– Mamma come si chiama quella cosa lì che ti batte forte il cuore all’improvviso?
– Si chiama amore, tredicenne.
– Mamma, smettila! Dammi la risposta giusta.
La risposta giusta è “tachicardia”, tredicenne. La risposta inesatta è “amore”. Perché l’amore è inesatto e sfalsato, in questa nostra esistenza bizzarra. E prima della risposta “amore”, c’è sempre una domanda sbagliata o inesatta anche lei. Le domande hanno la pretesa di definire e l’amore, amore mio, imparerai che definire non si può. O forse è lui la domanda e per questo non può essere contenuto in una risposta. Però il cuore c’entra con l’amore. Quando io vedo te o tuo fratello e vi guardo che voi non mi vedete ché siete assorti in qualcosa, per esempio, il cuore mi batte forte. E quando mi emoziono, il cuore accelera la corsa come se si volesse staccare, sussulta attirato da un oggetto misterioso. Poi ho capito perché il cuore impazzisce quando si ama. Perché ogni cuore attrae, contiene, custodisce. E così i battiti si moltiplicano. E non ti sto parlando solo degli uomini, che un giorno incontrerai e che so faranno scalciare il tuo cuore di donna. Parlo del mondo fuori e della grazia che te lo farà sentire. Parlo del tuo universo dentro, che dovrai curare come un giardino segreto, di cui far percepire la freschezza dei suoi profumi. Però non chiedermi mai cosa sia l’amore, perché io ancora non l’ho ben capito. Mi sembra di intuirlo a volte, di sfiorarlo, ma rimane sfocato, come i sogni della notte remota, che sei sveglio e cerchi di ricomporli. Però sono certa, che pur non potendolo definire, se tu non dovessi più sentirlo, te ne accorgeresti. Sarebbe come un silenzio che all’improvviso diventa rumore, una solitudine scomposta, una corrispondenza interrotta. Per questo ti dico, custodiscilo dentro di te, qualsiasi cosa diventi la tua vita. Apri le braccia, amore mio. Diventa tu la risposta inesatta.
Tizianeda
In questi giorni:
– Un castello con due torri di migliaia di pietre color tortora e il desiderio della materia di catturare i colori mutanti del cielo. Vederla diventare giorno, ombra, tramonto, notte, viola elettrico che la fa emergere dal buio. Salirci in un giorno di sole, fino agli orli della cima e vedere il mare come mai prima e pezzi di città e la montagna di fuoco dall’altra parte e le lontananze e i silenzi dentro e fuori di te.
– Un labirinto sotterraneo profumato di carta e parole che ti ci puoi perdere, ma non lo fai perché sai dove devi andare e con chi parlare. Dentro una stanza sedersi e dirsi nella mente: “ma allora è vero!”.
– Due amiche che vengono per poche ore da una città altra e raggiungerle da Zara. Rimanere prigioniera per un tempo biblico in quell’edificio immenso, perché le amiche stanno provando dentro i camerini tutto il negozio. Stare con loro in leggerezza. Rimanere incantata davanti allo specchio di Zara e usarlo come psicoterapia dell’ego. Convincersi che veramente sei alta un metro e settanta e hai le gambe lunghissime. Meditare di coprire con un drappo scuro tutti gli specchi di casa. Meditare di tornare da Zara almeno una volta alla settimana per ripetere la terapia.
– Andare in radio, che è uno dei luoghi più fighi del mondo. Scoprire che sei in diretta e che c’è anche la telecamera che ti riprendere. Non preoccuparsi, perché sei un’età in cui tutto ha un sentore leggero. Andarci con la donna con i capelli color della terra e gli occhi da aliena, ché insieme portate in giro uno spettacolo tratto dal blog e che si chiama “Ho attraversato ridendo la terra capovolta”. Cazzeggiare prima di andare in onda, cazzeggiare quando sei in onda e continuare a farlo anche quando finisci di essere in onda.
– Il decenne che scrive un testo storico, ma inventato, che si intitola “Sopravvivere a Nerone” in cui il tiranno – quello con un grave e irrisolvibile complesso di Edipo e piromane – appare oltremodo stressato perché non riesce a uccidere un certo Daniele nonostante i reiterati incendi, attentati e assalti ai suoi danni, da parte dell’esercito di Nerone. Alla fine l’imperatore si rassegna e lascia in pace Daniele fino alla fine della sua vita. Capire che per sopravvivere alla malvagità bisogna essere abile nella corsa, nell’arrampicata e anche nella lotta.
