Il primo a svegliarsi è stato il decenne, perché lui c’ha la cacca emotiva da partenza. “Mamma!” “Santo cielo cosa succede, che ore sono?” “Sono le tre” “Ancora è presto, la sveglia è alle cinque” “Devo andare in bagno!” “Vai, dopo fatti il bidet, lavati le mani, coricarti e non ripassare da qui per favore” .
Poi la sveglia ha suonato alle cinque.
L’uomo serio di casa ogni cinque minuti ricordava il tempo rimanente per poter uscire da casa, che risuonava un po’ come un “ricordati che devi morire”. Come succede sempre, prima che la famigliola parta per un viaggio, i ruoli sono perfettamente distribuiti. Lo sposo entra in modalità perdiamo l’aereo, i minori vagano, Tizianeda perde tempo. Però, da brava donna del sud suddissimo ha preparato i panini, ché il cibo da asporto per il meridionale è come la copertina di Linus.
Poi sono arrivati in aeroporto puntualissimi. Sono saliti sull’aereo e Tizianeda, come le capita sovente quando deve gestire più di due numeri ha fatto confusione con i quattro posti a sedere numerati. “Sembriamo l’Armata Brancaleone” ha sentenziato lo sposo. Poi sull’aereo è arrivato il momento che i minori preferiscono, oltre la vista delle Eolie e del Vulcano che era di una grandezza impressionante: lo smistamento delle vivande ai passeggeri. “Mamma, sono gentili questi signori che ti danno da mangiare” “Sì decenne, si chiamano hostess e stuart”.
“Signora questi due ragazzini, sono figli suoi?” a un certo punto le hanno detto l’hostess e lo stuart distributori di vivande. Tizianeda ha avuto un attimo di terrore. Ha pensato che quei due, avessero combinato qualche guaio, che li avrebbero fatti scendere dall’aereo prima del tempo, che li avrebbero rinchiusi nella cabina con il pilota per ricevere tutta la famigliola un sonoro cazziatone, che una volta arrivati li avrebbero consegnati alle forze dell’ordine. “Ehm sì, signori hostess e stuart…” “Complimenti signora, sono molto educati e gentili, non ci capita spesso, sa?” “Oh ma davvero … grazie grazie signori hostess e stuart”.
E così Tizianeda – contenta assai di aver scansato il cazziatone di tutto l’equipaggio con disapprovazione cosmica dei cieli – è arrivata con la famigliola-armata Brancaleone, nella città di Roma, per prendere da lì un altro aereo.
Per andare dove, ve lo racconterò presto.
Un saluto allegro e cosmico a tutti voi!
Tizianeda
“Mamma mi sono sentito in imbarazzo! Sai quanto i miei compagni ragionano per stereotipi …”
Lo so decenne, lo so quanto sia difficile dire e fare la cosa giusta. E’ difficile anche per noi adulti raccontare chi siamo, quando capiamo di avere una visione delle cose non allineata. Ma in fondo non è sempre importante che gli altri comprendano.
Così la maglietta l’hai messa nella zaino con il suo pacchetto. Era il regalo per il compleanno di un tuo compagno, che io come al solito compro in ritardo perché sono disorganizzata e incasinata. Lo hai portato a scuola, contento. E lo immagino il tuo sorriso, quello che mi fa impazzire. E immagino il momento preciso in cui il tuo amico ha visto la maglietta con la scritta rosa. E mi sembra di sentirli gli altri, tutti attorno curiosi prenderti in giro, perché il rosa per loro è un colore da femmina e non da maschio. E vedo te, che non sorridi più, nascondere la maglietta dentro lo zaino per riportarmela a casa. E non è colpa loro in fondo. Perché sin da quando nasciamo ci educano a fare distinzioni nette tra questo e quello, a catalogare, distribuire, dire tu, io, lui, lei, da quella parte, da quell’altra. Ci insegnano causa ed effetto rigide. Come dire cosa e a chi e questo sì, questo no e fare, stare, dove, quando. E abbiamo parlato poi, io e te. Ma in fondo non ti ho detto nulla di più di quello che tu già non sappia. Ma vorrei che imparassi ad attraversare le visioni ottuse e piccole con la forza delle tue convinzioni, con la potenza del tuo sorriso che non può non incantare, vorrei che la tua calma insegni e il tuo stupore sbricioli i pregiudizi. Vorrei che gli altri bambini, una volta adulti, capissero quante meraviglie si perdono se crescono dentro vestiti cuciti per loro da altri. Si fatica tanto per diventare noi. Ci si fanno i lividi, perché si cade e ci si rialza, perché le parole sanno essere pietre che dobbiamo saper scansare, perché imparare a capire e distinguere è spesso un viaggio solitario. Ma poi, una volta intrapreso, quanti incontri e quante possibilità, quanta conoscenza e divertimento e stupore! E magliette con le scritte rosa di cui non farai caso se a indossarle saranno maschi o femmine.
