La ricerca della felicità e i jeans ritrovati

“Quattordicenne cosa stai cercando?”
“Sto cercando la felicità. Mamma … scherzo! Cerco i miei jeans”
Mi ha fatto ridere la ragazza, regalandomi un incipit di giornata allegro. Non ho pensato al disordine dei 90 mq e che ogni benedetta mattina iniziamo la caccia di pantaloni, maglioni, camicette, spazzola, dentifricio, deodorante che misteriosamente scompaiono e si materializzano dove non dovrebbero stare. No, ho sorriso per la bellezza di quella battuta arrivata all’improvviso, proprio come la felicità. E penso da due giorni a questa frase. Penso alla felicità che cerchiamo, spinti anche dalle nostre inquietudini. Penso ai jeans nascosti negli anfratti della casa, indispensabili nella loro spiazzante materialità, per uscire dalle stanze familiari e iniziare le cose della vita. E penso a questa condizione che sembra così astratta e sfuggente e sempre un passo davanti a noi e che invece è fatta anche di materia, è fatta di qui e ora e va indossata come i jeans della ragazzina. Bisogna pensarla, la felicità, per riconoscerla mentre abita le nostre stanze interiori stimolate, come il meccanismo complesso di un orologio, dai moti della vita.
Bisogna riconoscerla, la felicità, quando ci cammina accanto, rivolgerle lo sguardo, vederne la bellezza sorridente, chiederle di fermare il tempo almeno per un po’, di fermare la corsa, farci riprendere fiato, respirare. Ed è come indossare i jeans ritrovati sotto una montagna informe di vestiti. Così uscire dalle stanze per respirare gli odori del mondo fuori e sentire e credere che in fondo, questi attimi clementi ce li siamo meritati, anche per averli saputi riconoscere.

Tizianeda

Complicanze, soccorsi, spettacoli e colori

Cose che Tizianeda ha fatto in questi giorni.
Ha registrato la puntata di una trasmissione televisiva che si chiama “Fuori in trenta minuti” insieme alla sua amica Eleonora per parlare dei loro mondi creativi. Ha parlato dello spettacolo che rappresentano insieme, tratto da questo blog. Un signore altissimo con le mani giganti, i capelli turchini come quelli delle fate e dei piedi lunghi lunghi come quelli di un Orco, che fa il cromatologo, le ha detto che il colore della sua anima è rosa fané, che è madre e figlia, soldato e comandante, inossidabile e decisa. Le ha detto anche di dipingere per liberare le sue troppe energie. Lei crede che non lo farà, perché la sua vita per ora è già abbastanza complicata.

Ha fatto una breve gita in tarda serata al Pronto Soccorso della sua città sbilenca, per portare lo Sposo Errante (niente di grave, tranquilli, tutto sistemato). Lo Sposo errante non ha gradito la sua guida creativa e anarchica, lei ha ignorato le sue richieste di regredirla al ruolo di passeggera. Al pronto Soccorso sono arrivati entrambi integri. Un infermiere gentile ha assegnato allo Sposo un colore che indica il grado di urgenza: il verde. Dopo la visita l’uomo verde e la donna rosa fané sono tornati nei 90 mq.

E’ ritornata al Pronto Soccorso dopo pochi giorni. E le è sembrata una discreta media per la sfiga. Lo ha fatto per accompagnare una signora. La signora era convinta di avere un infarto o la polmonite, Tizianeda era convinta che le sue costole non fossero perfettamente integre. Tizianeda ha ripercorso la stessa strada fatta pochi giorni prima, ha condotto la signora nelle stanze ospedaliere, ha parlato con infermieri e medici con la sicumera di chi sa la questione e di come ci si comporta in certe situazioni. Ha scherzato con la signora per distrarla dalla paura, ha scherzato con il giovine che l’ha fatto sedere su una sedia a rotelle, portandosela in giro, perché lei quando il gioco si fa duro, scherza. Ha scherzato con la dottoressa addetta ai raggi X, perché le è sembrato che quelle stanze e quei corridoi fossero tristi assai. E’ stata scambiata per la badante della signora, forse per il rossetto rosso fuoco che ormai indossa come una copertina di Linus e per gli orecchini dell’identico colore. La dottoressa si è sentita mortificata per l’errore. Tizianeda si è sentita molto contenta per l’errore, ché nell’immaginario collettivo le badanti sono donne dell’est, con bei rossetti sulle labbra e bone. La signora che ha accompagnato al Pronto Soccorso, aveva le costole non perfettamente integre.

