Ci siamo abbracciate una settimana fa, dentro una serata festaiola, vicina al mare, con la musica e le lucine colorate, come quando eravamo insieme al Liceo, in quella classe abitata per cinque anni da ragazzetti confusi e inquieti –“Bellissima serata, mi sono divertita un casino, grazie” “Grazie a te Tizianeda per essere venuta, è sempre bello quando ci vediamo” “Vero”.
Poi è successo che ci siamo riabbracciate oggi, dopo otto giorni dall’ultima volta, di un abbraccio che senti ogni traccia pulsante dell’altro, fino al sangue che scorre dentro e fa battere il cuore. Di un abbraccio lungo, che dice aspetta, aspetta un po’ che mi riposo. Di un abbraccio che è una pausa, un attimo fermo. Ho abbracciato la mia compagnella di tanto tempo fa che aveva il fuoco dentro di chi guarda la vita e la attraversa determinata, ho abbracciato la studentessa universitaria che è andata lontano a studiare e non l’ho più vista per un po’. Ho abbracciato la donna indipendente che ho ritrovato dopo qualche anno e che mi ha accolta quando ero una mina vagante. Ho abbracciato lei il giorno delle sue nozze ed io ero lì felice con lo Sposo Errante di oggi. Ho abbracciato la mamma che è diventata, senza perdere la freschezza della ragazzetta. L’ho abbracciata oggi nella casa di sua madre che non c’è più, ma le ha lasciato il dono di continuare il disegno misterioso delle vite in divenire, come una brava atleta che passa la staffetta alla compagna di squadra senza esitare, per non farle sentire la paura.
L’ho abbracciata e lei ha abbracciato me, chè gli abbracci sono una porta d’ingresso discreta nella vita dell’altro e dicono quello che le parole non sanno dire.
Tizianeda
“Mamma ti devo dire una cosa”.
Se un bambino settenne, ti prende per mano, ti chiede di andare con lui in un angolo nascosto dei vostri 90 mq, ti parla a voce bassa, ti guarda con il suo sguardo scuro e denso, tu non hai scampo e lo devi seguire per ascoltarlo, con le orecchie, gli occhi, le mani ed il cuore. Devi mollare tutto ma proprio tutto, e lo dovresti fare anche se fossi Superman che deve salvare la terra da un attacco di alieni rancorosi, anche se fossi la ruffianissima Fata Turchina che trama per spingere al matrimonio la povera Cenerentola con il noioso principe Sempreazzurro, anche se fossi Frodo alle prese con l’anello della sfiga.
“Dimmi settenne, cosa succede?”
“Mamma, ti devo dire una cosa, ma ho paura che poi ti dispiaci…va bè te lo dico lo stesso. Mamma … io penso che Rosalinda è più bella di te”.
“Oh, tesoro, hai proprio ragione, questa Rosalinda è proprio più bella, anche se è un personaggio dei cartoni. Stai tranquillo, saranno tantissime le signorine che troverai più belle della mamma. Non mi dispiaccio mica. E’ normale”.
“Davvero mamma ?! Grazie. Ciao”.
Perché arriva il giorno che Rosalinda, che c’è sempre stata, all’improvviso la vedi. Alzi lo sguardo e tutto cambia perché tu stai cambiando. Perché arriva proprio quel preciso intimo momento che il tuo sguardo fuori ti avvicina poco a poco alla persona che diventerai. Chè sei tutto un movimento dentro e fuori e fai come le zolle tettoniche che fluttuano, si muovono, scorrono , si allontanano, come una danza arcana che disegna tracce nell’aria. E lo so che i cambiamenti spaventano, ma anche questo è normale, tu però non smettere di muoverti e guardare. Ciao e grazie.
