Ti regalo un’altalena per quando il mondo oscilla e un lieto fine per le giornate da risolvere.
Ti regalo la solitudine dell’orizzonte, dove ritrovarti nelle ore chiassose e le onde placide del mare quando i pensieri si fanno contorti e confusi.
Ti regalo un passo deciso, per allontanarti da chi rimesta i tuoi pensieri e un passo lento che ti farà soffermare dilatandoti lo sguardo.
Ti regalo la strada da percorrere e il viaggio, da inventare.
Ti regalo una stanza nascosta del mio cuore che non saprai, perché questo amore non diventi catena.
Ti ho regalato il mio sorriso che porti in giro ormai da dieci anni, mio bel ragazzo e l’innocenza dentro gli occhi, che mi appartiene e che ti lascio.
Ti regalo desideri sotto il cuscino e una valigia spaziosa per ripiegarli e così andare.
Ti regalo le lucciole in un barattolo di vetro. Le porterai nel bosco. E ti regalo la gioia di vedere la luce danzare nella notte, quando le libererai.
Ti regalo un qui e un ora e nessuna fretta di sapere come andrà a finire.
Ti regalo la tenerezza delle donne, che tu ami da sempre di un amore grato.
Ti regalo questi piccoli pezzi di parole come un mantello da indossare, cucito con i miei silenzi.
Dieci è un numero speciale. Ha quell’uno da cui ripartire e lo zero che si fa importante, che segna il giro di boa della tua infanzia.
Buon compleanno mio bizzarro e dolce Domenico, da questo cuore di mamma, matto come l’amore.
E insomma la giornata è andata così.
Nel tardo pomeriggio Tizianeda, è stata in un posto accogliente che si chiama “Circolo Culturale Guglielmo Calarco”, per parlare di un libro: “La favola di Syd”. Lo aveva già fatto in un altro posto, un po’ di mesi fa. Un giorno la Donna con i capelli arancioni le ha detto ”presenti “La favola di Syd”?”e lei le aveva risposto ”Sì, mi hai convinto lo presento”.
Poi glielo ha riproposto, perché l’uomo che lo ha scritto voleva ritornare nel sud suddissimo e Tizianeda le ha detto ancora “Sì mi hai convinto lo ripresentiamo”. E così prima di approdare nel circolo dove c’era Angela ad accoglierle, Tizianeda che sarebbe voluta arrivare rilassata e riposata, ha avuto una giornatasantocielo. Perché quando il gioco si fa duro, la giornatasantocielo è lì che ti aspetta. Così ha lavorato, corso, incastrato, accompagnato, riportato a casa, affrontato la mamma vecchietta, le tristi carte, i dubbi esistenziali. Poi è arrivato il momento di prepararsi ché si era fatto tardissimo. Ha indossato un vestito rosso, ha avuto l’approvazione dei suoi severi fashion stylist personali, il novenne e a tredicenne. La tredicenne ha detto “bel vestito, mamma, mi piaci”. Il novenne le ha detto “mamma stai molto bene” e poi le ha detto anche “il rosso è proprio il tuo colore” e ha messo il pollice verso l’alto e le ha sorriso e Tizianeda si è sentita molto bella. Poi, visto che era tardissimo, ha fatto una cosa che i guru della cosmesi considerano abominevole ed eretico, come un vegano la carne, un pesce l’aria, un bambino i broccoli. Si è spalmata la crema idratante in faccia, anche se aveva il fard sulle guance dalla mattina. E poiché era tardissimo, visto che aveva lo smalto bordeaux sulle unghie un tantino smangiucchiato sulle punte, anche se avrebbe dovuto fare un lavoro di acetone e ripasso come le signore dabbene, ha invece tagliato le punte, facendo peraltro un ottimo lavoro.
