2013 archive

A volte il venerdì

Quando succede, a volte il venerdì, i tre quarti della famigliola mangiano pizza e patatine. Mentre loro cenano, lei si prepara. Si trucca si veste indossa le scarpe con il tacco mediamente alto. Poi si sottopone al giudizio della micro comunità.
“Come siamo carine Tizianeda”
“Mamma sei bellissima”
“Mmmm, belle scarpe”
Più o meno sempre così sentenziano gli stylist dei 90 mq, che la osservano come i giudici parziali di un concorso di bellezza.
Lo squillo sul cellulare è il segnale in codice che deve andare via. Così bacia quei tre già piazzati davanti alla televisione alla ricerca di un film.
“Mi raccomando Sposo Errante scegline uno dove non muore nessuno, non ci sono scene spaventose o mostri rivoltanti e cattivissimi. E non coricatevi tardi”.
Poi la undicenne la segue fino alla porta d’ingresso
“Ma con chi sei?”
“Te l’ho già detto esco con le mie amiche”
“Ma vai lontano? Tieni il cellulare acceso. Ti mando i messaggi. Non fare tardi…”
“Santo cielo mi sembri la nonna vecchietta quando ero ragazza e uscivo la sera”.
E così varca la soglia di casa, per immergersi in una serata di chiacchiere femmine, senza filtri, come solo le femmine sanno.
La gestualità del ritorno a casa è sempre la stessa. Geometrica e rassicurante. Gira la chiave piano, per non svegliare nessuno, si sfila le scarpe. Prima di entrare nella stanza dove i tre dormono insieme nel lettone, aspetta un po’. La lampada è sempre accesa nel soggiorno, quella che fa una luce a chiazze sul muro che sembra la luna, quando di notte si scompone dentro il mare in un silenzio metallico. Poi entra piano nella stanza, quella con il letto grande, dove loro dormono di un sonno narcolettico, il settenne in mezzo, una gamba sulla undicenne, sul suo respiro alieno, e l’altra gamba sulla schiena dell’uomo adulto di casa, che se non russa Tizianeda si preoccupa e si avvicina per sentire se respira. Li guarda e bacia il loro sonno placido, muovendosi a memoria dentro la stanza, come un gatto che vede dentro il buio, e poi, sì, poi va a godersi le ultime ore di solitudine sdraiandosi sul letto del settenne, su quello spazio fresco tutto per lei.

Tizianeda

Ed è già delirio

La scuola è ripartita per i due minori di casa, prima la undicenne e due giorni dopo il settenne. Seconda media e terza elementare.

La undicenne.
E’ entrata inghiottita dal flusso di teste e zaini. Non si è voltata a salutare. Sua madre si è sentita come la piccola fiammiferaia sfigatissima sotto la neve. La neve non c’era, però pioveva tutta l’acqua che il cielo poteva buttarle addosso.
La sua aula è al secondo piano. Il secondo piano è più “allegro” del primo, le pareti sono dipinte di giallo, non come il primo che sono grigie. C’è luce ed aria. Paradiso versus Inferno.
In classe ha scritto una storia cupa e dark con qualche scena splatter, un rapimento, un po’ di azione e molto mistero. La protagonista era lei.
Tizianeda si è chiesta se in tutti questi anni ha fatto bene a dileggiarle le povere principesse e sfottere il noioso Principe Sempreazzurro. Forse avrebbe dovuto farle vedere le Winx.
La storia era scritta molto bene.
E’ tornata a casa serena.

Il settenne
Ha abbracciato stretto stretto la maestra di matematica, alta formosa e bionda come una dea greca. Ha affondato la testa nel suo corpo materno e ha sorriso beato. Poi per fortuna si è staccato.
In classe ha salutato tutti i suoi compagni ad uno ad uno. Hanno ricambiato annoiati. Lui non se ne è avveduto ed ha continuato a sorridere avvolto dall’emozione.
Ha visto la bambina con gli occhi grandi grandi e le ciglia nere che vanno verso il cielo e che sembrano truccate con il rimmel. Si è fermato a guardarla muto. Forse anche il cuore gli si è fermato. Poi le ha detto: “Ciao” alzando appena la mano.
In classe c’è un compagno nuovo, con la faccia da bambino educato, però “siccome le apparenze ingannano mamma in realtà è un bambino maleducato”, chè ha picchiato le femmine e ha detto “una parolaccia gravissima”.
La maestra di italiano non c’era. Ha avuto un incidente “ma non è morta”. Tra qualche giorno rientra.
E’ tornato a casa sereno.

