E’ che il post del lunedì o della domenica sera, dovrebbe essere lieve più degli altri, perché il lunedì devi essere una macchina con il pieno già fatto. Che così sei già pronto e le paure si colorano un po’, o si fanno più sbiadite.
E’ che però sono fermi lì quei pensieri che mica sono tanto bellini e gentili e non sanno di làlàlà dududu.
E’ che c’è questa città tutta scassata dentro e fuori. Dentro la testa della gente e per le strade. Che come si fa, come si fa a tacere in un posto come questo, che è lo scheletro di un palazzo dimenticato. E’ che poi se cammini tutte le mattine vicino al mare che ci si può toccare, su una strada lunga e aperta, ti ammali di rabbia e rimpianto, chè la tua città che vorresti tutta lì, sembra il paradiso. E nel paradiso quando hai la fortuna di capitarci, ci respiri dentro e se lo sporchi è una bestemmia che ti ritorna indietro come una maledizione.
E’ però c’è quel momento che il mare lo devi lasciare, ti devi allontanare da quel ventre che ti presta il suo silenzio . Ed è un incantesimo che si sfalda e tutto odora di nero, quello stesso nero polveroso che anche il vulcano dall’altra parte del mare ci ha vomitato, con la cattiveria che solo un vulcano sa, prendendosi le strade e mescolando le facce, i capelli, il fiato con la sua fuliggine.
E’ per questo che il post non è lieve, perché Tizianeda è arrabbiata da un po’, è arrabbiata per lei e quelli che si sentono come lei, è arrabbiata per i suoi figli, è arrabbiata per i ragazzi di vent’anni che vanno via con la loro luce, è arrabbiata per i giovani di trent’anni che qui si fanno il mazzo, è arrabbiata per quelli che si sono rassegnati alla bruttezza e non la vedono più, è arrabbiata per la distanza dei potenti, è arrabbiata per la gretta ignoranza dei malavitosi che non appartengono alla razza umana, chè la propria terra non si svende, deficienti. E’arrabbiata per le strade interrotte e malferme che attraversano la sua Calabria bella e florida che in primavera sboccia come una ragazza acerba, e ci acceca di giallo e azzurro e verde e rosso e viola e rosa, che non la puoi contenere tanta bellezza polposa. E’ arrabbiata per i treni cattivi e sporchi e vecchi che a volte non arrivano e non capisci perché, e ci si deve arrangiare. Quei treni brutti che nessuno vuole, ma poi li piazzano qui. Quei treni che Tizianeda conosce bene perché li racconta il suo Sposo Errante, che se perde quello giusto è l’inferno. E’ arrabbiata perché almeno avessero la decenza di chiamarli con nomi onesti e più evocativi tipo ”treno che è sporco ma prima o poi vi riporta a casa e ringrazia che non ti viene il tifo” oppure “treno che abbiamo potuto rifilare solo a voi” o “treno che è più nuovo del treno a vapore o di una littorina dismessa messa a marcire nel deposito dei vagoni”.
Ed è arrabbiata per un bel po’ di altre cose che proprio non le piacciono e le rimangono incastrate dentro la testa, come un pezzo di cibo nella gola.
E Tizianeda pensa a questa convivenza di prodigio ed orrore che no non si mescolano, non si mescolano mai, tanto sono netti e definiti, come l’acqua e l’olio. Pensa a tutte le cose che proprio non ne può fare a meno, chè sono parte di quell’essenza di lei che viene da lontano e che piace e scalda, come un abbraccio o un bacio di chi ami. E questo, anche questo non l’aiuta.
Tizianeda
Interessanti riflessioni emerse all’ora di pranzo attorno alla tavola imbandita, tra la ragazzina undicenne, il settenne, la cugina coetanea che si crede sorella gemella del maschio piccolo di casa, lo Sposo Errante e Tizianeda (ma questi ultimi due per l’apporto dato alla conversazione sono stati due presenze inutili).
. ad undici anni le ragazzine desiderano avere un fidanzato.
. anche in seconda elementare capita di fidanzarsi.
. a quell’età tuttavia non si tratta di una “relazione seria”.
. in realtà neanche ad undici anni il fidanzamento può considerarsi una relazione seria.
. per quella si deve aspettare il primo liceo, quindi facendo un breve e non faticoso calcolo matematico bisogna avere 14 anni.