Tizianeda
Prima si è ammalato lui, il settenne, godendo del privilegio infantile di tralasciare la scuola, di essere esentato dallo svolgimento di pensierini, dal ripasso delle tabelline, dalla ripetizione di lezioni piene di regole grammaticali. Ha potuto dormire nel lettone, abbarbicato con tutta la sua ossuta lunghezza alle forme della mamma, tossendole e starnutendole generosamente in bocca. Questa amena attività notturna, ha consentito a tutti i suoi germi di traslocare dal suo ecosistema a quello di Tizianeda. Così anche Tizianeda ha iniziato a starnutire, tossire, desiderare di abitare sotto spesse coltri di coperte, di essere sola in una clinica lussuosa, curata da sorridenti infermiere svizzere. Invece ha continuato a lavorare, a correggere compiti pomeridiani, curare moribondi, gridare; ma questo, con minor vigore. Per sopravvivere al freddo, insinuatosi insieme ai virus nelle pieghe nascoste del suo corpo, si è rivestita di multi strati di maglioni, che non ha abbandonato anche quando tre piani più sotto rispetto a casa sua (sì, Tizianeda cerca di compensare la lontananza dello Sposo Errante con ogni espediente di vicinanza di tutto il resto), si è recata, per farsi visitare, nell’ambulatorio della dottoressa di base e che, sventurata, ha faticato per trovare il corpo di Tizianeda “signora quanta roba ha addosso, è vestita come le mie pazienti più anziane!” . E poi nel perseguire con pervicacia, l’attività distruttiva del suo fascino femminile, in casa, ha anche applicato il maschio-repellente metodo del fazzoletto nascosto nel risvolto della manica del maglione (inquietante come i gambaletti di nailon color carne, i baffi e la vestaglia azzurra di pile spesso) . Ha anche, in preda ai fumi della febbre, insegnato questo metodo di conservazione al settenne, che ha recepito diligentemente. Così a girare per casa con il bozzo nella manica erano in due. Tizianeda sa che, se un giorno la sua futura nuora la odierà per questo, non gliene farà una colpa. Poi è lentamente guarita, permanendo in lei, tuttavia, un aggravato stato di stordimento mentale. Sabato mattina, liberatasi dei multi strati di lana che l’avvolgevano, per rimpossessarsi della sua femminilità perduta, si è strofinata in faccia una crema con delle palline piccole piccole, che si chiama scrub. Forse ha eliminato tutte le cellule morte, ma crede che si sia tenuta tutte quelle stanche. Si è anche colorata le unghie dei piedi con lo smalto, che fa tanto donna che si prende cura di sé ed è perfetta anche se deve uscire per le strade deserte a riporre il sacchetto dell’immondizia nel cassonetto dietro l’angolo. Ha lavato i capelli che prima o poi dovrà tagliare, sperando che nel frattempo nessun altro si influenzi ed ha tirato fuori dall’armadio le sue belle scarpe nere con il tacco che non prendeva da troppo tempo, che quando le mette si sente una sinuosa ballerina di tango. Ma questa, è un’altra storia.
Tizianeda
Ha i denti di chi da ragazzina l’apparecchio lo teneva nella scatola colorata e non in bocca, gli occhi legati all’umore e alla luce. Marroni verdi, verdi e un po’ marrone, ma sono verdi? No marroni. Le dita piccole, e tracce in faccia di sorrisi regalati così, che tanto non costa nessuna fatica. Dentro ha una forza che quasi non ci crede e piedi larghi che hanno attraversato strade di fuoco, ed ora il fuoco non la spaventa più, o almeno lo può guardare dritto in faccia. A sedici anni, oh sì tardi molto tardi, ha scoperto che c’era qualcosa di sorprendente cui aggrapparsi, dove scomparire, per poi a volte ritrovarsi. A sedici anni il primo l’ha delicatamente condannata alla ricerca continua di storie, che la facessero sentire ancora ancora e ancora sospesa in quel modo lì. Da allora la luce dei libri, dove ha trovato risposte che nessuno sapeva darle, che l’hanno consolata nei momenti bui della giovinezza o soltanto distratta in un tempo sordo. Ha faticato, attraversando foreste nere e tzunami senza appigli, così oggi riconosce la dolcezza nei vicoli nascosti. Le piace essere donna. Le piace avere una figlia per tramandarle l’orgoglio della sua identità di genere. E’ felice di avere un figlio che vede la bellezza unica delle donne, chè lui già le ama di un amore ispirato. Le piace il suo corpo imperfetto, il suo umore che fluttua, il talento tutto femminile di stare dentro le cose della vita. Le piacciono sua sorella, le sue nipoti, sua figlia, le sue cognate, la nonna vecchietta e la nonna santa Gina, le sue scarpe con il tacco alto nell’armadio. Le piacciono le sue cugine, le sue amiche, i suoi capelli con tracce nascoste di bianco. Le piacciono le donne che segue in rete e quelle che ha ritrovato grazie alla rete. Le piacciono le ragazzine che si muovono insieme compatte toccandosi i capelli, le piace la loro grazia timida. Le piace che è cambiata lentamente come la terra e le piace avere quarant’anni e poco più, chè mai si è sentita così. Certo le piacciono anche gli uomini, anche se questo post, no, non è dedicato a loro.