– La quasi quattordicenne che va a scuola con addosso il maglione di suo padre. Vedere entrambi felici per questo oggetto portato in giro dal corpo di una fresca ragazzina che prende le misure di sentimenti arcani, partendo dal primo uomo che l’ha presa tra le braccia. Pensare che noi donne siamo fatte così. Indossiamo la bellezza intima della vita come il profumo che abbiamo scelto per la nostra pelle, spruzzato dietro le orecchie.
– Il sugo al pomodoro di nonna Santa Gina, che da casa sua giunge nei 90 mq custodito da un contenitore in vetro. Prenderlo tra le mani e pensare che il sugo deve avere un peso specifico elevato. Togliere il coperchio e sentire un profumo di buono. Immergere un pezzo di pane dentro la densità della salsa, che piano si lascia raccogliere dalla mollica bianca. Dirsi: “ecco è questa la consistenza dell’amore”. Addentarlo questo amore, a occhi chiusi.
Tizianeda
Punto. Tizianeda ha messo un punto. Un punto a qualcosa su cui lavorava da un po’ di mesi. Da prima dell’estate. Nulla di particolarmente impegnativo in fondo, se non per la necessità di incastrala tra i movimento ondosi delle giornate, se non per l’ultimo tratto di questa avventura, in cui ha dovuto dare voce a ricordi muti e in bianco e nero. Quando ha segnato questo punto, ha provato una certa commozione, una malinconica tenerezza, un affetto benevolo che si prova ogni volta che si lascia andare qualcosa o qualcuno che ti ha accompagnato per un tratto importante di strada. E ora? Ora c’è l’”a capo”, che nei dettati delle maestre a Tizianeda bambina piaceva sempre tanto. “Punto e a capo” e si scendeva di un rigo, lasciando lo spazio che tanto creava movimento alla monotonia della pagina piena di lettere fitte. Un bel respiro, un attimo di pausa e si ricominciava a riempire il foglio bianco. E se in tutto quello scrivere interminabile, dolevano il polso e le dita che strette sorreggevano la penna, non c’era molto tempo per una pausa. Il tempo di una smorfia, di un movimento rotatorio del polso per dargli sollievo e poi ancora giù a scrivere. A stare attenta alla storia che si materializzava con stupore sul foglio, a stare attenta a non commettere troppi errori, a non dimenticare tutte quelle regole che la grammatica ti chiede di applicare, tra le lettere e i loro suoni musicali. Si impara da subito a diventare funamboli, a sorreggersi sul filo delle storie che un passo alla volta chiedono di essere vissute. Si impara dal vuoto bianco da riempire o da lasciare a un tratto sospeso. Giusto il tempo di un respiro, di una smorfia, di un attimo di una pausa. E poi si ricomincia.

Tizianeda
– Ogni tanto mamma, bisogna riposarsi, vero? Non fa male.
– Sì ogni tanto sì, decenne, ma avrei preferito non avere questo febbrone antipatico.
– Non ti ho mai vista a letto per così tanto tempo … se ti abbraccio mi puoi contagiare?
– Non so, meglio non rischiare … che fai?
– Ti tocco la fronte per vedere se hai la febbre…
– Quindi?
– Hai la febbre, mamma. Quando guarisci ti abbraccio, non ti preoccupare.
– Grazie amore mio.
Tizianeda il due gennaio ha avuto un febbrone, come non le capitava da tanto tempo, che l’ha costretta a letto in uno stato allucinogeno. Ogni tanto un membro della famigliola si avvicinava al capezzale, si accertava che fosse viva per poi ritornare alle proprie faccende. Qualcuno le dava un bacio, qualcun altro una carezza, c’era chi le portava una tazza di tè e c’era chi in continuazione le toccava la fronte per misurare la temperatura corporea, in attesa della guarigione e di un abbraccio. Tizianeda ha lasciato fare. Le attenzioni sul suo corpo caldo e inerme le sono piaciute tanto. Anche se fremeva per le tante cose da fare, perché lei all’ozio, benché sia una persona tendenzialmente pigra, non è avvezza. Ma sentirsi amati, senza far nulla, è davvero riposante. Il giorno prima era stata con la famigliola dalla cugina tacco 12, in una città altra. Anche lì si è lasciata avvolgere dall’affetto e ha lasciato fare. Si è lasciata abbracciare, baciare, sfamare e ha lasciato che la cugina le riempisse in continuazione il bicchiere di vino. La cugina cucinava, Tizianeda la infastidiva e il bicchiere era sempre pieno.