. che sia stata scelta questa data per convenzione, per fantasia o perché loro, i minori sanno cose che alle menti ottenebrate dal tempo, sfuggono, gli adulti presenti hanno preferito non approfondirlo.
. alla domanda “ma che ve ne fate di un fidanzato” la risposta è stata “niente, lo esibiamo”.
. alla detta risposta lo Sposo Errante è impallidito. A Tizianeda è venuto in mente un Toy-boy.
. poi il settenne, che dice di essere ancora fidanzato con la stessa bambina dell’asilo, che gli piace anche una sua compagna di scuola dalle ciglia nere nere che sembrano truccate, ma che non corteggerebbe mai perché di lei è innamorato perdutamente il suo amico del cuore, si è all’improvviso inserito nella conversazione con questa affermazione: “l’otto marzo non è solo la festa della donna ma anche degli uomini che sono gentili con le donne. Quindi è anche la mia festa”.
Poi i tre minori presenti, si sono alzati da tavola, ed hanno iniziato a giocare a nascondino dentro casa in 90 mq., dove il copione è sempre lo stesso. I due cugini che si credono fratelli gemelli si nascondono sempre nello stesso posto, fanno un casino assurdo e vengono stanati. La undicenne riesce a scomparire anche in uno spazio così piccolo e vince sempre, ma con quei due gioca facile. Tizianeda in preda alla nostalgia infantile si è chiesta quando ha smesso di divertirsi così tanto. Forse da quando ha iniziato a pensare seriamente ai fidanzati. Quindi dai 14 anni in poi. Però ora che la sua situazione sentimentale, ormai da tempo, non subisce più i faticosi struggimenti della giovinezza, ha deciso di ricominciare a giocare a questo gioco. Ovviamente con quei tre debosciati. Nel frattempo, loro, i fidanzati, per i tre minori, sono ritornati ad essere un’astrazione nebulosa e riposti nella cesta dei giocattoli, tra bambole, macchinine e pupazzi, in attesa che le idee si facciano più chiare, anche per gli adulti di casa.
Tizianeda
“Pvonto, signora Tizianeda?”
“Sì sono io”
“Volevo divle che la pvossimma settimana in pvofumevia vevvà un’ espevta della nota casa estetica ABC. Si vicovda è già venuta un po’ di tempo fa. Volevo chievdevle se vuole pvenotavsi pev un tvatattamento al viso e magavi la tvucchiamo. Ci vediamo venevdì alle 11?”.
Se all’improvviso una mattina invernale, una voce gentile ti invita ad entrare nel tempio sbriluccicoso delle cremine miracolose, dei trucchi, della pelle levigata, della faccia senza occhiaie, dei gloss, glitter, scrub ed altre cose strane che non sai neanche a cosa servono. Se la voce si insinua dentro la tua brama di vacanze estive, come quella degli ebrei di Mosè per la terra promessa. Se la voce giunge ai tuoi condotti uditivi, proprio in quei giorni dell’anno, quelli che sono il centro dell’inverno, quelli in cui ti senti più stanco del solito, più insopportabilmente lamentoso, quelli in cui gli infidi virus influenzali sono i nemici contro cui resistere strafacendoti di vitamine c, che reperisci dal tuo pusher sotto casa, il fruttivendolo. Se quelle erre timide si insinuano tra te e la voglia di andare in letargo fino all’avvento della bella stagione, e la mancanza di sonno e riposo mentale attuano la lenta ed inesorabile trasformazione da ragazza gentile ad intollerante zia bislacca. Se ti seduce in quei giorni in cui la mente è affollata come la metro all’ora di punta ed il venerdì è il migliore dei mondi possibili. Ecco quando in questo periodo dell’anno ti arriva una telefonata così, tu ci vai in quella profumeria anche se lì ci entri non più di due volte l’anno, quando il rimmel è più rinsecchito di un cardo nella stagione della siccità, o quando la scatola del fard è talmente vuota che se ci parli dentro ti ritorna l’eco.
“Sì signorina vengo a farmi massaggiare e poi truccare”.
E così Tizianeda ci è andata quella mattina, che poi se ne era anche dimenticata, ma per fortuna la signorina dalla erre gentile, l’ha richiamata per ricordarglielo, perché si sa, le signorine dalla erre gentile che lavorano nelle profumeria capiscono quando hanno a che fare con pigre clienti riottose.