Tizianeda
Venerdì
Ancora dorme piccino…gli tocco la fronte così vedo se ha la febbre…sembra fresco….si è svegliato lo seguo in bagno così boh per precauzione…ma che fa cade in avanti….oh mamma mia sta svenendo…menomale che ero qui con lui…gli sollevo le gambe… no il telefono ora no..si sta riprendendo… ok va meglio…sorride e ride …..accidenti che dolore di stomaco…bell’inizio di venerdì…ora sì che sono sveglia…anni di vita persi… allo Sposo Errante glielo dico stasera quando torna …uff che fatica a volte però…dai coraggio Tizianeda anche tu quando eri piccola ogni tanto ti collassavi quando avevi l’influenza o un’emozione forte o un dolore da qualche parte o uno spavento…una difesa dagli attacchi da dentro e da fuori……Lo Sposo errante è tornato ..mamma mia sembra stravolto…no no è proprio stravolto..ora glielo dico del settenne…no aspetto un po’… grazie al cielo la giornata è finita…che ci fanno quei due debosciati nel nostro letto…dormono…belli che sono…si sono presi tutto lo spazio..li sbaciucchio li sposto un po’e poi mi sdraio con loro…
Sabato
Oggi è sabato e mi basta nulla scalfirà il mio buon umore ……………….ma come tutti uomini anzianotti e nessuna donna … è la scelta meno saggia che si potesse fare…al diavolo accidentaccio…..
Domenica
E’ la decima crispella che mi mangio…noo la pasta ripiena patrimonio dell’umanità di nonna santa Gina..santo cielo le sue polpette al sugo…ha fatto anche le olive farcite…questa è l’ultima giuro… va be’ ne prendo un’altra che tanto stasera non mangio..la peperonata di zia A. la zia panificatrice…ha fatto anche una focaccia…con il lievito madre…ne assaggio un poco è con il lievito Tamagotchi che cresce nel suo frigo…la parmigiana…lo sformato di peperoni…la pastiera…… c’era pure l’insalata ma ce la siamo dimenticata povera insalatina non se l’è filata nessuno come al solito…..
Tizianeda
Segnali premonitori della febbre in un settenne, che tu però non comprendi subito:
1. Non vuole andare a scuola perché “soooono staaaanco”. Questo lamento mantrico, la sua mamma, lo accoglie con rassegnata indifferenza, perchè da 150 giorni circa, ogni mattina svegliarlo è più faticoso delle sette fatiche di Ercole, della permanenza nel deserto del popolo ebraico, della digestione di un pranzo pasquale.
2. Ti dice che sei crudele perché non gli concedi mai un giorno di”ferie”. Ma anche questo lo ripete periodicamente, un giorno sì e l’altro pure, quindi la mamma prosegue negli schizofrenici preparativi mattutini, arricchiti da materne raccomandazione – tiseilavatoidenti, haicontrollatolacartella, posaifumettiepreparati, ancoranontiseivestito, perchèsorridiguardandoilvuoto, ètardi, ètardissimo – ed altre amenità varie.
