“Tesoro mio devo darti una ferale notizia che certamente ti turberà ”
“Allora non voglio sapere. Ma quando torni a casa, mio sposo. Non ti vedo da stamane e già mi manchi”
“Anche tu mi manchi oltremodo. Nel mio cuore alberga la nostalgia di te, mia adorata”
“La tua tristezza per questa forzata distanza giammai è paragonabile alla mia. Ma ti prego palesa il motivo di questa telefonata”
“Il lavoro mi costringere a sostare in questa lontana città. ”
“Sarà una lunga notte”…
Stare insieme da quindici anni, fidanzamento compreso, avere due minori debosciati che deambulano in 90 mq, usare buona parte delle scarse energie in dotazione, nella gestione di vite complesse, e poi i tempi ridotti, la pragmaticità predominante, la preferenza per l’ uso essenziale delle parole e una dose di allegra cialtroneria. Insomma questo miscuglio di vita e delirio, ha l’indubbio vantaggio di preservarti da conversazioni così impegnative, concedendotene altre…
“Bella, stasera non riesco a tornare a casa, ho troppo lavoro”
“ Ma hai un ricambio?”
“Ho lo spazzolino”
“Ah ok”
“Ci sentiamo più tardi”
“Ciao bello”
“ciao”
Click.
P.S: Elsa Morante diceva che la frase d’amore più vera è: “hai mangiato?”, che poi equivale a domande o affermazioni tipo: hai bevuto, ti sei messo il cappello, copriti, la lavastoviglie la svuoto io, riposati e cose simili. Pensate anche voi ai piccoli gesti protesi, alle frasi ordinarie che a soffermarsi vedi la bellezza. E sorridete.
Tizianeda
“Non mi piaccio con questo vestito”
“Ma che dici sei bellissima. Vero mamma che mia sorella è proprio bella? Il problema è che tu non sei sicura di te”
“Ma guarda, guarda come è gonfio qua…non mi piace…”
“Ma undicenne sei adorabile…”
“Mamma, ecco! “Adorabile” non voglio sentirlo dire! NON voglio essere adorabile”.
“Hai ragione indossa quello che vuoi”
“Dici sul serio mamma?”
“Certo amore mio”.
Perché avrà ragione il sagace settenne nel credere che sua sorella, intossicata dal subbuglio schizofrenico della pre-adolescenza, nuoti nel mare denso dell’insicurezza corporea.
Così come ha ragione la undicenne quando dice che in fondo tutte le ragazze della sua età non si piacciono sempre ,“tranne quelle stupendamente affascinanti”, facendo dell’ironia il suo luminoso campo magnetico.
Così come, si spera, avrà avuto ragione la mamma di quei due debosciati, a ritrarsi, lasciando libera la undicenne di vestirsi secondo la sua divisa di ordinanza: pantaloni e maglietta, perché solo così, per ora si sente se stessa.
Chè non si deve per forza piacere agli altri, non si deve sempre avere paura di dispiacere chi ci chiede di essere quello che non siamo. Non si deve per forza essere adorabili.
Insomma non bisogna per forza essere, come quelle due signorine sfortunatissime, le cui gesta ci narrano dalla prima infanzia. Le due ragazze orfane che in casa non se le filava nessuno e le costringevano a fare tutto il giorno le faccende domestiche, senza uno svago, un libro, una vacanza. Quelle due, che invece di mandare tutti al diavolo, cantavano, sorridevano, parlavano con gli animali, si sentivano un tutt’uno armonico con l’universo . Quelle due che alla fine si sposano con il primo arrivato, dopo un bacetto o mezz’oretta di valzer.
