Mi piacerebbe, ma solo certe volte, quando i pensieri mi stanno di traverso, entrare nella testa della gente, capire che cosa è andato storto, l’inceppamento, il flusso divergente, se dentro è tutto morto. Mi piacerebbe entrare nella testa di tutti quei ragazzi che si muovono coi muscoli pompati, con movenze di tacchini un po’ cretini, che stanno tutto il giorno a tirar pesi, sognando di menare i coetanei che sono mingherlini e c’è più gusto a farlo tutti in gruppo, che tra i vigliacchi, nel podio, sono i primi. Entrare nella testa di chi picchia chi ha un pensiero differente, che è bello per loro menar la gente, pensando di esser migliori e invece poverelli, sono pedine di tutti quei potenti, che danno lor l’abbaglio di esser forti, di ricino muniti e manganelli. Vorrei davvero entrare nel cervello, capire cosa spinge un Calabrese a fidarsi di chi ha portato nei comizi elettorali, tutto il suo odio verso il meridione, chiamandoci terroni, schifosi, puzzolenti, cattivi nullafacenti. Augurandoci la morte, per mano di un vulcano o un terremoto, per poi cambiare in base all’esigenza, spostando solo più al sud il suo nemico. La paura prolifera, loro sanno, nel seggio il voto e al Parlamento lo scranno. Vorrei capire cosa non vi è chiaro, se è ignoranza, opportunismo, mancanza di memoria. Come si può portare a Roma chi poi vota, contro i diritti della gente. Chi invece di chiedere allo Stato di lottare contro ingiustizie e corruzioni, si svende, facendosi poi selfie, come a un party divertente, associando la Calabria alla Padania che è un luogo, lo sanno tutti, inesiste. Vorrei capire, in questa Italia triste e prepotente, entrare nel cervello del “padrone”, perché non sente il dolore della gente. Come si fa a non avere il moto che dell’umano fa veder l’altro, provare commozione e compassione per il dolore di un corpo mutilato. Come si fa a non sentir che un arto non è un prodotto da vendere al mercato, da infilare nella cassetta degli ortaggi, e poi lasciarlo sull’uscio di una casa, insieme all’uomo da cui è stato staccato. Come si fa a non pensare al dopo e a credere che tutto è consentito, perché dei poveri a nessuno importa niente. Vorrei davvero farmi ‘sto viaggi tra le sinapsi di tutta questa gente, anche se penso che lì non trovo niente, oppure frano davanti all’evidenza, che è tutto un non sentire il battito dell’altro e perdo la pazienza. E allora resto fuori e cerco altre persone che sanno costruire, restituire pensiero e narrazione, con la visione di chi, sapendo il buio, sentendo addosso l’altro e il suo dolore, accende un fuoco in cerca di chiarore.
The quiet girl è una bambina, ha nove anni, non parla quasi mai, ha uno sguardo altrove e un corpo che lascia, durante la notte, tracce di dolore sul materasso. Vive in una famiglia povera affollata di fratelli e sorelle, di quelle che non ci vorresti mai capitare. Il padre conosce solo il linguaggio dell’umiliazione, la madre cammina piegata dal peso dei sogni infranti, sostituiti da un ventre buono a figliare e basta. The Quiet Girl è il titolo di un film irlandese, che ho visto su Raiplay, in cui Cait, la bambina silenziosa dallo sguardo altrove, durante l’estate viene affidata a parenti della madre, due coniugi non più giovani, che hanno una fattoria a tre ore di macchina da casa sua. Viene lasciata lì dal padre, come un pacco di cui sbarazzarsi in fretta. I coniugi che la ospitano e che hanno un dolore muto, di quelli profondi e taglienti, che tuttavia non ha corrotto il nucleo di bontà che li abita, si prendono cura di lei. Lo fanno con la semplicità dei gesti e delle parole, con una vita geometrica e l’attenzione di chi sa di maneggiare qualcosa di fragile e misterioso, come sono i bambini rotti, con dentro l’urgenza della fioritura e il linguaggio del silenzio, perché hanno conosciuto precocemente l’offesa delle parole. The Quiet Girl è un film senza retorica, in cui anche il dolore è sussurrato, diventando sottofondo della umana condizione di tutti i personaggi che lo attraversano. Eppure ci rivela la forza sovversiva dei gesti gentili e amorevoli, che curano nella loro ripetizione, offrendo a una bambina abitata da mancanze e solitudini, la possibilità di un altro sguardo, di un’altra direzione verso la quale correre, con il cuore e le gambe diventati forti, e una parola rinnovata, soffiata in un abbraccio, perché non più suono ostile.