3. Da una settimana abbandona lungo i suoi tragitti casalinghi, come le molliche di Pollicino, virali tracce umide e sbrindellate di fazzoletti.
4. All’uscita della scuola la maestra di matematica ti chiede se è reduce di una difficile notte insonne “per tre ore è stato completamente assente. In un altro mondo”. L’ottusa mamma non capisce che la descritta condizione, è la conseguenza dell’elevata temperatura del settenne, e non della sua attitudine naturale al pensiero ultraterreno.
5. La maestra le racconta che invece di applicarsi nella risoluzione di divisione problemi e moltiplicazioni, il settenne si è esercitato con profonda disciplina e dedizione nella realizzazione di enormi bolle di saliva. Solo allora la mamma inizia a ravvisare una condizione inusuale nel minore, anche perché a lui la matematica piace proprio tanto. Decisamente meno le bolle di saliva.
6. Nel tragitto scuola casa, la mamma nell’appoggiargli le labbra sulla fronte, gli dice “mi sembri caldo”, accorgendosi anche che ha un incarnato tra il giallo ed il grigio.
7. Arrivata a casa gli misura la temperatura corporea con moderna strumentazione elettronica.
8. Scopre con sollievo che le bolle di saliva sono l’effetto psicotropo della febbre.
Esternazioni di un maschio settenne che ha la febbre
1. Sono distrutto
2. Sono instabile
3. Ho sensazioni stratosferiche
4. Mi sento come se migliaia di bollicine si danno il batti cinque nel mio corpo
5. Perché ti tieni tutti questi libri sul comodino se poi non li leggi. Guarda quello non lo hai finito, vedo il segno ancora all’inizio?
5. Monti è di destra o di sinistra, e Bersani e Vendola e Grillo?
La mamma del settenne spera che la febbre passi presto, anche se teme che la normalizzazione della temperatura non muterà i comportamenti e le sue esternazioni, ma almeno la smetterà con le bolle di saliva.
p.s.: qualche giorno fa Tizianeda ha inviato ad un giornale on-line una lettera, in cui manifestava il desiderio di condividere con i lettori un suo post. Il giornale on-line ha accolto la sua richiesta, anche se Tizianeda che è una stonata, non se ne era accorta, ma per quello per fortuna ci sono le amiche. Tizianeda è stata così felice quando l’altra mattina M. l’ha chiamata per dirglielo, che ha dovuto fare ricorso a tutte la sua forza interiore, per mantenere la disciplina, visto che si trovava nel suo studio di avvocatessa e doveva lavorare. E di nuovo ha dovuto chiedere aiuto alla stessa forza interiore, per non abbracciare dalla contentezza, l’ufficiale giudiziario che proprio in quel momento è arrivato a portarle delle notifiche. Si è limitata a dargli una pacca sulla spalla, però leggera, e a sorridergli molto più del solito.
Se vi va di vedere quale post è stato pubblicato, questo è il link del giornale On-line:
http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=160106:reggio-quando-a-parlare-e-lindignazione&catid=37:lettere-a-strill&Itemid=99
P.P.S: Ovviamente Buona Pasqua a tutti voi!!
Tizianeda
“Ciao Tizianeda, sabato avete impegni? Vorremmo venire a trovarvi con Franci ed i bambini”.