Poi al circolo è riuscita ad arrivare tutta intera, la stanchezza le è passata ed è stata una serata divertente. Almeno Tizianeda si è divertita a parlare del libro e a tirare fuori tutte quelle cose che sono anche dentro la vita, tipo l’amore per qualcuno o per il mondo fuori. E c’erano Angela, la Donna con i capelli arancioni, Antonello che ha scritto il libro, ragazzi entusiasti, la musica, le immagini, Maria che ha recitato dei brani , tanti signori e signore e due chitarre elettriche messe su due trespoli, che aveva portato un signore, così, per entusiasmo. Perché il Syd del libro è anche Syd Barret dei Pink Floyd. Poi quando si è finito di parlare e commentare e la gente sembrava contenta e Tizianeda ancora più di loro, lei e la Donna con i capelli arancioni, hanno preso le chitarre elettriche e hanno finto di essere due rock star, facendosi fare duemila foto. Anche se forse in un circolo culturale questo non si fa. Poi, Tizianeda ha salutato e ringraziato e baciato un po’ tutti ed è andata via. Perché anche le rock star a un certo punto vogliono tornare a casa, indossare un pigiama poco rock, i calzettoni e sentire che la giornatasantocielo è terminata.
“Sposo Errante, oggi pomeriggio mentre ero a teatro con il novenne, è successa una cosa bellissima, meravigliosa, incredibile, che ti fa sperare nell’umanità, ecc.ecc. …”
“Cosa Tizianeda?”
“Pensa, ho dimenticato le chiavi della macchina nel cruscotto, cioè proprio lì nella toppa e nessuno l’ha rubata!”
“…”
“Ma che fai non dici niente? Perché scuoti la testa, dove vai? La macchina era anche parcheggiata in una strada illuminata, poteva passare chiunque e prendersela, ma niente, l’hanno lasciata lì!”.
Tizianeda, ha il sospetto che lo sposo non abbia interpretato la situazione proprio come lei e forse si è preoccupato giusto un po’ per questa compagna che istiga al furto della sua autovettura e che dimentica di compiere gesti elementari, come staccare la chiave dal cruscotto della macchina, azionare l’antifurto e infilare l’oggetto nella borsa. Ma ve l’ho detto, ultimamente Tizianeda esercita la dimenticanza un po’ più del solito, che preoccupa il lucido Sposo errante.
La chiave nel cruscotto, Tizianeda, non l’aveva mai lasciata per così tanto tempo. Al massimo qualche minuto per poi tornare subito indietro sui suoi passi e così recuperarla. Saranno stati i discorsi lungo il tragitto con il novenne che l’hanno resa più assorta. Ché si è parlato di Don Chisciotte e del suo modo stralunato di percorrere le strade del mondo. Dei mulini a vento scambiati per mostri e il ragazzino le ha chiesto se contro “il male vero” ogni tanto, Don Chisciotte, combatteva. Tizianeda gli ha risposto che no, il male vero, quello che stravolge la tua vita, non lo incontrava mai, o forse era proprio il suo modo di essere così visionario e innocente che teneva lontano il male vero, spiazzandolo e disorientandolo, o semplicemente sfidandolo.
Perché a volte, quando il male vero arriva da qualche parte – e lui prima o poi arriva sempre da qualche parte – a infettare la bellezza ordinaria della vita e tu sai che c’è, anche se è lontano, l’unico modo per sfidarlo, l’unico modo per non arrenderti alla visione di tenebra che lui vuole iniettarti negli occhi e con cui vuole intossicarti i pensieri, l’unico modo è mantenere uno sguardo lucido e innocente. L’unico modo è quello di continuare ad attraversare la vita vibrando, l’unico modo è conservare quel po’ di grazia che ci salva. Conservare un ti voglio bene, un grazie, un prego, un per favore. Conservare un abbraccio, un sorriso, conservare le mani. Conservare il silenzio, la solitudine, conservare la libertà dei bambini. Conservare lo stupore, conservare uno sguardo che vede nel punto esatto di cosa o di chi. L’unico modo è avere passi, che salgono sopra al male vero confondendolo, perché lo sentono incomprensibile ed estraneo, pur vedendolo in tutta la sua distanza mostruosa.
Forse è questo l’unico modo, o forse no, in fondo Tizianeda non ha risposte da lanciare in faccia, come la torta di un clown, al male vero.
Però sa che ieri pomeriggio, al teatro ha assistito a due spettacoli. Quello sul palco e quello dei bambini. E lì dentro, il male vero per un po’ è davvero ma davvero rimasto fuori, perché non invitato alla festa, come le streghe cattive delle fiabe. E forse per questo, ieri pomeriggio, nessuno ha osato rubare a Tizianeda l’auto, parcheggiata con le chiavi nel cruscotto, su una strada illuminata.