Questi giorni di festa a pensarci sono stati così. Tizianeda ha lasciato fare a chi le vuole bene. Un messaggio, una carezza, un regalo inaspettato, un bacio, le risate, una confidenza, un sorriso, un invito, un augurio, un abbraccio, un bicchiere di vino pieno e molto altro ancora.
P.s.: stamattina Tizianeda non aveva più febbre. E’ stata abbracciata a lungo. Lei ha lasciato fare.
Tizianeda
– Imparerò a volare. Riprenderò a esercitarmi come quando ero bambina e lo facevo tutti i giorni nella casa della nonna Bianca, lanciandomi da una sedia. Se non ci sono riuscita ancora, è perché non mi sono applicata abbastanza.
– Andrò da Philippe Petit. Busserò alla porta di casa sua, forse sospesa tra le nuvole e gli dirò : “Ciao Philippe Petit, insegnami la tua camminata sfrontata, la tua sfacciata disinvoltura”. Lui, il matto, il visionario, il poeta del vuoto, il funambolo, mi porterà sul filo e imparerò ad amare la paura. Poi, quando sarò pronta, stenderemo una fune tra le montagne dello Stretto di Messina. Se cado volerò, perché nel frattempo avrò imparato a farlo.
– Parlerò nei sogni con le mie nonne, perché a volte mi mancano e vorrei raccontare loro chi sono diventata e i cammini non sempre lineari che mi hanno fatto da strada. Chiederò la loro benedizione, perché dalle loro vite antiche io provengo.
– Viaggerò nel tempo. Tornerò nel passato da una ragazzina appena dodicenne. La troverò seduta vicino a una finestra, a guardare fuori i passaggi del cielo. Andrò per abbracciarla. Le dirò parole che noi sole sapremo. Mi sorriderà con i suoi occhi belli, la porterò via con me, nel mio tempo rinato di donna, accogliendola nel mio cuore. Anche se tutto questo, forse, l’ho già fatto da un po’.
– Andrò nel luogo più sperduto e vuoto della terra. Mi farò trasportare da un battito di mani. Mi godrò il silenzio. Poi però torno a casa ché ho un po’ di cose da fare e molto da dire e da dare e da amare.
– Soddisferò le urgenze del racconto. Salirò su un palco e non sarò da sola. Lo farò perché bisogna credere nei sogni. Perché so che le passioni sono incontri possibili che bussano insistenti alla tua porta e non le puoi ignorare. Perché quando si arrendono e vanno via, poi non tornano più. Lo farò perché non è mai troppo tardi per raggiungere se stessi. Lo farò per me, per chi proseguirà il mio narrare, per chi dal mio respiro e battito ha avuto inizio. Lo farò per le mie nonne. Per quello che loro non hanno potuto fare o essere. Lo farò per quella bambina di dodici anni che guardava sempre dalla finestra i passaggi del cielo e sognava un altrove diverso. Lo farò per dire che è possibile, nonostante la fatica e le complicanze della vita e i nostri limiti uggiosi e a volte malinconici. Lo farò per ricordarmi che ogni volta che si entra in un anno nuovo, stiamo valicando soglie, ci stiamo spostando un passo più in là, celebriamo la possibilità di un cambiamento.Lo farò per celebrare il tempo che passa e con lui le ore e i giorni e i mesi, che ci vibrano attorno come una composizione musicale a volte armonica, a volte dissonante, ma dentro la quale bisogna provare a danzare.
Buona vita a tutti voi. Vi soffio dal 2015 il mio saluto allegro e ballerino.
Tizianeda
Custodite nei cassetti profumati il vostro intimo di donna preferito, ma conservate in un angolo i pigiami per i giorni di tempesta, per gli attimi di ribellione, o di riposo. Arieggiate gli armadi, fate danzare per le stanze gli scheletri, liberandoli per qualche ora. Indossate vestiti che dicono di voi senza pudori, bruciate quelli che non vi raccontano più. Prendete le scarpe che accompagnano i vostri passi nel mondo fuori, ma dentro di voi sentitevi sempre scalze. Sedetevi davanti allo specchio che vi riflette meglio e guardatevi. Guardatevi negli occhi a lungo, riconoscendovi. Nessuno potrà vedervi come voi vedete voi stesse. Lasciate che il vostro volto vi dica chi siete. Sorridete o piangete. È la stessa cosa. Oppure sorridete e piangete raccontandovi di nascosto la vita. Emozionatevi per quello che siete. Scegliete le scarpe che volete calzare. Siate il principe azzurro di voi stesse. Vestitevi di femminilità e uscite.