“Ma che meraviglia. Finalmente ci rivediamo. Sono due anni”
“ Che non ci incontriamo tutti insieme? Almeno quattro”
“Ma veramente, così tanto!”…
Quando Tizianeda era giovane giovane, terminati gli studi universitari, in un tempo in cui lo Sposo Errante si trovava nella imprevedibile nebulosa del futuro e con lui, i voluti effetti collaterali del loro incontro. Quando Tizianeda vagava in un fluire lento, ignara dei funambolici giochi di incastro che un’altra vita le avrebbe chiesto. Quando l’inquietudine era la sua cifra stilistica e le energie vitali non subivano gli scuotimenti di giornate capricciose come un grafico impazzito. Ecco in questo tempo qui, Tizianeda e sua sorella, la zia Dada, allora soltanto Dada, frequentavano amici dall’altra parte del mare, che raggiungevano salendo su una nave grande e ferrosa, che le portava nella città di fronte alla sua. Li raggiungevano per divertirsi alle loro feste, mangiare insieme, andare a teatro o a un concerto.
Intanto però, il tempo, quello sciroccato, è andato dritto in avanti, e Tizianeda e tutti gli altri con lui, a farsi trasportare, costruendoci sopra le loro vite da adulti, tassello su tassello come i lego.
Il tempo li allontanava da quel punto iniziale, da quegli spazi fermi e bianchi come una casa estiva, mettendo ognuno sulla propria traiettoria. Loro però legati da quel punto, da quei posti spensierati, hanno partecipato, a volte da lontano, ai movimenti delle altre vite, quelli radiosi e quelli bui. Per questo l’altra sera, Tizianeda ed i suoi amici, anche se erano quattro anni che non si incontravano, si sono salutati con empatica intimità, che sembrava si fossero lasciati il giorno prima. Perché l’altra sera gli amici dell’altra parte del mare, sono approdati nella casa della famigliola, per incontrarsi con le loro vite mutate, le loro facce tracciate, i bambini ed una sorpresa pasquale nella pancia di lei, una sorpresa che si muoveva e sguazzava nel liquido primordiale della sua mamma Franci. Si sono abbracciati, baciati, guardati, ognuno ha sbaciuccato i bambini degli altri in un comune sentire. Tizianeda è stata salutata con “ciao amica mia” e questo le ha scaldato il cuore proprio, proprio un bel po’.
Sono arrivati anche i fratelli di Tizianeda con le loro famiglie, e le stanze si sono riempite di voci e futuro.
Quando poi la casa si è svuotata e i bambini nel sonno, le hanno restituito il silenzio, Tizianeda, che ama annegare nella masochista nostalgia del tempo perduto, ha acceso lo stereo per ascoltare David Bowie , nel suo ultimo Cd, regalo dallo Sposo Errante. Perché quando era una ragazzina anni ‘80, lei era irrazionalmente innamorata di quell’alieno dagli occhi dissociati, subiva la fascinazione delle sue stranezze, ne percepiva la potenza e forse ne intuiva l’erotismo. Lo ha ascoltato, seduta sul divano avvolta da multistrati di una coperta spessa, pensando alla giornata trascorsa, pensando al suo presente denso in cui si piace, anche se accidenti non è più ragazza, pensando a David Bowie che è un signore anziano fascinoso, con chissà quanti acciacchi.E immersa nella profondità di tali pensieri, si è addormentata avvolta nella sua spessa e calda coperta.
Tizianeda
L’altro giorno c’era un signore vestito di bianco con delle scarpe vecchie vecchie, che sicuro hanno un buco sotto, che se saltella su una pozzanghera gli si bagnano le calze. Un signore con le mani sorridenti, circondato da tipi strani, alcuni pure torvi, che tanto lui non li ascolta. Ecco l’altro giorno questo signore che sembra una mamma, insomma ha detto che no, non dobbiamo avere paura . Non però dei mostri intergalattici, degli zombi, del buio, dei film dell’orrore, di Dracula, delle puzzette, delle montagne russe , delle punture, dei ragni, o delle smorfie di quando si girano gli occhi all’indietro e si contorce la bocca. No perché questa mamma non parlava ai bambini quel giorno. Lui il tipo vestito di bianco con le scarpe consunte, parlava ai non più bambini. Questo signore vestito di bianco, che piace persino a quella riottosa e diffidente di Tizianeda, ha detto a tutti gli adulti imbalsamati di non avere paura di quella cosa lì che spesso non la vedi. Perché sei preso da mille rivoli che corrono veloci, cose da grandi o hai un pensiero che proprio dalla testa non si leva o sei distratto da tutta quella roba sbriluccicante ed inutile, occupato a far la guerra con qualcuno o a parlarti addosso. E però se sei così, finisce che questa cosa qui, che è immensa come tutte le gioie minute della vita, la perdi , come una stella cometa che passa una volta ogni mille anni e tu invece guardavi a terra o solo sbadigliavi. Questa cosa qui, che è come il solletico o una risata allegra o una carezza che non ti aspetti o una foto che trovi per caso, di quando eri ragazzetta, di quando si usavano i capelli cotonati e le spalline attaccate alle giacche con il feltro. Questa cosa qui, che il signore vestito come una mamma indaffarata nelle faccende di casa, ha chiamato tenerezza.