Ha rappresentato con Eleonora lo spettacolo tratto dal suo blog. Lo ha rappresentato in un teatro pieno di gente. E’ piaciuto a chi era presente. Probabilmente si apriranno scenari inaspettati. Il 12 maggio questo blog compirà quattro anni. Quando questa avventura è iniziata Tizianeda non sapeva proprio dove l’avrebbe condotta. Certo non credeva che si sarebbe trovata su un palco, dentro uno spettacolo inondato da così tanto affetto. Eppure è accaduto. Eppure sta accadendo. Vi aggiornerò su tutto questo e su qualcos’altro che sta per arrivare.
Un saluto allegro e capovolto a tutti voi!

P.S.:  Qui la locandina dello spettacolo. Un grazie felice a una donna e al suo coraggio per averlo proposto e voluto con pervicacia: Maria Rita Stilo, avvocata anche lei e molto molto di più.

Tizianeda

Auguri mia ragazza

Ridi spesso, ti tocchi i capelli, vesti di nero, a volte ti concedi un colore, hai un odore inconfondibile, sei spiritosa e sarcastica. Sei bella e non lo sai. Osservi il mondo senza fartelo sfuggire troppo. Hai morbidezze e un sorriso lieve. I tuoi occhi di quel colore che non ha nome, che sono mare e cielo e nuvole e acciaio, a volte hanno nel fondo la tristezza, o forse è la malinconia delle donne che ci avvolge così all’improvviso. Sei un mondo che scruto, sapendo di non poterlo conoscere fino in fondo. Ti fai abbracciare e io mi perdo perché sei più possente di me e mi piace in quegli attimi clementi sentirmi madre e figlia. Devo stare attenta a distribuire equamente baci e abbracci tra te e tuo fratello. E aspetti e osservi per evidenziare le dimenticanze. Sei acuta e non dici. Sogni di prendere un giorno una valigia e partire per luoghi lontani. Perché tu sei indipendente e solitaria. Tu che oggi hai quattordici anni, mia tutta bella, mia ragazza, mia non più ragazzina. Non sempre so come starti vicina in questa tua terra di mezzo. L’adolescenza è il luogo delle possibilità, dei sogni e delle scelte. E’ il luogo in cui tutto è assoluto, in cui tutto è qui e ora. Non ci sono grigi, non ci sono sfumature, si è inclementi e puri, perché la purezza è estrema, come i vostri umori oscillanti e repentini. Sei una terra affascinante che si forma e si sposta e vibra, si innalza, si espande, muta ogni secondo impercettibilmente. Sei donna, amore mio, ogni giorno di più. Sei donna quando abbracci dentro quel movimento che riconosco, quando ridi, quando mostri l’amore per tuo padre, quando proteggi tuo fratello, quando ti scontri con me, quando ci cerchiamo sapendo di essere entrambe parte di un universo circolare e ciclico e intimo, sapendo di essere fatte della stessa essenza.

Auguri mia ragazza, mia bella, auguri unica A.

Tizianeda

Il rossetto rosso fuoco

“Allora, cosa ne dici?”
“Mmmh … ti preferisco senza”
“Perché decenne?”
“Perché ti preferisco “mamma” e con questo rossetto rosso non lo sei”
“Ma la mamma è sempre mamma anche sotto questo rossetto rosso fuoco. E a me, amore mio, piace truccarmi, perché una mamma è anche donna”
“Sì però ora abbracciamoci”
“Vieni qui, così ti do anche un bel bacio e ti lascio il segno rosso”
“No! Quello non lo voglio”
“Faresti un figurone, però…”
Il bacio non lo hai voluto, per non macchiare le guance. Ti sei riposato un po’ tra le morbidezze madri, le mie. E anche io mi sono riposata attraverso questo esercizio di dimenticanza del tempo. Poi sei andato via, appagato per quella dose di tenerezza. Lo so che non sei abituato a vedermi con il rossetto rosso sulle labbra, che ho deciso all’improvviso di infilare tra i miei racconti intimi di femmina. Mi piace e regala allegria all’anima e al volto, che a volte si fanno ricoprire da improvvise malinconie. Imparerai, amore mio, attraverso me, che le donne con il rossetto rosso, non smettono di essere tutto il resto. Soprattutto se con quel colore luminoso sul volto che le racconta come piace a loro, si sentono più felici e belle.Giusto quel tanto in più che serve ai loro pensieri.