Tizianeda
Era terrorizzata che lui potesse avere un crollo nervoso. Ogni tanto guardava l’afflitto per infondergli speranza nel futuro e la certezza che sì ce la poteva fare e che quel momento sarebbe passato. Ma non passava. Il braccio da dietro la tenda sbucava e appoggiava sull’appendiabiti umano altri vestiti, pantaloni, camicette, golf, giacche, accessori colorati. Mano a mano che la montagna di stoffe aumentava, lo sventurato sembrava invecchiare di qualche anno, piegarsi sotto il peso delle stoffe, perdere fiducia nell’umanità, di genere femminile perlopiù. Sommessamente infilava la testa dentro il camerino dove la compagna stava misurando tutto il negozio. “A che punto sei, andiamo?”. Lei rispondeva “Allora come mi sta?” e lui sempre :”Bene ti sta bene”, guardando non lei ma l’abisso davanti a lui. Poi la donna si è rivestita e sono andati via.
Tizianeda è certa che quando la donna del camerino indosserà i vestiti acquistati su consiglio del compagno, le amiche sincere o la madre spietata, come spietate sono solo le madri, le chiederanno come ha potuto acquistare quel pantalone che le fa fuoriuscire tutti rotoli della pancia, la gonna che evidenzia il culone o la camicetta di quel colore che la fa tanto assomigliare alla prozia Concettina, che ha i baffi e il doppio mento. Così quei vestiti non verranno mai più indossati finendo dimenticati dopo tanto patire dell’uomo, nel fondo buio di un armadio. Quanto allo sventurato, che il cielo lo assista.
#Lasciateliacasa. Campagna a favore degli uomini costretti ad andar per negozi con le loro donne.
Tizianeda
Mia nonna si chiamava Ines. Amava la vita, la nonna Ines. La vita si ama nei gesti che indossi e nel modo lieve con cui la attraversi. Così. Senza clamore, con grazia e momenti da gustare e silenzi da respirare e parole belle da dire a chi vuoi tu.
Ho comprato un cappello rosso, piccolo e leggero, da indossare inclinato su un lato, come faceva lei. Un vezzo da donne, un dettaglio che dice. Se scrivessi un libro, per esempio, io parlerei della nonna Ines e di quanto lei amasse la vita. L’affetto per i giorni è un cappello piccolo e leggero indossato sbilenco, è imperfezione che attrae. E’ quella cosa lì che tiene incollati i piedi al filo del funambolo, anche se sotto c’è il vuoto con la bocca spalancata e ti guarda. E tu lo guardi se ne hai voglia e puoi decidere di fregartene.
Ho comprato un cappello rosso piccolo e leggero, così quando lo indosso, mia nonna Ines mi ricorda da dove vengo e che non sono sola come una lettera messa lì a caso su un foglio bianco. Mi fa credere che c’è un senso di parole e frasi e storie da continuare a scrivere. Mi fa credere che io sono le storie che mi hanno preceduto.
Mia nonna mi ha soffiato nel cuore il suo affetto per le ore, da prima che nascessi, con i suoi geni folli. Io ora lo indosso questo amore. E’ rosso, piccolo, leggero, appena inclinato sulla testa, come un dispetto.
Tizianeda
Alcune sue amiche le hanno detto che sarebbero passate, di non preoccuparsi, ma intanto di farsi qualche controllo medico.
Altre le hanno suggerito di bere almeno due litri d’acqua al giorno o qualche buon bicchiere di vino.
Il decenne ha profetizzato che dinanzi ai geni bisogna usare la rassegnazione.
Suo fratello di non darsi pena, che tanto era racchia prima e lo era anche adesso.
La mamma vecchiette le ha ricordato che fa troppe cose.
L’erborista le ha suggerito di ingrassare un po’.
