Si salvi chi può

A proposito della famigliola ovvero si salvi chi può.

Nel sud suddissimo l’autunno non è arrivato, si esce con abiti leggeri, ti chiedi quando giungerà il momento di sottoporti alla tortura del cambio dell’armadio e ci si lamenta del caldo, delle stagioni che non sono più le stesse, sognando sciarpe, giacche e abiti pesanti. Anche se, diciamolo, è un po’ come lamentarsi del sole, del cielo azzurro, del fresco vento di giugno, della possibilità di passeggiare anche la sera tardi senza ibernarsi. La verità è che qui c’è l’ostinazione dell’estate e le stagioni sono anarchiche, un po’ come le nostre teste. Però, anche se l’autunno non è giunto con il suo carico di fresco, i ritmi non sono più quelli vacanzieri e anche la famigliola è ritornata da più di un mese in modalità “si salvi chi può”.

– Lo Sposo Errante ha ripreso a imprecare contro la sveglia all’alba, i treni che sopprimono senza tenere conto della fatica e dei bisogni degli erranti di questo sud suddissimo, la lontananza, la stanchezza. Però la sera torna a casa consolato dall’idea che ad attenderlo al suo posto, fermo e immobile e pronto a ricongiungersi con lui, c’è il suo fidanzato basso elettrico supersonico. Tizianeda sa che con un basso elettrico supersonico non può competere e lo lascia fare. Anche quando prova per ore e ore lo stesso pezzo, con l’ostinazione di un folle. Lo lascia fare e si astiene da ogni azione di rappresaglia. Perché si sa, l’amore è amore. Specie quello dello Sposo per il basso.

– La ragazzina tredicenne, neofita liceale, ha iniziato a scuola un corso di teatro, anche se allo stato va lì e non riesce a parlare, perché…la timidezza le blocca le parole. La sera però si consola guardandosi la sua serie TV preferita. Una storia rilassante di zombie sociopatici che mangiano gli umani e di umani stressati che ammazzano zombie sociopatici.

– Il novenne quest’anno dopo aver provato, nel corso della sua vita, multiformi sport : calcio, nuoto e taekwondo, ha deciso quello perfetto per lui: la scherma. Quando ha iniziato la scuola calcio, usava i coni poggiati a terra come binocoli, non ha mai interagito con il pallone, e preferiva correre per il campo come se i compagni di squadra fossero lì per un mero accidente. Del nuoto non amava le immersioni, gli schizzi e forse l’acqua al cloro. E poi lui avrebbe voluto indossare la maschera e il boccaglio ma non gli era permesso. Del t. non tollerava il contatto fisico e il fatto che si dovesse stare scalzi. Eccezionalmente gli consentivano l’uso dei calzini. Gli piaceva lo spogliatoio però, perché fuori c’era scritto che era per gli atleti. La scherma invece la fa con entusiasmo e concentrazione. Non ci sono palle da inseguire, elementi naturali dentro cui adattarsi, e le spade mantengono la giusta distanza tra gli avversari. Tizianeda da par suo se lo immagina come D’Artagnan, Don Chisciotte o uno di quei cavalieri salvatori di pulzelle accorate. Ma lei si sa, va sempre oltre con la fantasia e l’amore. L’importante è che si diverta.

– Quanto a Tizianeda…vabbè facciamo la prossima volta. Il post è davvero troppo lungo.

Un saluto allegro a tutti voi. E buon fine settimana.

Tizianeda

I baci ricevuti nel sonno

Ciao voi due. E’ da un po’ che non vi parlo da qui. Da questo mio cuore matto di mamma, da questa composizione di pezzi presi da mille altrove.

Ciao ragazzina. Che quando ti avvicini a me per farti abbracciare, quando l’adolescenza che è distanze ci dà un po’ di tregua, mi avvolgi tutta con quel corpo tuo morbido e bello, e io mi vedo piccola e scompaio e mi fondo e mi immergo con te nel liquido amniotico che ci ha generato. Lo so a volte mi faccio pretesa di mille fare. Studia, obbedisci, lavati, vestiti, sbrigati, chiudi il cellulare, apri i libri, non ti distrarre mentre studi, non mangiare porcherie, vai a letto, lavati i denti, pettinati, il deodorante, non rispondere, rispondi per favore, quelle scarpe no, apparecchia, sistema i tuoi vestiti nell’armadio, non essere superficiale e cose così. E più spesso forse dovrei dirti semplicemente, ti voglio bene e mi piaci un casino. Più spesso dovrei lasciarti essere, piuttosto che chiederti di fare.