La mamma
Ha ripreso a correre, a fare del ritardo la sua cifra stilistica, ad oscillare tra delirio di onnipotenza da mamma multitasking ed autocommiserazione da adolescente insicura. La strega cattiva che è in lei è riemersa dal letargo estivo, e la fata turchina alimentata dal riposo vacanziero è trasvolata verso lidi più confortevoli e sicuri. La mattina ormai è delirio, il venerdì il migliore dei mondi possibile.
Solitamente a casa torna serena.

Un saluto allegro.

Tizianeda

In questi giorni nella città sbilenca

In questi giorni nella città sbilenca di Tizianeda, è festa. E succede che un quadro grande grande, pesante come 200 elefanti indiani, esce da una chiesa, che si trova in alto e bisogna fare tante scale per arrivarci. Poi il quadro appoggiato su una struttura massiccia come una enorme nave ferrosa, lo mettono sulle spalle tantissimi uomini vestiti di bianco con al collo un fazzoletto amaranto, di tutte le età, corporature e indole. E tutti questi signori lì fitti fitti per reggere la struttura con il quadro sopra, faticano, ansimano, sudano, gridano, sotto la donna serafica e immobile, dipinta sulla tela, che sembra riconoscere le varie umanità sotto. E tutto questo per un po’ di ore e chilometri, finchè gli uomini, con la donna in alto, arrivano dentro l’altra chiesa bianca più vicina al mare, che li aspetta seria. E questa festa, ha pensato Tizianeda, le piace anche se lei non è devota e le manca tutto il resto che serve. Ché è una festa antica e appartiene a tutti, anche a quelli come lei. E poi, la città sbilenca si riempie di gente, di colori, di multiforme umanità e odori. Gli odori delle persone e gli odori del cibo cucinato per le strade che ti stordisce già dal mattino, quando hai voglia solo di caffè. E in città, in questi giorni, torna chi è andato via a lavorare altrove, chi è andato via a portare l’intelligenza del sud suddissimo lontano da qui. Tornano per vedere il quadro passare, con l’ansia di sentire la stessa emozione innocente di quando erano bambini, di quando le loro madri commosse li tenevano stretti per mano in mezzo alla folla. E ci sono quelli che invece non riescono a tornare e la nostalgia la sentono più forte battere dentro e gli viene la tristezza, come quando sei ragazzo e hai la febbre proprio il giorno della festa a cui tenevi tanto e mentre stai a letto pensi agli altri che sono lì. E per questo Tizianeda ha capito che questa festa le piace, chè è la celebrazione dell’appartenenza con tutte le contraddizioni che ci sono dentro. E sono giorni di delirio e saudade, di devozione e spettacoli, di silenzi nel chiuso di una chiesa e fuochi d’artificio, di condivisione e riflessioni, di voglia di vedere rifiorire la propria città sbilenca, partendo da noi stessi.

Tizianeda

Il primo giorno

Il settenne, che quest’anno farà la terza elementare, è contento di ritornare a scuola. Rivedrà la bambina con gli occhi grandi e le ciglia lunghe lunghe, che vanno verso il cielo e sembrano truccate tanto sono nere. La bambina che ha tutti quei capelli mossi, e cadono morbidi attorno al sorriso. Che indossa le gonne ed è gentile. E’ gentile con lui, che la guarda stupito e grato. La bambina che glielo vorrebbe dire cosa ha dentro, ma non sa se ci riesce a trovare le parole.

La undicenne, anche lei è contenta di ritornare a scuola, chè quest’anno la sua classe non è giù, con i pivelli della prima media. No, quest’anno la sua classe occuperà un’aula del secondo piano. Ed è fighissimo. E’ come superare un livello difficile ai video giochi. Come un ragazzino che si gira a guardarti giusto un attimo e ti viene da ridere con la testa chiusa tra le spalle e la mano a coprire i denti. Il secondo piano è consacrazione solenne, riconoscimento ufficiale e inconfutabile che l’estate di mezzo ha sovvertito l’ordine delle cose, ed ora sei una ragazzina di seconda media e mille metri sopra i mocciosi di prima. Per questo la undicenne è contente di ritornare a scuola.