Sul comodino, che mi sta vicino, quello che accompagna il respiro del sonno e guarda fermo i sogni della notte, c’è una catasta di libri. Disordinata, senza una logica o una spiegazione. Ci sono fogli sparsi macchiati di parole, da ripescare nel momento del bisogno. Parole appoggiate una sull’altra in frasi brevi e musicali, come organetti antichi, come colonne oscillanti a un attimo dal crollo. Poesie, frasi, versi trovati, stampati, poggiati lì sul comodino, a ispirare il sonno. Ci sono anche disegni di bambini volanti, per arieggiare i sogni e renderli lievi, facilitare il risveglio e il buon umore. Sul comodino c’è il diario della pittrice messicana, pieno di colori e dolori. Se lo apro ti assalgono, ti ricoprono, ti raccontano bisbigliando. Per questo non lo leggo più da un po’. Però è lì che dorme insieme a me, che regalo a Frida i miei sorrisi intimi di donna, a lei che non aspetta baci e principi.
Sul comodino c’è il libro di un sociologo che scompone l’amore, come un medico legale sul letto di un obitorio. I sociologi non dovrebbero parlare d’amore. Meglio i poeti, che non usano bisturi riducendolo a brandelli. Meglio i poeti che sentono, senza toccare e possedere. Sul comodino c’è una matita rosa e una viola. Ogni tanto scompaiono, tra le pagine e le parole. C’è polvere sul comodino, tra gli spazi vuoti. Sul comodino, ci sono i miei collant neri, poggiati a caso. A ricordare una giornata densa, della quali mi sono spogliata, almeno per un po’. C’è il mio cellulare spento, con una custodia fucsia. Riposa anche lui. Lo guardo e penso che me ne dovrei liberare. Ma non lo faccio mai. Sul comodino ci sono i pensieri, da sistemare durante il sonno, da tenere quieti. Sul comodino ci sono io che sono parole, silenzi, polvere, colori, fogli sparsi, storie da dire, un collant nero dismesso, da indossare il giorno dopo. Perché i comodini un po’ ci rappresentano. E io, temo di essere un gran casino. Quando mi sveglio farò ordine, togliendo qualcosa, sistemandone meglio qualche altra.
p.s:no, non è vero, non toglierò un bel niente. Aggiusterò solo le simmetrie, indosserò le calze nere e accenderò il cellulare. Del mio comodino non cambio nulla. Forse aggiungerò qualcosa.
Un saluto allegro a tutti e amate il comodino che è in voi.
Il lavoro di avvocata. Le tristi carte sul tavolo. Le mail e le telefonate. Scrivere, rispondere, organizzare, distrarsi, correre. L’arretrato e il nuovo che si aggiunge. Prendere a scuola. Ascoltare i racconti. Chiedere, parlare, guardare, guardarlo. Come è andata oggi. La tredicenne che torna anche lei. Ritrovarsi noi tre. Mangiare insieme seduti. Chiacchierare, ascoltare. Leggere i messaggi, distrarsi. Tornare in studio, ridiventare avvocata. O. senzaditenonsapreicomefare. Ridere. Guardare il cellulare. Imporsi discipline. Fallire. Riuscire. Lo Sposo lontano. Uscire, accompagnare. Tornare. Lo studio ancora. Chiudere la porta. Accompagnare ancora. Tornare. Riprendere. Nel tragitto chiacchierare. Ritornare. Sdraiarsi un po’. Non c’è tempo. Santo cielo, la tredicenne. Salire in macchina e guidare. Prendere, ritornare. Tutto ok? Il novenne e la scherma. Corri è tardi. Accompagnare. Macchina musica chiacchiere silenzio. Aspettare in macchina con il pc. Scrivere e approfittare del tempo fermo. Il post, l’articolo, i progetti. Il cuore batte, perde un colpo. E’ la stanchezza o forse no o forse boh. Ritornare. Aspettare, preparare. E in mezzo a questo, progettare, scrivere ancora, rubare il tempo, telefonare, sentirsi, raccomandarsi. Vieni con me? Sì che vengo. Chiacchierare, guardare il mondo e stupirsi ancora. Vedere il mare. E le stagioni moltiplicate. Una foglia che muore senza fretta, gli stormi a vivere il cielo. Guardarli e sentire, da qualche parte sentire e non capire. Proseguire. Comporre e ricomporre e proseguire.