Guardo i nastrini poggiati sul davanzale della finestra dello studio. Anche la nonna Bianca li curava sul suo balcone. Non posso lavorare per qualche ora. Non c’è la corrente elettrica. Il quartiere è stato tappezzato di volantini. Ci avevano avvertito. Non c’è luce, penso. Tra i nastrini c’è una pianta diversa, sembra erba cipollina anche se non lo è. A settembre sulla punta degli steli verdi, spuntano piccoli fiori bianchi. È una fioritura breve. Bisogna che gli occhi ne assorbano la bellezza fragile. Poi si insedierà un’attesa di 355 giorni per 10 giorni di grazia. Mi affaticano le attese. Meglio non pensarci. C’è sempre un rimbalzo simbolico tra ciò che osserviamo e noi. Potrebbe rivelarci con ferocia le nostre esistenze in bilico, nella ricerca di tregua e distrazione, mentre siamo braccati dall’incomprensibile, dai rimandi di orrore che ci bruciano gli occhi. Guardo le foglie delle piante che sventolano, come una bandiera bianca rivolta verso il giorno. Anche se le mie piante non sanno in che precipizio sta cadendo il mondo, in quale resa di umano. Non c’è luce, mi ripeto da stamattina, come un mantra di tenebra. Non c’è luce a Gaza, non c’è luce ogni volta che le voci sono inghiottite in un buco nero, diventano interruttori rotti, senza contorni e possibile dolcezza di suono e le strade tombe sottratte alle risate dei bambini. Eppure sto qui davanti la finestra a guardare i nastrini e a credere nella fioritura breve della pianta senza nome, come l’attesa di una concessione di bontà e di gentilezza, nonostante la banda sguaiata degli umani e il richiamo del disincanto. Sto qui, penso, anche se non c’è luce.
Mia madre perde i suoi cappelli ovunque. Sulle panchine, nelle chiese, in edicola, nelle botteghe, dal fioraio, le scivolano sui cigli della strada. Quando succede, chiede. Al parroco, all’edicolante, agli amici delle panchine, a tutti noi della famiglia, ai fiori, al salumiere, ai cigli delle strade, a Gesù, alle mattonelle dei marciapiedi, ai ciuffi d’erba che spuntano dalle crepe, alle fotografie dei morti, ai davanzali, ai passeri, alle signore affacciate ai balconi. Mia madre e i suoi 92 anni, che l’hanno accartocciata e le fanno sentire i dolori delle ossa, non smettono mai di cercarli. Alcuni cappelli si perdono per sempre, come se scappassero in un mondo segreto e felice, dove poter vivere liberi dalle teste. Gli altri fuggitivi, invece, vengono ritrovati dagli abitanti del quartiere, che ormai conoscono gli smarrimenti di mia madre. Anche ieri mattina ne ha perso uno, lo teneva in mano, io e mia sorella eravamo con lei. È stata Bianca a trovarlo, la nipote. Quando lo ha portato a sua zia, per festeggiare, lei le ha offerto il Cynar, l’amaro contro il logorio della vita moderna, ha fumato una sigaretta e si è goduta quell’attimo di tregua prima che svanisse, come i cappelli e ogni cosa che sembra immutabile e non lo è. Perché smarribili sono gli ombrelli, smarribili i ventagli, le penne, i calzini, così certi amori, le amicizie, alcuni ricordi, il giorni della settimana, il perché delle canzoni che ci hanno portato altrove, così le direzioni, i desideri, il per sempre, la vita di prima, le illusioni del tempo, i luoghi che non riconosciamo più, il piacere che un libro ci ha dato, i nomi pronunciati e poi sostituiti da altri. È un grande accumulo di oggetti perduti la vita, come i cappelli, finiti chissà dove, di mia madre. Eppure in questo brulicare di umano che a tratti sembra confuso e senza direzione, c’è una ricerca di inaspettato e di tregua, la nascosta tenerezza dei naviganti che aspettano le stelle, come cercatori di briciole di pane lasciate da altri sulla strada, che tracciano involontarie rotte, in quella dimensione di mistero che le fa trovare e in qualche modo ritrovarci.