Tizianeda
E’ stato un impulso irrefrenabile. Era lì, dentro la stanza in penombra occupata da una luce nocciola, tra le gambe di una sedia impassibile. Dentro quella stanza immobile da più di quarant’anni. La stanza della mamma vecchietta, quella che c’è l’armadio con le ante che cigolano, i cassetti odorosi di antico, di cipria e di rosa, con i comodini sbiaditi appesi al muro. Lì, come dimenticata e in dissonanza con tutto il resto, lei serafica ed in attesa, sul pavimento consumato dai passi, lei sirena tentatrice, lei che ci sali sopra e tac, ti penti dopo un nano secondo, proprio come è successo a Tizianeda. E dopo che lo sconforto e gli improperi hanno creato un inossidabile collante tra tutte le sue cellule sinapsiche, dopo essere scesa e risalita quattro volte da quell’oggetto destabilizzante, dopo aver visto per lo stesso numero di volte che l’ago stronzettino, come un mulo testardo, si arrestava sempre un po’ più avanti del consentito, dopo essersi detta che sicuro, era colpa dei vestiti pesanti, della troppa acqua bevuta in mattinata, di un passeggero gonfiore, della ritenzione, del nervosismo, della stanchezza, di una segreta cospirazione di una setta vegana, dei little people, di una congiuntura astrale negativa, del pavimento non in asse, dell’umidità, di un guasto nel meccanismo e del tempo instabile. Insomma dopo tutto questo Tizianeda, che pensava con pervicace ottusità che i vestiti un po’ più stretti avessero subito gli effetti nefasti di lavaggi sbagliati, ha deciso che nei prossimi giorni diventerà un po’ più antipatica e musona. Che detto in un linguaggio triste triste, ha deciso che inizierà una dieta ipocalorica (ma non troppo).
P.S: Oggi il post “è partito” un po’ più tardi. Avrei dovuto scriverlo ieri sera, ma poi ho iniziato a leggere un libro, che ho comprato, dopo aver ascoltato nel pomeriggio tre delle dieci autrici provenienti da diverse regioni italiane, sud nord centro isole. Ieri ho ascoltato tre donne calabresi, come me. Vi dico questo, anche se lamedagliadelrovescio non è un blog che parla di letteratura, però prova a raccontare di vita, quotidianità, resistenza, ordinario, prodigio, di ce la posso fare, di empatia, comunicazione, identità, maternità, di esserci, di essere comunque dentro le cose con uno sguardo femmina. Ieri ascoltando queste tre donne, ascoltando Doriana, Giovanna, Denise e Letizia che le ha presentate, e poi ritrovandole tra le parole scritte, mi sono sentita parte di una rete comunicante, mi sono sentita forte della mia identità di donna, ma anche e soprattutto di donna di una terra controversa (come il titolo del libro dove è stato lasciato uno spazio arioso tra le lettere diventando così due parole: Contro Versa), una terra di cui si parla spesso per sottrazione e negazione, ma che è molto di più. Mi sono sentita parte di una trama femminile che ogni giorno esercita quell’azione ripetuta che loro chiamano con una parola bellissima: la restanza.
Tizianeda
No, non è sempre facile. Intendo l’ordinario, la quotidianità, i gesti ripetuti, il lunedì e la domenica lenta, lo stesso mantra giornaliero: lavati vestiti sbrigati. E la pre – adolescenza, i capricci che esplodono quando pensi di essere già fuori da questo, la città, regolarsi, saper dire, fare la cosa giusta, la gente, la solitudine che non hai quando la vorresti, gli spazi vuoti dove nascondersi, i limiti, i tuoi, trovare le parole, sorridere, consolare, non fermarsi, la cena, le strade malferme, la dispensa vuota, accompagnare, ritornare in tempo, incastrare, non pensare, pensarci troppo, e poi ancora questo e quello e tutto quanto.
No. Non è sempre facile. Ma succede, sì succede, in questo tumulto senza significato, senza un ritmo salvifico come quello preciso e forte del cuore, senza definizione e forma. Succede il prodigio e attimi di lieve intimità, succede la voce giusta che dà un nome alla bellezza, il gesto proteso che ferma il tempo.