Tizianeda dal par suo ha adottato una tecnica di guerriglia per debellare il gonfiore attorno agli occhi.
Ha iniziato a mangiare iper drenanti mirtilli. Li ha comprati essiccati, in sciroppo, contenuti nello yogurt. Il gonfiore non è passato, i denti sono sempre color mirtillo, deve usare spazzolini con le setole di carta vetrata e ha bruciore allo stomaco.
Ha iniziato a bere più di due litri di acqua al giorno come le hanno suggerito le amiche. Il gonfiore non è passato ma ha accertato l’ottima funzionalità dei suoi reni.
Ha indossato una mascherina congelata nell’azoto liquido. Il gonfiore non è passato e ora ha anche la sinusite.
Ha provato a mangiare senza sale. Il gonfiore non è passato ma in compenso le è scesa a livelli cimiteriali la pressione arteriosa.
Ha fatto impacchi di acqua distillata di fiordaliso. Il gonfiore non le è passato. Sulla scatola del liquido profumato ha letto tuttavia che il fiordaliso è il fiore della felicità, che è l’erba degli incantesimi e attira l’amore della persona desiderata. E stare immobile e imbalsamata per 15 minuti forse ne è valsa la pena.
Poi una sera è uscita con le amiche, ha riso tanto, ha chiacchierato un bel po’, si sono dette le cose che solo le femmine sanno e ha pensato che certo, il giorno dopo si sarebbe svegliata con le borse sotto gli occhi di Anna Magnani. Ma il giorno dopo, il gonfiore le era passato.
Prologo ottimista
“Guardami Sposo Errante, cosa vedi?” “Tizianeda, non lo so, dove devo guardare … sono stanco a quest’ora…” “Guarda il volto, guarda! Cosa vedi?” “Vedo il mio amore” “Ma come non vedi il gonfiore?” “No, vedo che sei bellissima”.
Tizianeda non sa se lo sposo ha proferito cotante parole per spirito di sopravvivenza, per timore di rappresaglie o di reiterati lamenti da coro greco. Però lei, per non rovinare la bellezza del momento o l’effetto magico dell’acqua distillata di fiordaliso, non ha detto nulla, ha sorriso contenta e lo ha lasciato in pace.
Tizianeda
Doveva camminare, andare in giro per uffici, salire e scendere scale, entrare in stanze piene zeppe di carte che circondano le persone che lì dentro ci lavorano. Ha indossato le scarpe con il tacco che quasi non si vede, e la trasformano nell’Hobbit più Hobbit del mondo. Non si è truccata, ha indossato una gonna ben sopra le ginocchia, un giubbotto verde e gli orecchini dello stesso colore che si muovono oscillando con lei e che le piacciono tanto. E’ entrata nel primo ufficio, dove c’è un signore sorridente. Prima di lui ce ne era un altro che invece non sorrideva mai ed era sempre torvo. A Tizianeda piaceva, perché borbottava come un vecchio scontroso, ma poi le cose che gli chiedeva le faceva uguale. Tizianeda sorrideva a lui, lui mormorava qualcosa e poi faceva. Tizianeda non si scomponeva, perché pensa che i tizi così hanno un punto tenero da qualche parte sotto strati e strati di murmuriamenti vari. Con il tipo che c’è adesso invece si chiacchiera, è gentile, fa qualche complimento garbato e tutto questo anche piace a Tizianeda. Ognuno è come è, del resto. Poi ha fatto gli auguri di Buona Pasqua a tutti i cancellieri che ha incontrato ed è uscita dalle stanze e dal palazzo, con le sue scarpe con il tacco basso basso, che le fanno sentire la terra sotto i piedi. Doveva arrivare in un altro ufficio e c’era da camminare un po’. Così ha attraversato le strade della sua città, che le sembra così malinconica e vulnerabile come le cose dimenticate. E’ arrivata sulla via che accompagna il mare e c’era il sole e il vento che quando tocca le cose e i corpi diventa qualcos’altro, come una musica che gira intorno. E c’erano qua e là gruppi di persone che guardavano il mare e c’era lei che guardava loro e pensava un po’ a questo e un po’ a quell’altro e a chi vuole bene e agli intrecci della vita e alle complicanze e alla paura di sbagliare, di fare troppo o di fare troppo poco, alle parole esatte da trovare, agli affetti che si fermano, all’abbraccio che le ha chiesto una sua amica nell’ora del primo caffè e a come bisogna sapersi cercare in certi momenti anche solo per guardare vicini e in silenzio questo mare che a volte placa e a volte ci confonde.

