, una formula magica, un rito antico, senza ragionarsi addosso, classificarsi, imbrigliarsi in schemi arrivati chissà da dove e chissà da chi.
Così tra passeggiate, visioni, chiacchiere e pensieri, i due giorni sono trascorsi veloci. La famigliola è ritornata nella città sbilenca con la vita da sbrigare e un cappello di paglia vera con le falde larghe in più.

Tizianeda

Il giorno del Signorhopauradite Dentista

“Santo cielo novenne, ma quelle sono due carie!”. Questo ha detto Tizianeda al più piccolo di casa, che se avesse proferito “scateniamo l’inferno!” sarebbe stato uguale. Perché il novenne, prima di approdare nello studio del Signorhopauradite Dentista, per una settimana a Tizianeda ha parlato soltanto di carie. Ne ha parlato mentre lo accompagnava a scuola e al ritorno da scuola, durante i compiti, mentre camminavano per strada per qualsiasi altro motivo. Ne ha parlato la sera durante la cena e a letto in quei minuti solitamente rilassanti di chiacchiere e coccole prima del sonno. Ne ha parlato appena sveglio, mentre si vestiva, mentre pranzava, faceva la doccia, la cacca e la pipì. Poi il grande giorno è arrivato. Il giorno del Signorhopauradite Dentista.
E’ entrato con Tizianeda in una grande sala luminosa, con tante sedie disposte lungo il perimetro della stanza, con grandi poster pieni di foto agghiaccianti di denti marci che lui ha guardato a uno a uno, imperturbabile. C’erano una pianta e tante riviste di moda su un tavolo basso. C’erano sparsi ovunque e in bella mostra fogli esplicativi per gli appassionati di carie et similia. Il novenne li ha studiati tutti. Anche Tiziana su esortazione del novenne. Spera non la interroghi mai.
Poi è arrivato il loro turno. “Signora Tizianeda, prego!” “Ma devo entrare anche io?” “Sì signora, la prima volta sì”.
Così Tizianeda e il novenne sono entrati nella stanza del Signorhopauradite Dentista. Il ragazzino ha fatto millemila domande alla segretaria, millemila domande all’assistente paziente e millemila domande al dottore. Il Signorhopauradite Dentista, la sua assistente paziente e la segretaria hanno sempre risposto, non hanno mostrato segni di sfinimento e non hanno mai smesso di essere sorridenti. Hanno detto che le carie del novenne non sono due ma quattro e dovrà mettere un simpatico apparecchio. La cura inizierà tra due sedute, per dare il tempo a lui di ambientarsi e forse anche a loro.
Il novenne è uscito dallo studio soddisfatto. “Sai mamma, credo proprio che questo studio dentistico sia adatto a me!” “Anche io novenne lo penso”.
Le madri dopo il secondo incontro, non le fanno più entrare nella stanza del Signorhopauradite Dentista. Tizianeda aspetterà nella sala luminosa, fiduciosa. Magari leggerà qualche rivista patinata piena di signorine perfette e distanti che sembrano disdegnare gli incastri della vita e le complicazioni tenere di una carie.

Tizianeda

Dopo dieci anni

Rimandava di anno in anno, con un prima o poi, con lo farò l’estate prossima, con questa è l’ultima volta che, con un mi sento pronta ma. Poi di anni ne sono passati dieci e lei ogni estate si è ritrovata a indossare i soliti che la rassicuravano, la avvolgevano in quei punti lì, la coprivano da sguardi giudicanti tutti a osservarla (perché è così che si rappresentava il mondo fuori…). Non ascoltava i consigli dello Sposo, delle amiche tutte a dirle sei esagerata, del novenne che quella parte del suo corpo la trova bella e accogliente, della sorella saggia. Perché lei quella parte lì sulla spiaggia assolata e piena non voleva mostrarla, quella parte così cambiata e disegnata. Poi è successo che una mattina si è svegliata, che si è sentita ottimista e con la primavera dentro, che gli occhi giudicanti erano spariti ed era rimasta lei con il suo sguardo e basta, che era sabato, che era una giornata di sole, che probabilmente aveva dormito bene quella notte, che non era affetta da sindromi pre post durante che la trasformano in Maga Magò, nella strega di Biancaneve, nella matrigna di Cenerentola, in Voldemort, Sauron, nella Regina di Cuori che vuole tagliare la testa a tutti.
Così è uscita, ha passeggiato sulla via principale cittadina, senza fretta o ansia, guardandosi attorno. E’ uscita e sorrideva forse, anzi sorrideva sicuro. E’ entrata in tre negozi e poi ne ha scelto uno. Lo ha indossato nel camerino, ha guardato la sua pancia imperfetta con quei segni che oggi trova né belli né brutti, ma suoi, come un racconto intimo, come i disegni preistorici impressi nelle rocce, come la vita che accade e mentre accade lascia tracce, lascia parole scritte sulla pelle. E poi, poi dopo dieci anni ha acquistato il bikini provato davanti a uno specchio in cui si è guardata con attenzione e ha riletto la sua storia di questi ultimi dieci anni.
E basta. Fine della storia. Anzi no. Inizio della storia direi!
Un buon fine settimana a tutti, ma ancor di più a tutte voi!

Tizianeda

Cambiamenti

Ieri Tizianeda ha affrontato una di quelle imprese casalinghe che il solo pensiero incute terrore e scoramento, come a un asmatico la scalata dell’Everest, a un idrofobo un pacchetto omaggio di sedute di talassoterapia, a un bambino la parola “lavati”: ilcambiodellarmadio.
Ilcambiodellarmadio è il “metti la cera togli la cera” in versione “togli i vestiti invernali dall’armadio, metti i vestiti estivi nell’armadio” e ti senti Daniel Larusso con quella faccia vorreiesserealtrove. E anche se non hai il maestro Miyagi a farti cazziatoni per tutte le volte che ti distrai, c’è comunque il montarozzo informe da sistemare, di vestiti, gonne, pantaloni, giacche e giacchette sul letto che incute lo stesso timore reverenziale.
Eppure ieri, Tizianeda, mentre modificava gli assetti interni dell’armadio, mentre riponeva i vestiti leggeri tra grucce e cassetti, mentre selezionava gli abiti estivi e invernali che invece non avrebbe messo mai più, chiudendoli in due sacchetti, ha pensato che ilcambiodellarmadio, è qualcosa di più di una tediosa attività casalinga.
Ilcambiodellarmadio è la misura del cambiamento. Il tuo. Mentre selezioni i vestiti, questo sì questo no, mentre scarti la giacchetta bon ton, il pantalone colorato, la maglietta troppo accollata o la gonna di quella forma strana lì, prendi la misura di quello che sei oggi, di quello che non sei più, di quello che sei diventata. Non solo cambiamenti fisici, intendo, ma proprio interiori. Perché i vestiti in fondo un po’ ci rappresentano e quando non li indossiamo più è perché hanno smesso di farlo. Perché siamo cambiati o la percezione di noi stessi è cambiata o semplicemente perché quel capo lì lo abbiamo acquistato in un momento di distrazione cerebrale. E quando riponi nel sacchetto un abito, è il momento in cui ti dici “santo cielo questa Tizianeda qui, non c’è più” e la saluti senza troppi convenevoli. E’ un modo lievi di lasciarsi alle spalle il passato, quello che è andato e che non torna.
Ora ci sono due sacchetti pieni pieni in un angolo dei 90 mq. Lei li guarda sorridendo, li guarda con indulgenza. Sono cambiate tante cose in fondo in questi anni. Ora il sua armadio fluttua più leggero, proprio come si sente lei adesso.

 

Tizianeda