Ci è andata Tizianeda pregustandosi un’ora di massaggio nel silenzio, promettendo a se stessa che non avrebbe parlato con l’esperta della casa estetica ABC, non sarebbe entrata in confidenza come le viene naturale, non avrebbe proferito parole e sorrisi, mantenendo serafico distacco. Si sarebbe goduta lo strofinamento di creme in un silenzio metafisico, dimenticandosi che l’esperta è una persona con chissà quante storie da raccontare, ma pensando che è solo due mani al servizio della sua faccia stanca.
“Se non ricordo male lei ha una figlia”
“Signora Tizianeda, se lo ricorda?”
“Sì certo, ma diamoci del tu”
E’ bastato questo breve scambio confidenziale, perché l’ora di silenzio e meditazione, il progetto di distacco ultraterreno si riempisse di confidenze e chiacchiere, in cui l’oggetto principale ed i protagonisti della conversazione sono stati loro, i minori che affollano i nostri consunti neuroni e le nostre vite in bilico tra i sensi di colpa, l’amore ultraterreno e la voglia di fuga, con il classico finale di scambio di visione di fotografie che li ritraggono in tutti i modi possibili.
Così Tizianeda è uscita da quella profumeria senza avere memoria dei massaggi facciali, dell’agognato momento di pace e amore, ma piena di notizie sulla vita della mamma-lavoratrice. E’ uscita da lì perfettamente truccata -“mi raccomando truccatemi poco”- e lei con quel poco di fard, fondotinta, rossetto e altro, con cui andrebbe solo ad una premiazione internazionale o un evento mondiale o alla notte degli Oscar, si è presentata all’uscita della scuola del settenne , vergognandosi come se si fosse presentata con abiti succinti da adolescente ribelle. E’ uscita da lì con il rimmel nuovo, che quello che aveva giaceva consumato nel fondo della sua borsetta, ed un ombretto color bronzo, che forse non metterà mai o smetterà di mettere dopo vari tentativi falliti, per eguagliare le mani dell’esperta.
Però il pomeriggio quando è tornato lo Sposo Errante, le soddisfazioni sono state tante.
“Non noti niente di nuovo?” “No” “Guarda bene” “Non so …ti sei tagliata i capelli” “ Ma no, non sparare a muzzo, guarda la faccia, gli occhi” “Certo ti sei aggiustata le sopracciglia” “Va be’ lascia perdere”.
Insomma soddisfazioni!
Tizianeda
Testo narrativo assegnato dalla Maestra al settenne:
La mia famiglia.
“La mia famiglia è composta da me, mia sorella, mio papà e mia mamma.
Mia sorella si arrabbia spesso con me, quando giochiamo a M** K** W** ed io arrivo primo e lei seconda o terza.
Mio papà è quello più serio della famiglia, ma è allo stesso tempo gentile.
Mia mamma è un po’ bassa, si arrabbia spesso con noi, ma almeno lei non è seria.
Io voglio molto bene alla mia famiglia e loro vogliono molto bene a me”.
Che potrebbe voler dire: ho una sorella iraconda, che proprio non la tiene quando perde, e quindi non la tiene mai. Ho un papà che ride poco, ed una mamma dagli umori instabili, più simile alla matrigna di Biancaneve che alla fatina di Cenerentola.
Oppure : con mia sorella gioco e mi diverto anche perché sono fortissimo. Con mio papà mi sento sicuro, lui è una persona affidabile, è un tipo in gamba il mio papà. La mamma, che di mestiere non avrebbe potuto fare la modella, vuole, ma proprio tanto, che tutto fili liscio e sia compatto. Per questo urla un po’. Insomma fa come le scosse di assestamento dei terremoti. Però lei che è anche matta, mi fa sentire allegro e leggero. E anche se siamo così, cioè anche se non siamo come quelle famiglie della pubblicità che sono tutti uguali, tutti alti, con i denti bianchi e dritti e pure i capelli sempre pettinati, non come i miei esplosi sulla testa. Dove le case sono ordinate anche se ci sono bambini e poi mangiano le porcherie ma non hanno mal di pancia. Dove le mamme non sono stanche, ridono e sono sveglissime con le facce senza occhiaie anche se è sera ed i papà non invecchiano mai e si tengono la cravatta tutto il giorno. Ecco anche se non siamo come quelli lì, noi ci vogliamo bene lo stesso, e pure un bel po’, proprio un bel po’.