E dopo quindici ore, ventisette minuti, trentasette secondi, sentirsi un po’ stanchina.
I tre quarti più seri della famigliola, hanno intrapreso attorno alla tavola serale una conversazione sui massimi sistemi dell’universo. Il più serio di tutti ha impartito una lezione di astrofisica, spiegando che probabilmente al centro della nostra galassia – proprio quella dove c’è la terra e quindi l’umanità intera e quindi i 90 mq con dentro la famigliola – un enorme, silenzioso, imperscrutabile e asociale buco nero. Di quelli che se ci infili per esempio un piatto, un tavolo, una lampada, un libro, un albero, una casa, un letto, un grattacielo, una mano, si risucchia tutto, come un’aspirapolvere. La tredicenne è giunta alla conclusione che i buchi neri sono molto fighi.
Sempre i tre quarti seri, hanno parlato di Galileo Galilei e di come fu costretto a rinnegare, per sciocche superstizioni o paure, la sua teoria che la terra gira intorno al sole e non viceversa. Il settenne ne ha tratto una conclusione filosofica. Ha spiegato che noi umani pensiamo ancora che sia il sole a girare intorno alla terra, ma in senso metaforico. Vi risparmio i dettagli.
Si è parlato anche di Dio, dell’ora di religione, degli alieni, sulla possibilità che ci annientino nel giro di un nano secondo o che scappino da noi terrestri con uguale velocità. Questo sempre i tre quarti seri della famigliola.
Il quarto poco serio della famigliola, ha poi abbassato il livello della conversazione, improvvisandosi alieno. Ma anche qui vi risparmio i dettagli.
L’effetto è stato quello di produrre la diaspora dei minori e la disapprovazione dell’elemento più serio. L’alieno ha sorriso al più serio della terra dei 90 mq, manifestando le sue intenzioni pacifiche e cialtrone e proponendo un gemellaggio tra mondi lontani.
Oggi pomeriggio, con la luce intorno ancora felice, Tizianeda è stata con una persona speciale in un luogo incantato del sud suddissimo. Di quelli così belli ma così belli, che il respiro si trasforma in acqua e sale. Di quelli che guardi l’orizzonte e ti sembra che profumi di fresco e anche tu ti senti profumata di orizzonte. Per arrivarci hanno attraversato strade tortuose che il paesaggio ti ammazza di bellezza. Hanno chiacchierato tantissimo, la persona speciale ha sbrigato le incombenze che doveva sbrigare e poi sono ritornate e hanno continuato a chiacchierato di cose loro. E insomma ve lo volevo dire, perché mi piace depositare qui i momenti di felicità perfetta e così regalarveli.
E ora non mi resta che finire con un saluto allegro a tutti voi e non fatevi risucchiare dai buchi neri asociali. Respirate orizzonti che è meglio!
La storia che state per leggere, è stata scritta per dei bambini di una scuola del mio Sud Suddissimo, che si trova dopo aver attraversato un paese chiamato Riparo, che a pensarci è un nome bellissimo. Nella scuola ci sono bambini piccini e tantissimi pre adolescenti. La scuola ha un nome evocativo: San Sperato. La favola è stata scritta per una festa. Chi voleva comprava un biglietto, entrava nell’istituto, ascoltava musica e parole e gli ospiti specialissimi che erano tutti sportivi di squadre sportive. Con i soldi ricavati si potrà costruire un campetto per fare tanti sport all’aria aperta. E insomma c’ero pure io con la mia storia e con me, la donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra, Eleonora. Perché ormai siamo una squadra, o una coppia frizzante, come dice lei. Io scrivo, lei fa uscire dal foglio le parole in modo lieve. I bambini hanno ascoltato incantati mentre io guardavo incantata i ragazzini che poi si sono complimentati chiamandomi “signora”. C’è anche una fatina che ha reso possibile tutto questo e ha chiesto a me e a Eleonora di esserci. Si chiama Silvia che vive nel sud suddissimo anche se viene dall’Umbria. Lei ama questa terra sbilenca di un amore puro, al punto che vorrebbe che nelle sue vene scorresse lo stesso sangue della mia gente. Non esiste dichiarazione d’amore più profonda. Per lei, per la mia gente, per mio figlio che mi ha aiutato a scriverla e soprattutto per tutti i bambini con i loro sguardi stupiti, questa storia.