Tizianeda

Fare l’amore

Ne hanno parlato quasi tutti. Ne hanno decantato le meraviglie, lo hanno denigrato, hanno fatto intendere delusioni tramutate in cinismo, gli hanno dato la forma di nostalgie e assenze. E anche chi lo ha taciuto, in fondo, lo ha voluto raccontare, perché il silenzio è un ricamo lieve attorno al suo nome.
Tizianeda, avrebbe voluto condividere sui social, una frase, una canzone, infilare una poesia, una fotografia. Niente di niente. Le è venuto il pudore davanti a un sentimento così potente, come le cose immense a cui non sa dare una definizione, come l’universo, soggetto alle regole della gravità, dove tutti i corpi si attraggono combinando casini cosmici affascinanti. Anche se a lui ha pensato tutto il giorno, anzi dalla sera prima, quando ha poggiato sui piatti ancora vuoti della cena dei tre abitanti dei 90 mq, dei cuori di cioccolato e meringa.
Ha pensato a questa cosa impalpabile che si chiama “Amore”, che è come l’acqua nel corpo umano: occupa buona parte dei nostri pensieri e condiziona i nostri passi e dà a ognuno di noi un differente sguardo sul mondo fuori, spesso incomprensibile agli altri. E non parlo solo dei grandi sistemi dell’amore, quello che i poeti da sempre raccontano come una profezia misteriosa con il loro sguardo da rabdomanti, tramutando questo sentimento sfuggente in immagini, che ci lasciano senza fiato. Parlo anche dell’amore che si insinua di nascosto nella piccola vita minuta. Che è nei gesti, nelle parole, negli sguardi della quotidianità ripetuta. Un sorriso, un ciao, un come stai, la mano su una fronte calda, un pensare senza dire, un gesto che protegge senza sapere. Cose così. Fugaci e immanenti, che lasciano un suono invisibile, come quello delle onde gravitazionali nel cosmo. Oggi provo a starci più attenta. Oggi dell’amore non parlo. Oggi l’amore si ascolta e si fa.

Tizianeda

Ma i maschi fanno tutti così?

“Mamma, ma i maschi quando si sentono male fanno tutti così?”
“Più o meno sì tredicenne. Lo dico in base alla mia esperienza e alla narrazione di molte donne che confermano i miei studi empirici in materia”.
Il decenne domenica mattina è stato colto da un persistente mal di testa. Ha svegliato alle 7 del mattino Tizianeda – reduce di un ritorno notturno a casa incompatibile con le sue capacità di recupero – e ha esternato il suo malessere. Poi la giornata lo ha distratto, la famigliola è stata ospite di amici gentili che li hanno sfamati e che vivono in un paese che ha sospesi sulla testa i resti di un castello bizantino. Dai ruderi e dalle mura che chiudono la fortezza, mentre il vento cercava di sollevarla sopra le cose, Tizianeda ha visto la vallata, il mare chiazzato di luce, l’orizzonte che non ha suono, il cielo addosso, le nuvole frettolose, le pietre antiche che urlano storie, la vegetazione che rivendica il presente e poi ha goduto del silenzio che ti viene voglia di non parlare più.
Ma si sa, dinanzi a una giornata perfetta c’è sempre la Legge di Murphy in agguato. Tornati a casa il decenne ha manifestato nuovamente il suo malessere, Tizianeda ha controllato al ragazzino la febbre, ha accertato che aveva una leggera alterazione della temperatura. Durante la notte ha avuto mal di pancia, mal di testa, catarro, raffreddore, tosse. Tizianeda lo seguiva inerme tra letto e bagno con la ciotola raccogli vomito, salvatrice di lenzuola, pigiami e pavimenti ed è stata per tutto il tempo in uno stato oscillante tra la narcolessia e la veglia. Stamattina la febbre è sparita, il decenne ha chiesto se dovesse andare a scuola, non è andato a scuola e si è piazzato sul divano con la scatola dei fazzoletti e la ciotola a tenergli compagnia.
Oggi è lunedì e Tizianeda ha molto molto sonno.