Tizianeda
Elenco di conclusioni empiriche, ottenute dall’osservazione, per due volte in un mese, del comportamento di sei ragazzine undicenni, nei 90 mq della famigliola:
1. All’interno di uno spazio ridotto, è sufficiente una quantità di ragazzine superiore all’unità, per credere di essere capitato per sbaglio in una affollata e ridanciana sagra estiva.
2. Le divise scolastiche in fibra sintetica che indossano, associate agli ormoni della pre-adolescenza, sono un miscuglio chimico- batteriologico, di natura aliena.
3. Le ragazzine hanno una fame pari a quella di mille energumeni iper palestrati dopo una seduta di sei ore con i pesi.
4. Se A fa un’affermazione, C dirà l’esatto opposto, D replicherà, E dissentirà, F si offenderà, e poi faranno pace scambiandosi baci e abbracci, promettendo di non litigare mai più nella loro vita, salvo dimenticarsene dopo un po’.
5. Camminano in gruppo, come stormi di uccelli. Si spostano all’unisono vicine vicine da una stanza all’altra.
6. Soffrono della sindrome “effetto ola della pipì”. Se una di loro manifesta l’urgenza di recarsi in bagno, tutte le altre saranno colpite dalla stessa esigenza, quindi ci andranno contemporaneamente. Che in casa di bagni ce ne siano due, è un dettaglio irrilevante.
7. Stazionano dentro una stanza per parlare, con porte e finestre serrate. Se per caso ti ritrovi dietro la porta con l’orecchio appoggiato, non riesci a decriptare il loro linguaggio, sentendo soltanto confusi bzi bzi.
8. Se l’incontro avviene subito dopo la scuola, con loro avranno un ricambio comprensivo di : a. scarpe b. collant c. gonna e maglietta d. borsetta (anche se non devono uscire) e. le più ardite anche lucida- labbra e ombretto.
9. Cambiano umore alla stessa velocità dei climi continentali. Sono un grafico impazzito di allegria, ombrosità, tutte coccole, non ti avvicinare, stai qui anche tu, vattene via, mi sto divertendo da morire, uffa che noia…
10. La loro idiosincrasia per l’ordine è pari all’avversione di Superman per la criptonite, di Maga Magò per Merlino, di Paperone per la Banda Bassotti. Lasciano sparsi ovunque con lieve noncuranza, zaini, scarpe, giacche, sciarpe, cappelli, borsette.
11. Ridono, ridono, ridono, ridono tanto, nel loro modo unicamente femminile di appassionarsi alla vita, che a guardarle ti viene il buon umore…almeno Tizianeda osservandole, si è proprio divertita, nonostante la fatica.
Tuttavia, lei ha il sospetto, che se consentirà l’accesso in casa, per la terza volta, a tanto tripudio chiassoso, lo Sposo Errante, già vistosamente provato nel corpo e nello spirito, potrebbe dirle una cosa tipo “Tesoro, è arrivato proprio oggi un certo Jaco Pastorius in città. Gli porto il basso elettrico, per farmelo accordare e torno”. Ed uscendo con il suo oggetto preferito, con cui va a musicare quando può con i suoi amici cinquantenni, uscirà e non tornerà più.
Tizianeda
Quando ci siamo viste per la prima volta, io avevo paura, tu eri arrabbiata. Il mio sguardo era liquido, il tuo torvo di chi è stato derubato di uno spazio unico e irripetibile. Prima di incontrarci, poco prima, in quella stanza di ferro e acciaio, cantavo una canzone di Joni Mitchell, The Circle Game, quella che fa “E le stagioni girano in tondo e i cavallucci colorati vanno su e giù Prigionieri sulla giostra del tempo Non possiamo tornare indietro ma solo guardare da dove veniamo E girare e girare e girare in questo girotondo”, però in inglese. Che poi non era la canzone più adatta per la nostra prima volta, lo so, eppure mi ci sono aggrappata per non cedere e liquefarmi. E mentre cantavo con la voce che tremava, mentre appoggiavo la fronte sul petto di una donna dalle mani forti, un’altra mi infilava un ago grosso nella schiena. E mentre le mie gambe scomparivano dai sensi e file veloci di parole, le mie, coprivano