{La foto è stata scattata da Bianca, mentre mia madre, nonché sua zia, contrastava il logorio della vita moderna}
Il giorno in cui indossavo una brutta camicia da notte gialla e una bambina sostava indisturbata da circa sette mesi dentro la mia pancia, ho conosciuto il dottore D’Ascola. Ero in ospedale, la bambina accomodata tra i miei organi interni e che sarebbe nata due mesi dopo, si chiamava Agnese da qualche ora, i miei globuli rossi erano in agitazione sindacale, il dottore non sembrava preoccuparsi del mio dress code ospedaliero, che certo non giovava al mio incarnato anemico. Il dottore D’Ascola che di sangue se ne intendeva, abituato com’era ad affrontare situazioni ben più gravi della mia, mi spiegò, con l’aria serafica di chi fa del lavoro una vocazione e dell’umano un orizzonte da non perdere di vista, che, per eliminare quell’affanno da scalatore scarso bloccato sull’ Himalaya, avrei dovuto ricevere delle trasfusioni. La notizia mi fece apparire la camicia da notte gialla ancora più brutta, anche se il sorrido calmo del dottore D’Ascola era qualcosa di buono cui aggrapparmi. Quando per la prima volta andai nel reparto di Microcitemia che lui dirigeva, c’erano ragazze e ragazzi, trasfusi dalla nascita. Lui li conosceva tutti e tutte e di tutti e tutte mi elencava con orgoglio gli ostacoli superati, i traguardi raggiunti, la forza, nonostante quella intercapedine che condizionava il quotidiano. Anche per il secondo figlio ho avuto bisogno di supporto ematico, ma per fortuna, la brutta camicia da notte gialla era sparita da tempo. Quando incontravo per strada il dottore D’Ascola , lo salutavo come un familiare di cui ci si fida, o come le persone gentili che a tratti hai la fortuna di incontrare nella tua vita, specie se arrivano nei momenti di affanno. Quando ho saputo della sua morte ho sentito un vero dispiacere. Il dottore D’Ascola, non solo era un bravo medico, ma era anche una persona buona. In questo immenso circo che sta diventando il mondo, in cui si è pronti ad affondare i denti nella carne dell’altro, la bontà e la gentilezza mi appaiono con sempre più chiarezza l’unica azione sovversiva possibile per attraversare la vita, per salvare i bambini e le bambine, anche quelli offesi, dentro di noi. A questo penso da quando ho saputo della morte del dottore D’Ascola, che un giorno è entrato nella mia stanza di ospedale e non ha visto la brutta camicia da notte gialla, ma solo il mio sperdimento e mi ha sorriso.
(nella foto sono ritratta il giorno prima che un taglio sulla pancia servisse per l’ingresso al mondo di Agnese. Faccio la cretina, cosa che mi accade spesso quando ho paura. E di paura ne avevo molta quella sera)
Ciao tu che sono 22, ciao Agnese. Hai un contare palindromo addosso, giovane come uno schiocco di dita. Ciao mia tutta bella, costruzione d’acqua e atomi, di materia e malinconia, di costellazioni di numeri, la tua ostinata coraggiosa rotta, con la paura del mai abbastanza. L’abbastanza non esiste, è un’unità di misura ingannevole, innestata chissà quando chissà dove, da spolverare quando si poggia sulla pelle, perché non penetri, perché non deformi il tuo incedere libero. Ciao, girati, girati appena, guarda le antenate di ogni luogo e tempo e il loro lavoro di dita, sono dentro di te dal tuo primo pianto insanguinato, nella rabbia dei polmoni, nel nostro primitivo contatto di occhi, i miei così sperduti, il tuo già di lama. Girati appena, ascoltale chiedere al futuro di essere voce incessante e canto con il desiderio della rotta, ne portiamo il messaggio e il segreto e tu lo sai. Ciao solitaria, ciao silenziosa, ciao bella, ciao groviglio, disordine, labirinto, gatta, coraggio, respiro. Ciao che sai sparire in una stanza, nei tuoi altrove che sfioro, dalla distanza dei cercatori di soglie, in un osare di abbraccio per sentirti a me e a me ancora un attimo e poi lasciarti nel tuo affaccio di sole, nel tuo sfidare le nuvole mentre con le dita tocchi senza sosta i capelli che hai voluto rossi, nuovo battesimo di nome. Continua a esplorati, continua a esplorare, il balzo e il sussulto, i codici che ci portano all’essenza, il movimento tellurico del cuore che ci fa vedere gli altri e proteggere l’innocenza del mondo. Ciao mio incanto inaspettato di cellule, buon compleanno Agnese, auguri mia tutta bella.