Come quella che Tizianeda ha provato quando un bambino di sette anni l’ha chiamata sul cellulare, da casa, e che importa se lei si trovava in un ufficio in mezzo a carte da acquisire e gente concentrata. E tra un sì, dei grazie e qualche firma, Tizianeda lo ha dovuto ascoltare, perché quel settenne non ti dà scampo. Ha dovuto ascoltare il minore di casa preso tra due “e” che se gli metti sopra l’accento cambia tutto. Ha dovuto ascoltare la ventina di esempi diligentemente imparati, per poi sperticarsi in lodi e appellativi stucchevoli – “amore mio, tesoro del mio cuore, gioia sei bravissimo” – incurante o forse solo dimentica degli sguardi stupiti dei presenti.
O l’altra sera quando la undicenne le ha preparato un bigliettino sobrio, grande quanto un tappeto persiano nel salone di un Marajà , in cui per farsi revocare una punizione, per lei sa cosa, le ha scritto una poesia, dicendole che era ironica bella e divertente. E questo è bastato a Tizianeda, anche se sa che per una bambina nel pieno della preadolescenza, con le unghie smaltate ma le mani sporche di inchiostro, la mamma fata turchina, dopo pochi minuti, può ritornare ad essere la strega cattiva di Hansel e Gretel.
E poi c’è l’abbraccio di un’amica, lo Sposo errante che ti chiama “così solo per sentirti”, un messaggio affettuoso, una richiesta di aiuto, una telefonata.
Piccoli attimi di bellezza innocente, che però colorano e pure un bel po’ la vita di Tizianeda, facendola sentire vera, salda e forte.
Tizianeda
Non lo fanno spesso, perché sono di quelli che preferiscono organizzare a casa, di quelli che la mondanità serale del fine settimana è surclassata da incontri pomeridiani o mattinieri, di quelli che sì, amano divertirsi, ma possibilmente entro le 22. E di solito il sabato sera, Tizianeda assembla acqua farina e lievito dentro un grande piatto smaltato, che era di sua nonna Bianca. Poi arrivano i suoi fratelli, preannunciandosi con la solita telefonata “La fai la pizza stasera?”, che tanto lei ne prepara in più, perché li aspetta. A volte, la famigliola occupa la casa di amici, così il sabato diventa un tripudio di mocciosi di tutte le età, e tardi non si rientra, non per i minori, tutti affetti da collettiva eccitazione compulsiva serale, ma per gli adulti che valicata la soglia delle 23, vengono colpiti da narcolessia.
Però a volte succede che i due maggiorenni di casa, presi da un entusiasmo positivo, si concedano una serata senza quei due debosciati che vengono felicemente accolti dagli zii. Il settenne, a casa della cugina che si crede sorella gemella e la undicenne, dallo zio del cuore e la sua famigliola.
Succede che si concedano una serata da adulti, da persone libere, al servizio solo del loro bio-ritmo, senza interruzioni esterne, richieste, lamentele, micro risse da sedare, urgenze improcrastinabili, cacca serale del settenne che in quei momenti lì vuole compagnia, per abbandonarsi a confidenze e riflessioni sui grandi sistemi della vita, di cui Tizianeda è la privilegiata destinataria.