l’assenza, loro, i dottori, con mani rabbiose tra le mie costole e il tuo corpo, non riuscivano ad acciuffarti, a farti traslocare dall’altra parte. Dio se hanno faticato. E dovevo capirlo già allora e anche prima di che materia sei plasmata, dovevo capirlo quando ti sei abbarbicata dentro la mia pancia, seduta come una regina sul trono o un manifestante che occupa un edificio, chè no a testa in giù non ti sei voluta girare, come tutti gli altri. Lo dovevo capire già allora di cosa sei capace, lo dovevo capire dal primo sguardo che ci siamo scambiate e in quello sguardo tu eri madre ed io figlia, tu immensa ed io piccola, eravamo le due Alice nel Paese delle Meraviglie. Io trasparente e fragile come carta velina, tu con addosso il peso di insegnarmi a diventare roccia strada e vento che soffia alle spalle. Tu che sei la misura del tempo passato insieme, con le ore e i giorni e gli anni che ti sono cresciuti addosso. Tu mia bella undicenne, tu con quegli occhi che ci hanno stupito da subito “Cambierà il colore. Noi non abbiano gli occhi così, ma che è? Azzurro grigio verde? Cambieranno”. Ed invece no, il tuo corpo è cresciuto attorno a quegli occhi dal colore che non è mio né di tuo padre, quegli occhi dal colore che non ha nome, un po’ come quelli di tuo zio Peppino, quello pazzo, che ami tanto. Tu, che sei i tuoi occhi e come loro conquisti e ipnotizzi, che non posso definirti, chè hai la complessità ossimora delle donne. Perché sei forte e fragile, sei prepotente e generosa, sei lieve, sei un muro invalicabile, sei indipendente e avida di sguardi e consenso. Sei furba ed ingenua, sei malinconica e folle, sei ironica e scontrosa. Tu che vedi l’essenza e il peso ma hai imparato la leggerezza. Sei un corpo che non si decide tra la nostalgia e il desiderio e la paura di essere finalmente ragazza. Tu sei roccia, sei strada e vento, tu sei acqua e fuoco, sei la terra, tu sei la luna, che si mostra e si nasconde. Auguri mia sorprendente undicenne, auguri mia tutta bella A.
Tizianeda
Da quando è arrivato in casa, non lo ha più tolto diventando un tutt’uno uniforme con il resto, una protesi, un prolungamento naturale del suo corpo.
Una mattina lo ha consegnato dentro una scatola leggera, un signore gentile. La scatola prima di essere accolta nei 90 mq della famigliola, è stata accatastata con bagagli, casse, gabbie, valigie, passeggini, ombrelli, cappelliere, su un lunghissimo aereo ciccione, che è partito dalla pista di un aeroporto lontano lontano in America. Ha volato sopra un bel po’ di mare, attraversato le tempeste atlantiche, subìto la condizione esistenziale dei vuoti d’aria transoceanici. Poi ha visto l’Italia per la prima volta, è stata smistata, controllata, timbrata, presa tra le mani solerti di funzionari, signorine addette, postini e dopo finalmente è approdata nella terra capovolta.
Perché due mesi prima del suo avvento, mentre il mondo intero pensava al cenone di capodanno, ai vestiti del veglione e a come farli entrare nel corpo mutato da giornate di acrobatiche perfomance culinarie, il settenne progettava il suo costume di carnevale, disegnava su un foglio sgualcito i pezzi che avrebbero dovuto comporlo, ossessionava Tizianeda e lo Sposo Errante per la ricerca immediata dell’abbigliamento, in cui primeggiavano due lunghissime rigide nere orecchie da coniglio. L’Uomo adulto di casa, che conosce le elevate qualità sartoriali della sposa, la sua attitudine a manipolare ago e filo pari all’abilità del dottor Victor Frankenstein nel creare esseri umani, entrava nel sito di un rivenditore americano e in cinque minuti acquistava il cappello del coniglio nero dalle orecchie lunghe e rigide, proprio mentre Tizianeda vedeva la catastrofe familiare, assumere la forma di un groviglio sbrindellato di stoffa prodotto dalle sue mani inette.
