Sul pianerottolo

“Pronto, Tizianeda”
“Mamma Vecchietta, ciao. Sono qui in montagna, tra poco torniamo. Dove siete, ancora al mare o a casa?”
“Siamo davanti alla porta di casa con tutti i bagagli. Non si apre. Forse i ladri hanno provato ad entrare ed hanno forzato la serratura…ma questa mattina non si è azionato l’allarme di casa tua?”
“Santo cielo, sì, però …ecco, anche tempo fa ha suonato e non era niente. Poi ho contattato la vicina e mi ha detto che era tutto tranquillo…comunque arriviamo…tra quaranta minuti siamo lì…”.
Questa la conversazione telefonica tra Tizianeda e la sua Mamma Vecchietta, nel giorno di commiato dalle vacanze estive, prima del delirante ingresso alla quotidianità lavorativa.
I nonni vecchietti, genitori di Tizianeda, dopo un mese e mezzo di confino volontario in una località balneare, sono ritornati in città, insieme a valige, buste e sacchetti. Dovevano riassestarsi nel loro appartamento, che si trova sullo stesso pianerottolo davanti ai 90 mq della famigliola e un piano più sopra dello studio di Tizianeda.
Tuttavia, il loro viaggio di ritorno e quello delle valige e delle buste e dei sacchetti, si è arrestato davanti alla riottosa porta di casa, chiusa come le stanze segrete del Pentagono. Così sul pianerottolo accorreva, in mutuo soccorso, la sorella di Tizianeda, la zia Dada, con marito e figlia. Poi anche l’altro fratello di Tizianeda, lo zio Peppino, contribuiva ad affollare lo spazio antistante la porta chiusa della Mamma Vecchietta. Prima però si accertava, con la chiave in suo possesso, che anche la serratura stronzettina del portoncino d’ingresso dello studio un piano più giù, aveva deciso di non collaborare.
Intanto la famigliola, abbandonava con la velocità di un omicida dal luogo del delitto, la casetta montanara – dove era andata per trascorrere l’ultimo fine settimana di relax in compagnia di amici – per tornare in città, percorrendo al contrario le curve vomito-stimolanti dell’Aspromonte. Lungo il tragitto, lo Sposo Errante, avvolto da pessimismo cosmico, vaticinava l’ecatombe, l’apocalisse, l’asportazione di ogni bene di famiglia tra cui il ratto del suo fidanzato basso elettrico supersonico. Tizianeda subiva la sollecitazione gastrica della strada, sentendosi come un pilota acrobatico inesperto alle prese con il giro della morte, la undicenne esprimeva teatrale preoccupazione, il settenne sorrideva tranquillo e serafico nella sua dimensione spazio-temporale.
Dopo quaranta minuti, la famigliola si ricongiungeva con l’agitato consesso, nel frattempo infoltito da due Carabinieri gentili e attenti e tre Vigili del Fuoco impazienti, tutti vicini vicini sul pianerottolo, come in una discoteca modaiola nel centro dell’estate. La folla a quel punto constatava che anche la porta di ingresso dei 90 mq della famigliola non rispondeva alle sollecitazioni della chiave.
Quando la situazioni iniziava a mostrare i suoi risvolti grotteschi e surreali, e il panico insinuarsi nei pensieri, all’improvviso, come un maleficio che si dissolve, ad una ad una le serrature riprendevano a funzionare e le porte si aprivano mostrando abitazioni non violate e regalando a tutti felicità e stupore come quello di Alì Babà davanti alla porta dei tesori.
“Signora aspetti entriamo prima noi in casa sua. Per sicurezza facciamo un controllo nelle stanze. Lei stia fuori”
E Tizianeda, che si è sentita protetta dallo Stato in persona, li avrebbe voluti abbracciare quei due Carabinieri così materni o fare un solenne saluto militare di gratitudine. E pazienza se entrati in camera da letto tra reggiseni, libri accatastati sul comodino e un’anta dell’armadio aperta, le chiedevano se era normale che la stanza si presentasse in quel modo.
E insomma, che siano stati i ladri maldestri ed inesperti a combinare questo delirio o solo un destino dispettoso, ormai poco importa. Domani si ricomincia a correre, incastrare e cercare di mantenere tutto compatto ed in equilibrio. Qualcuno ritorna anche a viaggiare su treni sbrindellati e strade malferme, sperando che la giornata di oggi non gli abbia già risucchiato tutte le energie positive delle vacanze.
Un saluto allegro a tutti voi.