Come il 10 e mezzo che il settenne ha dato all’amore che sente dentro e ti racconta , perché se ti devi muovere tra 1 e 10, il voto giusto sta in quel mezzo in più, sta nel travalicare e trasgredire, chè solo così è amore.
Come le mani che ti aspettano con l’accappatoio per asciugare, riscaldare, frizionare, abbracciare consolare per ogni piccolo o grande peso incastrato nell’anima e così scioglierlo o renderlo dimentico o inoffensivo.
Come la undicenne così bambina così sorprendentemente saggia che consiglia le coetanee, come una femminista agguerrita e consapevole, richiamandole al rispetto di sé davanti a maschietti impertinenti.
Come le chiacchiere femmine, le risate, le confidenze, con in bocca il profumo di birra in libertà.
Come il pomeriggio passato a leggere un autore a cui pensavi da tempo con un prima o poi. E leggerlo leggerlo leggerlo, entrando in quella dimensione irraggiungibile al mondo fuori. La grazia della voce giusta.
Come le persone che ami e che ti amano e che attraversano le tue giornate a volte tediose, a volte interminabili, rendendole sorprendentemente prodigiose.
Tizianeda
Che bello questo periodo dell’anno, in cui non capisci in che diavolo di stagione sei e il tuo abbigliamento è dissociato dalla temperatura esterna. Il periodo dell’anno in cui all’improvviso ti ricordi che esiste una categoria di lavoratrici dette estetiste. Il periodo dell’anno in cui, come tutti gli anni, ti chiedi perché sei così stanca, svogliata, assonnata, nervosa, ingrassata e ipocondriaca. Il periodo dell’anno in cui la misantropia ti sembra una virtù da perseguire, ed il silenzio la condizione migliore del mondo. Il periodo in cui ti perdi in sogni irrealizzabili come un bagno caldo e odoroso di lavanda dentro una stanza nebbiosa, circondata da un tripudio di candele tremolanti. Anche se sai che avrai bisogno del bagno di qualcun’altro, perché a casa tua avete solo due cabine doccia.
Insomma il periodo dell’anno in cui invochi la buona sorte, la Fatina delle Donne Sfiancate, il Karma, le congiunzioni astrali favorevoli, perché il tuo fragile stato mentale non debba affrontare eventi destabilizzanti.
E poiché evidentemente la buona sorte, la Fatina delle donne sfiancate, il Karma e le congiunzioni astrali favorevoli non sono entità collaborative, in questi giorni nei 90 mq della famigliola, la undicenne è stata colta da un torcicollo devastante che la fa ciondolare in preda ai lamenti dal divano alla poltrona e poi dal divano al letto e il settenne da un raffreddore compulsivo, con conseguente abbandono per tutta la casa, dei suoi fazzoletti umidi ed accartocciati. Proprio come Pollicino le molliche nel bosco.
Ovviamente le condizioni precarie dei due minori hanno scombussolato le abitudini notturne della famigliola. Lo Sposo errante dorme solo (che bella parola!) nella loro stanza, la undicenne il settenne ed il suo sacchetto acchiappa incubi, con Tizianeda nel lettone.
Lei così, gode della privilegiata condizione di addormentarsi in compagnia del respiro di natura aliena della ragazzina di casa, e dell’abbraccio ossuto del settenne.
E poiché le sventure non giungono mai da sole, la lavatrice della famigliola, ha esalato l’ultimo respiro, per come ufficialmente accertato dal tecnico accorso sui luoghi della disgrazia.
Proprio bello questo periodo dell’anno!
Tizianeda
“Settenne che ti prende. Perchè ti contorci e ridi in quel modo lì”
“Mamma non ci posso credere, è successa una cosa incredibile”
“…”
“Ho visto due seduti sull’autobus che si baciavano, ma non in modo normale…si baciavano come nei film in quel modo sdolcinato”
“Perché scusa, come sarebbe il bacio normale?”