Ora, invece il cappello del coniglio, uscito dalla scatola americana, giunto fino alla famigliola, risiede fermo e imperturbabile, come un re potente e distaccato, sulla testa del settenne. Lui lo indossa la mattina appena si sveglia – “Dov’è il cappello?”-, lo indossa quando mangia, mentre disegna il coniglio nero dalle lunghe orecchie che salta e fa capriole, lo indossa mentre fa pipì -“ma non puoi levarlo almeno in bagno? Se ti cade sugli occhi e non centri il bersaglio qui si allaga tutto!” “Tranquilla mamma sono bravissimo ormai”- , quando fa la cacca e costringe Tizianeda a stare chiusa in bagno con lui per chiacchierare. Lo indossa mentre legge Topolino, mentre gioca con la cugina coetanea che si crede sorella gemella, mentre vede la televisione, quando ripete le tabelline o scrive i pensierini sul quaderno. Così le orecchie nere e lunghe ormai fanno parte della famigliola, come tutti gli oggetti di cui un bambino non può fare a meno. Come un orsetto di pezza, una coperta o il sacchettoacchiappaincubi, perché non sono parti di cose assemblate, non per loro. Sono il portale magico che li teletrasporta in un mondo fantastico e visionario, nel loro altrove colorato. Sono uno scudo protettivo, la barca sulla quale navigare, il filo del funambolo, il paracadute che ti fa dondolare lieve tra le nuvole. E qualche volta la loro magia è così potente, che anche se per poco, riesce a portare noi, che siamo grandi e confusi dalla fredda certezza delle cose che passano, in un posto senza spazio e tempo, dove lo sguardo è stupito.
Tizianeda
Ciao Tizianeda allora sei andata?
Sì certo
Ma pioveva
No, grandinava
E come avete fatto
Siamo stati un bel po’ sotto i portici, quelli davanti al Teatro Comunale, abbiamo provato i passi…non ne azzeccavo uno, partivo con il piede sinistro anziché con il destro, quando tutti erano girati da una parte io ancora stavo dall’altra, finivo addosso a chi mi stava vicino, ero fuori tempo in maniera scandalosa
Sarà stato un disastro
No è stato fighissimo, mi sono divertita, di più, è stato liberatorio e catartico
Certo il pensiero che in tutto il mondo si svolgeva la stessa manifestazione, è un po’ come sentirsi parte di un tutt’uno
Già, come nel film Avatar, hai presente gli Alieni, quelli blu con la coda lunga lunga seduti in cerchio, le gambe incrociate e le braccia sulle spalle dell’altro, tutti sotto l’albero luccicante? Ecco un po’ così. Solo che al posto del popolo colorato c’erano donne e ragazze, uomini e ragazzi e al posto dell’albero c’era l’empatia che faceva sembrare la notte giorno e la pioggia un cielo azzurro. E poi la danza è magia. E’ stato come liberarsi da un peso, rompere le catene appunto.
Ma non ti sei un po’ vergognata. Dico, abiti in una piccola città di provincia, che mica qui sono abituati a queste cose. Non hai pensato che apparivi una tipa un po’ stramba, fuori le righe, insomma poco allineata.
Sì l’ho pensato, ma giusto un nano-secondo. Perchè mi sono detta, Tizianeda fregatene e me ne sono fregata e poi io sono un po’ pazza.
E poi
Poi ho pensato a loro, alle donne violate di tutto il mondo, ho pensato ad Eve Ensler ed alle attiviste come lei, ho pensato a quello che è riuscita a fare in tutti questi anni ho pensato al suo libro “I monologhi della Vagina”, e quanto mi piace essere donna, oh sì mi piace un casino essere donna
Già “I monologhi della Vagina”, se non sbaglio hai avuto qualche problema nell’acquisto
E’ vero, l’ultima parola del titolo mi incartava la lingua, non riuscivo proprio a pronunciarla. Poi sono andata dalla edicolante che mi conosce da almeno trent’anni, solo che è spuntato il marito da dietro una catasta di riviste, che mi ha guardata torvo mentre mi ordinava il libro tramite internet. Ho cercato di spiegargli . Non so se mi ha creduto. Però a mio marito non lo ha mai consegnato “C’erano i bambini signora e se facevano domande?”, mi ha detto
Così poi lo ha consegnato a te
Si dentro una busta scura come fosse un video porno.
L’ avete letta la poesia di Eve Ensler, “L’insurrezione”?
Sì certo. Anche io ne ho letto un pezzo, e mi è venuto un nodo alla gola, ed ho pensato ora piango . Però non ho pianto, ma mi è entrata dentro un bel po’ di tristezza.
E poi?
Poi abbiamo ballato, sotto la pioggia, ma chi se ne frega.
E poi?
La tristezza si è sciolta. E’ scesa giù insieme all’acqua che veniva dal cielo. E quelle Una Una Una di donne violate, sono diventate Una Una Una di donne che ballano in tutto il mondo
E poi?
E poi abbiamo sollevato il braccio e abbiamo puntato il dito verso il cielo
E lo Sposo Errante c’era ?