Tizianeda

Dialoghi, look e scempiaggini

Dialogo tra figlia pre-adolescente e madre. Anno 2013.
“Mamma mi aiuti a scegliere il look per la festa?”
“Il look?”
“Il look, mamma…come mi devo vestire”
“Ah…sì certo tesoro”
“Mamma, vorrei mandare a F. le foto di ogni cambio con Whatsapp, così mi dà un consiglio anche lei”.
“Santo cielo…quindi fammi capire. Ti vesti, io faccio la foto con il mio cellulare, mandiamo sempre con il mio cellulare il messaggio con foto a F. così lei la vede valuta e ti risponde?”.
“Sì”
“Santo cielo…”.

Dialogo tra due pre-adolescenti su Whatsapp.
“Look numero 1”
Fotografia di graziosa ragazzina con “look” nr. 1.
Tre faccine disegnate, gialle e azzurre: una versione pediatrica dell’urlo di Munch (terrore), una che piange tutte le cascate del Niagara (disperazione), una con enorme goccia sulla fronte, presumibilmente sudore (momento passeggero di difficoltà emotiva).
“Oppure…hai altri look?”
Conversazione intercalata da oscuri idiomi: asp, K, scs, cmq, qst, tranq, cm, nn, xk, nnt, mex, dmn, fvr, preoc, grz, dp.
Seconda foto e responso.
“Quanti sono i look?”
“Due”
“Il 2°”
“Anche a me piace”
“Ora vado ciuaooooo”.
Ancora disegni: tre facce gialle con un occhio chiuso, sputano un cuore, tre cuori rossi, quattro facce che sputano cuore, quattro cuori rossi, cinque cuori viola, un vestito, un fiocco, un rossetto, una borsetta.

Dialogo tra figlia pre-adolescente e madre. Anno 1982.
“Mamma mi aiuti a scegliere il look per la festa?”
“Come parli, che è questo look…apri l’armadio e prendi il vestito che indossi per le feste”.
“Asp, mamma tranq, tt ok. Nn è nnt”
“Ma che scempiaggini dici. Forse hai la febbre, vieni che ti sento la fronte. Ti porto dal pediatra…cosa è quella faccia”
“Ti schiaccio l’occhio e ti mando un bacio anzi un cuoricino”
“Non è che ti sei presa qualche intossicazione o i vermi…chiedo al dottore se è il caso di darti una purga”
“Sto solo scherzando mamma. Volevo però fare vedere alla mia amica M. come sto?”
“Cosa c’entra ora la tua amica. E poi come fa a vederti. Dovrei portarti a casa sua o lei venire qui. Si perde tempo. Avanti vestiti che si sta facendo tardi…ma quante scempiaggini oggi”.