Il paese smarrito
Ora vi racconto una storia.
Questa è la storia di un luogo smarrito, senza Riparo e senza Santi. E’ la storia dei bambini di un paese che avevano smesso di parlare, neanche una parola, niente di niente. Anche quando starnutivano o tossivano facevano così ………………….. Questa cosa spaventosa era successa perché pian pianino nel tempo i grandi avevano smesso di ascoltarli. I bambini parlavano, parlavano parlavano, raccontavano, chiedevano e i grandi rispondevano: dopo, aspetta, non ora, cosa hai detto, non ho tempo.
I bambini avevano notato che i grandi non soltanto non ascoltavano, ma avevano anche smesso di guardare attorno a loro. Avevano smesso, per esempio, di vedere il cielo grande grande sulla loro testa che quando ci sono le nuvole bianche che passeggiano, puoi giocarci a cercare nelle loro forme quello che vuoi. Un gioco bellissimo a pensarci, basta sollevare lo sguardo e se hai un prato sdraiartici sopra e lasciare che il vento le trasformi. Ma i grandi , niente di niente, tutti tristoni e senza stupore negli occhi, camminavano a testa china. E i bambini erano sicuri arcisicuri e superarcisicuri, che i grandi passassero tutto il tempo a guardarsi i lacci delle scarpe. Che come gioco, pensavano, è quanto di più triste ci sia. Il lacci delle scarpe possono solo slacciarsi con il rischio di farti ruzzolare giù giù da qualche parte e ammaccarti un po’ dappertutto, farti grossi bernoccoli sulla testa, o spezzarti le ossa.
E successe così, che questo paese un giorno fu rapito da una folata di vento e iniziò a sparire nell’aria senza un posto dove andare e dove fermarsi. E senza più un nome. E così il paese smarrito e senza nome, galleggiava e galleggiava nel cielo immenso e bellissimo, che i grandi non riconoscevano più.
E nel paese smarrito, per i grandi le giornate trascorrevano così. Si alzavano tutte le mattine dai loro letti, facevano le cose della mattina quando ti alzi, compreso allacciarsi molto bene i lacci delle scarpe. Così uscivano dalle porte delle loro case, tutte chiuse con millemila giri di chiavi per essere sicuri che di notte non potessero entrare ladri, malfattori, pirati, orchi, alieni, streghe… E i bambini tutte queste minacce, mica le capivano. Ma si sa, le paure non sempre vengono dal mondo fuori, sono dei mostri che facciamo crescere nei nostri cuori e ci fanno fare cose strane, come millemila giri di chiavi nelle toppe delle porte.
Così uscivano a sbrigare le cose dei grandi. E a volte succedeva che qualcuno di loro, si perdeva dentro le cose dei grandi. Che a pensarci è una cosa pazzesca. Perdersi sotto una montagna di cose dei grandi in un paese smarrito. E succedeva che nessuno li trovava più, perché nessuno pensava di cercarli. E succedeva che anche gli oggetti intorno pian pianino scomparivano o si sgretolavano, a furia di prendere aria e vento e pioggia. Così succedeva alle case, ai cinema, alle ludoteche, alle palestre e alle scuole. E il paese che aveva quel cielo così bello sopra di lui e tanto vento e aria, a furia di sgretolarsi diventava brutto, ma così brutto che i grandi non se ne accorgevano più.