(il compleanno è stato il 21, ma non sono riuscita a pubblicare quel giorno. Mi perdonerai Agnese, se un giorno leggerai, questo ritardato)
La città è chiara di luci nelle strade principali e nelle piazze. Da dietro le finestre si vedono le intermittenze luminose degli addobbi. Non mi ero accorta che il Natale stesse arrivando, mi sono distratta. A casa non montiamo più l’albero, da quando gatta Tàlia mangiandosi pezzi sintetici ci ha fatto prendere uno schianto al cuore. Ora avvolgiamo fili di luci attorno alle cose. Li piazziamo in alto, per evitare gatte folgorate o con in pancia addobbi luminosi. Non mi dispiace che ci siano loro al posto dell’albero sintetico da smontare con noia dopo l’epifania. Non mi dispiace che i figli siano cresciuti e che siano loro la mia natività rinnovata nella fatica dei giorni e ringrazio, anche se non so bene chi o cosa se non una sorte clemente, che siano dentro giorni sicuri e non esposti all’orrore, che vivano dentro una città chiara di luci a richiamare stupore e dietro le finestre osservino intermittenze luminose e innocue. Non so cosa sia accaduto questo Natale, quale dimenticanza del racconto di un bambino povero e in fuga dall’odio. Un profugo, protetto dal coraggio e dalla disperazione di due fuggitivi. O forse non c’è mai stata nessuna dimenticanza, perché questa storia è qui e ora ed è da sempre. La città è chiara di luci nelle strade principali e nelle piazze. Da dietro le finestre si vedono le intermittenze luminose dei missili. I bambini non nascono, i bambini sono uccisi dalle bombe. C’è da aver voglia di pregare davanti alla distruzione della speranza. Ma a quale dio rivolgersi? Penso a questo, mentre preparo la cena per la vigilia. Verranno i miei fratelli con le famiglie. Sono felice quando stiamo insieme, mi hanno protetto dalle mie bombe interiori quando ero ragazza. Anche i miei figli sono così tra di loro. Si guardano a vicenda. Posso riposarmi ora. Accendo le luci messe in alto per proteggere le gatte. Dietro le finestre delle altre case ci sono intermittenze luminose. Non fanno rumore, sono una moltitudine, sembrano una preghiera.
Ciao tu, ciao ragazzo che sono diciotto, e scorrere di sangue e ossa e muscoli dentro lo scricchiolio del crescere. Tu corpo appuntito a cui non mi abituo mai abbastanza e che guardo mentre, in silenzio, per non disturbare, il respiro fa capriole. Ciao che ogni tuo nuovo danzare è un passo più lontano dalla soglia. Non ti fermare. Ciao tu, ciao ragazzo, proteggi il bambino arancione dalla musica stonata, dai passi duri del banale. Porta con te il nucleo caldo di desiderio e passioni e gioco e non ti spaventare. Sorridi che il mondo si compone. Ciao che a tratti ti racconti, come una concessione del giorno e io sto lì ad ascoltare e mi dico ma quando è successo che sei tu, quando il linguaggio, quando il pensiero, cosa hai visto e sentito per essere questa moltiplicazione. Ciao non mancare la tua vita, cerca suoni e immagini e ritmo del cuore e frullare di note. Ciao che impari a poco a poco a essere più morbido, più indulgente con te stesso. Arriverà il momento che ti lascerai andare. Ciao che sono diciotto in un balzo di tempo che non so davvero quando.
Continua ad amare le ore e i giorni e le domande e il nucleo buono delle cose. Non smettere di cercare la tua andatura, è solo l’inizio. C’è ancora il bambino arancione da qualche parte, guarda e sorride, ha i capelli lunghi, continua a volare, perché gli alberi crescono da qualche parte, a contrastare di bellezza e luce le dissonanze e la banalità del male.