Tizianeda

Melicuccà nel cuore

Melicuccà. Un posto. E appartenenza, famiglie, memoria, giardino, cancello, fontana, racconti, infanzia, lumache, nonni e bis-nonni, fotografie sbiadite, tante, alberi, rose, ortensie, acqua che scorre, occhi persi nel tempo, credenze odorose, braciere, Pasqua, estate ma anche inverno, raduni festosi, scalinata di pietra, addii, Zia Lulù e zia Lena. E poi, gli uliveti custodi silenti di intrecci e storie e una casa ariosa nel verde, che se spalanchi le finestre – immense come timide gigantesse – rimane sospesa tra cielo nuvole e campanili.
Melicuccà e il bis-nonno Carlo, che era il medico di quei posti lì, della Piana, che ha visto la casa bianca, che c’era il giardino e c’era tanta acqua dentro un ruscello. E quel posto, lo ha sentito era suo, indissolubile e carnale. E in quella casa si è fermato. Ha portato la sua famiglia, in quella casa. Ha portato la moglie e tutti quei figli, c’era la mia nonna Bianca la primogenita, lei che mi chiamava Tizianeda. Ha portato i loro destini, il mio bis-nonno, in quella casa, i destini di tutti loro, e un po’anche i nostri, di noi che siamo venuti dopo. E loro, quelli prima di noi, quelli che hanno raccontato, hanno ammansito il tempo e lo spazio, facendo viaggiare questo amore qui, senza imprigionarlo muto in quegli anni lontani. Noi, nipoti e pro-nipoti, abbiamo raccolto le storie che ci appartengono. Le abbiamo raccolte dai nostri nonni, dai nostri genitori, le abbiamo raccolte dalle nostre zie, le sorelle della nonna Bianca, che non ci sono più, Lena e Lulù, che lì a Melicuccà, e nella casa ariosa sono rimaste, custodendo, come antiche vestali, il linguaggio amoroso delle vite in divenire, facendo entrare le loro parole nei nostri gesti e sguardi, lasciandoci un posto dove tornare, anche solo con la testa, ci hanno dato radici, solide come gli alberi di ulivo. Ci hanno lasciato l’amore per la vita, per i mattini e i giorni, l’amore per la conoscenza che deve essere umana e intelligente. Ci hanno lasciato il racconto di una terra che sa essere forte e luminosa.
E questo post è tuo, Elisabetta, che sei parte indissolubile di questo intreccio amoroso e Melicuccà, tu, la portavi nel cuore.

Tizianeda

Giochi in libertà

“Allora vado, mamma…”
“Ok, a dopo”…
“Mamma, mia sorella dov’ è?”
“E’ andata da D., settenne”
“La raggiungo…”
“Va bene, ciao”…
“Tizianeda, i bambini dove sono…”
“Sono andati da D. a giocare, Sposo Errante, ci sono tutti gli altri. Il settenne è andato solo”
“Ah, bravo”.
In questo paesello appoggiato nella frescura, presidiato da abeti, faggi, ortensie, roseti, felci, funghi, rondini, pettirossi, scoiattoli, volpi, fatine, folletti ecc., che di notte, ti guarda un cielo affollato e le stelle friniscono e il silenzio, sensuale, ti parla lento. Il posto dove la famigliola ama dedicare il suo tempo di vuoto estivo, passeggiare ricoperta dall’ombra boscosa, chiacchierare con altre famigliole come loro in fuga dal caos delirante della città, che non disdegna di mangiare in compagnia e dedicarsi ad attimi salvifici di cazzeggio. Insomma in questo posto qui, i due minori, con la santa benedizione dello Sposo Errante e Tizianeda, si sono mossi sereni e liberi tra le casette abitate da altri minori dalle età altalenanti, per incontrarsi, riempire lo spazio della loro semi-irrazionalità pediatrica, inventare mondi con dialoghi surreali, raccontare negli angoli più bui dei giardini storie paurosissime, piene di mostri bavosi, ectoplasmi, vampiri e altri esseri rivoltanti, scrivere sceneggiature di film dove tutti muoiono, poi resuscitano poi rimuoiono ed alla fine si ritorna a casa, diventare un tutt’uno empatico-corporeo con la terra aspromontana, di difficilissima asportazione.
Così, dopo tutte queste giornate nella testa, di libertà innnocente, di giochi e spazio verde, Tizianeda, che a volte è masochista, non riesce a non pensare al momento del ritorno in città ad ai minori imbrigliati nei 90 mq condominiali. E da qualche parte, sente un sussulto di terrore.