E ora è arrivato il momento di parlare dei bambini di questa storia. Come dicevamo, tutti i bambini del paese smarrito avevano smesso di parlare. Osservavano gli adulti che non rispondevano più alle loro domande e che avevano troppa fretta di essere altrove. E così non chiedevano più, non aspettavano, lasciavano i grandi alla loro vita tristona, mentre loro continuavano a stupirsi delle nuvole che cambiavano forma nel cielo. Loro giravano per le strade del paese, per le viuzze piccine, per le salitone che arrivi alla fine con il fiatone e il cuore ti batte fortissimo come tanti tamburi . Poi tutti ma proprio tutti i giorni, si radunavano dentro l’Incompiuta. Questo era il nome specialissimo e malinconico che avevano dato alla palestra dove avrebbero voluto fare giochi e gare e salti e corse e capriole e squadre. Ma come succede nei paesi smarriti, qualcuno aveva iniziato a costruire la palestra e aveva promesso ai bambini che sarebbe venuta bellissima e che lì si sarebbero divertititi e blablablablabla. E invece all’improvviso i grandi e i loro blablabla abbandonarono i lavori iniziati e lasciarono la palestra senza tetto e senza pavimento. La lasciarono senza stanze e con tanti ferri che fuoriuscivano dai mattoni, come dei vermi giganti e puzzoni pronti a morderti. Anche per questo i bambini smisero di parlare. Per protesta ai blablabla dei grandi e a tutto ciò che lasciavano incompiuto. Come la palestra. E così il tempo passava e passava in questo paese galleggiante dove i bambini non parlavano e i grandi non vedevano.
Poi un giorno, mentre il paese smarrito fluttuava nel cielo, successe qualcosa di inaspettato.
Arrivò dal cielo azzurro, bucando una nuvola che se ne stava tranquilla per i fatti suoi…un pallone. Di quelli che se lo spingi con i piedi, stai giocando a calcio, se lo fai rimbalzare con le mani sul pavimento, a basket, se lo sollevi verso l’alto con le dita a palla a volo, se lo scagli contro qualcuno per colpirlo, a palla avvelenata e così via. Uno di quegli oggetti magici e perfetti, che puoi farci un mucchio di cose. E il pallone arrivò proprio nel momento preciso in cui i bambini erano dentro l’Incompiuta. Atterrò nel centro di quel triste edificio, rimbalzò sul pavimento che non c’era e continuò a rimbalzare scavalcando i muri. I bambini allora balzarono in piedi e iniziarono tutti insieme a inseguire il pallone che rimbalzava e rimbalzava senza mai fermarsi. Rimbalzava sulle strade strette, su quelle in salita e quelle in discesa, rimbalzava sui tetti, sui balconi, sulle antenne, sui tavolini del bar, sulle teste dei passanti e i bambini gli correvano dietro. E mentre correvano all’improvviso uno di loro iniziò a gridare ed era un grido bellissimo, di quelli che arrivano dal cuore. Era il grido della felicità. E anche gli altri bambini iniziarono a gridare la felicità che veniva dal cuore. E tutti a correre dietro il pallone che rimbalzava e rimbalzava gridando e dicendo finalmente …. parole! E tutto questo gridare fu notato dai grandi tristoni, che sentirono un suono che avevano dimenticato. Le voci felici dei bambini. E uno, due cinque, cento, millemila adulti alzarono lo sguardo dai lacci delle scarpe e videro il pallone rimbalzare e videro il cielo. E così tutti lasciarono le cose che stavano facendo e iniziarono a correre dietro i bambini che rincorrevano il pallone. E tutto il paese correva e correva gridando di felicità. E queste grida che echeggiavano nel cielo, fecero fermare il vento e il paese così si poggiò su una vallata bellissima. E quando si fermò, uno dei bambini, in quell’attimo preciso, riuscì ad acciuffare il pallone, lo tenne stretto tra il fianco e il braccio e disse: “Ora giochiamo!”.
E da quel giorno, il paese non fu più smarrito e trovò un Riparo alle sue spalle e il Santo che avevano tanto Sperato. Da quel giorno i bambini ritornarono a giocare e a parlare e a chiedere quello che spettava loro. E i grandi, che avevano smesso di guardarsi i lacci delle scarpe, ripresero ad ascoltarli. La prima cosa che i bambini chiesero, fu di finire l’Incompiuta. Perché volevano un luogo dove giocare. Perché tutti i bambini del mondo, hanno il diritto di avere un luogo dove giocare e di non pensare mai che chiederlo sia inutile.
“Ora prendi una corda, la colleghi tra due palazzi del Corso e ci cammini sopra urlando contro quello”.
Il consiglio dato da un amico matto in un momento di piccolo sconforto era perfetto, visti gli eventi. E Tizianeda per un attimo si è immaginata sopra la fune tesa sulla via principale della sua città, nell’ora del passeggio compulsivo, a fare la sua camminata “disinvolta” e a gridare improperi contro “quello”. Sarebbe stato bellissimo. Ma poi ha desistito nell’intento, ritenendolo un po’ impegnativo e sorridendoci sopra.