Lo Sposo Errante, è un po’ meno contento, chè non ci sarà il primo giorno di scuola, e finora il primo giorno dei due, lui non se l’ è mai perso. E che ci vuoi fare se i treni sbrindellati e le strade malferme lo porteranno altrove quando la undicenne ed il settenne, saranno inghiottiti dalla giornata.
”Ho una settimana complicata. Non posso proprio assentarmi” “Ma figurati…il settenne sarà talmente emozionato che non ci farà caso della tua assenza così come della mia presenza e la undicenne si chiederà perché le è toccata in sorte una mamma così stanziale”.

Tizianeda è molto contenta, che la prossima settimana, anche qui al sud sud ricomincerà il ritmo salvifico della scuola, dopo tre mesi di semi-anarchia pedatrica, con Lucignolo e Pinocchio incastrati nel paese dei balocchi. E così, ogni mattina, dopo averli affidati all’istruzione pubblica, prima che il delirio di una giornata da incastrare l’avvolga, si riprenderà i suoi 40 minuti di camminata e solitudine. La solitudine con il mare accanto. Chè a lui, al mare, Tizianeda ha un bel po’ di silenzio da raccontare.

Buon inizio a tutti ed un saluto allegro.

Tizianeda

Ma cosa ti hanno combinato

“Maaamma…ti invecchiano di almeno 20 anni…stai maliiiissimo..”…
“Figlia mia…ti hanno rovinata…i tuoi bei capelli…”
“Mamma, senza offesa, ma io preferisco i capelli in modalità lunga”
“Tizianeda dai, sei sempre carina…certo non si capisce che cosa ti hanno fatto in testa, diciamo che non hanno senso…ma pensa… cosa ti hanno combinato…”
“Ma non guardavi mentre te li tagliavano?”
“Ora non esagerare, è che non sembra che sei andata dal parrucchiere”
“Li hanno sfoltiti troppo, non c’è più volume. Sei spennata”
“Non ti disperare, ricrescono”
“Ahahahahaha….ahahahaha!!!”
Un taglio di capelli ad una distanza siderale dalle tue aspettative, rientra tra gli improvvidi eventi capaci di incastrarti in un granitico malumore, che, davanti allo specchio, ti genera un sussulto di scoramento, e un misto di stizza e antipatia per la tipa arruffata che ti guarda dall’altra parte del vetro.
Ed è successo che l’ultimo dei parrucchieri cui Tizianeda ha consegnato la testa, in un eccesso compulsivo di manualità, pare abbia utilizzato i suoi capelli per una installazione artistica post moderna, che però nessuno ha compreso, neanche Tizianeda, innescando, come un domino impazzito, esternazioni che avrebbero affossato anche l’ego più tracotante.
L’unico a non esprimere un giudizio è stato suo fratello, lo zio Peppino, che non ha colto lo sconvolgimento estetico, o non se ne è curato, e certo l’incauta Tizianeda, non avrebbe dovuto stimolare la naturale attitudine dei consanguinei maschi nel ritenere le sorelle entità asessuate e vagamente racchie:
“……….” “Tizianeda che c’è perché stai ferma lì e mi guardi?” “Non mi dici niente?” “…..sei ingrassata, uuh sei proprio ingrassata” “Perfido! Basta così. Oggi non è proprio giornata!”.

P.S.: Solo per dire che Tizianeda non è affatto ingrassata, almeno non negli ultimi tre mesi, e che passato il primo scoramento per il taglio terroristico, se ne è fatta una ragione e anzi questo aspetto arruffato, scombinato, anarchico e vagamente punk inizia a piacerle. Un saluto allegro.

Tizianeda

Come Maga Magò, Lord Voldemort e il suo serpente

Il ritorno alla vita lavorativa deve essere morbido, graduale, lentamente progressivo, come si fa con l’ingestione del veleno per renderlo innocuo all’organismo. Perché dopo giorni di ozio compulsivo, di cambiamento del rapporto veglia/sonno, di dimenticanza della vita multi-tasking, al rientro, la psiche potrebbe subire scuotimenti irrisolvibili, il corpo somatizzare, il disagio esistenziale prendere il sopravvento.
Si può diventare nervosi come Maga Magò quando incontra Merlino, o collerici come Lord Voldemort lasciato solo e farneticante con il suo serpente.
Questo è quanto dicono gli esperti, che dopo ferragosto, si sperticano in raccomandazioni ansiogene, come vecchie zie premurose che ti ricordano di indossare la maglia di lana se fa freddo, o di non bere acqua ghiacciata se sei sudato.
E Tizianeda che è avvocata, per salvarsi dai nefasti effetti da vacanza terminata, per la prima settimana lavorativa, avrebbe dovuto:

Il primo giorno aprire le imposte dello studio, fare entrare luce e aria, guardarsi intorno. Poi chiudere tutto e andare via.