Ciao ragazzino, che hai quasi dieci anni. Tu che tieni stretta la tua infanzia per non disperderla nel mondo degli adulti e io so che devo aiutarti invece a lasciarla andare. E’ difficile con te che mi assomigli tanto e ti porti addosso tutta la tenerezza spiazzante degli uomini. E devo trovare la misura giusta tra gli abbracci e le distanze che ti fanno respirare e allargare i polmoni. L’indipendenza nasce dai gesti fatti in solitudine, come un primo volo. Muoversi nello spazio è importante come la conoscenza delle parole. E’ a te, che chiedo sempre più di fare. Perché ogni gesto imparato prende la misura delle nostre possibilità, facendoci diventare grandi.

Ecco è tutto, miei tutti belli, almeno per ora. Portate dentro di voi la memoria dei baci ricevuti nel sonno. Quelli sono i più teneri e preziosi.

Tizianeda

E poi sono tornata

Sono partita. Sono partita con quei due, la tredicenne e il novenne. Siamo andati nella città piena di cupole e campanili che mi piace, che ci devo ritornare per la sua bellezza che non smette di attrarmi, per la casa luminosa e riposante che mi aspetta ogni volta che arrivo. E lì, dentro, tra le stanze, i suoi abitanti ad accogliermi con “pane e tulipani”, ormai da più di quindici anni. Sono partita che era venerdì pomeriggio e tornata che era domenica mattina. Sono partita perché volevo essere mamma e basta e compagna di giochi, senza il fastidio degli incastri e dei doveri. Sono partita perché forse se cambiavo città, la finivo di svegliarmi quando è notte, in quelle ore in cui i sogni si fanno consistenti e ti raccontano quello che il giorno non ti sa dire. Sono partita perché settembre è stato una diga con l’acqua che trabocca. Bisogna allontanarsi, a volte, cercare un altrove quando senti di avere troppi cuori, troppi respiri e ritmi e battiti e parole e silenzi, troppe stanze abitate. Quando le vite si sommano e il tempo che rubi e ti ha reso ladra ti sperde. Sono partita, perché la lontananza ti fa vedere le cose da un’altezza serena che ti riconcilia. E poi, sono tornata e ho misurato la nostalgia, la mia, di chi ho lasciato ad aspettarmi.

Tizianeda

La movidagiustoognitanto

Il corpo danza e si innamora. La musica avvolge il corpo, entra nei tessuti, supera le resistenze dell’anima, la consistenza densa dei pensieri. Il corpo danza, abbandona il mondo fuori, si trasforma, scioglie il tempo e lo spazio. Racconta parole senza peso. Vibra con millemila battiti del cuore, con il sangue che diventa torrente. Lascia scivolare le energie represse, disegna attimi di felicità su ogni pezzo di pelle, come un tatuaggio totemico.

Tutto questo per dirvi che sabato sera Tizianeda, insieme ad altri entusiasti della movidagiustoognitanto – che è quella di chi ormai non è proprio giovanissimo, ha figli, si deve organizzare e deve interfacciarsi con un fisico con capacità di ripresa un po’ più lenti rispetto a qualche anno fa – ha ballato fino a tardi. C’era anche lo Sposo Errante. Anche lui ha danzato molto più dei suoi tempi standard, che si aggirano a circa 10 minuti totali.
Si è divertita. Tantissimo. Perché ballare, mangiare, bere in compagnia le fa venire la ridarola, come quando era ragazza.
Oggi, invece si è interfacciata con il suo fisico che le ha chiesto cosa diavolo ha combinato per ridurlo così.
Tizianeda, ha omesso qualche dettaglio e gli ha detto di portarle pazienza, che ha riso tanto dentro e fuori ed è stato bello vedere che non era la sola a farlo.

E quindi un buon inizio settimana a tutti voi e ballate con chi vi va. Anche da soli.

Tizianeda

Ma non posso

Peccato! Avrei voluto raccontarvi cosa è successo a Tizianeda mercoledì pomeriggio, ma non posso.
Non posso raccontarvi perché, mentre si trovava in palestra con il novenne per il suo primo giorno di scuola di scherma, lo ha dovuto lasciare lì per correre a casa, dove c’era una tredicenne spaventata e dei nonni nella casa accanto che non sapevano esattamente cosa fare.
Non potrà raccontarvi del perché ha chiamato i Vigili del Fuoco, mentre correva (vabbè si fa per dire) in macchina verso i 90 mq, di quanto è bello ed enorme il camioncino dei vigili tutto rosso con la scala che si allunga verso il cielo mentre lo guardi dall’alto. Non potrà raccontarvi del fumo che proveniva da una abitazione X, del vicino di casa a torso nudo per le scale, di quanto sia figo un Vigile con il respiratore che se chiudi gli occhi ti sembra di avere accanto il cattivone Dart Fener di Guerre Stellari che ti alita vicino e vorresti tanto avere la spada luminosa di Obi-Wan Kenobi.
E’ che a volte i condomini sono luoghi avventurosi e surreali come nei film di Almodovar e i vicini di casa un mondo da osservare, ma se ti intimano di non raccontare casa loro e quello che è successo nei dettagli, non lo puoi proprio fare.
Peccato!