Insomma è successo questo.
Si trovava dentro l’unica multisala della sua città, piena di ragazzini accorsi per la visione di un film. C’era anche la tredicenne. Lei avrebbe visto il suo film con le amiche e Tizianeda, contemporaneamente, “The Walk” . Il film racconta la storia di come Philipp Petit, il funambolo piccino e potente, nel 1977 ha steso una fune tra le Torri Gemelle e ci ha camminato sopra. Come avrebbe dovuto più o meno fare lei, secondo il suo amico matto.
Tizianeda, che su questo blog aveva parlato di Petit e del senso del funambulare, che aveva letto su di lui un mucchio di cose subendone la fascinazione, questo film lo doveva vedere.
“Ma scherza il biglietto non glielo posso fare, lei è l’unica spettatrice ci perdo un mucchio di soldi!”
“Ma signor proprietario dell’unica multisala cittadina, non mi può fare questo, faccia un’eccezione, ci tengo molto a questo film, mi regalerebbe due ore di bellezza…”. Però il proprietario dell’unica multisala della città, in faccia a Tizianeda neanche l’ha guardata, lasciandola lì sola mentre parlava in mezzo alla folla festante di ragazzini e con la nostalgia di quell’atto del funambolo solitario e intimo, come solitaria e intima è la poesia. Lei si è sentita la piccola fiammiferaia più nerd dell’universo, perché lei non girerebbe mai le spalle a chi le sta ancora parlando.
E Tizianeda, piccata e furente, avrebbe voluto tanto stendere la fune tra i palazzi, come le ha suggerito il suo amico matto. Ma in fondo anche le parole scritte sono una fune tesa sulla quale lei cammina da un po’. Da lì può dire e raccontare il mondo che osserva muoversi ignaro, con tutte le sue complicanze multiformi.
p.s.: Tizianeda è intenzionata a tornare nell’unica multisala cittadina, per vedere il film. Lo farà lunedì al penultimo spettacolo. Perché prima ci sono gli incastri e dopo c’è casa. Ha deciso che se non si raggiungerà il numero legale imposto dal padrone dei cinema, i biglietti mancanti (bisogna essere almeno in quattro) se li comprerà lei, perché anche la piccola fiammiferaia più nerd dell’universo, da qualche parte, ha un ego funambolico e immenso.
E’ un periodo che Tizianeda dimentica tutto. Non che sia mai stata particolarmente solida in fatto di memoria. Ma ultimamente è peggiorata.
Dimentica gli appuntamenti e di pagare le bollette. Dimentica di richiamare a chi deve richiamare al telefono, dimentica questo e quello. Dimentica le chiavi di casa nel suo studio di avvocata e le chiavi del suo studio di avvocata che è un piano sotto i 90 mq, a casa. E così va su e giù per recuperare gli oggetti abbandonati. Dimentica dove ha parcheggiato la macchina, sempre. Ormai i negozianti della zona stanno attenti dove lei la lascia e quando la vedono aggirarsi smarrita e trafelata – il più delle volte munita di minore da accompagnare, – capiscono e le danno le coordinate guardandola con rassegnazione. Dimentica di andare dall’estetista e dal parrucchiere, spedire le raccomandata e cosa ha fatto cinque minuti prima. Dimentica il catechismo del mercoledì. Anche se lì c’è la mamma vecchietta che la chiama per assicurarsi che non si sia dimenticata. Dimentica quello che le dice di fare lo Sposo Errante dalla città altra e lui ha paura che si dimentichi. E lei gli dice sì sì tranquillo mi ricordo e invece no si dimentica. Non si dimentica i nomi dei suoi figli. Quelli no. E neanche il loro volti belli. Ha paura di dimenticarli da qualche parte, però. A volte ha un sussulto e si accerta che tutti siano a casa. E quando non li vede si spaventa. Ma poi ricorda che sono da qualche parte e che tutto è più o meno sotto controllo. Prova a non dimenticare mai di dire grazie, prego, per favore e di essere gentile. Non dimentica le persone che ama. Anche se a vote le trascura. Dimentica di struccarsi la sera. Anche se lei si trucca pochissimo. Non dimentica mai che il novenne, il sabato da scuola esce a