L’augurio che vi faccio, mie amate donne, per questo Natale, non è di ricevere. I doni arrivano quando devono arrivare, non stateci a pensare troppo. Vi auguro di dare, tanto, con leggerezza, della vostra essenza ritrovata. Di raccontare la vostra visione del mondo, senza paura.
E a voi, miei amati uomini, auguro di esserci (con tutto quello che una parola così potente dice), mentre osservate il vostro incedere tra le cose.
A tutto il resto, pensiamo noi.
P.s.: Tizianeda si ferma per qualche giorno. Ma dopo il 26 dicembre torna, perché non può stare a lungo lontana da qui, ché poi le manca l’aria. Non si riposerà dalle parole. Questa settimana si dovrà concentrare su un progetto importante da concludere. E anche io, Tiziana, vi lancio, come un bacio soffiato, il mio Buon Natale. Soprattutto lo invio a tutti i piccoli della terra, a chi subisce senza potersi difendere, vedendosi stravolta la vita. E ai bambini che sorreggono il mondo con la loro struggente innocenza, il mio bacio, ancora e ancora di più.
Tizianeda
Quando è tornato a casa, lei è andata incontro a lui, come solo le donne sanno fare. In quel modo unico. In quel modo morbido e silenzioso. Ha allargato le braccia e poi le ha cinte attorno al collo, appoggiando la guancia alla sua. Un movimento che mi è sembrato di riconoscere, che mi è sembrato appartenermi. Lui ha sorriso e ha cinto la vita di quella ragazzina in punta di piedi. Io ero lì seduta sul lettone, con il computer acceso, in attesa che una storia arrivasse. Ho alzato lo sguardo e per incanto le parole hanno avvolto quel padre e quella figlia che si abbracciavano. Lui stringeva la figlia e abbracciando lei, stringeva in un viaggio nel tempo e nello spazio la madre che l’aveva generata. Lei, la ragazzina che abbracciava il padre, in quell’attimo intimo avvolgeva gli uomini che un giorno avrebbe amato. E c’era questo presente fugace, c’era il passato madre e un futuro da aspettare. Tutto sembrava lì immobile, in quell’ immagine, come un prodigio.
E mi è quasi venuto da piangere ché la vita, a volte, ti fa questo effetto strano. E la bellezza quando ti esplode davanti e sai che non hai fatto nulla per meritarla, ti commuove. Almeno a me succede così. Come l’amore ché anche quello, mica te lo meriti. Quello ti arriva e basta, anche se sei un essere umano piccino, pieno di limiti e piccolezze e pesi e troppi silenzi sparsi nell’anima. E però se arriva, sì se l’amore arriva così addosso come la pioggia, è perché c’è sempre qualcosa di unico e straordinario da salvare dentro di noi. E insomma tutto questo, ogni volta, mi emoziona. E come ho spiegato a un amico – per non terrorizzarlo di avere innanzi un essere irrazionale, emotivo e perlopiù incomprensibile – a noi femmine, esplode improvvisa, l’urgenza di svuotare l’anima. E lo facciamo così, senza troppi convenevoli, trabocchiamo. E forse traboccando riempiamo questa vita imperscrutabile e sfuggente, di quel tanto di umanità intima che ci salva.
Tizianeda
“Siamo arrivati!! Uuuh, ma stai già friggendo! Aspetta che ne prendo una … mmmh … mizzica ( esclamazione indigena – n.d.a.) ma è buonissima. Ma ci sono anche i pomodori secchi … e tu che stai mangiando? Pasta e ceci? E’ di là? Vado subito … ma che tavola imbandita … anche qua ci sono le crispelle…santo cielo…ho portato il salame lo poggio qui … anche i confetti colorati e come mai?… oh, ma ciao e ciao, ci sei anche tu? Ciao …”.