Tizianeda

Le Tre Fatine

“Tizianada, sembrano le fatine di quella favola…” “La bella addormentata nel Bosco, Sposo Errante. Quelle carine con le ali piccine il cappello a punta, tutte colorate” “Sì, loro” “Magari quando nessuno le vede si trasformano e spargono polvere magica nei boschi” “ Può darsi”.
Lo Sposo Errante è stato affascinato, incantato ammaliato da tre fanciulle dai sorrisi avvolgenti e i gesti antichi da ragazza. Lo hanno accolto nella loro casetta di montagna, di quelle che nelle favole trovi nei boschi, se sei un povero derelitto smarrito. Insieme hanno iniziato a parlare fitti fitti con naturale intimità, materializzando in quella stanza accogliente, tra pasticcini e tè fumante, volti antichi di un tempo altro che non c’è più, storie che l’uomo adulto di casa conosce, perché gli appartengono, ma che, certo, condivise, hanno un fascino dolcemente più malinconico. Perché le tre fatine, le tre sorelle dalle mani nodose, e gli occhi luminosi da ragazza, che quando raccontano insieme sembrano le note armoniose di un pentagramma, dove le frasi scorrono da una bocca ad un’altra in perfetta assonanza – che poi sono le zie di amici della famigliola, le zie, amate, innamorate dei nipoti e pronipoti, e che a Tizianeda hanno ricordato con nostalgia, le sue prozie signorine di Melicuccà – insomma queste tre donne indipendenti piccole energiche e terribilmente graziose conoscono lo Sposo Errante, conoscono la sua mamma, la nonna santa Gina, ricordano i suoi nonni e i bis nonni.
E lui inguaribile romantico nostalgico, ha sguazzato beato dentro le storie raccontate di famiglie unite, di vincoli affettuosi e sinceri, di solidarietà silenziosa, semplice e magica, che le tre fatine come d’incanto, gli hanno restituito per un pomeriggio.

P.S.: Qui, in questo posto montanaro, la connessione è più lenta di un bradipo narcolettico. Tuttavia se mi state leggendo, significa che in qualche modo sono riuscita a postare.
Un buon Ferragosto a tutti. Specialmente a chi lavora.

Tizianeda

Dopo dieci giorni

E’ tornata. La undicenne dopo dieci giorni di campo scout senza sentire né vedere i tre quarti della famigliola, si è ricongiunta con loro nella casetta profumata di fresco e resina.
Dopo un distacco così prolungato, l’incontro tra madre e figlia pre-adolescente, è stato epico, intenso, memorabile, le parole e i gesti profondi e attenti: “Tesoro…” “Mamma ti sei tagliata ancora i capelli?” “No ma che dici…santo cielo, ti hanno versato tutta la terra della montagna addosso…” “Ma se mi sono lavata l’altro giorno” “Ti preparo un bagno caldo… meglio bollente!!”.
Così, la undicenne, dopo aver sguazzato nella vasca, ha rilasciato nell’acqua il bosco aspromontano. E Tizianeda, dopo aver avuto la certezza che sotto le sedimentazioni geologiche ci fosse la sua graziosa ragazzina, dopo aver aperto, con la circospezione di un disinnescatore di bombe lo zaino da campeggio, che si è rivelato più pericoloso del vaso di Pandora, dopo aver riposto tutte le sue speranze nella lavatrice, ha atteso senza chiedere, i racconti della scout. Che sono arrivati a tratti e sconnessi, mentre con l’incisività da agguato dietro l’angolo, la fanciulla ha reso partecipe la famigliola di tutto il vastissimo repertorio di canti Baden Powell: quello prima di mangiare, quello dopo aver pranzato, quello intorno al fuoco, quello dell’addio, quello della buona notte, quello per ballare con una gamba, su un piede, per battere le mani, quello pro alberi, quello pro natura, quello pro digestione, quello pro tutto, quello con il serpente che vien giù dai monti, quello con la cavalla che dormiva nella stalla ecc…

P.s.: Oltre alla agognata ricongiunzione, in questi giorni di montagna in un susseguirsi di sole pioggia nebbia, a Tizianeda è sembrato di essere in una storia vittoriana come dentro un paesaggio della Austen. Questo grazie ai racconti in compagnia davanti al fuoco, ai ricordi stimolati dal tè fumante, ai sentieri umidi di muschio, a tre graziose signorine che hanno affascinato lo Sposo Errante… ma questo, ve lo racconto la prossima volta.