Tizianeda

Parola di sfrontata

“Decenne, ma perché quando la bambina G ti saluta tu rispondi a malapena? Non è carino sai, lei è così affettuosa”
“Tu che sei mia madre lo dovresti sapere…”
“Sapere cosa?”
“Che sono timido! Mi vergogno e non ci riesco. Io sono così con tutti…”
“Ma con tutti o con le ragazzine?”
“Uff…diciamo di più con le ragazzine…”
“Alle ragazze piacciono i ragazzi timidi, sai?”
“Mamma! Cambiamo argomento, per favore”
“Va bene … ci penso … dunque … a me piaci tanto … anche perché sei timido … ok non fare quella faccia lì”
Abbiamo parlato di altro, delle cose che piacciono al decenne, non abbiamo parlato di ragazze, che per ora sono soltanto un elemento di impaccio tra lui e la sua libertà di movimento, non abbiamo più parlato della sua timidezza, che mi fa venire voglia di stringerlo e sbaciucchiarlo, ma spesso non lo faccio, per non imbarazzarlo e per i suoi dieci anni da rispettare. So che se nasci timido, questo sentire potente il mondo fuori ti si installa nel petto e nel fiato e diventa parte di te. So che sarà sempre così, so che sarà a volte frainteso, non capito e che lui si arrabbierà per questo. So che troverà il modo di dire le cose, con linguaggi diversi che lo aiuteranno a superare l’impaccio del corpo. So che troverà la sfrontatezza di qualcuno pronta ad accoglierlo tra le sue braccia. Perché per ogni uomo o donna timidi c’è la possibilità di un incontro importante che annienterà quella barriera protettiva come una rivelazione. Sfonderà le porte, non avrà paura, sarà un destino inaspettato che invertirà senza preavviso la rotta, uno sguardo più potente degli altri capace di vedere il giardino nascosto.
Io lo so. Sarà così. Parola di sfrontata.

Tizianeda

Attraversarla ridendo

Ma la vita, come si può attraversarla ridendo? Questa terra capovolta che è imprevedibile, bizzarra, un boh, un mah e molti forse. Lei che si diverte con la nostra umanità imperfetta. Che a volte è un cane che ti morde e altre volte un gatto che ti fa ruffiano le fuse. Come si fa dentro i giorni e le ore faticosi, che ti camminano sulla pelle come una fila di formiche disciplinate che portano fino in fondo il loro lavoro. Cosa ti fa gonfiare il cuore per poi lasciarlo andare libero nell’aria? Dov’è il trucco, l’imbroglio, la risposta. Dov’è la soluzione dell’enigma. Dove? Dove sono le mani che allentano il nodo, che sfilano il peso legato al collo. Di chi sono? E poi e ancora, come si accoglie la parte di noi che rallenta il viaggio, chiude lo sguardo, ci fa arretrare, ci allontana dalle attese e dalle possibilità. Come renderla inoffensiva, provandone tenerezza? Come rendere lieve questo insieme di passi uno davanti l’altro.
Tizianeda ci prova, ci prova sempre nonostante se stessa, che è l’ostacolo più grande. Ci prova e afferra i passaggi inaspettati di bellezza che le fanno percorrere la strada senza sentire troppo il peso della gravità. I passaggi che dita altre le porgono o che cerca mettendo da parte le sue complicanze di pensiero.
Le dita sono i 90 mq che l’aspettano, sempre. Il luogo del ritorno, la casa dentro cui rifugiarsi, la terra per la quale sentire nostalgia nei giorni della lontananza. Le dita sono il mare vicino al quale passeggiare la mattina e appoggiare tra le onde i silenzi e le solitudini. Le dita sono le parole da mettere in fila per ricomporre il puzzle dei pensieri. Sono i progetti e i sogni, che un giorno ti svegli e dici: la faccio questa cosa qui anche se è folle e sembra irrealizzabile. Le dita sono un abbraccio proprio quel giorno lì a un passo da. Sono una parola che scalda e consola, detta da chi ti fa sentire compresa e mai giudicata. Sono quella donna con cui condividi un sogno, un progetto, un’idea e ci si dice e ci si racconta e si può anche non parlare e si attraversa ridendo la terra capovolta. Sono ogni gesto proteso, affettuoso, libero che non ti aspetti, perché ognuno ha il proprio tempo da sbrogliare. Sono uno sguardo, un bacio, una carezza, un’ immagine bella che ti appare all’improvviso. La luna piena, una storia, un invito a pranzo, le donne, gli uomini, un messaggio, le amiche che ci sono, le persone che vedi felici, un non ti preoccupare, un hai mangiato, hai dormito, un grazie, un prego, un per favore, un resta ancora un po’.
La vita ha molte mani, a pensarci. Basta soffermarsi quel tanto che basta. La vita ha molte dita che aspettano soltanto di toccarci.

Tizianeda

Sei agitata?