Il secondo giorno osservare le carte lasciate sulla scrivania ricoperte di post-it con le istruzioni. Leggerle e capire che per tornare tranquilla a settembre, avrebbe dovuto lavorare tutti i 31 giorni di agosto. Abbandonare lo studio per non turbarsi troppo.

Il terzo giorno accendere il pc, controllare i messaggi di posta elettronica non letti. Accorgersi che il numero è di tre cifre, chiudere il computer e rimandare al giorno dopo per non confondere la psiche ancora troppo invischiata nei ricordi vacanzieri.

Il quarto giorno sedersi sulla poltroncina davanti alla scrivania. Dondolarsi un po,’ farla girare su se stessa, mettere i piedi sul tavolo, canticchiare qualche motivetto rassicurante, rispondere alle telefonate. Ma non a tutte: una sì e tre no.

Il quinto giorno, pensare “è venerdì, mi prendo un giorno di riposo”. Così andare via e rinviare tutto a lunedì.

Questo avrebbe dovuto fare Tizianeda, rispettando le istruzioni degli esperti. E invece, a causa della sua disobbedienza, ora si sente un po’ Maga Magò e un po’ Lord Voldemort con il suo animaletto domestico. E peccato che nessun esperto spieghi come fare a superare la sindrome da rientro compulsivo.

Tizianeda

Sul pianerottolo

“Pronto, Tizianeda”
“Mamma Vecchietta, ciao. Sono qui in montagna, tra poco torniamo. Dove siete, ancora al mare o a casa?”
“Siamo davanti alla porta di casa con tutti i bagagli. Non si apre. Forse i ladri hanno provato ad entrare ed hanno forzato la serratura…ma questa mattina non si è azionato l’allarme di casa tua?”
“Santo cielo, sì, però …ecco, anche tempo fa ha suonato e non era niente. Poi ho contattato la vicina e mi ha detto che era tutto tranquillo…comunque arriviamo…tra quaranta minuti siamo lì…”.
Questa la conversazione telefonica tra Tizianeda e la sua Mamma Vecchietta, nel giorno di commiato dalle vacanze estive, prima del delirante ingresso alla quotidianità lavorativa.
I nonni vecchietti, genitori di Tizianeda, dopo un mese e mezzo di confino volontario in una località balneare, sono ritornati in città, insieme a valige, buste e sacchetti. Dovevano riassestarsi nel loro appartamento, che si trova sullo stesso pianerottolo davanti ai 90 mq della famigliola e un piano più sopra dello studio di Tizianeda.
Tuttavia, il loro viaggio di ritorno e quello delle valige e delle buste e dei sacchetti, si è arrestato davanti alla riottosa porta di casa, chiusa come le stanze segrete del Pentagono. Così sul pianerottolo accorreva, in mutuo soccorso, la sorella di Tizianeda, la zia Dada, con marito e figlia. Poi anche l’altro fratello di Tizianeda, lo zio Peppino, contribuiva ad affollare lo spazio antistante la porta chiusa della Mamma Vecchietta. Prima però si accertava, con la chiave in suo possesso, che anche la serratura stronzettina del portoncino d’ingresso dello studio un piano più giù, aveva deciso di non collaborare.
Intanto la famigliola, abbandonava con la velocità di un omicida dal luogo del delitto, la casetta montanara – dove era andata per trascorrere l’ultimo fine settimana di relax in compagnia di amici – per tornare in città, percorrendo al contrario le curve vomito-stimolanti dell’Aspromonte. Lungo il tragitto, lo Sposo Errante, avvolto da pessimismo cosmico, vaticinava l’ecatombe, l’apocalisse, l’asportazione di ogni bene di famiglia tra cui il ratto del suo fidanzato basso elettrico supersonico. Tizianeda subiva la sollecitazione gastrica della strada, sentendosi come un pilota acrobatico inesperto alle prese con il giro della morte, la undicenne esprimeva teatrale preoccupazione, il settenne sorrideva tranquillo e serafico nella sua dimensione spazio-temporale.
Dopo quaranta minuti, la famigliola si ricongiungeva con l’agitato consesso, nel frattempo infoltito da due Carabinieri gentili e attenti e tre Vigili del Fuoco impazienti, tutti vicini vicini sul pianerottolo, come in una discoteca modaiola nel centro dell’estate. La folla a quel punto constatava che anche la porta di ingresso dei 90 mq della famigliola non rispondeva alle sollecitazioni della chiave.
Quando la situazioni iniziava a mostrare i suoi risvolti grotteschi e surreali, e il panico insinuarsi nei pensieri, all’improvviso, come un maleficio che si dissolve, ad una ad una le serrature riprendevano a funzionare e le porte si aprivano mostrando abitazioni non violate e regalando a tutti felicità e stupore come quello di Alì Babà davanti alla porta dei tesori.
“Signora aspetti entriamo prima noi in casa sua. Per sicurezza facciamo un controllo nelle stanze. Lei stia fuori”
E Tizianeda, che si è sentita protetta dallo Stato in persona, li avrebbe voluti abbracciare quei due Carabinieri così materni o fare un solenne saluto militare di gratitudine. E pazienza se entrati in camera da letto tra reggiseni, libri accatastati sul comodino e un’anta dell’armadio aperta, le chiedevano se era normale che la stanza si presentasse in quel modo.
E insomma, che siano stati i ladri maldestri ed inesperti a combinare questo delirio o solo un destino dispettoso, ormai poco importa. Domani si ricomincia a correre, incastrare e cercare di mantenere tutto compatto ed in equilibrio. Qualcuno ritorna anche a viaggiare su treni sbrindellati e strade malferme, sperando che la giornata di oggi non gli abbia già risucchiato tutte le energie positive delle vacanze.
Un saluto allegro a tutti voi.