Tizianeda

Senza offesa

“Bello della zia, so che tua sorella è al campo con gli scout, ti manca?”
“Non so rispondere a questa domanda, zia M”…
Se sei un bambino di sette anni, che fa della gentilezza la propria cifra stilistica e che prima di dare un colpo mortale al tuo ego, affabilmente ti preavvisa delle sue evidenti buone intenzioni – “Senza offesa mamma, ma le polpette di nonna santa Gina sono più buone delle tue”, “Senza offesa mamma, ma io ti preferisco con i capelli lunghi”, “Senza offesa mamma, ma questo vestito…no, ti sta proprio male” ecc.. – . Se sei un bambino così, assecondi l’innato e sagace istinto da misurato e cortese Lord Inglese, avvolgendo nel mistero le tue intime sensazioni,così evitando di dare risposte un po’ più esplicative tipo: “Senza offesa per mia sorella, zia, ma a dire il vero la condizione temporanea di figlio unico è una figata pazzesca. Mio papà mi spiega, senza interruzioni esterne, tutte quelle questioni su stelle pianeti quasar buchi neri big ben inclinazione della terra…insomma cose che sa solo papà. La sera a letto, non mi devo bisticciare con lei per avere il posto vicino a mamma che ci fa le coccole, e poi finisce per sdraiarsi in mezzo tra noi due, e ognuno si deve prendere metà corpo di mamma, che invece in questi giorni è mio per intero. Poi mangio spesso pasta e lenticchie, vado alle giostre, guardo i cartoni che piacciono a me. Quindi zia, senza offesa, mia sorella non mi manca tanto, anche se quando la rivedrò sarò molto felice di riavere qualcuno con cui giocare e ogni tanto bisticciare, perché lei è mia sorella e le voglio molto bene, e so che la abbraccerò e anche se lei si sentirà imbarazzata come quando sei innamorato di qualche bambina e gli altri lo scoprono, io le rimarrò avvinghiato come una zecca. Senza offesa per le zecche”.

Tizianeda

Ciao

Ciao.
Come va? Ti stai divertendo? Ti ricordi di lavarti? Hai conosciuto altri ragazzini? Di quali città d’Italia? Sei sempre te stessa, vero? La sera ti addormenti subito? Ti troverò cambiata quando tra sei giorni ci rivedremo? Ci riconosceremo, un po’ meno, un po’ di più? Sali sugli alberi per farti trattenere dalla frescura tremolante dei rami? E la sera intorno al fuoco, ti emozioni, che il tempo sembra rallentare fino a fermarsi e con lui il respiro e i pianeti e le stelle, come la fotografia di un giorno perfetto? Hai confuso la sequenza delle ore: è mattina o pomeriggio…boh? Gli adulti sono autorevoli, entusiasti, solidi? Pensi sempre che tutte le altre ragazzine siano molto molto più carine di te, sciocchina? Quante volte al giorno fai scrocchiare le dita delle mani? Ti pettini? Ti stai divertendo? Questo te l’ho già chiesto, vero?
No, non te le farò tutte queste domande, undicenne, quando ci rincontreremo, anche se saranno passati dieci giorni senza sentirci né vederci, da quando sei salita allegra e serena sul pullman, con il tuo gruppo Scout. Le domande, troppe, imbrigliano e trattengono.
Ti racconto di noi tre? Stiamo bene. Ci siamo trasferiti nella casetta in montagna, tra silenzio pini e ortensie blu.
Tuo padre è in ferie finalmente e con tuo fratello parlano dei grandi sistemi dell’universo. Ora le domande su buchi neri, galassie, velocità del suono, nebulose, colore delle stelle, trovano risposte esatte e puntuali. Lui è felice che questa passione (sì tuo padre ha tante passioni!), misteriosamente sia arrivata fino al settenne, come il movimento circolare del cosmo.
Ieri notte abbiamo visto il cielo stellato, era bellissimo e affollato e vicino vicino a quello che vedi tu dal tuo campo scout.
Il cielo stellato sopra di te, sopra di noi, di cui parlava un filoso che un giorno studierai. Quel cielo che amiamo così tanto, che quando lo guardiamo siamo tutti figli dello stesso stupore fermo, meno distanti, meno confusi e forse, sì forse, più pacificati.
Ciao bella mia. Divertiti.