E’ riuscito a passare un attimo . Mi ha detto scialati e anche brava bella mia e mi ha dato un bacio
E i tuoi figli, il settenne e la decenne cosa ti hanno detto, lo sapevano che andavi a manifestare?
Certo. La decenne ormai quasi undicenne, ha ascoltato in silenzio. Il settenne mi ha chiesto “ Mamma perché tu manifesti se nessun uomo ti tratta male?”
E cosa hai risposto
Per le mie sorelle maltrattate, per non farle sentire sole. Questo gli ho detto.
Vuoi dire qualcos’altro?
Sì. Belle ragazze, sorelle di tutto il mondo insorgete ribellatevi rialzatevi anche per chi non lo può fare, perché siamo tutti collegati, le donne, gli uomini, la terra, sentitevi parte di un tutto, lottate contro la violenza, lottate contro la coercizione, amate il mistero, la bellezza e l’energia che è dentro di voi… ed ovviamente ballate.
Tizianeda
“Domenica voglio stare a casa nel silenzio e rilassarmi”.
Lo Sposo Errante, offuscato dai suoi granitici propositi, non rammentava che, secondo la Legge di Murphy il cui rigore scientifico è inconfutabile, se desideri trascorrere la domenica pomeriggio in una situazione di nirvana e beatitudine, i 90 mq in cui vivi si riempiranno di ragazzine decenni gaudenti, con aumento del desiderio di essere teletrasportato su un’isola disabitata direttamente proporzionale al fastidio provato.
“La decenne ha invitato le sue amiche, le ho detto non più di due”.
Le due bambine graziose, che per oscuri effetti moltiplicatori sono diventate sei, hanno riempito, con il loro tripudio di grida, risate, gonnelline, capelli lunghi, morbidezze acerbe, zaini, e tante chiacchiere, il regno della famigliola.
Lo Sposo Errante colpito dalla sindrome della casalinga disperata “Ci distruggeranno tutto!”, si è rinchiuso in camera da letto, con l’unica entità con la quale empatizzare: il suo basso elettrico. Perché per un soggetto che in un’altra vita sarà stato un asceta felicemente nascosto nel punto più disabitato della terra, o un rude pioniere solitario ai tempi del vecchio west, che ha sperimentato la distanza dalla terra con un paracadute in spalla e che se potesse si farebbe un bel giro nello spazio su un razzo , magari fino alla Luna – “ma dici sul serio? Io avrei una paura bestiale!” “Ma scherzi? Sarebbe bellissimo” – insomma per un tipo come quello che Tizianeda ha sposato circa un decennio fa, la contemporanea presenza di sei ragazzine in così poca superficie vitale, ha la stessa forza destabilizzante dell’effetto serra per la Terra.
Tizianeda invece ha sacrificato i suoi propositi di ozio, per seguirle ed osservarle.
Le sei, con in dotazione una piccola telecamera, si sono improvvisate attrici, seguendo il copione scritto dalla decenne ormai quasi undicenne, che prevedeva: 1. Il funerale di James Bond, ucciso a causa del suo scarso acume e della sua natura tonta 2. Una serie di dialoghi surreali 3. L’uccisione da parte di una criminale di una mamma con figlio al seguito ( Tizianeda ha preferito non soffermarsi sui risvolti psicoanalitici di questa scelta) 3. Inseguimenti per le scale del palazzo con improvvise ed inaspettate comparsate dei vicini di casa (ed anche qui Tizianeda ha preferito non soffermarsi sui possibili pensieri dei vicini di casa) 4. Un’agente dei servizi segreti, Johanna Bond, rigorosamente donna.
Così le ragazzine, la domenica pomeriggio, con le loro risate, l’allegria, la voglia di giocare, di correre per le scale fregandosene degli sguardi stupiti, con dentro il desiderio di inventarsi e di creare, hanno celebrato loro stesse, hanno celebrato la vita con i suoi giochi teatrali cui appassionarsi, hanno celebrato la loro essenza femmina.