Mia madre ha una comitiva. Si incontrano il pomeriggio in piazza. Così ora non va soltanto in parrocchia. Alterna. Un po’ in parrocchia e un po’ in piazza. Nella comitiva hanno tutti e tutte superato gli ottant’anni. Molti per camminare usano il bastone, qualcuno a volte viene accompagnato da una badante o da un figlio o una figlia. Il più grande ha novantasette anni ed è un medico a cui mia madre chiede consulenze sui dolori del corpo e lui risponde sempre con pazienza. Nella comitiva ci sono anche due fidanzati. Lui sembra molto più vecchio, tutto curvo com’è, lei più forte, come chi ha sempre sorretto e curato. Si tengono per mano, le dita intrecciate, a volte si scambiano baci sulle guance e quando si sorridono guardandosi, viene a entrambi una luce dentro gli occhi, come quando si è giovani e innamorati e non si pensa al tempo che passerà veloce prendendosi le cose e le persone. Mia madre in piazza va con l’amica che ha gli occhi azzurri, un corpo snello e nervoso, una voce forte che senti da lontano. La sua amica anche se ha avuto tanti dolori, a vederla ti fa credere che la vita porti in grembo un certo mistero luminoso. Mia madre, invece, è piccola e accartocciata, ha novantuno anni, il passo svelto e da quando frequenta la piazza sembra più contenta. Insieme parlano dei figli, dei coniugi morti, forse di Dio, chissà.
Penso spesso alla comitiva di mia madre e mi appaiono le immagini di questi uomini e donne che non hanno smarrito il desiderio dell’incontro, di raccontarsi, di tenersi per mano, di darsi baci con stupore e gratitudine. Penso al nucleo di bellezza e ostinazione, ancora di più in queste moltitudini di ore in cui la morte si annuncia a più latitudini, con squilli striduli che spaccano il cuore. È strano che siano dei vecchi a parlarmi di futuro, creando cerchi di luce tremula dentro la notte. È strano. O forse non lo è.
“Tiziana cosa ti sei fatta al ginocchio?” “Sono caduta, mamma” “Ma perché, tu ancora cadi?” Sì mamma, ancora cado, mi sbuccio le ginocchia, sento male dove c’è la ferita, non piango, mi tiro su a fatica, c’è una mano che si tende, so chiedere aiuto, faccio la spavalda tuttavia, mi disinfetto sola, con circospezione, anche perché la memoria dell’alcol strofinato dalle madri, non si cancella più. Non lo so se il dolore si sopporta meglio alla mia età, se cambia solo la postura interiore, se si sta dritti sul male sentito, per educazione dell’anima o boh. Non c’è più nessuno che soffia sopra la carne aperta e sanguinante, l’ho fatto anche io con i miei figli, come un gesto tramandato. Era caldo e riposante quel soffio, era principio di cura. I cerotti li uso ancora, ma poi li tolgo, le ferite se si coprono troppo non si rimarginano. Resta il segno, pigmenti più chiari, atolli disabitati in mezzo alla mia pelle d’acqua. Zoppico dopo la caduta, non subito, ci vuole la notte in mezzo. Continuerà a far male a distanza di molti anni, lo so, quando cambierà il tempo. La caviglia rivela le stagioni, è la statuina tamarra e glitterata, venduta sui camioncini agli angoli di strada, che cambia colore se arriva la tempesta. Ho la copia de La Pietà di Michelangelo o Il David di Donatello in versione stroboscopica, tra la tibia e il perone. Certo che cado ancora mamma, non c’è un’età per non cadere, per non ricordare come l’equilibrio ha i connotati dell’imperfezione. Stando a terra il mondo si rivela, è l’altezza dei bambini, quando ancora non sai quanto il nostro fare adulto sia delirante e il male è solo un ginocchio sbucciato. In fondo si sta bene lì seduti sull’asfalto che ti ha scartavetrato la pelle. Vien voglia di riposarsi, anche di arrendersi. È uno stare sulla soglia, non come il tempo degli indecisi, ma come il tempo di chi è stanco. Poi mi sono alzata però, mamma. Altrimenti che fai. Cammini con il ginocchio che sanguina, dando il braccio a chi ti è accanto, fai due battute idiote, rallenti a rivendicare un momento solo tuo. Ti resta addosso ancora per un po’ quel senso vago di improvviso, di imprevisto che accade inaspettato, mentre guardi altrove o sorridi o chiacchieri. E allora sì, mamma ancora cado. Lo vedi da questo grumo rappreso di sangue, mentre sotto, le cellule, in silenzio, si riorganizzano ricomponendo la memoria della carne. Perché ancora cado, mamma, ancora mi rialzo.
{La foto di Fabio Orlando è uno scatto di qualche anno fa. Mi piace perché sto in bilico, ma qui non cado. E poi faccio la cretina, come al solito}
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