Tizianeda
“Signorina, mi scusi … una parola … volevo dirle che lei mi fa veramente molta simpatia. E’ da un po’ che volevo fermarla da quando la vedo la mattina”
“Ma veramente! Grazie anche lei mi fa molta simpatia e mi piace passare e vedere quello che fa”
“Qualsiasi cosa abbia bisogno … conti su di me”
“Certo grazie mille, è stato un piacere parlare con lei. Ora proseguo, tanto ci vediamo presto…”.
Questo diceva un signore a Tizianeda mentre le teneva strette le mani e le poggiava il suo sorriso paziente sugli occhi, regalandole un buon umore che lei si porterà come risorsa per tutta la settimana.
Tizianeda, la mattina quando cammina sulla strada che accompagna il mare (in quei quaranta minuti che si concede prima di farsi inghiottire dalla quotidianità), a un certo punto arriva sulla battigia. Scende attraverso scalini rotti. Sceglie sempre li stessi scalini, perché appena iniziata la spiaggia, alla sua destra vede un vecchio pescatore con la sua barca, le reti colorate che tiene spesso tra le dita, delle sedie bianche e un tavolino su cui appoggia il pesce fresco. E’ lì la mattina, con la sua presenza rassicurante, il suo sorriso, le mani gonfie d’acqua e i movimenti calmi. A Tizianeda piace guardarlo in quegli attimi che gli passa accanto e salutarlo come si fa con le persone che conosci da un po’: “buongiorno!” sorriso “buongiorno!” sorriso ricambiato. Tutto qui. Lei pensa che questi attimi di gentilezza con il vecchio pescatore, siano placidi e riposanti, come ciò che la circonda quando si trova a passeggiare sola. E pensa che ci sono mattini davanti al mare, segnati dalla grazia più degli altri, come questo di oggi. E a Tizianeda le è venuto un sorriso che si sentiva la faccia segnata dalle rughe, ma proprio a migliaia. E di quei segni profondi, non si è preoccupata granché.
Tizianeda
“Ma cos’è questa confusione?”
“E’ pieno! Sono quasi tutti uomini. Cosa guardano nel maxi schermo? Santo cielo a tutto volume!”
“Ragazze andiamocene da un’altra parte, qui c’è troppo casino”
“Ma no, ci sediamo al bancone e poi dappertutto sarà come qui”
“Sì rimaniamo. E’ divertente. Possiamo fare un interessante studio antropologico”
“Guarda come sono carini, tutti attenti a guardare la partita”
“Anime semplici”
“Vabbè a me scappa la pipì, come faccio a passare in mezzo a tutti”
“Tranquilla vai, non ti noterebbero anche se passassi in mezzo a loro tutta nuda”
“Infatti, non li vedi come sono concentrati, teneri”
“E poi lo sai che sanno fare soltanto una cosa alla volta”
“Senta possiamo ordinare?”
“Magari, visto che tutti guardano la partita può portare prima a noi, tanto non se ne accorgono”
“Senti come gridano! Sono contenti. Guardali ha segnato la loro squadra”
“Gli basta poco, in fondo, per essere contenti”
“Che succede ora! Si stanno disperando … poverini”
“Ha pareggiato l’altra squadra (Sgrunt!)”
“Ah, grazie signor tifoso della squadra di calcio Juventus, mi dispiace”
“Ha detto il signor tifoso della squadra di calcio Juventus che ha pareggiato l’altra squadra”
“Sì ho sentito”
“Cielo come urlano e gesticolano!”
“Facciamolo anche noi. Vediamo come ci si sente!”
“E ora che succede? Sono ammutoliti tutti”
“Sono tristi”
“Chiediamolo al signor tifoso della squadra di calcio Juventus…”
Tizianeda
Ci siamo guardate. Occhi dentro occhi. E’ stato un attimo. Io tornavo dai colloqui scolastici. Mia figlia ha quattordici anni, sai, primo Liceo Classico. Avevo fretta. Lei ha la febbre alta, è nel mio letto tra piumone e cuscini, avvolta come in un ventre materno. E’ così. I figli quando stanno male invocano sempre un luogo sicuro che li sappia confortare, ricercano quella condizione primordiale che li ha preparati dolcemente alla vita. Facciamo un po’ tutti in questo modo, perché siamo tutti figli. Mi dice: mamma stai qui con me e poi mi chiede abbracci. E’ una sensazione strana. Proteggo un corpo caldo che ormai è più grande di me e mi avvolge e io scompaio. Per questo avevo fretta di tornare a casa.