Dimenticavo. Tra di loro si aggirava beato un settenne, unico elemento maschile ammesso nel gineceo minorile, il quale ha tirato fuori il suo migliore repertorio di bambinodolcebisognosodicoccole, ricevendo baci, abbracci, carezze e ricambiando tanta amorevole attenzione, tanto tripudio femminile, con il suo sguardo stupito e grato.
p.s.: Eve Ensler, autrice de “I monologhi della vagina”, di cui Tizianeda ha parlato nel suo secondo post, da anni attivista contro la violenza sulle donne, ha lanciato la campagna One Billion Rising. Per questo un miliardo di donne e uomini di tutto il mondo, giorno 14 febbraio alle ore 18,00 balleranno insieme perché “un miliardo di donne violate è un’atrocità” dice Eve Ensler, “un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione. Ballare significa libertà del corpo, della mente e dell’anima”. Anche nella città di Tizianeda, Reggio Calabria, alle 18,00 davanti al teatro “Cilea”, si ballerà. Se vi trovate da quelle parti, venite a danzare.
Tizianeda
Non li voglio, non li voglio e non li voglio. Le mie ridotte forze mentali non possono sopportare la loro presenza in casa. Se ci penso, mi sento Superman con la criptonite infilata dappertutto. Che poi lo Sposo Errante, erra e quei due me li devo gestire io “Volete caffè, pane e mortadella. Una birra?” Perché qui al sud sud certe cose sono sacre, come la mamma, e se due tipi vengono ad occupare la tua intimità domestica, mica li puoi lasciare in balia della fame e della sete? Però no, non li voglio con la scia polverosa che lasciano ovunque, che non la levi così facilmente e poi finisci per trovartela anche a distanza di tempo, come i coriandoli. Non li voglio, chè a vederli girare per casa provo un vago imbarazzo, un senso di invasione, sgradevole come l’orticaria. E per vestirmi, cambiarmi, infilare i calzettoni, soffiarmi il naso o tagliarmi le unghie, devo chiudermi a chiave dentro una stanza, e come una folle paranoico controllare, almeno tre volte, che la serratura sia ben chiusa. Che poi sto lì a disinfettare tutto il tempo il bagno condiviso con loro – “Ci sono i bambini”- e se non ci ucciderà la polvere, passeremo una settimana strafatti dei fumi dell’ alcool etilico costantemente nell’etere. No, non li voglio, che è un’altra cosa che si aggiunge alle mille faccende da incastrare, che poi io quelle crepe sul controsoffitto pitturato da neanche un mese, non le vedo – “Ma come è possibile guarda, rischia di caderci in testa” “Sposo Errante io non vedo niente” “Guarda è piegato!” “Non mi sembra”. Non li voglio quei due no, no e poi no…..
“Tesoro ricordati che domani vengono P e C a sistemarci il controsoffitto pericolante”
“Come domani, ma io non… ma quando pensavi di dirmelo”
“Veramente ne abbiamo parlato la settimana scorsa, quando è venuto P. a guardare il soffitto del soggiorno”.
L’avevo censurata nella mia mente questa cosa, porca miseria, cancellata come si cancella una cosa sgradevole…Che poi sono simpatici P e C ed è la terza volta che si incastrano nella nostra vita familiare, ed è pure piacevole chiacchierarci, però non li voglio no e poi no…
“Ve lo faccio il caffe?”
Da martedì, gli stessi pittori che circa un mese fa avevano ritinteggiato le pareti dei 90 mq della famigliola, e otto anni fa tutta la casa appena ristrutturata, che oltre a saper pitturare pare sappiano anche aggiustare i controsoffitti pericolanti, sono stati nuovamente prelevati e rinchiusi in casa per una convivenza forzata con la famigliola, meno lo Sposo Errante che erra.
Ed ora Tizianeda osserva il pavimento ricoperto da uno strato bianco polveroso, e si chiede se è approdata sulla luna, o se è stata catapultata da un sadico dentro un incubo, che la rende nervosa e impolverata come un nomade del deserto. Ora si abbandona alla sconfortante ipotesi che le impronte bianche lasciate dalle scarpe, diventeranno un tutt’uno con l’arredo. Ora guarda il controsoffitto, che secondo lo Sposo Errante stava per crollare in testa alla famigliola, con la pittura nuova di un mese tutta scartavetrata e i faretti un tempo ben piantati nel cartongesso, che ciondolano tristi. Poveri faretti trattenuti dai fili della corrente, che sembrano la installazione di un artista fighetto, dentro un museo di un’ariosa città europea.
E mentre sta lì ad inalare alcool etilico, polveri fluttuanti nell’aria, a fare caffè e a chiacchierare con P e C, pensa che vorrebbe essere altrove, possibilmente in un posto senza controsoffitti.
Tizianeda