Tizianeda con la famigliola, l’8 dicembre, che è festa anche nel sud suddissimo, si è recata per l’ora di pranzo, nella casa di un’altra famigliola, che Tizianeda conosce da 25 anni e forse anche di più. Che è tantissimo e a pensarci fa venire i brividi. Lì il capo famiglia, che è la donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra, friggeva e friggeva e friggeva la pietanza della città sbilenca tipica di quel giorno: le zeppole (o crispelle). Loro, le zeppole o cripelle, sono un impasto lievitato di acqua e farina, che gli dai una forma di pallina e dentro se vuoi ci nascondi un pezzo di acciuga o di pomodoro secco o di roba piccantissima che se non sei abituato e la mangi, forse muori. E tutta la casa profumava di zeppole e anche il capo famiglia odorava di crispelle e anche tutti gli ospiti dopo pochi secondi che si aggiravano per la casa odoravano di crispelle. E tutta la città odorava di crispelle . Che è un profumo che ti si appiccica addosso e se ne va solo dopo l’Epifania, se ti va bene. E lì nella casa, c’erano i due figli degli ospitanti che il decenne non vedeva l’ora di starci, perché dice che sono molto interessanti. E non c’era il terzo figlio, però, che è un musicista come il padre, perché ha fatto un giro lunghissimo per la terra e si è ritrovato in Australia. Che ora gli australiani saranno felici per questo ragazzo bellissimo, che Tizianeda lo ha visto da quando era nella pancia della sua mamma, che già lì dentro, tra battito e respiro, ha iniziato a imparare la musica. E c’erano tanti amici che Tizianeda ci sta bene e anche la donna con i capelli arancioni, che ha indossato per tutto il tempo, un natalizio cerchietto accessoriato di corna con orecchie dell’alce di Babbo Natale. E anche l’amica che friggeva e friggeva aveva il cappello di Babbo Natale con le treccine. E Tizianeda ha indossato una parrucca color turchese, perché in quella casa ci trovi dentro tutte cose così, tipo parrucche, sculture in legno, armoniche a bocca, chitarre, piccoli lavatoi di ferro che se li appendi al collo, poi li suoni con i cucchiaini. E così si è suonato e cantato e poi una donna e un uomo che sono molto bravi, hanno recitato con il leggio un testo allegro, smaliziato e malinconico di Teocrito e una poesia che tutti abbiamo riso bene. E poi c’erano anche i genitori del musicista padrone di casa e la zia del capo famiglia, la zia Miranda, che ha regalato a Tizianeda e alla Donna con i capelli arancioni delle perle di sapienza, delle lezioni di vita, dei consigli che solo una donna saggia e sagace sa dare. E della zia Miranda ci siamo innamorate, ché ogni donna dovrebbe avere una zia Miranda in casa, o all’occorrenza.
P.s.: i confetti colorati nella casa degli amici erano lì, perché il 12 dicembre di 25 anni fa, pochi giorni dopo l’8 dicembre, la donna con gli occhi di aliena e i capelli color della terra e il musicista dal cuore matto, si sposavano. Io a quel matrimonio c’ero. Ero una bambina in fondo, proprio come loro. E a loro e a tutti noi auguro che la vita abbia, per quanto possibile, il profumo affettuoso delle crispelle, da riempire dentro il suo cuore morbido e segreto, come più ci piace.
Tizianeda
Questo è un luogo in cui tutto succede con calma. Come l’inverno per esempio, che non ha nessuna fretta di esplodere nell’aria. Come le foglie sugli alberi che si accartocciano con lentezza e cambiano colore a rallentatore. Come gli uccelli migratori, che ancora sono qui e li vedi su nel cielo, compatti ad allargarsi e stringersi come le maglie scure di una rete. Come il Vulcano dall’altra parte del mare, che soffia fumo come una oziosa signora. E così Tizianeda, in una mattina di caos e uffici in cui entrare e uscire, di carte da prendere per portarle nel suo studio di avvocata, di tedio e corsa, ecco in una mattina così che si riprometteva triste e monotona, all’improvviso in questa giornata dal gusto amaro, ha avuto un improvviso desiderio di dolci. E questo desiderio di dolci si è trasformato in un bisogno di concedersi un tempo fermo. Così ha guardato il cielo che era dell’azzurro dell’estate, anche se è dicembre, si è sbottonata la giacca perché l’aria era tiepida e dagli uffici è andata nella via della sua città sbilenca che cammina accanto al mare. La via che da lì vedi l’isola con le sue montagne bitorzolute che cambiano colore e un po’ più in là a volersi distinguere, il Vulcano sospeso, la montagna di fuoco, bella ed esibizionista con i suoi giochi di furore rovente e cenere. E insomma, Tizianeda è entrata in una gelateria che fa anche pasticcini e ha comprato dei cannoli che sono dolci siciliani, ma li sanno fare anche da questa parte del mare. Li ha comprati che la crema era al pistacchio. Poi si è seduta su una panchina, che se guardava a sinistra, vedeva l’Etna con il fumo che le usciva dal corpo, se guardava a destra tutto il marciapiede ampissimo, con i lastroni di marmo, pieni di strisce di cenere che il vento aveva trasportato dal cuore della montagna di fuoco. Se guardava davanti, c’era il mare che era di un azzurro irreale e placido. E se guardava in alto c’era la luce del suo sud suddissimo. E così, seduta sulla panchina più bella del mondo, Tizianeda che si sentiva piccola piccola davanti a tutto quell’immenso che le cadeva addosso, ha preso dal sacchetto della pasticceria il primo cannolo al pistacchio e lo ha mangiato lentamente, sentendo il croccante della cialda cedere al suo morso e così conquistare il morbido aroma della crema. Ne ha mangiato anche un altro di cannolo, che tanto erano piccoli e non era il momento di pensare ai risvolti calorici. Poi è stata ancora un po’ a guardare quella roba intorno, sopra, sotto, di lato, che sapeva di infinito e si è sentita proprio naufragare, come quel poeta di Recanati che le cose le sapeva dire veramente bene. Poi è andata via, anche se non ne aveva proprio voglia. E in quel tempo sospeso, lei si è sentita fortunata.