Tizianeda

Se la tristezza mi vuole abitare

Ieri Tizianeda è andata al cinema con i suoi fratelli e la prole. Proiettavano un film animato che si intitola “Inside out”, che parla delle emozioni che tutti noi proviamo. Tra queste la tristezza, che nel mondo magico dei cartoni ha la forma di una ragazzina dall’aria sfigata, introversa, timida e ovviamente te ne innamori subito. Non vi parlerà del film che rivaluta questa emozione qui, in una società in cui tutti ci sforziamo di apparire sempre felici e gaudenti. Così in onore della nerdissima tristezza vi lancio una filastrocca. E chiedo perdono a chi le filastrocche le scrive veramente. Questa è solo un gioco.

Se la tristezza mi vuole abitare
Io sarò qui a lasciarla fare
Ché la tristezza la voglio abbracciare
Per imparare a consolare
Se la ricopro di delicatezza
Lieve sarà, una carezza
Lenta cammina nel mondo che va
Lo riconosce, lo sente, lo sa
E se per strada la gioia lei incontra
La prende per mano, le apre una porta
Così la gioia si porta nel cuore
Quel po’ di tristezza che cambia l’umore
Perché la gioia senza tristezza
Non può provare la tenerezza.

Un saluto allegro a tutti voi. E buon inizio settimana!

Tizianeda

Sarà tutta colpa del gender

Una ragazzina di sedici anni, Juno (Giunone), fa l’amore con un coetaneo, una volta sola. Rimane incinta. Da qui parte la storia. “Juno” è un film, di qualche anno fa, visto in televisione in presenza di un novenne totalmente assorto nei suoi pensieri e una tredicenne apparentemente assorta in altro. Il film è intelligente, ironico, cinico, tenero, ribalda stereotipi e ti fa pensare. Specie se hai figli adolescenti o che lo diventeranno a breve. Specie se sai che parlare di sesso e sessualità con dei ragazzini in ricorsa dentro la vita, potrebbe avere lo stesso effetto di una fastidiosa eruzione cutanea. E mi chiedo cosa sappiano del sesso e della sessualità i nostri ragazzini, come vivono i loro corpi in divenire, insieme ai pensieri e allo sguardo sul mondo fuori. Se ne parlano tra di loro oppure no. Con i genitori non lo fanno e spesso ogni tentativo da parte dell’adulto teoricamente esperto, diventa un sforzo goffo che finisce subito con una frase del tipo : “non ne voglio parlare, grazie”. Con sollievo, in fondo, di entrambi.
Perché un genitore è geneticamente incapace a farlo, almeno una buona parte dei genitori. Noi che siamo campioni di cambio canale in televisione, al primo sospetto di strusciamento corporeo. Che deglutiamo in silenzio in preda all’imbarazzo, guardando di sbieco le reazioni dei figli, quando i dialoghi in un film si fanno espliciti. E sarebbe un gran sollievo per tutti se a scuola si introducesse l’educazione sessuale tra le materie da insegnare. Ché il corpo e i suoi meccanismi biologici ed emotivi dovrebbero essere un argomento da trattare non con fatica, ma con gioia e stupore, perché da lì, dalla conoscenza serena, dalla consapevolezza di quello che siamo, di come funzioniamo, impariamo il rispetto, impariamo ad amarci e ad amare. Mi chiedo se mia figlia abbia cognizioni distorte sulla procreazione e annessi e connessi, come l’avevo io alla sua età e anche dopo. Io che pensavo che il preservativo fosse una polverina tipo il cicatrene e che incinta si potesse restare con un bacio, ma proprio un bacetto. Un po’ come credere che un bambino nella pancia arriva con il pensiero o il teletrasporto. Come ho dipanato le mie ignoranze non lo ricordo. Io irrimediabile bacchettona. Forse grazie a qualche compagna più sgamata. Che il cielo benedica le compagne più sgamate. So che molti pregiudizi e stereotipi, che nascono dall’ignoranza e dal silenzio imposto dall’educazione, li ho lasciati andare dopo molto tempo e con fatica.
So che i tentativi criminali, in Italia, di impedire progetti volti a insegnare il rispetto, le regole del corpo, la bellezza della diversità, fanno un gran male ai nostri ragazzi. So che l’istigazione a paure irrazionali, attraverso la menzogna reiterata, attraverso la formulazioni di teorie inesistenti che solcano e corrompono i pensieri degli adulti, affossano le possibilità di volo dei nostri figli. Che imbrigliare il sesso e la sessualità dentro concetti affatto scientifici e dogmi, nega i meccanismi meravigliosi del corpo, nega ai nostri ragazzi la loro stessa identità. L’educazione sessuale non insegna solo la meccanica del sesso, come si vuole far credere attraverso la invenzione di una fantasiosa “teoria del gender”, che profetizza scene apocalittiche (e mi chiedo quale mente deviata possa aver inventato una roba del genere). Chi ha uno sguardo così povero di significati, dovrebbe porsi qualche domanda, interrogarsi, guardarsi dentro. L’educazione sessuale è molto di più. Il corpo è molto di più. Le vite dei nostri ragazzi valgono molto di più.