E insomma, a volte, succede, come è successo questo sabato, che si sono incontrati con amici, che anche loro hanno avuto un bel da fare per organizzare la permanenza notturna dei figli. Si sono ritrovati in casa, per mangiare, chiacchierare, ridere, scherzare in un clima felicemente rilassato, di chi ha imparato a conoscersi e piacersi negli anni, di chi si è scelto ed è rimasto. E sono persino usciti in quell’ora in cui solitamente il sonno profondo è la coperta di Tizianeda, sono usciti per approdare in un locale vicino, come quando erano giovani giovani, in un locale consigliato a Tizianeda “E’ un posto bellissimo, pieno di musica, un clima internazionale, ci sarà anche un ragazzo bravo che canta”. E Tiziana avvolta da tanto entusiasmo, volendosi concedere un guizzo di mondanità, in quel posto è andata, trascinando anche gli altri. Sono arrivati attratti dalle chiacchiere e dalle risate dove 1. ha visto tanta tanta tanta tanta gente davanti all’ingresso, sulla strada 2. è entrata nel locale per incontrare l’amica divulgatrice e anche lì c’era tanta tanta tanta gente vicina vicina in uno spazio ristretto 3. ha detto tantissimi “permesso” per poter passare, ma nessuno pare sentisse. Ha creduto che forse dire permesso non è più cool, e che avrebbe dovuto iniziato a dare spintoni e spallate, ma la sua voce interiore le ha consigliato di non farlo 4. dopo neanche dieci passi all’interno del locale a forma di elle, Tizianeda ha rischiato di sbattere contro uno specchio attaccato al muro, dove la elle finiva all’improvviso come un vicolo cieco. C’era talmente tanta penombra che non si è vista riflessa, come una vampira 5. è uscita, chiedendosi “ma io che cavolo ci faccio qui?” 6. una volta uscita si è guardata attorno: la maggior parte degli astanti, aveva vent’anni o poco più 7. ha pensato che lei ed i suoi amici, in quel contesto, sembravano dei genitori ansiosi alla ricerca dei figli fuggiti da casa 8. ha pensato che venti anni prima si sarebbe tanto divertita ed entusiasmata per un locale come questo, odoroso di inquietudine giovanile, ma che oggi per lei è come un pianeta sperduto di un’altra galassia 9. il musicista che doveva cantare, alle 23 e 30 ancora non cantava. 10. gli ultraquarantenni hanno così deciso di abbandonare l’allegro convivio, per una lenta, sorridente e chiacchierosa passeggiata notturna, più conforme ai loro mutati gusti. Poi, serenamente, sono tornati ciascuno a casa propria.
“Sposo Errante mi sembra strana la casa senza i bambini. Mi mancano” “Anche a me”. Queste le ultime parole che Tizianeda e l’uomo adulto di casa si sono detti, prima di sprofondare in un sonno caldo.
Tizianeda
Oggi non è stata una giornata poi così diversa dalle altre, tranne per una cosa che Tizianeda ha fatto e che solitamente non fa. Ed ora vi racconto cosa è successo.
La mattina è uscita con il settenne nel pieno della sua logorrea compulsiva, per accompagnarlo a scuola, e pioveva, pioveva tanto, e siccome a scuola ci vanno a piedi, il settenne è arrivato zuppo e umido come un pescatore di salmoni in Norvegia. Allora Tizianeda è ritornata di corsa a casa, gli ha preso un ricambio ed è ritornata a scuola. Ha portato persino delle buste per fargli appoggiare i piedi senza scarpe nel bagno della scuola e mentre lo aiutava a svestirsi , per un po’ ha creduto di essere una mamma efficiente ed organizzata, con i ricambi piegati e le scarpe, ed insomma con tutte le cose. Per un po’ appunto – “mamma le mie calze sono bagnate” “noo solo un po’ umide, dai che dentro le scarpe si asciugano” “a me sembrano bagnate” “settenne ho dimenticato quelle asciutte, dai che ora si sistemano”.