“Sei agitata?”
“Per cosa?”
“Per lo spettacolo”
“No … cioè ancora no, non mi sembra. Non ci penso. Sono soprattutto contenta”
Ho il copione sul ripiano della cucina. Ripasso le mie battute, mentre sbuccio cipolle, preparo la cena, vengo interrotta da urgenze improcrastinabili dei minori e dal pensiero del frigo vuoto e dal telefono che squilla e dalla mamma vecchietta che arriva, da un correre da qualche parte (si corre sempre da qualche parte), da una ragazzina che dice e chiede. Meglio così. Lo spettacolo è un incastro come tanti nelle ore. Non sentirò mal di pancia, tachicardia e tremarella pensando al momento in cui sarò sulla scena con Eleonora a raccontare di vita minuta, quotidianità, donne e prodigi. Ad alternare serietà e cazzeggio come se questo fosse l’unico modo possibile di stare tra le cose. A entrare come Alice nel Paese delle Meraviglie dentro un micro mondo che si chiama “Ho attraversato ridendo la terra capovolta”, costruito estraendo le parole da questo blog. Le parole, che sono la fune sulla quale salire e oscillare, senza troppo pensare all’abisso che c’è sotto. No per ora non sono agitata. Anche se raccontiamo della vita che a volte agita, lei sì, e affascina e ti rapisce con attimi di inaspettato furore, sempre. Questa vita non sempre a fuoco da dire e sbrogliare con occhi femmina. No non sono agitata. Mi sento densa, se così si può dire. Con uno sguardo denso come il respiro. Con una sfera di cristallo tra le mani, fragile e magica. Con una fatica immane che il corpo mi rimanda, con la sensazione che devo trovare nuovi e solidi equilibri dentro di me.
E quindi no non sono agitata. Almeno non ancora.

P.s.: “Ho attraversato ridendo la terra capovolta”, per chi non lo sapesse è lo spettacolo, che Eleonora e io stiamo portando in giro. Questo fine settimana ed esattamente venerdì 29, sabato 30 e domenica 31 gennaio sarà al Teatro della Girandola della nostra città sbilenca. La domenica è una data aggiunta in questi ultimi giorni per le innumerevoli richieste. Ed è stato come sentirsi riempite di baci affettuosi.
Vi aspetteremo sorridendo.

Tizianeda

Motocicletta

“Tizianeda, che dici se la faccio riparare e ricominciamo a usarla?”
“Ma sei sicuro sicuro? Sono passati tanti anni … più di quattordici … vabbè se ci tieni, in realtà sarebbe figo risalirci come ai vecchi tempi, prima del delirio”.
Quando lo Sposo Errante, che ancora non era errante e neanche sposo, ha conosciuto Tizianeda, si aggirava per le strade con una motocicletta Enduro. Che è uno di quei mezzi di locomozione a due ruote, molto sportivo e molto alto. Se sei agile, figa, scattante, con i capelli al vento e con le gambe lunghe lunghe ci sali con la grazia di una gazzella. Se sei Tizianeda ogni volta prima di accomodarti sul sellino, ti concentri torva come se dovessi affrontare un duro allenamento militare. Quando lo sposo allora semplice corteggiatore e poi fidanzato andava a prenderla sotto casa, il quartiere si affacciava sui balconi e stava sugli usci che davano sulla strada, per assistere allo spettacolo della vicina che si arrampicava sulla motocicletta. Tizianeda inspirava ed espirava, malediceva i tipi della bottega accanto che uscivano sulla strada per assistere alle show, poggiava sempre il piede sbagliato sul pedalino sbagliato, affondava le unghie sulla spalla del centauro, faceva oscillare pericolosamente la motocicletta, e si accomodava. Poi si partiva verso mete e luoghi, lei cingeva il corteggiatore, appoggiava le sue forme alla schiena di lui e si sentivano entrambi felici. Hanno continuato a farlo, anche quando lui non andava più a prenderla, perché ormai la casa era diventata unica per entrambi. Poi però, la pancia di lei ha iniziato a crescere crescere e arrampicarsi su quella motocicletta era diventato impossibile e l’unica morbidezza che poteva appoggiare alla schiena di lui era un ventre tondo come una mongolfiere. Così la motocicletta è stata riposta in un garage e coperta da un telo. Tizianeda tra le braccia e appoggiata alle sue forme ha iniziato a tenere una bambina. La motocicletta nella solitudine caotica del garage, ha aspettato paziente e forse rassegnata. Ogni tanto in casa si parlava di lei, come dei tempi andati, come dei bei ricordi. Poi la folgorazione dello Sposo nostalgico, al quale non si può dire di no.
Ora la moto è in officina, come una regina. Tra qualche giorno sarà riconsegnata allo sposo. Tra qualche giorno Tizianeda dovrà provare a risalirci. A guardarla divertiti sul balcone, ci saranno una ragazzina di quasi quattordici anni e un ragazzino di dieci. Poi lei cingerà la schiena di lui, appoggerà le sue forme e chiuderà gli occhi, per cercare sensazioni di un tempo lontano.

 

 

Tizianeda