“Quello dura un secondo, invece nei film almeno cinque minuti ”
“Ma guarda che gli adulti a volte si baciano un po’ come nei film”
“No mamma quelli erano esagerati. Proprio impressionanti guarda non si staccavano mai …facevano così…”
“Va be’, ho capito settenne, sei stato molto chiaro”.
Tizianeda travolta dall’eloquenza verbale e fisica del settenne, ha preferito lasciar perdere.
Ma poiché dovrà essere preparata, quando il prossimo bacio cinematografico si mostrerà ai minori in tutto il suo lumacoso fulgore, si è prospettata una serie di possibili comportamenti da tenere: 1. cambiare canale, usando le mirabolanti doti di prontezza di riflessi, tipica del genitore imbarazzato 2. intavolare una conversazione seria, chiedendo loro cosa pensano della critica della ragion pura di Kant o della rivoluzione francese. I due i chiederanno se gli alieni hanno lobotomizzato la loro mamma, ma almeno si perderanno la scena del bacio 3. Mostrarsi rilassata deglutendo in silenzio, fingendo di essere una svedese progressista e non una povera bacchettona.
Insomma. Vi farò sapere.
Tizianeda
E’ che ieri sera Tizianeda non riusciva a scrivere un bel niente. Cioè scriveva scriveva e poi cancellava, cancellava, in preda ad un’agitazione nebulosa . Seduta ai piedi del letto del settenne addormentato dopo aver riscosso il suo dazio serale di presenza morbida e baci. Seduta mentre nel letto sopra la sua testa, il respiro rumoroso di natura aliena della undicenne le faceva da sottofondo inquietante. Ieri sera scriveva e cancellava sul suo mini computer, con addosso i piedi del piccolo di casa, accessoriati di unghie incolte che la facevano sentire la più debosciata, la più snaturata, la più distratta madre del mondo interplanetario. E così Tizianeda chiudeva il suo computer arrendendosi al vuoto mentale, copriva sotto il lenzuolo la prova tangibile della sua natura imperfetta, ripetendosi un numero imprecisato di volte “domani mattina cascasse il mondo la prima cosa che faccio le taglio” e mettendosi la fede nel dito anulare destro per ricordarselo. Poi si coricava accanto allo Sposo Errante già perduto nel sonno. E quando anche lei era vicina vicina a quella linea di confine tra la coscienza e l’oblio, l’agitazione improvvisa ha spezzato l’incantesimo miracoloso. Perché si è angosciata pensando alla undicenne che il giorno dopo sarebbe partita con il suo gruppo di scout laici per andare dall’altra parte del mare. Si è angosciata pesando al maltempo, ai boschi, ad Hansel e Gretel, al lupo cattivo, agli Orchi a Cappuccetto Rosso, alle streghe cattivissime. Poi l’angoscia ci è spostata sullo Sposo Errante pensando al suo errare, al suo “sono distrutto” serale, ha pensato ai treni sbrindellati alle strade malferme che attraversa e poi riattraversa perchè la sera vuole tornare a casa. Ha pensato alla salute, al tempo che passa, che ancora ci sono due mesi di lavoro intenso, alle scelte da prendere nel suo studio di avvocatessa, alle responsabilità che pesano. Ha pensato al frigo vuoto da riempire, a tutte le cose da fare e che rimanda perchè non sa come incastrarle e che si dimentica di tutto perché…non lo sa perché. E poiché quando si entra nel tunnel dell’autoflagellazione uscirne è impensabile, ha anche ricordato le unghie del settenne che mentre lei si angosciava per altro, loro dispettose sotto il lenzuolo lentamente crescevano ancora un po’.