Tizianeda

Dialoghi, look e scempiaggini

Dialogo tra figlia pre-adolescente e madre. Anno 2013.
“Mamma mi aiuti a scegliere il look per la festa?”
“Il look?”
“Il look, mamma…come mi devo vestire”
“Ah…sì certo tesoro”
“Mamma, vorrei mandare a F. le foto di ogni cambio con Whatsapp, così mi dà un consiglio anche lei”.
“Santo cielo…quindi fammi capire. Ti vesti, io faccio la foto con il mio cellulare, mandiamo sempre con il mio cellulare il messaggio con foto a F. così lei la vede valuta e ti risponde?”.
“Sì”
“Santo cielo…”.

Dialogo tra due pre-adolescenti su Whatsapp.
“Look numero 1”
Fotografia di graziosa ragazzina con “look” nr. 1.
Tre faccine disegnate, gialle e azzurre: una versione pediatrica dell’urlo di Munch (terrore), una che piange tutte le cascate del Niagara (disperazione), una con enorme goccia sulla fronte, presumibilmente sudore (momento passeggero di difficoltà emotiva).
“Oppure…hai altri look?”
Conversazione intercalata da oscuri idiomi: asp, K, scs, cmq, qst, tranq, cm, nn, xk, nnt, mex, dmn, fvr, preoc, grz, dp.
Seconda foto e responso.
“Quanti sono i look?”
“Due”
“Il 2°”
“Anche a me piace”
“Ora vado ciuaooooo”.
Ancora disegni: tre facce gialle con un occhio chiuso, sputano un cuore, tre cuori rossi, quattro facce che sputano cuore, quattro cuori rossi, cinque cuori viola, un vestito, un fiocco, un rossetto, una borsetta.

Dialogo tra figlia pre-adolescente e madre. Anno 1982.
“Mamma mi aiuti a scegliere il look per la festa?”
“Come parli, che è questo look…apri l’armadio e prendi il vestito che indossi per le feste”.
“Asp, mamma tranq, tt ok. Nn è nnt”
“Ma che scempiaggini dici. Forse hai la febbre, vieni che ti sento la fronte. Ti porto dal pediatra…cosa è quella faccia”
“Ti schiaccio l’occhio e ti mando un bacio anzi un cuoricino”
“Non è che ti sei presa qualche intossicazione o i vermi…chiedo al dottore se è il caso di darti una purga”
“Sto solo scherzando mamma. Volevo però fare vedere alla mia amica M. come sto?”
“Cosa c’entra ora la tua amica. E poi come fa a vederti. Dovrei portarti a casa sua o lei venire qui. Si perde tempo. Avanti vestiti che si sta facendo tardi…ma quante scempiaggini oggi”.