Ieri tra noi, è stato un attimo che ci siamo guardate. Tu eri insieme ad altri ragazzi e ragazze della tua età. Forse neanche maggiorenni. Ma eri diversa da tutti gli altri, avevi una distanza irraggiungibile, tracciata da una bambina dentro un passeggino che trattenevi. Ti diceva “mamma” quella bambina, forse l’unica parola che sapeva pronunciare. Te lo ripeteva con il sadismo inconsapevole e felice dell’innocenza, che ti ricordava cosa eri diventata: una madre bambina. E ho sentito passandoti accanto il tuo sperdimento e la rabbia e la paura. E oscillavi tra il bisogno di mantenere una distanza per proteggerti e di lasciarti andare a quelle strane, contraddittorie, calde sensazioni che noi donne madri sappiamo. Perché è vero, l’amore ti fotte, come è stato scritto da un anonimo pensatore su un muro. Quello per i figli di più. Bisogna avere le spalle larghe per accoglierlo, per non spaventarsi, bisogna avere la leggerezza della maturità, il buon senso di chi ha una certa visione della vita, di chi ha imparato ad accettarsi. O forse niente di tutto questo, chissà, forse formule valide per tutte non ce ne sono. Io, “ti amo” non l’ho mai detto a nessuno. Due parole troppo grandi, impegnative e ho paura che possano imbrigliare specie chi le riceve. Non l’ho mai detto ai miei figli. Credo che non si debba dire. Eppure se penso alla parola “amore” spesso così distorta dalla retorica comune, è ai miei due ragazzi che penso. Io non so cosa succederà tra te e la tua bambina, quale storia si traccerà per voi. Io spero che si tracci dentro di te questa parola qui, questo suono che a tratti il mondo fuori libera dentro di noi. Io te lo auguro mamma bambina, ti auguro di non avere paura delle parole “ti amo”, da pronunciare in silenzio come un rosario, da pronunciarti come un abbraccio. E chissà, forse già sta succedendo e ancora non lo sai.
Tizianeda
Tizianeda ha sonno. Un sonno che il letto e il cuscino le sembrano i suoi più intimi amici del cuore. Un sonno che vorrebbe dormire per ore e ore come quella gran fortunata nullafacente della Bella Addormentata. Un sonno che la mattina si sveglia che ha sonno e la sera dice : “scusate ho tanto sonno vado”.
La mamma vecchietta le ricorda che fa troppe cose, lo sposo le suggerisce di assecondare le richieste del suo corpo e di dormire, ignorando le conseguenze devastanti e l’effetto caos di una scelta del genere sulla famigliola. Lei è certa che se si dovesse assecondare si sveglierebbe nel 3014 e poi per lo shock si riaddormenterebbe. I minori le rispondono che anche loro hanno sonno e che non si sentono di fare niente, neanche di andare a scuola. Le amiche di farsi ogni controllo clinico, nel frattempo diagnosticandole possibili morbi. Tutti, per fortuna, risolvibili. In alternativa la esortano a rinchiudersi per un tempo indeterminato in un centro benessere con loro.
Tizianeda pensa che in questi mesi le è sembrato di aver vissuto anni e che non si è mai riposata e che hanno ragione un po’ tutti (tranne i due minori). Ma per ora non può fermarsi, anche perché un’altra avventura sorprendente sta per iniziare. Nel frattempo cerca di andare presto a letto la sera, bere acqua e limone la mattina, mangiare frutta e le bacche di goji che non hanno alcun sapore e si attaccano ai denti, ma pare facciano bene all’esistenza e la mattina, per 40 minuti, passeggia davanti al mare che le pacifica i pensieri. Si dedica anche a ludiche attività anti stress, ogni volta che le condizioni spazio temporali dei 90 mq lo consentono. Quindi ora, non le resta che aspettare che questo stato di letargia passi e magari, nel frattempo, dormirci sopra.
Un saluto allegro a voi belli. E dedicatevi ad attività anti-stress molto ludiche per tutta la settimana.
Tizianeda