Poi si è ricordata che da un po’ di giorni è più irritabile, intollerante lamentosa. Che si guarda allo specchio e non si piace. Che il suo nuovo taglio di capelli appena una settimana fa bellissimo, da due giorni è diventato orribile. Che è insopportabile anche a se stessa, che più spesso vorrebbe chiudersi in bagno con scuse becere per riprendere forze, che tuttavia lo Sposo Errante non sembra farci caso e la guarda come se dicesse “ho capito tutto normale” e pure “meglio lasciarla stare”. Si è ricordata che anche il mese scorso per due tre giorni si sentiva così angosciata, e che questa cosa ormai si ripete da molti molti anni. Che tra un po’, questo “quanto sono nervosa” passerà e che insomma avete capito di cosa sto parlando. Così Tizianeda confortata da questa illuminazione improvvisa, certa che il suo corpo troverà il modo da solo di sistemare tutto, si è addormentata avvolta dai respiri dei suoi tre innamorati.
P.s.: volevo solo informarvi che le unghie del settenne, che Tizianeda questa mattina ha dimenticato di tagliare, ancora crescono indisturbate nascoste da calze e scarpe, tra un pensierino, una lettura e la merenda scolastica. Quando torna da scuola, sicuro si provvederà al restyling.
P.P.S: questo post lo voglio dedicare sì a tutte le donne, ma soprattutto a tutte le donne libere di Calabria e loro sanno perché.
Tizianeda
“Perché hai quella faccia undicenne?”
“No niente è che a volte ci penso”
Tizianeda, lo sa bene cosa significano la voce con la tremarella e gli occhi immensi, che invadono la stanza di quel colore, che non è verde, non è azzurro, non è grigio. Perché anche Tizianeda a volte ci pensava con quello stesso sguardo, in quell’età che sei in bilico su perché irrisolti.
“E’ che a volte penso alla morte mamma e penso che dopo non ci sia niente. Tu che dici mamma”.
“Ecco insomma, è normale che ti poni questa domanda ed è normale che a volte hai paura … e comunque papà dice che qualche cosa ci sarà di sicuro, e papà lo sapete non sbaglia quasi mai, e poi scusa non siamo vissuti per milioni e milioni di anni e ti preoccupi adesso?”
“Però mamma! hai ragione”.
Tizianeda non sa quale intuizione fortunosamente uscita dalle sue labbra non del tutto rilassate, abbia riportato la undicenne nel mondo delle certezze quotidiane. Non sa se è stata la acquisita consapevolezza della normalità della paura, o la coscienza che il papà ne sa molto più di lei, del tutto ignorante quando si parla di universo, stelle, spazio, buchi neri e roba del genere. O se è stato quel pensiero filosofico venuto all’ultimo, anche se espresso in forma primitiva. Ma qualunque sia stata la causa del suo ritorno all’ordinario senza tempo, la undicenne e l’altro debosciato settenne, dopo si sono persi in complesse e più serene dissertazioni zen-metafisiche.
“Tu in che cosa ti vorresti reincarnare dopo la morte?” Ha chiesto il fratello alla sorella.
E la sorella, la dolce undicenne dopo molto meditare ha deciso che si reincarnerà in un simpatico animale, che secondo studi fatti dalla ragazzina, pervicace spettatrice di documentari su belve feroci, è il più temuto della foresta, persino dai leoni che preferiscono stargli alla larga. “In una iena!”.
Quanto al settenne, lui, trasferirà la sua anima dentro il corpo di un imperturbabile, serafico lento ciccionissimo e felice bruco. Insomma due figli agli estremi della catena alimentare animale che speriamo si rincontrino e si riconoscano.
Tizianeda
“Ciao Sposo Errante, stasera ho fatto un po’ tardi allo studio di avvocatessa…come stai?”
“Sono stravolto”
“Hai ragione, anche io…dai che siamo a casa sani e salvi…preparo la cena”
“Mamma come cammini?”