Tizianeda

Melicuccà nel cuore

Melicuccà. Un posto. E appartenenza, famiglie, memoria, giardino, cancello, fontana, racconti, infanzia, lumache, nonni e bis-nonni, fotografie sbiadite, tante, alberi, rose, ortensie, acqua che scorre, occhi persi nel tempo, credenze odorose, braciere, Pasqua, estate ma anche inverno, raduni festosi, scalinata di pietra, addii, Zia Lulù e zia Lena. E poi, gli uliveti custodi silenti di intrecci e storie e una casa ariosa nel verde, che se spalanchi le finestre – immense come timide gigantesse – rimane sospesa tra cielo nuvole e campanili.
Melicuccà e il bis-nonno Carlo, che era il medico di quei posti lì, della Piana, che ha visto la casa bianca, che c’era il giardino e c’era tanta acqua dentro un ruscello. E quel posto, lo ha sentito era suo, indissolubile e carnale. E in quella casa si è fermato. Ha portato la sua famiglia, in quella casa. Ha portato la moglie e tutti quei figli, c’era la mia nonna Bianca la primogenita, lei che mi chiamava Tizianeda. Ha portato i loro destini, il mio bis-nonno, in quella casa, i destini di tutti loro, e un po’anche i nostri, di noi che siamo venuti dopo. E loro, quelli prima di noi, quelli che hanno raccontato, hanno ammansito il tempo e lo spazio, facendo viaggiare questo amore qui, senza imprigionarlo muto in quegli anni lontani. Noi, nipoti e pro-nipoti, abbiamo raccolto le storie che ci appartengono. Le abbiamo raccolte dai nostri nonni, dai nostri genitori, le abbiamo raccolte dalle nostre zie, le sorelle della nonna Bianca, che non ci sono più, Lena e Lulù, che lì a Melicuccà, e nella casa ariosa sono rimaste, custodendo, come antiche vestali, il linguaggio amoroso delle vite in divenire, facendo entrare le loro parole nei nostri gesti e sguardi, lasciandoci un posto dove tornare, anche solo con la testa, ci hanno dato radici, solide come gli alberi di ulivo. Ci hanno lasciato l’amore per la vita, per i mattini e i giorni, l’amore per la conoscenza che deve essere umana e intelligente. Ci hanno lasciato il racconto di una terra che sa essere forte e luminosa.
E questo post è tuo, Elisabetta, che sei parte indissolubile di questo intreccio amoroso e Melicuccà, tu, la portavi nel cuore.

Tizianeda

Giochi in libertà

“Allora vado, mamma…”
“Ok, a dopo”…
“Mamma, mia sorella dov’ è?”
“E’ andata da D., settenne”
“La raggiungo…”
“Va bene, ciao”…
“Tizianeda, i bambini dove sono…”
“Sono andati da D. a giocare, Sposo Errante, ci sono tutti gli altri. Il settenne è andato solo”
“Ah, bravo”.
In questo paesello appoggiato nella frescura, presidiato da abeti, faggi, ortensie, roseti, felci, funghi, rondini, pettirossi, scoiattoli, volpi, fatine, folletti ecc., che di notte, ti guarda un cielo affollato e le stelle friniscono e il silenzio, sensuale, ti parla lento. Il posto dove la famigliola ama dedicare il suo tempo di vuoto estivo, passeggiare ricoperta dall’ombra boscosa, chiacchierare con altre famigliole come loro in fuga dal caos delirante della città, che non disdegna di mangiare in compagnia e dedicarsi ad attimi salvifici di cazzeggio. Insomma in questo posto qui, i due minori, con la santa benedizione dello Sposo Errante e Tizianeda, si sono mossi sereni e liberi tra le casette abitate da altri minori dalle età altalenanti, per incontrarsi, riempire lo spazio della loro semi-irrazionalità pediatrica, inventare mondi con dialoghi surreali, raccontare negli angoli più bui dei giardini storie paurosissime, piene di mostri bavosi, ectoplasmi, vampiri e altri esseri rivoltanti, scrivere sceneggiature di film dove tutti muoiono, poi resuscitano poi rimuoiono ed alla fine si ritorna a casa, diventare un tutt’uno empatico-corporeo con la terra aspromontana, di difficilissima asportazione.
Così, dopo tutte queste giornate nella testa, di libertà innnocente, di giochi e spazio verde, Tizianeda, che a volte è masochista, non riesce a non pensare al momento del ritorno in città ad ai minori imbrigliati nei 90 mq condominiali. E da qualche parte, sente un sussulto di terrore.

Tizianeda