p.s.: solo per dire, che benché sia una irrimediabile bacchettona, sono riuscita a scrivere la parola “sesso” una quantità innumerevole di volte in questo post. E’ decisamente una rivoluzione. Sarà tutta colpa del gender.

Tizianeda

Se rinasco

Se rinasco, rinascerò donna.
Se rinasco rivoglio questo corpo, con le morbidezze madri delle donne.
Più alta, se possibile.
Oppure se rinasco con questa altezza qui, mi basterebbe un mondo rinato con le cose messe in basso.
Se rinasco, rivoglio tutto quello che fa una donna.
Ridere, per esempio. In quel modo che il corpo vibra, in quel modo che si spargono segreti che concimano di leggerezza la terra.
Se rinasco, rinascerò con le sindromi pre, durante e post. Quelle che incutono terrore a tutti, ma non alle donne.
Se rinasco mi riprenderò l’emotività oscillante delle donne e il diritto di cambiare idea in pochi secondi. Il diritto di piangere per un motivo, nascondendone mille altri.
Rinascerò donna, perché non mi piace giocare facile.
Se rinasco, rinascerò donna per parlare degli uomini con le altre donne, perlopiù male, perlopiù amandoli di un amore tenero.
Rinascerò per riavere un corpo che sa fare spazio ai corpi in divenire, per condividere parti vive di me, essere pane che si spezza con le mani.
Se rinasco farò gli stessi sbagli forse, ma sarò più clemente e mi saprò perdonare.
Se rinasco mi amerò da subito, senza perdere tempo, senza dover aspettare.
Se rinasco mi osserverò allo specchio per trovare la saggezza di una vita già vissuta, diventandomi figlia.
Se rinasco cercherò chi ho amato quando ero un’altra me. Li troverà la nostalgia. O mi riconosceranno loro, in qualche modo.
Cercherò i miei figli e li osserverò da lontano, se rinasco, per non spaventarli.
Se rinasco mi porterò gli incontri femmina, i riti, i linguaggi, i lanci e gli slanci, gli inni di libertà e le liberazioni, le confidenze, le mani, gli occhi, l’incedere dei passi, la birra, la sfrontatezza sorridente, il ritrovarsi, il capirsi, il non giudicarsi, l’accogliersi, i silenzi e le parole. Li porterò con me, dentro una valigia leggera.
Se poi rinasco uomo, mi toccherà improvvisare.