“Come Michael Jackson , all’indietro…dai facciamo la serata moonwalk. Fallo anche tu Sposo Errante”
“Mamma papà è più bravo di te”
“Che dici undicenne, è terrificante e poi è serio anche quando fa il deficiente, non è corretto”
“Mamma guarda anche io so fare il muolk”
“Il moonwalk settenne…dio sei terribile”…
Tizianeda, quando la situazione si fa dura, quando la stanchezza è una massa densa, quando troppo attrattiva è la tentazione di abbandonarsi ai lamenti, si aggrappa alla stortia (perdonate il termine indigeno che usa spesso, ma le piace troppo), travolgendo i due minori debosciati, cosa alquanto facile, ma anche il serissimo di casa, che paziente e divertito si sottopone alla follia compulsiva. Per questo prima di sedersi a tavola per la cena i quattro della famigliola hanno camminato all’indietro come zombie disorientati, con buona pace di MJ. Tizianeda a dire il vero ha proseguito anche dopo cena e la mattina quando ha svegliato i minori, e quando ha preparato la colazione, e poi lo ha fatto fare anche a suo fratello, lo zio Peppino, che accidenti è stato bravino, e ha deciso che lo farà tutte le volte che si sentirà triste o stanca o con il desiderio di fuga incorporato. E forse lo farà fare anche ai nonni ottantenni, alle sue amiche, a sua sorella Dada che è un’altra serissima, alle sue cognate a ai suoi nipoti, alle maestre del settenne e alle professoresse della undicenne, ai suoi vicini di casa che sorridono poco e alle mamme che incontra all’uscita della scuola.
Così alla fine si sentiranno in armonia con l’universo e consolati per ogni attimo della giornata senza leggerezza.
Buon “muolk” a tutti.
Tizianeda
E’ arrivata in tempo, appena in tempo con passo veloce, di chi è abituata a corse funamboliche come le donne, come le mamme come chi lavora, come chi crede che a quella festa lì per strada non puoi mica non esserci. Chè non si può dire di credere in qualcosa e di crederci proprio tanto se poi non partecipi, se non porti la tua anima e il tuo corpo, se manca il tuo sorriso e la tua forza. Non poteva non esserci lei, che quando vede quei film di diritti negati di libertà soffocate di discriminazioni e prepotenze, si commuove e indigna, come se quelle cose brutte le si insinuassero dentro. Che guarda quei film e spera che i malvagi perdano e male, e poi impreca ad alta voce e gesticola, disturbando la visione di chi le sta accanto (solitamente lo Sposo Errante sostenitore semi rassegnato del silenzio tombale durante la visione casalinga). Non poteva non esserci lei, con quei ragazzi e ragazze coraggiosi, che nella sua piccola città sbilenca, si sono radunati sulla via principale, proprio sulle scale del Teatro che guarda le stanze dei potenti nel palazzo di fronte. Lei che è arrivata e lì ha incontrato le facce di chi c’è sempre, ha visto qualche mamma vicina ai propri figli, ha visto Eleonora l’amica con gli occhi da aliena e i capelli colore della terra, ha visto bambini e facce sorridenti. E poi ha incontrato loro i ragazzi e le ragazze che volevano raccontare con un gesto lieve e delicato la normalità dell’amore. Raccontarla ai riottosi, a chi ha paura, perché da sempre gli è stato insegnato altro, alle persone che non si sono mai soffermate pensando “tanto a me che importa”. Ha incontrato i ragazzi e le ragazze che su quelle scale si sono baciati per dire che l’amore è amore e basta. Si sono baciati per dire che se un diritto viene violato o non riconosciuto tutti finiamo per implodere. Si sono baciati per chiedere di non avere paura, chè si ha paura di quello che non si vede e non si conosce. Si sono baciati per dire che l’omosessualità non è una malattia, si sono baciati perché sanno che la lotta per i propri diritti vuole gesti, coraggio, visibilità e un po’ di sfrontatezza. Si sono baciati perché vogliono poterlo continuare a fare ma non sulle scale del Teatro Comunale. Si sono baciati perché l’omofobia quella sì, è spaventosa come una malattia mortale.
Tizianeda