Tizianeda
L’appuntamento è quotidiano. Apre la porta di casa, attraversa il pianerottolo, pochi passi, suona al campanello dell’appartamento accanto. Lei l’aspetta, prende gli occhiali per poter vedere i contorni delle lettere sfocate, prende i suoi libri che ha ripreso a studiare ed entra nei 90 mq con la ragazzina. Si siedono vicine davanti a un tavolo pieno del disordine scolastico di un’adolescente. Una ha 83 anni, l’altra 13. Una cifra in comune dentro un abisso temporale. Una è la mamma vecchietta, l’altra è la tredicenne, la prima nipote, la prima figlia, la liceale neofita, l’apprendista di lingue, suoni, accenti, regole grammaticali, costruzioni architettoniche di frasi e pensieri che vengono da lontano, che stimolano la nostra memoria atavica, che marcano un territorio, che segnano l’appartenenza e l’origine. Il greco e il latino. Nonna e nipote studiano insieme, viaggiano sulla strada tortuosa di lingue antiche, di sonorità pronunciate in un tempo altro da donne della loro stessa età, da altre nonne e da altre nipoti. Io, quando sono lì, tra le stanze, le spio, mi soffermo, le ascolto, le osservo. Guardo la mamma vecchietta – ogni giorno sempre più vecchietta – ringiovanire mentre pronuncia formule magiche contenute in un alfabeto che oggi la nostra lingua nasconde nei suoni. Guardo la ragazzina imparare lingue che non parlerà mai quando andrà in giro per il mondo, ma che in qualche modo viaggeranno dentro di lei, raccontandola. Le guardo, io che quando studiavo intrappolata tra mille alfa e omega, mia madre non la volevo, perché troppo presente, troppo assillante, troppo professoressa, troppo madre, troppo tutto. Io che preferivo leggere di nascosto “Cent’anni di solitudine” fino a che gli occhi non mi scoppiavano, piuttosto che immergermi in meccanismi arcani. Io che ero figlia, adolescente, insicura, arrabbiata, piena di silenzi dissonanti e spigolosi in cui cercare di trovarmi e amarmi.
Oggi che sono donna – che ho attraversato boschi, che mi sono esplorata, scoperta e riscoperta, che sono fiorita trovando le parole con le quali dirmi, che so che ancora altre parole arriveranno, che ho trovato posti dove stare bene dentro di me, che ho decostruito e costruito, che ho accolto limiti e mancanze, che a volte le insicurezze risalgono dal fondo, che ho accettato di non avere spesso risposte, che quando mi schianto mi aspetto, che ho imparato a essermi paziente e ad accudire l’impazienza – oggi sono la bilancia tra questi due mondi. Il pianeta allineato, tra quello che mi ha generato e quello che è nato dal mio corpo distaccandosi. Sono la figlia e la madre. Oggi sono la donna che lascia tracce per la ragazzina e sono la donna che accoglie la madre, sentendomi parte del meccanismo armonico dell’universo. Un meccanismo di cui assecondo, come tutte le donne, il movimento circolare. Sono la storia che compone una storia più grande e in divenire. Oggi, che so e che sento e mi muovo e avvengo.
Tizianeda