Tizianeda

Nel punto giusto del buio

“Ciao zia Tizianeda”
“Ciao nipotina”
“Il novenne dov’è?”
“Tuo cugino coetaneo? Sta ancora dormendo. Vai nella sua stanza, sono le otto e trenta, puoi svegliarlo … fallo con dolcezza mi raccomando”
“Sì zia, non ti preoccupare”
Così è entrata in punta di piedi nella stanza del cugino. E’ entrata con il suo passo lieve e i capelli a molla. E’ entrata concentrata, come sanno essere i bambini quando hanno una missione importantissima da svolgere. Il cugino dal par suo dormiva, come se fosse notte fonda, come se il mondo fuori fosse un’illusione per gente sciocca, come se i sogni lo proteggessero con il loro scudo amorevole.
Tizianeda l’ha seguita, perché ha pensato che ci sono gesti fugaci e teneri, che non assistervi sarebbe un peccato. Come perdersi la visione di una stella cadente, mentre guardi nel punto sbagliato del buio. Una stella cadente di quelle che ti sembra di sentirla sfrigolare e punti il dito per evidenziare quel momento misteriosamente felice.
La cugina lo ha chiamato piano avvicinandosi appena. La sua voce ha avuto il potere di infrangere lo scudo protettivo, di far arrivare il giorno anche per il novenne e ricomporre il mondo fuori. Il cugino ha aperto gli occhi che si sono fermati per un attimo sulla visione della cugina immobile e in attesa. Un attimo, il tempo per lui di capire, di sorridere per la sorpresa, di pronunciare impastato di sonno il nome di lei, di sedersi in silenzio sul letto, di alzarsi, di dire “vieni”, di vedere la cugina seguirlo soddisfatta e vicina.
Tizianeda è stata tutto il tempo lì a guardare la perfezione inconsapevole dei gesti, la loro bellezza innocente, la delicatezza dei vincoli affettuosi.
E non importa se poi la giornata ha iniziato a filare faticosa e nevrotica. Tizianeda si sentiva come se avesse visto millemila scie luminose quella mattina e non ha avuto bisogno di esprimere desideri.

Tizianeda

La mamma vecchietta e i dolcetti bulgari

“Ciao Tizianeda, finalmente siete venuti a trovarci anche voi qui al mare…”
“Che fai mamma vecchietta, piangi? Piccina vieni qua”
“Sono vecchia, ormai mi commuovo facilmente”
“Ma no che vecchia, sei una bella bambina e poi ti commuovevi sempre anche quando eri giovane. Ti trovo bene, sei abbronzatissima. Tu come mi trovi?”
“Bene, un po’ ingrassata mi sembra, bella florida”
“Mmmmh … tu hai canoni di bellezza particolari mamma vecchietta, tipo Olivia di Braccio di Ferro”
“Dai stai benissimo, vieni che ti faccio mangiare un dolcetto che mi ha portato la mia amica Bulgara”
“Chi? La chirurga plastica che vive a Parigi, che ha quasi settanta anni ma ne dimostra quindici di meno, che ti manda le cartoline a Natale, ti invita sempre ad andare a trovarla, che nuota da dio e ama le coste Calabresi?”
“Sì lei, sono dolcetti particolari…non hai idea di quanto sono buoni”
“Non dovrei dopo quello che mi hai detto, ma lo voglio assaggiare questo dolcetto bulgaro”.
Così la mamma vecchietta prende da una mensola una scatolata esagonale di cartone lucido dai colori caramellosi. Dentro ci sono dei piccoli cubi d’ambra morbidi e trasparenti, alcuni ricoperti di zucchero a velo. Al loro interno, come un reperto archeologico perfettamente conservato, una nocciola croccante.
Tizianeda li guarda e ne sceglie uno tra i tanti, secondo la logica misteriosa dei golosi che pregustano prima ancora di gustare.
Le sensazioni sono molteplici perché all’inizio sente lo zucchero che lento si scioglie e si mischia agli umori della bocca. Poi inizia a masticare la consistenza liscia e appena gommosa del dolce. E mentre mastica e i sapori si mescolano e modificano, mentre affonda i denti e gli elementi differenti di cui è composto il dolce si fondono, mentre arriva a impossessarsi dell’anima croccante, si compie il prodigio dei sapori che creano immagini e sensazioni. Si compie con quella delizia in bocca che viene da lontano e che è figlia di un gesto gentile di una donna verso un’altra donna, di un desiderio di condivisione gioiosa di sapori che appartengono alla memoria antica, un desiderio di raccontare quell’intima fugace felicità che passa attraverso i sensi.
E così mentre succede questa alchimia in bocca che accende le cellule sinaptiche del cervello, Tizianeda vede Narnia, i disegni colorati nell’enciclopedia per ragazzi di sua nonna Bianca, la libreria in cui l’enciclopedia era riposta e la stanza – che è piccola ma nel ricordo dell’infanzia grandissima – in cui la libreria sonnecchiava nei pomeriggi in penombra. Vede la giostra kitsch con le lucine e la musica che gira e gira e con lei i cavalli, le aste, il pavimento tondo e il tetto a punta rosso. Un orologio a pendolo fermo da tempo immemore, le credenze, i bauli, gli interni delle case antiche con i soffitti alti e macchiati di umido, l’odore del tempo, immagini sfocate, lei bambina con i suoi fratelli bambini.
Poi ha ingoiato e l’incanto è svanito. Tizianeda ancora si chiede di quali sostanze allucinogene fosse composto il dolcetto. Spera tanto che nella scatola colorata della mamma vecchietta, ne sia rimasto ancora qualcuno.

dolcetti bulgari

Tizianeda