Poi, è andata con la sua macchina, a casa di O, quella che senza nel suo studio di avvocatessa, Tizianeda si sente persa. E’ andata a prenderla perché grandinava, perché O era a piedi, perché era più ammorbata di un bambino catarroso, e perché Tizianeda soffre della sindrome mammachiocciachevieneintuosoccorso. Alle otto e trenta Tizianeda già si sentiva esausta e pervasa da struggenti pensieri : ho i capelli come un cespo di lattughe mosce, le mie sopracciglia stanno prendendo il sopravvento sulla faccia, devo curarmi un po’ di più come fanno le signore dabbene…ma sono io una signora dabbene? E mentre si abbandonava a tale profondo sentire, attraversava con le ruote della macchina tutte le millesettecento voragini sparse in modo causale, lungo il tragitto macchina parcheggiata /casa di O – casa di O. / studio di avvocatessa di Tizianeda. Le due hanno lavorato tutta la mattina, intervallando la fatica con sobrie battute da collegiali pudibonde. All’una Tizianeda si è riportata i due minori a casa. Il settenne ha mostrato con orgoglio il disegno che raffigurava il suo papà “dovevamo farlo buffo mamma”, con tre gambe quattro braccia, capelli fucsia lunghi lunghi, baffoni neri come super mario occhi fluttuanti attorno alla testa, ed un severo vestito a strisce colorate, lo Sposo Errante praticamente.
Poi Tizianeda, dopo aver controllato i compiti dei due, è ritornata prima del solito nel suo studio di avvocatessa, un piano sotto la casa della famigliola, è lì è stata fino a che non è tornata a casa due ore dopo per preparasi. Si è lavata e vestita ed è uscita, alle 17 e 30, e questa è la cosa che solitamente non fa, perché a quell’ora è rinchiusa come un carcerato semi volontario dentro il suo studio. E’ uscita per andare in una libreria non molto lontano, di quelle grandi e fitte di libri, di quelle che resistono nonostante tutto, dove un calabrese che nella vita passata sarà stato arabo o giù di lì, con un curriculum che ha fatto sentire Tizianeda una povera ignorante senza speranza, ha raccontato a quelli che erano venuti ad ascoltarlo, la storia della poesia araba in Sicilia, quell’isola grande e luminosa che dalla città di Tizianeda si vede di giorno e si intuisce di notte. Nella stanza circondata da libri, c’era anche la donna dai capelli arancioni, che Tizianeda conosce da un po’. Che tutte e due vorrebbero chiacchierare fitte fitte di più, ed incontrarsi ogni tanto, così per parlare di libri e delle storie che ci sono dentro. A Tizianeda la donna dai capelli arancioni piace, che è di quelle mattissime, come le persone che vibrano, che si porta ovunque vada, come uno scudo protettivo, come un bambino da preservare, come un dolore nascosto, un libro, il suo libro di quelli che non presti a nessuno. Lei che è di quelle mattissime che hanno David Grossman dentro la borsa, come un coltello contundente. E insomma c’era lei, c’erano le poesie delicate, c’era l’arabo che è sabbia e vento mischiati, ed i poeti “ che vedono”, loro che sanno il nome alle cose, così che anche gli altri, i non poeti,ascoltandoli, possano evocarle e riconoscerle.
Dopo Tizianeda è tornata casa, e lì ha consolato lo Sposo errante stravolto dalla stanchezza, ha consolato il settenne che avrebbe voluto per la terza volta consecutiva la pasta e lenticchie, ha consolato la undicenne che è adolescente e quindi senza preavviso viene avvolta dal mutismo e dalla malinconia.
Ed ora è proprio arrivato il bel momento, che Tizianeda assapora come un dolcetto gustoso, il momento del sonno narcolettico, chè domani si ricomincia. Un saluto allegro.
Tizianeda