Tizianeda

Nello spazio

Ma se vado nello spazio incontro gli alieni?
Ma i bambini possono andare nello spazio? No? E se li accompagnano i genitori?
Ma per andare nello spazio come si deve essere? Dici che bisogna avere il fisico…ce l’ho! Bisogna essere sani…ce l’ho. Bisogna avere equilibrio e capacità di affrontare le paure…credo che questi mi mancano.
Ma nello spazio si deve andare per forza con il razzo? Ma va veloce? Allora non vado…non è che tu mi costringi?
Mamma, lo sai che l’universo mi affascina? Mi fai rivedere le foto di quel signore su tuitter…Palermitano…sì Parmitano. Ma questo è quello che si vede dal razzo?
Ma le nuvole dove sono messe esattamente? Ma nello spazio fa freddo? E questo cos’è? E questo e questo questo questo questo questo e questo?
Ma lo Spazio è come il mare mamma?
Ma io posso andare in salopette e maglietta verde?
Ma ci vogliono le bombole?
Me le fai rivedere le foto chè lo spazio mi affascina proprio?
Ma pensi che un giorno inventeranno un bottone che toglie la gravità dentro casa, così galleggio e vado a testa in giù?
Mi rimetti le foto, mamma, per favore?
Ma quando si torna dallo spazio come ci si sente?
Te l’ho detto che lo spazio mi affascina?

Tizianeda è molto molto molto contenta della nuova passione del settenne per stelle, costellazioni, comete, gravità, galassie e quant’altro, che lui condivide con la precisione di uno stalker con la sua mamma, che, per motivi sentimentali, non lo denuncerà mai. Forse ogni tanto, però, lei si chiuderà in bagno adducendo becere scuse, così giusto per sopravvivenza.

Tizianeda

Andata e ritorno

E insomma, Tizianeda e i due minori sono scesi da quel treno, che li portava alla stazione di L., per ricongiungersi con l’uomo adulto di casa. Non si è verificato alcuno degli eventi catastrofici immaginati dalla fantasia iperattiva di Tizianeda, che anzi si è divertita un bel po’ con la undicenne ed il settenne in quell’ora e mezza in movimento. Si è divertita nel vedere il piccolo di casa stupito da tutto quel mare che scorreva al di là dei finestrini, nell’attraversare con quei due matti tutti i vagoni, nel vederli giocare e ridere per un mucchio di scemenze, si è fatta coinvolgere dalla loro eccitazione per quell’inusuale e strepitosa estiva avventura ferroviaria, e si è sentita grata al destino, alla buona sorte ed al karma perché nessuno dei due ha avuto il bisogno improcrastinabile di accedere ai bagni ferroviari. Poi una volta scesi dal treno e recuperato lo Sposo Errante sono andati insieme nella cittadina di S., un posto con tanta acqua sale e sabbia bianca, dove vivono le tre cugine belle di Tizianeda, le figlie della zia Sisa che non c’è più, la zia santa, la zia di cui vi ho parlato, che accoglieva con sorriso stupito e innocente e la tavola imbandita, sciancati, barboni, gente triste, gatti orbi, uccelli zoppi e cani spelacchiati. Come se quello fosse l’unico modo di vivere possibile. Ha quindi visto la sua cugina tacco 12 bella e luminosa, che quando è con lei le sembra di riposare, e ha notato, con orgoglio e soddisfazione, che entrambe avevano qualcosa che le faceva assomigliare: il colore rosso dello smalto sulle unghie dei piedi.
E poi, in questi due giorni di lontananza, si sono stati la sabbia bianca, il mare quieto, la maschera per guardare giù i mostri marini, i tuffi dagli scogli della undicenne sotto gli occhi divertiti del padre e quelli terrorizzati della madre, il settenne assorto dentro l’acqua perso in uno dei suoi mondi paralleli, gli ombrelloni bianchi e blu, le sdraio con i teli colorati sopra, le vecchiette sorridenti e serafiche in bichini fiorati, un bambino piccolo, massiccio e abbrustolito dal sole che con alternanza democratica, passava dai canti ecclesiastici da processione su Gesù la Madonna e Santi, al turpiloquio da uomo navigato rivolto con disinvoltura ai parenti disposti in cerchio e fino a pochi secondi prima, felici e orgogliosi dell’attenzione di tutta la spiaggia.
E dopo tutto questo beato delirio, dopo questi due giorni di peace and love, la famigliola è ritornata compatta a casa, nella sua città sbilenca. Chè a quei quattro, che sì amano spostarsi allontanarsi e viaggiare, piace anche il momento del ritorno, nello spazio rassicurante dei loro 90 mq.

Tizianeda