mezzogiorno. Ma soltanto perché lui prima di andare via glielo ricorda. Almeno tre volte. Perché sa che ha una madre che dimentica. Non dimentica di abbracciare e di baciare. E non dimentica come si fa ad abbracciare e baciare. No questo non se lo dimentica. Dimentica gli ombrelli nei luoghi in cui si ferma. Ci sono decine e decine di ombrelli che Tizianeda ha dimenticato negli anni. Lascia tracce del suo passaggio nei giorni di pioggia. Lascia la certezza che se l’ombrello è stato dimenticato, quel giorno e in quell’attimo preciso, ha smesso di piovere. Non dimentica di scrivere per il blog. Non dimentica di scrivere un po’ ovunque, per fermare i pensieri e non lasciarli andare, farli rapire dalla dimenticanza. Ricorda i gesti protesi, dimentica le offese. Ricorda proprio quell’attimo lì di un giorno qualunque e ne dimentica tanti altri, senza sapere il perché. Non dimentica di stupirsi e ricorda la parola “prodigio” e il suo significato profondo. A volte si dimentica che la vita è fatta di attimi di fugace bellezza, da cogliere senza pensarci troppo. Ma c’è sempre chi glielo ricorda, per fortuna. Lei ricorda e dimentica. La sua memoria è selettiva. Ultimamente di più. Seleziona moltissimo. Starle accanto a volte è faticoso. Ma per fortuna, chi lo fa, sembra dimenticarsene.
E insomma, anche Tizianeda ha guardato a lungo la copertina della rivista che parla di moda e immagino anche di altro. Quella di cui se ne è parlato tanto, ed è successo un putiferio per quella ragazzina fotografata, seduta su un pavimento, appoggiata a una parete, con i jeans anni ’80, un dolcevita nero, degli stivaloni pelosi come un pupazzo del Muppet Show e che tutti hanno definito anoressica, malata, emaciata, scandalosa. L’ha voluta guardare a lungo questa ragazzina che ci fissa senza l’accenno di un sorriso e la bocca socchiusa (ma perché le modelle le fotografano tutte con la bocca socchiusa e senza l’ombra di un sorriso?).
E ha letto tutto il parlare che c’è stato dopo, dei difensori della taglia 40,42,44,46,48 ecc…Perché la ragazzina seduta per terra, appoggiata a un muro e lo sguardo rassegnato, gli stivali pelosi, che è alta alta e ha un corpo di bambina ossuta, ha la taglia 38. E giù a dire che è brutta, che è bruttissima che è un inno all’anoressia e cose così. E lo sa Tizianeda che l’anoressia fa paura, che è una malattia dell’anima che grida attraverso un corpo che piano piano scompare e che chi ha riviste del genere qualche domanda se la dovrebbe pur fare. Ma ha anche pensato che con le nostre crociate su quale sia la taglia migliore, il modo migliore di portare il proprio corpo nello spazio, abbiamo fatto scomparire la ragazza appoggiata al muro, cui il cinico mondo degli adulti ha detto di sedersi in quel modo lì. Che è stata truccata e vestita e svestita e pettinata da mani altre. Un mondo di grandi attorno a quella ragazzina, che poi magari lei è proprio magra così, come tante altre ragazzine che si sono sentite accusate per la loro taglia 38, che sono così anche se mangiano come camionisti dai succhi gastrici ipertrofici.
E Tizianeda, non riesce a non pensare alla modella che forse non è ancora maggiorenne e al mondo degli adulti che sottrae bellezza e innocenza e che per vendere prodotti usa i corpi e lo fa così bene, che noi che osserviamo, non li vediamo nemmeno più, vediamo soltanto un’idea, un concetto, vediamo il riflesso della nostra ostinata posizione da difendere.
E Tizianeda pensa alla ragazzina, a tutte le ragazzine con i loro corpi in divenire, pensa a sua figlia di tredici anni che si confronta con il mondo, portando il suo corpo che deve imparare ad amare e scoprire. Pensa a tante cose Tizianeda, che le hanno trasmesso gli occhi della modella bambina che il mondo degli adulti ha piazzato davanti a un obbiettivo, perché tutti la guardassero. Pensa che avrebbe voluto abbracciarla.
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